Margaret Atwood: Il racconto dell’ancella

Per anni mi sono chiesta se leggere Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood. Ne ho sempre sentito parlare di un capolavoro, ma dalla trama si capisce che è un romanzo distopico, genere con cui non vado particolarmente d’accordo. Giusto per intenderci non amo neppure Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, e se 1984 di George Orwell mi è piaciuto di più è comunque un libro che non ho intenzione di rileggere. Se non ci fossero stati i topi magari, ma così… e sto parlando di due capolavori.

Alla fine il libro è finito fra le mie mani in modo abbastanza casuale, un omaggio in mezzo ad altri fatto al mio capo, il quale a sua volta ha regalato quei libri a me e ai miei colleghi. Io sono stata la terz’ultima a ricevere il dono per il semplice fatto che non ero in turno il giorno in cui quei libri sono stati messi a nostra disposizione, e quindi con gli altri libri già andati mi è toccata la scelta fra Il racconto dell’ancella, un thriller e un romanzo d’amore

Segno del destino? Avrei potuto comunque non leggerlo, quanti libri ho in casa da anni senza averli ancora iniziati? Anche fantasy, e prima o poi mi dico che li leggerò. Forse. È possibile, in fondo ho letto Il conte di Montecristo dopo avergli ronzato intorno per almeno una decina d’anni.

Non sono stata io a scegliere di leggere Il racconto dell’ancella, è stato lui a decidere che fosse giunto il momento giusto.

Il libro narra, in prima persona, la storia di Difred. Non sapremo mai il suo vero nome perché lei non ce lo dice. In un futuro non tanto lontano anche se non ben precisato (per fortuna non ci sono date, la Atwood ha pubblicato il libro nel 1985 ed è ancora incredibilmente attuale) la società è stata trasformata in modo drastico, con la militarizzazione e la forte riduzione delle libertà personali. Quando questo è avvenuto Difred era già adulta, perciò sa perfettamente com’era la società prima, la nostra società, e sa che per vivere deve adattarsi alla nuova, in cui lei è stata trasformata in un’ancella. Le ancelle sono donne fertili accuratamente addestrate e messe al servizio – servizio sessuale, e i dettagli sono da brividi per la loro freddezza – degli uomini potenti. A queste donne è stato tolto tutto, persino il nome, e vengono chiamate con il nome di colui che le possiede. Difred è, almeno per il momento, una proprietà di un Comandante di nome Fred e quindi è sua. È di Fred, da cui Difred.

Difred non ha più nulla. Solo i suoi ricordi, con cui pian piano ci svela quel che è accaduto, e il suo cervello, con cui osserva quello che la circonda e cerca di ricavarsi una vita, per quanto in quelle circostanze sembri impossibile.

La Atwood scrive benissimo, e non sono certo io a scoprirlo. I riconoscimenti che ha ricevuto, Booker Prize, Order of Canada e altri meno noti in Italia, parlano da soli. Quello che ho scoperto è stata la delicatezza con cui ha trattato situazioni angoscianti. Sì, la sua capacità di scrittura era nota, ma in casi come questo c’è un’enorme differenza fra sentirlo dire e constatarlo di persona. Il ritmo è lento, Difred ci conduce pan piano a vedere il cambiamento, a capire cosa ha comportato per lei e per tutte le altre donne, non solo quelle che si trovano nella sua situazione, a inorridire per la trasformazione della società, a sperare e temere per i possibili sviluppi della situazione. Non ci sono azioni eclatanti, ritmi concitati, combattimenti all’ultimo respiro. La situazione è cambiata, e questo è un fatto. Si può accettarla, cercando di stare meno peggio possibile, o sperare in un cambiamento, sapendo che qualsiasi errore, anche apparentemente insignificante, potrebbe rivelarsi fatale.

Il racconto dell’ancella è una storia forte e disturbante perché ci mostra con quanta facilità sia possibile precipitare nell’abisso e ci ricorda che l’abisso più profondo è quello mascherato dai buoni propositi. Un capolavoro.

