Appunti inquietanti

All’inizio di febbraio ho partecipato a una conferenza su Harry Potter e la maledizione dell’erede nell’ambito del Festival del fumetto di Novegro. Come ogni volta – quasi ogni volta, in un’occasione mi ero preparata una semplice scaletta ma in quel caso il tema dell’incontro era legato a George R.R. Martin – mi sono preparata un testo, l’ho stampato e me lo sono portato dietro. I fogli sono la mia coperta di Linus, mi rassicurano dandomi la certezza che, se il panico dovesse mandarmi in palla, potrei sempre leggere. A conferenza finita quei fogli diventano carta di riciclo, su cui le mie figlie possono scrivere o disegnare quel che gli pare. Ma forse i fogli sono meno innocui di quel che pensavo.

Ilaria, che ha otto anni e mezzo, conosce (più o meno, visto che romanzi e film sono ben diversi) tutta la storia di Harry Potter per aver visto gli otto film, anche se ha appena iniziato a leggere Harry Potter e la pietra filosofale di J.K. Rowling. Ieri, mentre io ero al lavoro, ha preso un foglio per disegnare e ha fatto qualcosa che non mi aspettavo: ha letto quel che c’era scritto, e a quanto pare non lo ha gradito.

Il testo era l’ultima parte del mio intervento. Ora le parole Quanto alla figlia di Voldemort e Bellatrix sono circondate da un segno nero a pennarello e sovrastate dalla scritta FALSO, Tecnicamente fra il ritorno di Voldemort e la sua morte rimanda a un CHI LO SAPEVA? (e pure a una parolaccia cancellata di cui sono chiaramente visibili le cinque lettere, fra cui una doppia Z, mi sa che dovremo discutere un po’ meglio su quale sia il linguaggio appropriato per una bambina) e accanto a Cedric c’è un bel MORTO, del resto il discorso sui viaggi nel tempo si trova in una pagina che lei non ha letto e quindi non può avere idea del ruolo del ragazzo nella nuova storia. Le attenzioni maggiori le ha ricevute la frase la scrittrice ha approvato la scelta dell’attrice di colore Noma Dumezweni per il ruolo di Hermione Granger spiegando che non era male l’idea di un’Hermione di colore. Affermazione condivisibile… se solo l’Hermione dei romanzi fosse stata di colore, con ben due rimandi. Il primo spiega che NON È DI COLORE, ma visto che nel margine lo spazio per una spiegazione completa era poco una seconda negazione c’è in basso, dove Ilaria ha scritto che Hermione NON È DI COLORE NEL FILM 1 2 3 4 5 6 7 E 8. Quel che ha approvato è stata la mia conclusione, senza però essere all’altezza di ciò che lo ha preceduto, sottolineata da un perentorio VERO! Mi rimane il dubbio su ciò che mia figlia pensa di ciò che ha letto e di me, visto che con un pennarello marrone – per il resto aveva usato il nero – ha scritto LA MAMMA È…

Ora, al di là del fatto che mi ha fatto ridere vedere il foglio commentato, e mi ha sorpresa scoprire che mia figlia ha letto quel che avevo scritto, ciò che mi ha colpita è stata la sua reazione, il suo bisogno di negare dettagli che non aveva gradito, il protestare o essere sorpresa per elementi di una storia che evidentemente ha interiorizzata, fatta sua, e che perciò nessuno deve permettersi di toccare, nemmeno colei che quella storia ha creato. La forza delle storie, di quelle fatte bene, è questa. Entrano in noi e nutrono il nostro immaginario, e se qualcuno prova a toccarle lo fa a suo rischio e pericolo.

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Novità di febbraio 2018 – terza parte

 

AAVV, Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia, Produzioni Nero, 25,00 €

Le visionarie raccoglie ventinove racconti che tratteggiano i contorni di un mondo di volta in volta futuristico, inquietante, onirico o semplicemente strano. Sono racconti che spaziano dalla fantascienza al fantasy, dall’horror alla weird fiction, scritti da donne che hanno fatto la storia e il presente della narrativa fantastica, e che incrociano gusto per l’invenzione di mondi altri e riflessione femminista. Il risultato è un caleidoscopio di storie immaginarie che, in maniera imprevista e mai ordinaria, legano letteratura di genere e letteratura sul genere.

Tra le visionarie che si alternano in questa antologia, troviamo tanto nomi classici come Ursula K. Le Guin e Angela Carter quanto nuove protagoniste della speculative fiction come Nnedi Okorafor, tanto firme storiche come Octavia E. Butler e Joanna Russ quanto figure inclassificabili come Leonora Carrington, tanto maestre del fantastico come Tanith Lee e Alice Bradley (in arte James Tiptree Jr.) quanto scrittrici ancora poco conosciute in Italia come l’argentina Angelica Gorodischer, la finlandese Leena Krohn e l’indiana Vandana Singh.

A curare l’antologia, la coppia simbolo della rinascita weird anni 2000: Ann e Jeff VanderMeer. La prima, già direttrice della leggendaria rivista Weird Tales; il secondo, autore tra le altre cose della fortunata Trilogia dell’Area X.

L’edizione italiana del libro è stata coordinata da Claudia Durastanti e Veronica Raimo, che per tradurre i diversi racconti hanno chiamato a raccolta un gruppo di autrici, giornaliste e accademiche provenienti sia dal mondo della narrativa di genere che non: Emmanuela Carbé, Marta Maria Casetti, Gaja Cenciarelli, Silvia Costantino, Livia Franchini, Tiziana Mancinelli, Sara Marzullo, Francesca Matteoni, Oriana Palusci, Lorenza Pieri, Chiara Reali, Clara Miranda Scherfing, Nicoletta Vallorani, Cristina Verrienti.

 

 

Nick Lake, Luna 2, Mondadori, 19,00 €

Leo ha quindici anni e non ha mai messo piede sulla terra. Come i suoi migliori amici, i gemelli Orion e Libra, è nato e cresciuto su Luna 2, una stazione spaziale che orbita a una distanza di 250 miglia dalla terra, viaggia a quasi 18.000 miglia orarie ed è in grado di compiere un’intera orbita intorno al nostro pianeta ogni novanta minuti. Questa è la sola e unica casa che i tre amici abbiano mai conosciuto. Ora che stanno per compiere sedici anni, è arrivato il momento di affrontare il loro primo volo verso la terra, un luogo dove non sono mai stati e che conoscono solo indirettamente, attraverso i contatti video con le loro famiglie. Questa missione li metterà alla prova fisicamente e soprattutto emotivamente ma consegnerà loro l’opportunità di una nuova vita. Quello che Leo e gli altri non possono sapere, però, è che il loro “ritorno” scatenerà delle conseguenze terribili.

