Stefano Calabrese: Anatomia del best seller

Anatomia del best seller di Stefano Calabrese non è un manuale di scrittura creativa e non si propone di spiegare come fare a scrivere un best seller, altrimenti non lo avrei letto. Chiarisco il dettaglio subito per evitare malintesi: se qualcuno è finito qui per sbaglio mentre stava riflettendo sul capolavoro che ha in programma di scrivere può anche cercare un altro blog. Quello che Calabrese si propone di fare è analizzare le caratteristiche dei best seller, capire cosa li accomuna e riflettere un po’ sull’editoria, e questo è un tipo di discorso che io trovo sempre molto interessante. Non che l’analisi di Calabrese sia completa o priva di difetti, a volte avrei preferito che analizzasse di più alcuni temi, altre volte mi ha lasciata perplessa, ma nel complesso si tratta di un ottimo libro. Per me ad alta leggibilità, come le opere da lui analizzate, anche se la profondità qui è molto superiore e probabilmente la mia capacità di leggere saggi non è quella della maggior parte dei lettori. Infatti è piuttosto raro che io legga un best seller.

Partiamo dall’inizio. Perché leggiamo? E cosa cambia in noi con il semplice fatto di leggere?

Io leggo quasi sempre per divertimento, anche se scendo oltre un certo livello minimo di scrittura solo quando sono particolarmente stanca e ho bisogno di scollegare il cervello leggendo storie di altre mamme e/o mogli che vivono i tragicomici problemi quotidiani di una famiglia normale. Narrativa, spesso di genere, ma scritta da autori che sanno scrivere e non si limitano a mettere insieme una manciata di cliché, oppure saggistica, quando ho voglia di approfondire un dato argomento. Comunque una ricerca di due psicologi di New York ha mostrato che

la lettura di romanzi aumenta i livelli di empatia tra noi e gli altri, migliora la percezione sociale e rende assai più affilata la nostra intelligenza emotiva, cioè la capacità di capire quello che gli altri sentono sentendolo a nostra volta […]

In breve, leggiamo sempre di più i romanzi perché, mentre ci regalano qualche ora piacevole, ci rendono decisamente più intelligenti.

Pag. 3

Calabrese spiega poi che si occuperà solo di libri che hanno venduto oltre 10 milioni di copie, che le saghe di N volumi sono aumentate a dismisura, cita la recessione economica che innalza il livello di creatività, ventilando l’ipotesi che “la cultura serve a colmare le falle dei grandi sistemi sociali” (pag. 7) e ricorda il ruolo della presentazione editoriale e di tutta una serie di innovazioni tecnologiche legate alla lettura che in qualche modo ci condizionano.

Io ho i miei dubbi sul fatto che la cultura possa colmare le falle dei sistemi sociali, perché se è vero che nella finzione possiamo trovare un riscatto da situazioni spiacevoli e la forza per andare avanti nonostante le difficoltà che dobbiamo affrontare, da un lato fatico a considerare la gran parte dei best seller come cultura – libri sì, ma cultura? – e dall’altro temo che un appiattimento verso il basso della cultura e dei suoi fruitori possa servire a chi governa i sistemi sociali a governarli (governarci) con maggiore facilità. Più che di colmare le falle mi sa che siamo in fase di condizionamento delle folle, ma lasciamo stare i miei dubbi e andiamo avanti.

Il primo capitolo traccia una storia delle classifiche dei best seller e ne evidenzia i limiti, che conoscevo solo in parte, e poi passa a parlare dei fan, con la nascita dei fandom e, di conseguenza, alle varie trasformazioni subite dal testo di partenza. Il fan

esercita una produttività al tempo stesso semiotica (scrive testi), sociale (consolida un format identitario), enunciazionale (agisce sulla circolazione dei significati all’interno della comunità virtuale).

Pag. 19

E qui mi ritrovo anch’io. Non per tutti gli aspetti, io non scrivo fanfiction anche se so che esistono frequentatissimi siti dedicati a questo tipo di testi, però continuando a scrivere sulla narrativa fantasy in generale – soprattutto su George R.R. Martin, ma anche Robert Jordan e Guy Gavriel Kay trovano ampio spazio sul mio blog – quanto influenzo chi mi legge? Che effetto possono avere le mie parole sulla percezione di chi legge i libri degli autori di cui parlo? Andando oltre Calabrese porta il caso di Murakami Haruki, in cui l’intreccio narrativo si fonde con la realtà, e la storia fittizia influenza i luoghi reali. Parecchi anni fa io mi ero molto divertita con Il club Dumas di Arturo Pérez-Reverte, e chi lo ha letto sa come i luoghi e i personaggi di Arthur Conan Doyle siano entrati nella storia dello scrittore spagnolo.