Pubblicato in impressioni di lettura | Contrassegnato | 8 commenti

Kameron Hurley: The Geek Feminist Revolution

Quand’è stata la prima volta che ho sentito parlare di Kameron Hurley? Forse dopo il sesto episodio della quinta stagione di Game of Thrones, Unbowed, Unbent, Unbroken, dopo la scena dello stupro. Per le poche persone che non sanno a cosa mi riferisco non faccio i nomi, il punto è che David Benioff e D.B. Weiss hanno cambiato l’identità della ragazza stuprata e hanno mostrato la sofferenza che lo stupro ha provocato non nella vittima ma in una terza persona, uno spettatore. Stupro, stupratore e spettatore sono gli stessi, la vittima è un’altra persona e le circostanze sono le stesse di quanto narrato da George R.R. Martin in A Dance with Dragons negli elementi più superficiali e diverse in tanti elementi fondamentali. Avevo iniziato un articolo a suo tempo per spiegare perché Benioff e Weiss avevano trattato tutto l’episodio con troppa leggerezza, ma rientra nel novero dei miei articoli incompiuti. Anche se questo è uno di quelli che mi preme di più terminare.

L’episodio ha giustamente suscitato molte polemiche e mi sa che pure la Hurley è intervenuta sulla questione. Non ce la vedo, avendo letto il suo The Geek Feminist Revolution, stare zitta, anche se almeno in questo libro non ne parla. Però quando leggo una frase come

I’m looking at you, Riddick, with the director who argued that constant rape attempts, threats, and two-second “side boob with nipple” shots were actually a vitally important part of his artistic vision instead of just lazy storytelling

so con certezza che per lei lo stupro può entrare in una trama solo se è davvero fondamentale per quella trama, non certo come sistema facile per coinvolgere emotivamente lo spettatore.

La Hurley scrive romanzi di fantasy e fantascienza, e da quel che ho letto delle sue descrizioni si tratta di roba che non fa per me, io e il grimdark non andiamo propriamente d’accordo, ma scrive anche articoli sul suo blog e su testate tipo Locus Magazine. Un suo articolo, compreso in The Geek Feminist Revolution, We Have Always Fought, nel 2014 ha vinto il premio Hugo nella categoria Best Related Work battendo, fra gli altri, Writing Excuses di Brandon Sanderson e Wonderbook: The Illustrated Guide to Creating Immaginative Fiction di Jeff VanderMeer. The Geek Feminist Revolution ha vinto il Locus di quest’anno nella categoria nonfiction ed è in finale allo Hugo, ed è stato elogiato da Martin sul suo blog: http://grrm.livejournal.com/521961.html.

Hurley won two rockets just a couple of years ago, one for Fan Writer and one for her essay “We Have Always Fought,” which won for… hey… Best Related Work. That essay is included here, but the book is not all reprint, there’s enough original material to make it eligible, if I am reading the rules right. Hurley is a provocative, opinionated, fearless writer, one who says what she thinks and lays it all out there on the page. You may not always agree with all of her opinions (I certainly don’t), but she will always make you think. Whether her book leaves you nodding in agreement or muttering in annoyance, it will not leave you unmoved. By rights, this one’s got to be a contender.

In finale ci sono pure un libro di Robert Silverberg, anch’esso elogiato da Martin, uno di Neil Gaiman, uno di Ursula K. Le Guin, una serie di testi sulle figure femminili nella saga di Harry Potter pubblicati da Sarah Gailey sul blog di Tor (http://www.tor.com/tag/women-of-harry-potter/, qualcuno l’ho letto anch’io e l’ho trovato molto interessante) e un libro della compianta Carrie Fisher che con la memoria è tornata ai tempi del primo Star Wars, perciò non è detto che la Hurley vinca e tutto sommato non è neppure importante. Quello che conta di più è essere in quel ristretto gruppo, sapere che un buon numero di persone hanno apprezzato quel che ha scritto.

Il libro è in parte ripetitivo, inutile negarlo. The Geek Feminist Revolution è nato come raccolta di una serie di articoli scritti per vari blog, a cui la Hurley ha poi aggiunto diversi testi inediti, perciò è normale che, nonostante un lavoro di revisione, ci siano temi e situazioni, che vengono ripresi da un articolo all’altro.

Pazienza.