 

 

Pittacus Lore, Tutti per uno, Tea, 10,00 €

Edizione economica. La sinossi:

La mia vita è stata un lungo, estenuante allenamento. Dovevo prepararmi al giorno in cui io e i miei compagni avremmo combattuto e vinto una guerra segreta contro la terribile minaccia che gravava sul mondo. Ma abbiamo fallito. I nostri nemici hanno invaso la Terra, seminando il panico tra la popolazione inerme. Ci siamo resi conto di non essere abbastanza forti per farcela da soli, così ci siamo alleati con l’esercito americano e abbiamo viaggiato per settimane alla ricerca di ragazzi come il mio amico Sam. Ragazzi dotati di poteri straordinari, da addestrare prima che sia il nemico a trovarli e a usarli contro di noi. Perché la nostra unica speranza è unire le forze. O almeno è ciò di cui sono convinti gli altri. Io, invece, non ne sono più tanto sicuro.
Perché loro hanno ucciso il Numero Uno in Malesia.
Il Numero Due in Inghilterra.
Il Numero Tre in Kenya.
Il Numero Otto in Florida.
Io sono il Numero Quattro e loro mi hanno portato via la casa, la famiglia e la ragazza che amavo. Nessun altro deve morire a causa mia. Non ora che ho scoperto di avere una nuova, potentissima Eredità. Io sono un’arma, forse l’unica in grado di sconfiggerli. E sono pronto a sacrificarmi, pur di vincere la guerra.
La serie delle Lorien Legacies:
Sono il Numero Quattro
Il potere del Numero Sei
La vendetta del Numero Nove
La sfida del Numero Cinque
Il ritorno del Numero Sette
Il destino del Numero Dieci
Tutti per uno

 

 

Richard K. Morgan, Altered Carbon, Tea, 12,00 €

Nuova edizione. Il romanzo era già stato pubblicato con il titolo Bay City. La sinossi:

«Ispirato da tutti i romanzi hard boiled che ho letto, arricchito da tutti i film francesi e giapponesi che ho visto, dalle opere di William Gibson e, ovviamente, dall’influenza di Blade Runner, ecco la mia versione del futuro. Un futuro noir.» Così Richard Morgan presenta il suo stupefacente esordio narrativo. “Altered Carbon” è un romanzo duro, provocatorio, dalla trama intrigante e sorprendente che ci proietta nel buco nero del nostro futuro, tecnologicamente avanzato ma moralmente corrotto, e assai simile al nostro presente, dato che le pulsioni degli esseri umani attraversano, immutate, anche i cambiamenti più radicali. Quale, per esempio, la possibilità di digitalizzare la propria coscienza e trasferirla in un altro corpo, come avviene per Takeshi Kovacs, un ex soldato che si ritrova suo malgrado in un corpo «nuovo» a Bay City – una metropoli in piena decadenza, in mano a politici arroganti e spacciatori di droghe sintetiche – per far luce su un omicidio. Le indagini lo trascinano nei meccanismi perversi di una società che ha snaturato il senso della vita e della morte, una società per cui gli individui sono solo pedine in un gioco condotto da chi si può permettere l’immortalità…

 

 

Lauren Oliver, Delirium. La trilogia, Piemme, 20,00 €

Nel futuro in cui vive Lena, l’amore è una malattia, causa presunta di guerre, follia e ribellione. È per questo che gli scienziati sottopongono tutti coloro che compiono diciotto anni a un’operazione che li priva della possibilità di innamorarsi. Lena non vede l’ora di essere “curata”, smettendo così di temere di ammalarsi e cominciare la vita serena che è stata decisa per lei. Ma mancano novantacinque giorni all’operazione e, mentre viene sottoposta a tutti gli esami necessari, a Lena capita l’impensabile. Si infetta: si innamora di Alex. E questo sentimento è come ritornare a vivere, in una società di automi che non conosce passione, ma nemmeno affetto e comprensione, Lena scoprirà l’importanza di scegliere chi si vuole diventare e con chi si vuole passare il resto della propria vita…

 

 

Sandro Ristori, Il regno del male, Newton Compton, 9,90 €

Quando il sacerdote avvicina la fiamma al braccio di Kausi e Coral, il Segno si accende subito. E la loro vita è condannata: chi porta il Segno non può vivere con gli altri. I due ragazzi devono abbandonare il villaggio, valicare le Grandi Paludi, inoltrarsi in una terra di cui si parla solo nei miti e nelle leggende, e dalla quale nessuno ha mai fatto ritorno. Tutto il Regno è in ginocchio: da ovest una terribile epidemia di peste infuria e decima intere Regioni; il re è troppo debole e pavido per opporsi ai suoi avidi duchi e ai barbari che premono alle frontiere del nord; a sud intere popolazioni sono in marcia per sfuggire alla fame e alla guerra. E quando nella Tredicesima Regione l’erede del duca Courteneray finisce nelle mani di Rakha, ragazza dal fascino misterioso e con una strana luce negli occhi, gli eventi iniziano a vorticare sempre più velocemente, scatenando una tempesta capace di travolgere ogni cosa. Nobili corrotti schiacciano la miseria della plebe, l’ambizione e la sete di potere spingono oscuri personaggi a tramare nell’ombra.

 

 

Aaron Starmer, Spontaneous, Dana, 18,90 €

Spesso l’adolescenza è un’età difficile. Raramente però questo porta gli adolescenti a esplodere: cioè, letteralmente, esplodere. In classe, durante l’ora rio scolastico. Bum. Senza far danni a nessun altro. È quello che succede nella classe di Mara, cui fanno seguito altre esplosioni “spontanee”. Interviene il Governo, interviene l’FBI, intervengono i cialtroni e gli esperti. Bum. Nessuno sembra avere una spiegazione e l’adolescenza, si sa, è un’età esplosiva. Bum.