Le storie diventano immersive, catturando il lettore su più livelli e narrando “avvenimenti che rappresentano letture di letture” (pag. 25). Non solo, “l’autore scompare lasciando il posto al brand name, uno strumento infallibile per la promozione di opere successive o degli adattamenti intermediali di quelle già edite” (pag. 30), e se prima aveva citato il caso di E.L. James e delle sue Cinquanta sfumature di grigio, nero, rosso e magari pure violetto (ok, quest’ultimo colore l’ho aggiunto io, ma vai a sapere che un giorno… in fondo pecunia non olet), ora parla di adattamenti della narrazione in altre forme e della presenza di un gran numero di registi fra gli autori da best seller. Calabresi ricorda che questa mescolanza di ruoli “si è manifestata per la prima volta nel 1970 con Love Story di Erich Segal, che ha scritto prima la sceneggiatura, poi il romanzo, e infine ha curato l’uscita del film” (pag. 31), io aggiungo che nel 1968 lo scrittore Arthur C. Clarke ha scritto il romanzo 2001: Odissea nello spazio, trasposto contemporaneamente in film da Stanley Kubrik. Gli sceneggiatori del film, anche lui datato 1968, sono gli stessi Clarke e Kubrik, perciò si può risalire un po’ più indietro rispetto a Love Story, ma se prima la cosa era sporadica ora è piuttosto frequente. Si finisce così che “il pubblico non identifica più l’autore con uno specifico testo, ma come il creatore di una storia riadattabile secondo la forma agnostica “una sostanza, molte forme”.” (pag. 32).

Pensiamo ai libri importanti (o che sono stati importanti in questi ultimi anni), quale più quale meno, anche solo nei generi di cui parlo abitualmente (altrimenti l’elenco sarebbe davvero molto lungo). Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, Hunger Games di Suzanne Collins, Shadowhunters di Cassandra Clare, The Southern Vampire Mysteries di Charlaine Harris, Sopravvissuto di Andy Weir, Maze Runner di James Dashner, La saga di Shannara di Terry Brooks, la serie di Harry Potter di J.K. Rowling, Il signore degli anelli e Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo di Rick Riordan, Le cronache di Narnia di C.S. Lewis, Il diario del vampiro di Lisa Jane Smith, La spada della verità di Terry Goodkind, Divergent di Veronica Roth, La trilogia delle gemme di Kerstin Gier, La saga di Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski (qui parliamo di un videogioco), Queste oscure materie di Philip Pullman, Il ciclo dell’eredità di Christopher Paolini, La quinta onda di Rick Yancey, Outlander di Diana Gabaldon, La storia infinita e Momo di Michael Ende (lo so, il primo dei due film è decisamente vecchio), Il castello errante di Howl di Diana Wynne Jones, Il mago di Lev Grossman (aspettiamoci un ritorno del romanzo nelle librerie), Blood Ties di Tanya Huff, La svastica sul sole di Philip K. Dick, Avanti nel tempo di Robert J. Sawyer, The giver di Lois Lowry… e quanti altri ne sto dimenticando? Da tutte queste opere sono stati tratti uno o più film, o una serie televisiva, negli ultimi anni, e molte di queste opere hanno avuto anche altre mutazioni, vuoi in forma di graphic novel, vuoi in forma di giochi di vario tipo, vuoi in forma di merchandising. Il romanzo non rimane più solo un romanzo, e il suo autore diventa un marchio. Solo in questi ultimi anni Martin viene riconosciuto dal grosso pubblico, ma lui ha iniziato a pubblicare nel 1971. Ormai lo scrittore diventa personaggio, e il confine fra opera scritta e mutazioni varie diventa sempre più sfumato. Una conferma: questo commento al primo romanzo, datato 6 settembre 2015 e pubblicato sul sito ibs.it, scritto da un certo Lorenzo:

Gli elemementi positivi: Martin scrivere davvero bene. Le sue descrizioni di luoghi, avvenimenti o personaggi sono vivide senza bisogno di florilegi; le trame dei vari capitoli sono ben fatte e coinvolgenti. Interessante l’idea di progettare un mondo low-fantasy abbastanza realistico – non ci sono buoni o cattivi in assoluto e morte e sventura non risparmiano nessuno. Queste caratteristiche, unite alla vividità delle descrizioni e all’ottimo lavoro di documentazione effettuato dall’autore (ispiratosi alla guerra delle due rose), dà al lettore un feeling dei rapporti di potere nella decentrata società feudale e della vita nell’Europa medioevale, breve, brutale e pericolosa. Gli elementi negativi: la traduzione italiana è illeggibile. La prosa è sciatta e inelegante, le frasi conservano la struttura sintattica dell’inglese. Ho dovuto ordinare il libro in originale. L’altro problema è che il romanzo è concepito come una telenovela. Ogni (breve) capitolo costituisce una piccola storia a se stante, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione propria quasi sempre culminante in un colpo di scena. L’idea è originale e bisogna ammettere che l’autore la gestisce magistralmente; ciononostante la continua successione di colpi di scena stanca e introduce elementi di inverosimiglianza, fragilizzando la trama complessiva. La tipica pacchianeria americana che sommerge il lettore di trovate appariscenti per impedire che abbia un microsecondo di tempo per annoiarsi o per pensare. Per di più manca un finale anche provvisorio; Martin avrò scritto il libro avendo in mente l’adattamento televisivo. Ultimo problema: come quasi sempre avviene con i libri americani, il romanzo è allungato ad arte con minuziose descrizioni di luoghi o fatti o personaggi secondari. Le descrizioni sono fatte bene ma alla lunga appesantiscono. Ci sarebbe da tagliare un terzo del libro. Un lavoro affascinante e originale sciupato da traduzione e strumentalizzazioni commerciali.

(http://www.ibs.it/code/9788804616351/martin-george-r/trono-di-spade-libro.html)

Mi soffermo su una frase sola, quella che ho sottolineato: Martin avrà scritto il libro avendo in mente l’adattamento televisivo.

Martin ha avuto la prima idea per la saga nel 1991. Ha iniziato a scrivere, poi è stato impegnato con le sceneggiature di una serie televisiva mai realizzata (sì, è stato sceneggiatore per dieci anni, le due forme espressive si mescolano sempre più), si è fermato, ha ripreso a scrivere nel 1994 e pubblicato il primo romanzo nel 1996. E, per sua stessa ammissione, ripetuta non so quante volte nel corso degli anni, visto che i budget della televisione erano limitati e che i produttori operavano sempre grossi tagli in termini di personaggi, location, scene, scenografie, effetti speciali e tutto quanto vi può venire in mente, perché le sceneggiature di Martin erano sempre troppo costose, a un certo punto lui si è stufato e ha deciso di porsi come limite solo la sua immaginazione. Ha scritto deliberatamente qualcosa di non filmabile per via della sua grandiosità. Mica poteva prevedere l’evoluzione tecnica della televisione, che consente di realizzare cose inimmaginabili fino a qualche anno fa e a prezzi molto più bassi, o il fatto che la televisione si sarebbe interessata a storie di questo tipo.

Il primo contatto fra Martin da un lato e David Benioff e D.B. Weiss dall’altro c’è stato solo nel 2006, quando di romanzi lo scrittore ne aveva pubblicati già quattro. Come poteva, Martin, avere in mente l’adattamento televisivo già nel 1991? Che io sappia non legge nel futuro, altrimenti avrebbe letto la conclusione della saga che scriverà in futuro, l’avrebbe trascritta e consegnata al suo editore rispettando i tempi di consegna. Semplicemente molte persone non percepiscono più il confine fra narrazione scritta e narrazione televisiva, non si rendono conto degli anni trascorsi fra la nascita dell’una e quella dell’altra e la prima storia finisce con mutare senza fatica nell’altra, tanto è vero che molti sono venuti in libreria, negli anni passati, dicendomi che volevano comprare i libri successivi alla stagione televisiva che avevano appena visto. I precedenti non gli interessavano, tanto quella parte della storia la conoscevano già. O no? A me verrebbe da fare il nome di Tysha, giusto per vedere l’effetto che fa.