Pazienza perché anche se a volte può capitare di pensare “ma questa cosa l’ha già scritta”, la Hurley sa scrivere. Sa esporre le sue motivazioni, sa ragionare, e mette passione in ciò che scrive. Le sue parole raggiungono il bersaglio. E quello che lei ha da dire è degno di essere ascoltato, è anzi doveroso rifletterci sopra, perché se già sono importanti i racconti che spiegano come lei non si sia mai arresa, come si possano ottenere dei risultati se non ci si arrende, sono fondamentali i discorsi contro la discriminazione. In quanto donna lei si concentra maggiormente sulla discriminazione sessuale, che conosce in prima persona, ma non dimentica i pregiudizi legati all’aspetto (avete provato a fare una ricerca per immagini e a guardarla? Ok, lei è anche diabetica, ma questo non si vede. Quel che si vede è un ben preciso elemento del suo fisico), all’orientamento sessuale o al puro e semplice razzismo.

Parlando dell’eroe la Hurley ha scritto

when we learned what words meant, we had certain types of images placed in front of us. We learned to associate those images with the word.

Quale immagine dell’eroe è apparsa nella vostra mente? Quasi certamente si tratta di una figura virile. Rand al’Thor piuttosto che Egwene al’Vere (lo so che lui è il Drago, ma è più facile che un lettore di Robert Jordan pensi a Rand, o a Mat, o a Perrin, piuttosto che a Egwene, o a Nynaeve, o a Elayne). Paul Schafer piuttosto che Kimberly Ford nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay. Jon Snow piuttosto che Daenerys Targaryen, e in Martin almeno per il momento l’importanza dei due personaggi è davvero la stessa. Però l’eroe nella nostra mente è maschio, atletico, bianco, eterosessuale e via dicendo, almeno fino a quando non ci viene chiaramente specificato dall’autore che ha caratteristiche differenti. E perché è un eroe?

Male heroes are heroic because of what’s been done to women in their lives, often—the dead child, the dead wife. Women heroes are also heroic for what’s been done to women… to them.

We build our heroes, too often, on terrible things done to women, instead of creating, simply, heroes who do things, who persevere in the face of overwhelming odds because it’s the right thing to do.

Il discorso è un po’ più approfondito di quanto possono far intuire queste sole frasi, e vale la pena di leggerlo. Ma perché la Hurley se la prende tanto a cuore per come sono scritte le narrazioni, siano essi romanzi o film?

Stories are powerfully important to people who are seeking to make sense of their own lives. Stories of what is possible open doors. Folks who snub their noses at the power of story must ask themselves why control over ideas—over books and media and information—is so coveted by governments. Why do totalitarian regimes destroy books? Why are people with radical ideas about how to organize other people put into prison?

The idea is the thing. The knowledge that things can be different.

e, in un altro testo,

Stories teach us empathy, and limiting the expression of humanity in our heroes entirely based on sex or gender does us all a disservice.

Molto più avanti nel libro la Hurley ha scritto una frase che mi ha spinta a fermarmi a riflettere.

It would be four or five years more [quindi quando la Hurley doveva avere otto o nove anni] before I realized that in our society, skin color was not seen in the same way hair color was, even if, in my kid’s view of the world, it made exactly the same amount of difference as blue eyes or brown, red hair or black.

Noi non giudichiamo una persona per il colore dei suoi capelli ma per come si comporta. È ovvio, no?

Io non credo di essere razzista, ma se lo fossi me ne renderei conto? Chi fa gesti plateali sa quello che fa, ma con le piccole cose come ci regoliamo? Brandon Sanderson in Le cronache della folgoluce pone occhichiari e occhiscuri in due classi sociali diverse. A me era sembrato assurdo, come si può determinare la nobiltà di una persona in base al colore dei suoi occhi (Ned Stark, metti via quel libro che ti fa male!)? Però ha ragione la Hurley, la differenza del colore degli occhi fra due persone, o del colore dei capelli, o del colore della pelle, è qualcosa di assolutamente casuale (lo so, il colore è legato alla genetica, ma la genetica non ha nulla a che vedere con il carattere) e non dovrebbe avere alcuna importanza nella società. Però ce l’ha, e sono servite le parole combinate di due scrittori per farmi riflettere sul razzismo e su quanto una distinzione arbitraria sia talmente diffusa nella nostra società da farmi percepire come inevitabile quanto meno l’esistenza del pregiudizio stesso, anche se quel pregiudizio mi sembra assolutamente sbagliato.