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Una donna può tutto di Ritanna Armeni

Confesso di non essere stata molto attenta alle lezioni di storia durante i miei anni di Liceo. Non che abbiamo fatto la Seconda guerra mondiale comunque, ci siamo fermati a subito prima dell’aprirsi delle ostilità. Il che significa che per sentire parlare per la prima volta delle ragazze russe che rischiavano la vita pilotando aerei in pericolose missioni ho dovuto leggere Invasione anno zero di Harry Turtledove. La tetralogia, che immagina un’invasione aliena avvenuta nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, si sviluppa attraverso numerosi punti di vista, compreso quello di Ludmila Gorbunova, pilota delle forze aeree russe. Ovviamente ho amato fin da subito il punto di vista di Ludmila. Fantascienza, certo, anche se la base storica di Turtledove è molto solida. La fantascienza è nella Razza e in quel che avviene dopo il suo arrivo sulla Terra, non in quel che c’era fino a quel momento.

Ho ritrovato le donne pilota nel bellissimo racconto di Carrie Vaughn Raisa Stepanova, contenuto nell’antologia La principessa e la regina e altre storie di donne pericolose.

La Vaughn di solito scrive urban fantasy, genere che non amo particolarmente, eppure dopo questo racconto sono curiosa di leggere la sua serie di Kitty Norville, magari prima o poi comprerò il primo romanzo in inglese. La presentazione, curata da George R.R. Martin e Gardner Dozois, dice

Nel racconto movimentato e avvincente che segue, ci porta sulle linee del fronte russo durante i giorni più bui della Seconda guerra mondiale, per raccontarci la storia di una ragazza che pilota aerei in pericolose missioni, ed è decisa a continuare a fare il suo dovere anche a costo di perdere la vita, evenienza molto probabile.

Probabilmente è più a causa di questi due bei personaggi, Ludmila Gorbunova e Raisa Stepanova, che al Nobel per la letteratura vinto nel 2015, che tempo fa ho comprato La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale di Svetlana Alesievic. Non l’ho ancora letto, la mia coda di lettura è infinita, ma la curiosità c’è. Questa la quarta di copertina:

Se la guerra la raccontano le donne; se a farla raccontare è Svetlana Aleksievic; se le sue interlocutrici avevano in gran parte diciotto o diciannove anni quando sono corse al fronte per difendere la patria e gli ideali della loro giovinezza contro uno spietato aggressore, allora nasce un libro come questo.
22 giugno 1941: l’uragano che Hitler ha scatenato verso Est comporta per l’URSS la perdita di milioni di uomini e di vasti territori e il nemico arriva presto alle porte di Mosca. Centinaia di migliaia di donne vanno a integrare i vuoti di effettivi e alla fine saranno un milione: infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea e carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte. Attraverso un lavoro di anni e centinaia di conversazioni e interviste, l’autrice ha ricostruito il volto della guerra al femminile, che ”ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue”.

Adesso Ritanna Armeni ha appena pubblicato Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte. Poteva non incuriosirmi un libro così? Certo, non so quando riuscirò a leggerlo. Nell’attesa ve lo segnalo. La quarta di copertina:

Le chiamavano Streghe della notte. Nel 1941, un gruppo di ragazze sovietiche riesce a conquistare un ruolo di primo piano nella battaglia contro il Terzo Reich. Rifiutando ogni presenza maschile, su fragili ma agili biplani, mostrano l’audacia, il coraggio di una guerra che può avere anche il volto delle donne. La loro battaglia comincia ben prima di alzarsi in volo e continua dopo la vittoria. Prende avvio nei corridoi del Cremlino, prosegue nei duri mesi di addestramento, esplode nei cieli del Caucaso, si conclude con l’ostinata riproposizione di una memoria che la Storia al maschile vorrebbe cancellare. Il loro vero obiettivo è l’emancipazione, la parità a tutti i costi con gli uomini. Il loro nemico, prima ancora dei tedeschi, il pregiudizio, la diffidenza dei loro compagni, l’oblio in cui vorrebbero confinarle. Contro questo oblio scrive Ritanna Armeni, che sfida tutti i «net» della nomenclatura fino a trovare l’ultima strega ancora in vita e ricostruisce insieme a lei la loro incredibile storia. È Irina Rakobolskaja, 96 anni, la vice comandante del 588° reggimento, a raccontarci il discorso, ardito e folle, con cui l’eroina nazionale Marina Raskova convince Stalin in persona a costituire i reggimenti di sole aviatrici. È lei a descriverci il freddo e la paura, il coraggio e perfino l’amore dietro i 23.000 voli e le 1100 notti di combattimento. E a narrare la guerra come solo una donna potrebbe fare: «Ci sono i sentimenti, la sofferenza e il lutto, ma c’è anche la patria, il socialismo, la disciplina e la vittoria. C’è il patriottismo ma anche l’ironia; la rabbia insieme alla saggezza. C’è l’amicizia. E c’è – fortissima – la spinta alla conquista della parità con l’uomo, desiderata talmente tanto – e questa non è retorica – da scegliere di morire pur di ottenerla».

Un estratto: https://flipbook.cantook.net/?d=%2F%2Fedigita.cantook.net%2Fflipbook%2Fpublications%2F151786.js&oid=3&c=&m=&l=it&r=&f=pdf.

 

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Mistborn. Il pozzo dell’ascensione di Brandon Sanderson

Vin ha ucciso il Lord Reggente alla fine di Mistborn. L’Ultimo Impero, ma continua a essere tormentata dalle sue ultime parole: Vi siete condannati da soli…

Nel 2010, quando avevo recensito il romanzo, avevo scritto

Il secondo episodio di una trilogia è per sua stessa natura il più difficile da scrivere, e quello che più difficilmente è in grado di stare in piedi da solo. Non c’è più la scoperta di un nuovo mondo sconosciuto capace di affascinare il lettore per le sue peculiarità, ma non c’è nemmeno la conclusione della vicenda, con il climax finale che porta a risolvere se non tutti almeno gran parte dei problemi affrontati dai protagonisti.