Ogni tanto i miei pensieri e quelli di Calabrese divergono. Dopo aver parlato della mutazione dell’autore, e ogni commento sul fantasy e su Martin è solo mio, lui passa a commentare, in modo non esattamente lusinghiero, Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini. Non avendo letto il romanzo (né conto di farlo in futuro) non posso farne commenti personali, una frase però mi ha colpita: “In apparenza siamo a Kabul, in realtà tutto è delocalizzato” (pag. 35). Hosseini non ha, almeno nel momento in cui scrive il romanzo, una conoscenza diretta dei luoghi di cui scrive, quindi inventa. Generalizza, ma riesce a farlo in modo da non far percepire al lettore l’inganno, anche se lo ha dichiarato prima. Mi fa venire in mente, in questo, l’introduzione di La coscienza di Zeno che ho letto un bel po’ di anni fa Non so chi l’avesse scritta, nella suddivisione dei libri che i miei due fratelli e io abbiamo operato man mano che uno di noi si sposava e cambiava casa, portando con sé parte della biblioteca comune, il romanzo di Italo Svevo è finito a casa di uno di loro. Poi io ho ricomprato il libro, ma qual era la prima edizione in cui l’ho letto? E chi aveva scritto l’introduzione? Non ne ho idea. L’anonimo saggista aveva scritto che La coscienza di Zeno è una sfida al lettore distratto, perché il romanzo inizia con una prefazione in cui il dottor S. chiarisce bene le cose scrivendo

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.

Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio e io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla mia cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.

Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia.

Insomma, noi sappiamo fin dall’inizio che la terapia non avrà successo e che Zeno abbandonerà il dottore, ma distratti dalla trama, incuriositi dalle vicende, ce ne dimentichiamo. È quello che per certi versi ha fatto anche Hosseini, che gioca sulla distrazione del lettore, sulla sua smemoratezza, perché fin dall’introduzione dice “di avere prima scritto il libro che noi lettori reali stiamo leggendo e poi di essere andato a Kabul per ritrovare i luoghi della propria infanzia, riconoscendoli trasformati alla luce del romanzo (pagg. 35-36). Il problema è che mentre Svevo ci ha ingannati con il suo romanzo, ma noi siamo sempre stati consapevoli di essere impegnati nella lettura di un romanzo, la finzione di Hosseini “aggancia la nostra attenzione sui binari della realtà storica” (pag. 35) e ci propone un mix di invenzioni di pessimo gusto difficili da distinguere dalla realtà e congegnate per giocare con le nostre emozioni, spingerci a continuare la lettura e convincerci di avere pure letto avvenimenti accaduti davvero. E la patente di aderenza alla realtà, il dichiarare di aver narrato una storia vera, o comunque verosimile, spesso aiuta le vendite. Mai quanto un film, ma se ci sono questa presunta aderenza alla realtà e pure il film… Calabrese parla di 14 milioni di copie vendute nel mondo, con traduzione in 12 lingue. Ripeto: 14 milioni.

Torniamo alla delocalizzazione: sembra Kabul ma non lo è, e un’ambientazione generica, pur con l’utilizzo di un nome reale e ben preciso, aiuta il lettore a sentirsi più a suo agio in quei luoghi, come se li conoscesse davvero e la storia gli parlasse più direttamente. In modo molto più corretto Guy Gavriel Kay fa percepire al lettore i temi di cui si occupa come qualcosa di familiare, di importante per la sua vita, senza però fingere di narrare una storia vera. Ne ho parlato qui: https://librolandia.wordpress.com/2012/07/18/guy-gavriel-kay-e-la-fantasy-storica/.

L’analisi di Calabrese non si ferma qui, parla, fra l’altro, del senso di colpa e del sé redentivo, ma per questo vi rimando ad Anatomia del bestseller. Alla fine io ho scritto, scritto, scritto, e commentato solo l’introduzione e il primo capitolo, ma di capitoli ce ne sono altri cinque. Forse ne parlerò in un’altra occasione.

L’introduzione del libro: http://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1651:-anatomia-del-best-seller-&catid=40:primopiano

L’indice: http://www.laterza.it//indici/9788858119471_indice.pdf

Edit: mi sono imbattuta poco fa in un interessante articolo su come diventare un autore da bestseller su Amazon. Magari prima o poi lo commenterò, intanto mi annoto il link: http://www.huffingtonpost.com/brent-underwood/what-does-it-take-to-be-a-best-selling-author-3-and-5-minutes_b_9411716.html.

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2 risposte a Stefano Calabrese: Anatomia del best seller

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