Ci sono tante altre frasi sottolineate nel mio libro, ma se volete leggerle dovete comprarvi The Geek Feminist Revolution. Vi lascio comunque tre link che possono aiutarvi a conoscere meglio Kameron Hurley e ciò che scrive: quello al suo blog http://www.kameronhurley.com/, quello all’articolo vincitore del premio Hugo We Have Always Fought: Challenging the Women, Cattle and Slaves’ Narrative http://aidanmoher.com/blog/featured-article/2013/05/we-have-always-fought-challenging-the-women-cattle-and-slaves-narrative-by-kameron-hurley/ e quello relativo a un altro articolo contenuto nel libro, Where Have All the Women Gone? Reclaiming the Future of Fiction http://www.tor.com/2016/05/23/excerpts-the-geek-feminist-revolution-where-have-all-the-women-gone-kameron-hurley/.

Pubblicato in anteprima, citazioni, George R.R. Martin | Contrassegnato , | Lascia un commento

Claudio Baglioni: Noi no (Giù la maschera, Palermo, 18 settembre 1992)

Come sarà un giorno prendere
la strada e andare via
incontro alla realtà
farsi travolgere
da un vento di follia
come sarà le mani stringere
con tutta l’energia
che l’aria ci darà
le onde a fendere
sassi schizzati via
avremo ancora braccia
come ali libere
di bere giorni e sere
e un sole d’isole
su questa nostra faccia
parole e musica
ad asciugarci gole
per una verità
Noi noi no
noi noi no
noi o noi no
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi o noi mai più rubati
Come sara’
spaccare il mondo in due
sputare il nocciolo
con quella ingenuità
delle canzoni mie
di un cuore incredulo
avremo le speranze
di figli in prestito
che presto cresceranno
un anno è un attimo
e un cielo accenderanno
comete come te
e quanto amore e sete
che possa piovere
di più
giù in fondo
là più su
più in alto ancora oltre
noi o noi no
noi noi no
noi o noi no
noi noi no
noi o noi no
noi noi no
noi o noi mai più rubati
noi e poi mai
finimmo di aspettare
provando a vivere
e non vogliamo andare
in paradiso se
lì non si vede il mare
Noi no
noi noi no
noi o noi mai più rubati
noi noi no
noi o noi no
noi noi no
noi o noi mai più rubati
noi noi no
noi o noi no
noi noi no
noi o noi mai più rubati
noi noi no
noi sogni di poeti

Pubblicato in attualità, musica | Contrassegnato | Lascia un commento

Brandon Sanderson, The Stormlight Archive: Dalinar Kholin

Oathbringer, terzo volume di The Stormlight Archive di Brandon Sanderson, è sempre più vicino. Non sappiamo se e quando verrà tradotto in italiano, io spero che non dovremo aspettare troppo, negli Stati Uniti è previsto per il 14 novembre. Quanto all’Italia al momento ci dovremo accontentare di un libro provvisoriamente intitolato Mistborn. Le ombre, traduzione di Shadows of Self, previsto per il prossimo autunno.

A meno di essere costretta da una mancata traduzione non leggerò Oathbringer in inglese, per quanto io ami Le cronache della Folgoluce. Posso aspettare, la tendenza di Sanderson a inventare un gran numero di vocaboli mi complicherebbe notevolmente la lettura e io non voglio perdermi nulla. Intanto su internet stanno circolando diverse cose, dalle due copertine, quella americana di Michael Whelan (che preferisco, qui la storia della sua realizzazione: https://i2.wp.com/www.tor.com/wp-content/uploads/2017/03/oathbringer_cover-full_art_final.jpg?resize=740%2C494&type=vertical) e quella inglese di Sam Green,

 

ai resoconti di alcuni beta-lettori e della loro esperienza (senza spoiler): http://www.tor.com/2017/06/27/unity-of-purpose-the-oathbringer-beta-story/.

Se in La via dei re comparivano numerosi flashback che ci permettevano di conoscere meglio Kaladin Folgoeletto e in Parole di luce la stessa cosa accadeva con Shallan Davar, in Oathbringer i flashback ci mostreranno il passato di Dalinar Kholin. Questa è la voce su di lui (aggiornata ai primi due romanzi, dei quali contiene spoiler) presente in The Stormlight Archive. A Pocket Companion to The Way of Kings and Words of Radiance.

“Sometimes the prize is not worth the costs. The means by which we achieve victory are as important as the victory itself.”