Malgrado questo, Sanderson riesce a scrivere un libro solido e dotato di una trama estremamente articolata. Il pozzo dell’ascensione si basa sì su quanto avvenuto nel precedente Mistborn. L’Ultimo Impero, ma non è un mero prolungarsi di ciò che era già stato narrato. E se nelle vecchie favole la conclusione dopo la vittoria dei buoni è che “vissero insieme felici e contenti” nella vita reale, ma anche nelle migliori storie, i problemi continuano a esistere, e vanno affrontati prima che diventino troppo grandi. Così, sconfiggere il lord Reggente non è stato sufficiente a portare pace e giustizia nelle varie dominazioni ed essere innamorati non basta a risolvere tutti i problemi di una coppia.

Intrighi politici, problemi sentimentali, duelli allomantici spettacolari, spie nascoste e personaggi che non sono ciò che sembrano, misteri che tornano dal passato e un’inquietante pulsazione che solo un personaggio può percepire, pur senza comprenderla, non manca proprio nulla per rendere il volume avvincente e affascinante.

La prima parte ha un ritmo abbastanza lento, ravvivato qua e là da qualche duello ma caratterizzata soprattutto dalla pianificazione. Gli elementi messi in campo da Sanderson sono tanti e per collocare ciascuno di essi al punto giusto sono necessari tempo e pagine, anche perché in ballo c’è ben più di quanto Elend e il suo gruppo sospettino in un primo momento. Su tutto aleggiano le parole del vecchio Rashek, quando al termine del primo romanzo aveva affermato che con la sua uccisione i rivoltosi si erano condannati da soli. Perché nelle nebbie si nasconde una verità ancora sconosciuta ma terrificante, capace di spiegare i molti misteri che attraversano queste pagine grazie al susseguirsi di svolte imprevedibili e di episodi mozzafiato che animano gli ultimi capitoli e proiettano Vin e i suoi amici verso Il Campione delle Ere, per una conclusione della vicenda che si annuncia spettacolare.

Quella era stata una prima lettura, ora sono in rilettura. La difficoltà dei secondi romanzi è evidente e per uno scrittore poco esperto o poco capace il rischio di cadere nella ripetizione o nell’inutilità è molto elevato. Brandon Sanderson si interessa alle conseguenze di quel che hanno fatto i suoi personaggi, e già solo la lotta per il dominio su Luthadel sarebbe interessante, ma mette anche le basi per quel che avverrà nel terzo romanzo. Proseguo facendo non una vera analisi da Il pozzo dell’ascensione ma prendendo una serie di appunti, il che significa che gli spoiler abbondano.

Cominciamo con la consapevolezza che la cenere scende dal cielo. Mi ha sempre colpita quest’immagine, e se la prima frase di L’Ultimo Impero è La cenere cadeva dal cielo nel secondo paragrafo di Il pozzo dell’ascensione troviamo che

Attorno a lui la cenere cadeva dal cielo in fiocchi grassi e indolenti. Non era quella bianca che si vede nelle braci spente; questa era di un nero più profondo, più aspro. I Monti Cenere erano stati particolarmente attivi di recente.

I Monti Cenere sono particolarmente attivi, primo segno che qualcosa sta cambiando. Le nebbie si soffermano sempre più a lungo durante il giorno, e in qualche caso arrivano a uccidere. Vin vede una figura che definisce lo spettro delle nebbie, la stessa figura che vedeva Alendi quando cercava il pozzo dell’ascensione. Sempre Vin percepisce un rumore ritmico, una specie di martellare, e considerando che lei è capace di oltrepassare lo schermo di una cuprinube, cosa ritenuta impossibile dagli altri, viene il sospetto che lei sia capace di fare e percepire cose per gli altri inimmaginabili.

Gli appunti di Sazed vengono misteriosamente strappati, sempre nello stesso punto. E per fortuna che Sanderson ce lo aveva detto fin dall’inizio:

Scrivo queste parole nell’acciaio, poiché nulla che non sia scritto nel metallo può essere affidabile.

Volendo questo solleva dubbi su quanto sia affidabile il romanzo di Sanderson, visto che la mia copia è scritta su carta, ma lasciamo stare. Dubito che Rovina possa arrivare fin qui. E a proposito di Rovina, OreSeur/TenSoon fa un’affermazione molto interessante:

«Noi onoriamo il nostro Contratto, perfino nella religione. Le storie dicono che vi ucciderete tutti a vicenda. Voi siete creature della Rovina, dopotutto, mentre i kandra sono creature della Preservazione. In realtà… si suppone che distruggerete il mondo, credo. Usando i koloss come vostre pedine.»

«Sembri davvero dispiaciuto per loro» fece notare Vin divertita.

«I kandra tendono a pensar bene dei koloss, padrona» rispose OreSeur. «C’è un legame fra noi, come fra cugini: capiamo entrambi cosa significa essere schiavi, siamo entrambi estranei alla cultura dell’Ultimo Impero, siamo entrambi…»

Sorvolando sul duralluminio e sul modo in cui Vin riesce a raggiungere kandra e koloss (cugini? ma davvero?) quel che mi ha colpita è che i kandra sono creature di Preservazione e gli esseri umani di Rovina. Capisco che i kandra possano essere di Preservazione, ma davvero Rovina ha una presa così forte sugli esseri umani?

Allora, solo le parole scritte nel metallo sono affidabili (e visto che io ho provato a usare un bulino so quanto possa essere stancante scrivere nel metallo), quindi non ci si può fidare di quanto scritto da Kwaan, a meno di leggerlo direttamente dalla lastra. Nel primo romanzo era il diario di Alendi, nelle Cronache della Folgoluce le citazioni cambieranno ancora e ancora daranno indizi fondamentali. Darebbero indizi fondamentali, se solo riuscissimo a capirle. Il fatto che siano traduzioni non aiuta, per il Campione delle Ere viene usato un pronome ben preciso, ma per la sua traduzione bisogna passare al genere maschile, femminile o neutro?

Un altro indizio si trova più avanti, in un breve punto di vista di Zane.

Rimase inginocchiato lì per un lungo istante. Poi sollevò una mano al petto, tastando lo spazio appena sopra la cassa toracica. Dove batteva il suo cuore.

Lì c’era un grosso rigonfiamento. C’era sempre stato. Non ci pensava spesso: la sua mente pareva divagare quando lo faceva. Però era il vero motivo per cui non indossava mai mantelli.

Non gli piaceva il modo in cui sfregavano contro la piccola estremità dello spuntone che sbucava dalla sua schiena proprio fra le scapole. L’altro capo stava contro il suo sterno e non si poteva vedere sotto i vestiti.

«È ora di andare» disse Dio.

Uno spuntone che lo attraversa, proprio come avviene con gli Inquisitori d’acciaio. Per la verità loro ne hanno parecchi, superano la decina, ma anche uno solo svolge la sua parte. Rashek era un Mistborn e un feruchemista. Zane è un Mistborn ma potrebbe usare pure l’Emalurgia, se solo sapesse come fare. E sente la voce di Dio. O forse dovrei chiamarlo Rovina? Mi ero dimenticata completamente di questa breve scena, Sanderson mostra rapidamente lo spuntone e poi passa ad altro e ci lascia talmente tanto con il fiato sospeso che finiamo con il trascurare dettagli che non sono di immediata utilità. Ma di spuntoni di vario tipo si era già parlato.

Il metallo all’interno dello stomaco di una persona non poteva essere influenzato da un altro allomante; in effetti, il metallo che perforava un corpo, come gli spuntoni degli Inquisitori o lo stesso orecchino di Vin, non poteva essere Spinto o Tirato da qualcun altro.

Vin ha appena scoperto di poter far portare i metalli di scorta dal suo kandra, ma nel farlo ha assimilato gli spuntoni degli Inquisitori al suo orecchino. Neppure questo è bastato a farmi fare il collegamento, anche se il ricordo di come lei abbia avuto l’orecchino è ben chiaro e piuttosto sanguinario:

In effetti suo padre era stato nobile, anche se sua madre era stata skaa. Vin sollevò una mano, tastando il semplice orecchino di bronzo che era l’unico ricordo di sua madre.

Non era molto. Ma, d’altro canto, non era certa di voler ripensare a sua madre spesso. Quella donna, dopotutto, aveva cercato di ucciderla. E in effetti aveva ammazzato la sorella di Vin. Era stato solo grazie a Reen, il suo fratellastro, che si era salvata. Aveva strappato Vin, coperta di sangue, dalle braccia della donna che, solo qualche istante prima, le aveva infilato l’orecchino nel lobo.

E tuttavia Vin lo teneva. Come una sorta di ricordo.

Molto più avanti Vin racconta l’episodio a Elend:

«Ti ho mai detto come l’ho avuto?» chiese. Lui scosse il capo. «Me lo diede mia madre» continuò. «Io non me lo ricordo: me lo disse Reen. Mia madre… lei udiva delle voci, a volte. Uccise la mia sorellina piccola… la massacrò. E quello stesso giorno mi diede questo, uno dei suoi stessi orecchini. Come se… come se avesse scelto me e non mia sorella. Una punizione per una, un perverso regalo per l’altra.»

Vin scosse il capo. «La mia intera vita è stata segnata dalla morte, Elend. La morte di mia sorella, la morte di Reen. Membri della banda morti attorno a me, Kelsier caduto davanti al lord Reggente, poi la mia stessa lancia nel petto del lord Reggente. Ho cercato di proteggere vite e dire a me stessa che stavo sfuggendo a tutto quanto. E poi… la scorsa notte ho fatto questo.»

Un primo ricordo di quest’episodio c’era già stato in Mistborn. L’Ultimo Impero:

«Io non me lo ricordo,» continuò «ma Reen disse di essere tornato a casa un giorno e aver trovato mia madre coperta di sangue. Aveva ucciso la mia sorellina piccola. In una gran confusione. Però non aveva toccato me… tranne per darmi un orecchino. Reen disse che mi stava tenendo in grembo, farfugliando e definendomi una regina, col cadavere di mia sorella ai nostri piedi. Mi strappò da mia madre e lei fuggì.»

Gli aspetti importanti sono che la madre di Vin sente delle voci e per questo uccide la sorella di Vin e piazza uno spuntone nel corpo della sopravvissuta. Ricordiamo quel che ha detto Marsh su come si creano gli Inquisitori? Non ha detto molto, vero, ma la presenza di una morte è fondamentale. Un altro dettaglio è fondamentale:

la carne la proteggeva dall’influenza degli allomanti. Proprio come gli spuntoni che attraversavano il corpo di un Inquisitore, proprio come il suo stesso orecchino. Il metallo all’interno del corpo di una persona – o che lo attraversava – non poteva essere Tirato o Spinto tranne dalle forze allomantiche più estreme.

Ma lei c’era riuscita una volta. Nello scontro con il lord Reggente. Non era stato il suo stesso potere o il duralluminio che le aveva permesso di farlo. Era stato qualcos’altro. Le nebbie.

Vin ha usato le nebbie, che quindi sono sue alleate, ma lo ha fatto in uno dei pochi momenti in cui il suo corpo non era attraversato dal metallo. Rashek le aveva tolto l’orecchino, dettaglio che noi avevamo ritenuto importante solo a livello emotivo. Sanderson ci cattura con una storia affascinante e intanto nasconde in piena vista dettagli fondamentali. Adoro i suoi romanzi.

Vin combatte, credo abbia qualche problema con il significato della parola arrendersi, e per la seconda volta sconfigge un Mistborn più esperto di lei che sta bruciando atium. Incidentalmente controlla anche un kandra, cosa che servirà con i koloss, ma un altro dettaglio fondamentale c’è nella morte di Zane:

«Sai perché pensavo che mi avresti salvato?» tentò di sussurrarle, anche se in qualche maniera sapeva che le sue labbra non stavano formando a dovere le parole. «La voce. Tu eri la prima persona che incontravo che non mi aveva detto di uccidere. L’unica persona.»

«Certo che non ti ho detto di uccidere lei» disse Dio.

Zane sentì la propria vita gocciolare via.

«Sai qual è la cosa davvero divertente, Zane?» chiese Dio. «La parte più spassosa di tutto quanto? Tu non sei pazzo. Non lo sei mai stato.»

Con Dio che è in realtà Rovina vediamo come tutto stia crollando a pezzi e come Rovina abbia manipolato in modo da crearsi un potentissimo strumento. E a proposito di Rovina che manipola, gli Inquisitori sono attraversati da un pezzo di metallo (più di uno, meglio non pensarci troppo) e distruggono Terris, probabilmente perché Rovina sa più di chiunque altro sul Campione delle Ere. Se Sazed sopravvive al suo incontro con Marsh probabilmente è perché interviene Ham, perché Marsh fa del suo meglio per combattere Rovina e perché Rovina stesso è troppo concentrato su Vin.