As a young man, Dalinar Kholin was feared throughout Alethkar as the Blackthorn, terrible and deadly in battle. He helped his brother Gavilar conquer the other Highprinces and reunite Alethkar under the rule of House Kholin.
After his brother was murdered by the Assassin in White, Dalinar gave up his wild ways, setting aside alcohol and committing himself to the Alethi Codes of War and the teachings in The Way of Kings. He strove to become a stalwart and honorable man, in order to prop up Gavilar’s son Elhokar and keep his new kingdom from flying apart.
As the war against the Parshendi dragged on, Dalinar began receiving visions that drove him to unite the peoples of the world. Despite the fractious nature of the other Highprinces, he sought to forge a path to victory through cooperation.
After being betrayed and left for dead by his former friend Torol Sadeas, Dalinar gave up his Plate and Blade and rededicated himself to ending the war, this time through political force rather than martial power. He forged a small coalition of Highprinces and marched on the Shattered Plains, rediscovering the lost city of Urithiru in the process.

Non so se l’offerta sia ancora valida visto che è trascorso quasi un anno da quando è stata fatta, ma nell’agosto dell’anno scorso era possibile ricevere gratuitamente il piccolo ebook da qui: http://www.torforgeblog.com/2016/08/01/download-the-stormlight-archive-pocket-companion/?utm_source=torwebsite&utm_medium=orgpost&utm_term=na-tordotcom&utm_content=na-signup-bonuscontent&utm_campaign=9780765393043&et=26560-n19595941.

Fino al 27 luglio gli ebook di Sanderson in italiano saranno in vendita a soli 1,99 €. Se non li avete ancora comprati vi conviene approfittarne (e già che ci sono vi faccio notare che allo stesso prezzo fino al 1 agosto sarà possibile acquistare La rinascita di Shen Tai di Guy Gavriel Kay, altro romanzo imperdibile).

Pubblicato in Brandon Sanderson, citazioni, prossimamente in libreria | Contrassegnato | 2 commenti

George R.R. Martin: La luce morente

Anche se aveva esordito nella narrativa nel 1971 con il racconto L’eroeGeorge R.R. Martin ha pubblicato il suo primo romanzo solo nel 1977. Da un certo punto di vista un intervallo di tempo così lungo per arrivare a questa pubblicazione è stata una cosa positiva, visto che quando La luce morente è arrivato nelle librerie lo scrittore si era già costruito una discreta fama fra gli appassionati di fantascienza e ha avuto una visibilità maggiore rispetto a quella di un qualsiasi esordiente. Dall’altro vedere che, fin dagli inizi della sua carriera, Martin non era abituato a pubblicare romanzi con una certa frequenza, non può non provocare sospiri di esasperata rassegnazione in coloro che vorrebbero poter leggere opere nuove.

In questi 46 anni di attività Martin ha pubblicato numerosi racconti, curato un bel po’ di antologie, lavorato a lungo come sceneggiatore, ma i suoi romanzi sono relativamente pochi: La luce morente appunto, Il pianeta dei venti (in realtà una racconta di tre racconti legati dal fatto di avere la stessa protagonista scritti insieme a Lisa Tuttle, 1981), Il battello del delirio (1982), Armageddon Rag (1983), Il viaggio di Tuf (altra raccolta di sette racconti aventi il medesimo protagonista, 1986), A Game of Thrones (Il trono di spade e Il grande inverno, 1996), A Clash of Kings (Il regno dei lupi e La regina dei draghi, 1999), A Storm of Swords (Tempesta di spadeI fiumi della guerra e Il portale delle tenebre, 2000), A Feast for Crows (Il dominio della regina e L’ombra della profezia, 2005), Fuga impossibile (iniziato da Gardner Dozois e ultimato da Daniel Abraham perché a un certo punto sia Dozois che Martin non sono più riusciti a trovare il tempo per finire la storia, 2007) e A Dance with Dragons (I guerrieri del ghiaccioI fuochi di Valyria e La danza dei draghi, 2011). Del prossimo romanzo, The Winds of Winter, sono noti alcuni capitoli ma al momento non è possibile fare alcuna previsione riguardo a quando sarà pubblicato.

Quella di La luce morente è una storia di fantascienza ambientata in quello stesso universo immaginario in cui sono ambientate le storie di Canzone per LyaI re di sabbiaI passeggeri della NightflyerLa via della croce e del dragoAl mattino cala la nebbia e Il viaggio di Tuf. Ma, al di là delle premesse relative all’insolita natura del pianeta Worlon e dei pochi riferimenti al resto dell’universo, ciò che a Martin interessa davvero sono le motivazioni e i conflitti interiori dei personaggi, che si muovono in un pianeta freddo e destinato alla morte e che sono vincolati dalla loro cultura e dai loro pregiudizi. Gli intrighi, il rischio di prendere decisioni sbagliate, il pericolo anche mortale che incombe su tutti i personaggi e la consapevolezza che per ogni azione che si compie c’è sempre un prezzo da pagare, caratteristiche che hanno reso famose Le cronache del ghiaccio e del fuoco, sono presenti già in questa storia giovanile capace di giungere in finale al Premio Hugo del 1978.