Il resto, la battaglia in Luthadel, la scena nel pozzo dell’ascensione, l’ultima lettura di Sazed, sono preoccupanti e affascinanti, ho letteralmente divorato l’ultima parte della storia, ma visto che non mi servono appunti da quel che vi avviene vi lascio con il semplice invito a leggerla.

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Lita Judge: Mary e il Mostro

A prima vista Mary e il Mostro è un libro che può lasciare perplessi. Cos’è? È scritto in versi – versi liberi ma pur sempre versi – ma le immagini sono talmente importanti che non lo si può ritenere solo un libro di poesia. Non è un fumetto, non nel senso tradizionale. Non ci sono dialoghi, il testo è scritto in prima persona e prende la forma di un lungo ricordo, come se Mary Shelley avesse raccontato la sua vita. L’editore, Il castoro, tradizionalmente pubblica libri per bambini, anche se ultimamente ha pubblicato qualcosa indirizzato agli adolescenti. In effetti l’autrice, Lita Judge, in inglese ha pubblicato un buon numero di libri per bambini. Quando il libro è arrivato in negozio lo abbiamo guardato con una certa perplessità, ma magari delle difficoltà di catalogazione parlerò un altro giorno.

Il titolo originale è Mary’s Monster: Love, Madness, and How Mary Shelley Created Frankenstein, cosa diversa dall’italiano Mary e il Mostro. Amore e ribellione. Come Mary Shelley creò Frankenstein. Il Mostro di Mary, non Mary e il Mostro, e Madness è traducibile con follia, non con ribellione. Certo, l’editore deve vendere il libro, e se a suo giudizio un titolo lievemente diverso può attrarre più lettori ha ragione a cambiarlo, io però non posso fare a meno di sentirmi un po’ tradita da un cambiamento di cui non sentivo la necessità, e a non interrogarmi sulla possibilità che sia stato cambiato qualcos’altro.

Questa la presentazione dell’editore:

In occasione dei 200 anni dalla pubblicazione di Frankenstein, il racconto illustrato e in versi liberi dell’incredibile vita della sua autrice, un potente e affascinante ritratto tra parole e immagini.

Frankenstein è una delle più grandi narrazioni di tutti i tempi. Ma la storia di Mary Shelley, che ha creato quella narrazione, non è meno drammatica e avvincente. In questa biografia illustrata, oscura e appassionante, scoprirete la vita straordinaria e il genio letterario dell’autrice che ha combattuto contro tutto ciò che la società si aspettava dalle donne, e ha dato vita al mostro.

Questa è la storia di come un’adolescente incinta e fuggita da casa sia diventata una delle più famose scrittrici di tutti i tempi. Mary Shelley aveva solo sedici anni quando ha lasciato la sua famiglia per seguire il proprio cuore e l’uomo che amava. Credeva nel “libero amore” e nel diritto di ogni donna di vivere la vita che desidera. Ma era una mossa azzardata per una donna del suo tempo. Osteggiata dalla società e rinnegata dalla sua stessa famiglia, ha dovuto affrontare da sola la perdita della sua bambina, morta a pochi giorni dalla nascita. Ma Mary non si è arresa.

Ha riversato tutto il suo dolore, la sua angoscia e la sua passione nella creazione del suo capolavoro, Frankenstein, un romanzo di una forza straordinaria, letto e amato ancora oggi, a due secoli di distanza. Con la narrazione in versi liberi e le oltre trecento pagine di splendide illustrazioni ad acquerello, Mary e il mostro è un incredibile tributo a una donna forte e appassionata e all’incancellabile segno che ha lasciato nel mondo.

Gli acquerelli non sono semplicemente accostati alla storia, ne fanno parte completando con le immagini quello che le parole non dicono e donando la perfetta atmosfera. Io avevo letto Frankenstein un bel po’ di anni fa, mi era piaciuto, ma sulla vita della sua autrice sapevo ben poco al di là della famosa serata (era una notte buia e tempestosa…) a cui oltre a lei hanno partecipato suo marito, il poeta Percy Bysshe Shelley (all’epoca erano già sposati o si sono sposati dopo? Judge giudica questo episodio poco significativo e quindi non lo cita), Lord Byron e John William Polidori. Non sapevo nulla di sua madre, Mary Wollstonecraft, anche se mi sono subito affrettata a comprare il suo Sui diritti delle donne

È giunta l’ora di dare inizio a una rivoluzione nei costumi delle donne, è giunta l’ora di recuperare la dignità perduta, e far sì che esse, in quanto parte della specie umana, si adoperino per riformare se stesse e per riformare il mondo.

Così, giusto per citare una sua frase datata 1790. 1790, e siamo ancora a parlare di diritti e dignità delle donne.

Mary è cresciuta in un ambiente aperto, si è formata un carattere forte, e ha visto pian piano chiudersi gli spazi intorno a sé, fino a quando non si è ribellata e ha fatto qualcosa che per l’epoca era scandaloso: è andata a vivere con un uomo sposato. La sua vita, fra periodi di povertà, difficoltà d’inserimento in una società in cui non si riconosceva e che non la accettava, un compagno/marito di cui era innamorata ma che, troppo preso dai suoi problemi e dai suoi umori altalenanti, spesso aveva comportamenti non proprio simpatici e lutti vari, non è stata facile. Probabilmente proprio tutte queste difficoltà hanno dato al mostro dentro di lei la forza di crescere, un mostro, ricordiamo, che è brutto nell’aspetto ma che all’inizio cerca solo accoglienza e amore. È il rifiuto a dare il via alla tragedia, un rifiuto, un senso di esclusione, che Mary doveva conoscere bene. La narrazione in prima persona dona al racconto una freschezza notevole, l’immedesimazione è immediata. La tristezza, le sofferenze, ma anche la caparbia volontà di andare avanti, caratterizzano una giovane donna dalla vita complicata ma capace di influenzare la letteratura – attraverso la sua opera ma anche attraverso il lavoro di valorizzazione dell’opera del marito – molto più di quanto chiunque potesse prevedere.

Il libro di Lita Judge sarà anche difficile da catalogare, ma la lettura è affascinante. Alcune tavole sono visibili sul sito dell’editore americano: https://us.macmillan.com/marysmonster/litajudge/9781250304490/.

La presentazione di Il libraiohttps://www.illibraio.it/mary-shelley-frankenstein-726370/.

Le ragazze dovevano essere gentili
e obbedire alle regole.
Le ragazze dovevano essere silenziose
e ingoiare punizioni e dolore.
La bandirono dalla società
perché amava un uomo sposato.
Gli amici la oltraggiarono.
Il padre la cacciò di casa.
Ma lei non si nascose.
Non si lasciò zittire.
Lottò contro la crudeltà della natura umana.
Scrivendo.

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C.S. Lewis fra Il nipote del mago e Il leone, la strega e l’armadio

Alla fine mi sono decisa: ho iniziato Le cronache dei Narnia di C.S. Lewis. Affermazione non sorprendente, visto che qualche giorno fa ho postato l’incipit di Il nipote del mago e ho parlato di atteggiamento condiscendente dello scrittore, elemento che non avrei potuto conoscere se non avessi iniziato la lettura. Non sono ancora arrivata a metà di Il leone, la strega e l’armadio e già mi trovo a fare qualche considerazione, anche se più che un discorso coerente questa è una serie di appunti che prendo per me.

Condiscendenza. Anche J.R.R. Tolkien in Lo Hobbit si trova a parlare direttamente ai lettori, a notare il fatto che Bilbo non ha preso con sé neppure un fazzoletto e cose del genere, ma Tolkien lo fa in modo meno smaccato, non ostentando la stessa aria di didattica superiorità, e quindi mi ha infastidita meno. In seguito lo stesso Tolkien ha criticato il suo modo di scrivere, affermando che se avesse scritto Lo Hobbit in seguito non si sarebbe rivolto ai lettori a quel modo. Problema: non ricordo dove ho letto quest’affermazione. In Lo Hobbit annotato? Nelle lettere di La realtà in trasparenza? Come citazione in una delle biografie di Tolkien che ho letto? Come citazione in uno dei saggi su Tolkien? Per ora lascio stare, anche se mi sa che prima o poi dovrò rivedere tutto quanto riguarda Tolkien, una lettura più impegnativa di quella che qualche tempo fa ho dedicato a Robert Jordan. Mi sa che le mie giornate avrebbero bisogno di qualche ora in più.

Questa condiscendenza era comunque una caratteristica della letteratura per ragazzi di un certo periodo, il saggio di Michael Levy e Farah Mendlesohn Children’s Fantasy Literature: An Introduction mi sta dando una bella panoramica dello sviluppo di questa narrativa. La cosa assurda è che lo sto ancora leggendo e già voglio rileggerlo. Il problema è che certi libri si iniziano a leggere per farsi un’idea generale, e poi ci si rende conto della loro ricchezza e li si vuole studiare sul serio. Tutto il contrario di quella cosa tremenda firmata da Alessandro Dal Lago che risponde al titolo di Eroi e mostri. Il fantasy come macchina mitologica. Quello mi fa venire voglia di rileggerlo ma per scrivere un articolo che lo demolisca… Per il momento mi limito a inserire il link a una recensione in cui mi sono imbattuta per caso: http://speloncalibro.blogspot.it/2017/07/alessandro-dal-lago-eroi-e-mostri-il.html.

Ok, il tono didattico, il senso di superiorità dello scrivente nei confronti del lettore mi infastidisce, ma per ora i libri non sono male. Nonostante l’insistenza sul chiamare i personaggi “figlio di Adamo” o “figlia di Eva”. Evitare riferimenti biblici no? Va bene, sapevo anche questo (la presenza di riferimenti biblici, non l’uso fino alla nausea di quest’espressione), quindi non posso esserne sorpresa e in qualche modo devo vedere di conviverci.

Quel che mi interessa di più è la presenza di elementi che nel fantasy si ritrovano in abbondanza. In Il nipote del mago i protagonisti viaggiano grazie ad anelli magici, e se nel fantasy il riferimento immediato è all’Unico anello di Tolkien non possiamo dimenticare L’anello del Nibelungo di Richard Wagner. I gioielli magici, anelli in particolare, sarebbero da indagare meglio. Abbiamo un mondo distrutto da una guerra fratricida, una regina che cerca il dominio assoluto a discapito di tutto ciò che la circonda, e una serie di mondi paralleli che nella narrativa fantastica sono piuttosto frequenti, altro elemento che sarebbe da indagare meglio. Aslan crea Narnia cantando, così come gli Ainur hanno creato Arda con il canto. Spesso il canto è magia. A volte basta la parola, una parola estremamente potente, e infatti la regina ha distrutto Charn usando la parola deplorevole, e anche qui ci sarebbe da discutere a lungo. Mi sono resa conto, leggendo Narnia, di essere più interessata agli elementi che la compongono che alla storia vera e propria. Forse è legato al fatto che almeno per quanto riguarda Il leone, la strega e l’armadio conosco la trama pur senza avere letto il libro. In assenza della suspance, almeno per me, mi soffermo su quel che Lewis ha in comune con gli altri autori, coloro che lo hanno preceduto e coloro che lo hanno seguito. Si può leggere un romanzo, o anche una serie di romanzi, come materia di studio? Se li si studia sì, se li si legge per la prima volta la cosa è un po’ strana. Fra gli altri elementi ci sono un legame fra la salute della terra e quella del suo sovrano e la presenza di animali parlanti e di frutti capaci di guarire, ma questo è solo un rapido inciso su cui non mi soffermo ulteriormente.

Il leone, la strega e l’armadio si apre con la dedica a Lucy Barfield:

Cara Lucy, ho scritto questo racconto per te, ma quando l’ho cominciato non mi sono reso conto che le ragazze crescono più in fretta dei libri. Come risultato, ormai sei troppo grande per le fiabe e quando questa verrà stampata e rilegata lo sarai ancora di più. Un giorno, però, diventerai abbastanza grande da leggere le fiabe di nuovo: allora recupererai la mia da uno degli scaffali più alti, toglierai la polvere e mi dirai cosa ne pensi.

Io sono abbastanza grande da leggere le fiabe di nuovo, e quindi lo faccio senza problemi e cerco pure di coinvolgere altre persone in questa mia abitudine. La dedica comunque su di me ha avuto un effetto particolare, perché quella frase io l’avevo già letta. Paolo Gulisano ha collaborato a Il Fantastico nella Letteratura per ragazzi con un saggio su Le cronache di Narnia dal titolo Un giorno sarai abbastanza vecchio per ricominciare a leggere le fiabe. Mi sa che è ora che io rilegga quel saggio, alla prima lettura conoscevo, fra le saghe analizzate, quelle di J.K. Rowling, Silvana De Mari, Rick Riordan (ovvio, me ne sono occupata io, ma in questi anni ho letto diversi altri libri di Riordan) e Jonathan Stroud, e avevo una qualche conoscenza (avevo letto un solo libro) di quelle di Licia Troisi e Stephenie Meyer, ora ho aggiunto un libro di Cassandra Clare e sto leggendo l’intero C.S. Lewis. Penso invece che continuerò a ignorare Suzannne Collins e Veronica Roth, malgrado il bellissimo Il racconto dell’ancella di Margater Atwood letto qualche mese fa continuo a non amare i distopici.

Nel secondo romanzo Lucy entra nell’armadio – è un portal fantasy direbbe Farah Mendlesohn e sì, sto leggendo anche il suo Rethorics of Fantasy – vi trascorre un certo periodo di tempo, torna indietro e scopre che per gli altri sono trascorsi solo pochi secondi. Lo sfasamento fra il nostro tempo e il tempo del mondo parallelo, o del mondo delle fate, è un’altra caratteristica comune che troviamo già nel folklore. Forse io l’ho incontrato la prima volta in Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley. Quella che Lucy trova è una terra afflitta dall’inverno perenne, sempre inverno e mai Natale, adoro questa frase anche se il guazzabuglio di miti e Leggende inseriti da Lewis nella saga è un po’ pesante. Voglio dire… Babbo Natale? Comunque c’è un inverno perenne.

Il primo richiamo che viene in mente agli appassionati di fantasy probabilmente è l’inverno sta arrivando degli Stark, Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin (o il suo tradimento televisivo in Il trono di spade) sono troppo famosi per non essere ricordati da un bel po’ di persone. Anche all’inizio di L’Occhio del Mondo di Robert Jordan c’è qualcosa di simile a un inverno perenne, con la primavera che tarda ad arrivare per colpa del tocco del Tenebroso sul mondo. Quello che per me è più importante è l’inverno che affligge Fionavar in La via del fuoco, secondo romanzo della Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay. Kay, cresciuto nelle praterie del Saskatchewan, ha scherzosamente affermato che quella descrizione di una terra congelata su cui la vita è durissima è il primo brano autobiografico che lui abbia mai scritto. Brrr! A proposito di Kay, c’è anche il lupo Maugrim (chiamato Fenris Ulf in alcune vecchie edizioni americane, e noi sappiamo quanto sia pericoloso Fenrir) al servizio della Strega Bianca di Narnia, e se colui che comanda i lupi a Fionavar è l’andain Galadan, il Signore Oscuro, colui che vuole dominare su Fionavar e su tutti i mondi, si chiama Rakoth Maugrim il Distruttore.

Forse leggendo avevo notato altri dettagli interessanti, e magari mi torneranno in mente dopo che avrò pubblicato questo testo, al momento mi limito a riprendere un passaggio dal capitolo 8 di Il leone, la strega e l’armadio: Cosa accadde dopo pranzo (pag. 154, collana I Draghi). I fratelli Pevensie stanno parlando con il signore e la signora Castoro a proposito della bontà delle varie creature.

«Sul conto dei figli di Adamo ed Eva, be’, sia detto senza offesa dei presenti, ci sono opinioni contrastanti. Comunque, le più diaboliche sono le creature che sembrano uomini o donne ma non lo sono affatto.»

«Io però ho conosciuto dei nani buoni» obiettò la signora Castoro.

«Anch’io, ora che mi ci fai pensare» ammise il marito. «Ma pochi, anche di quelli. E poi si vede subito che sono nani e non uomini. In linea generale, date retta a me, i peggiori sono quelli che dovrebbero essere uomini e non lo sono più, ma lo sembrano soltanto. Forse una volta erano uomini davvero e forse lo diventeranno di nuovo. Ma intanto, tenete gli occhi bene aperti e quando ne incontrate uno preparatevi a combattere.»

I peggiori sono quelli che dovrebbero essere uomini e non lo sono più, ma lo sembrano soltanto, il fantasy presenta mostri di ogni tipo ma il vero mostro si annida nell’animo umano. Sembra una persona, ne ha l’aspetto, ma il suo spirito è quello di un orco. Noi parliamo di psicopatici, di criminali, di mostri, di orchi, quando leggiamo di determinati fatti di cronaca, il fantasy, che va dritto al punto delle cose, spesso ce li mostra in aspetto di orchi, ma è anche capace di ricordarci che gli orchi possono celarsi sotto un aspetto umano. E, in un discorso che è inserito in un preparativo di fuga e che potrebbe essere sottovalutato da un lettore distratto, Lewis riesce a dirci pure che quando si incontra qualcuno che vuole fare del male e non ci si può ragionare si combatte, ma anche che non si può escludere che una persona che abbia scelto il male possa tornare al bene. Dobbiamo sempre prestare attenzione a come giudichiamo chi ci è vicino, accettando la possibilità di un cambiamento positivo in chi ha fatto errori, ma anche preparandoci a combattere per difendere ciò in cui crediamo nel caso in cui queste persone dimostrino di essere persone solo nell’aspetto e non nell’animo.

Ora però è meglio che vada, ho un appuntamento con Aslan.

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Una serie di libri…

– Buongiorno, cerco una serie di libri per ragazzi in inglese che avevo visto qui qualche tempo fa… (e si dirige in una zona dove non ci sono mai stati libri in inglese, dimostrando da subito di non avere le idee molto chiare). È quella serie che ha il numero 1, il numero 2… le viene in mente qualcosa?

Sì, per la verità mi erano venuti in mente un bel po’ di epiteti, ma non erano riferibili ad alta voce.

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