Inizialmente intitolato After the Feast, il romanzo è diventato La luce morente (Dying of the Light) dalle parole che chiudono tre delle cinque terzine e la quartina che costituiscono la poesia di Dylan Thomas Non andartene docile in quella buona notte:

Non andartene docile in quella buona notte.

Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

Do not go gentle into that good night.

Rage, rage against the dying of the light.

La storia è arrivata in Italia nel 1977 con la traduzione di Franco Giambalvo grazie ad Armenia ed è stata ristampata nel 1994 da Fanucci. Una nuova edizione, intitolata In fondo il buio e tradotta da Maddalena Tarallo e Angelica Tintori, è stata pubblicata nel 2012 da Gargoyle, poco tempo dopo la straordinaria fama raggiunta dall’autore grazie alla serie televisiva Il trono di spade.

Con l’editore romano in crisi Mondadori ha deciso di acquisire i diritti delle opere di Martin già pubblicate da Gargoyle e così dopo Armageddon Rag, pubblicato lo scorso maggio, e probabilmente prima di Il battello del delirio, che potrebbe essere pubblicato in autunno, La luce morente è tornato nelle librerie. La traduzione di Tarallo e Tintori è stata mantenuta, anche se in una nota “Si ringrazia Sergio Altieri per il contributo dato alla presente edizione”. Parole che non possono non suscitare tristezza sapendo che Altieri è morto improvvisamente lo scorso 16 giugno a soli 65 anni d’età.

Il contributo di Sergio alla traduzione delle opere di Martin comunque non si esaurirà con questo romanzo visto che lo scrittore e traduttore aveva già realizzato per Mondadori la traduzione di Arianne, attualmente disponibile sugli store online come ebook gratuito ma che prossimamente diventerà uno dei capitoli di The Winds of Winter.

La nuova edizione del romanzo è completata da un glossario di una quindicina di pagine incentrato su quell’universo dei mille mondi che unisce – in modo piuttosto labile – gran parte della produzione fantascientifica di Martin.

La sinossi

Worlorn è un pianeta vagabondo tra le stelle sul quale ben quattordici popoli provenienti da diversi mondi si sono stabiliti riuscendo a renderlo abitabile. Non per molto, però: il destino erratico di Worlorn, infatti, lo sta inesorabilmente allontanando dalla luce e dal calore della Ruota di Fuoco e presto la sua sorte sarà quella, buia e fredda, dei mondi senza sole. Dal crepuscolo di Worlorn, ormai quasi totalmente abbandonato dai suoi abitanti, è partito un messaggio per Dirk t’Larien, un pacco contenente una strana pietra rossa. Era il simbolo che lo legava a Gwen Delvano, suo grande amore perduto da anni. Perché la donna si è rifatta viva? Per scoprirlo Dirk parte per Worlorn, dove deve misurarsi con un mondo in declino, retto da assurde usanze tribali, e con il proprio carico di insicurezze, ricordi e fantasmi.

George R.R. Martin, La luce morente (Dying of the Light, 1977)

Traduzione di Maddalena Tarallo e Angelica Tintori

Mondadori – Oscar Fantastica – pag. 396 – 14,00 € – Ebook 6,99 €

Un estratto: http://www.gargoylebooks.it/attachments/article/27/Libero.15.04.12.pdf.

Le mie impressioni (scritte un paio d’anni dopo aver letto per la seconda volta il romanzo) unite ad alcune citazioni: https://librolandia.wordpress.com/2014/09/07/george-r-r-martin-in-fondo-il-buio/.

Pubblicato in anteprima, George R.R. Martin | Contrassegnato | Lascia un commento

Storia di una colonia infame

Libro da leggere durante le vacanze estive. Se deve anche fare la scheda chissà cosa si ritroverà a leggere l’insegnante. Ovviamente si tratta di Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni.

La quarta di copertina:

L’insieme di questa storia di iniquità e violenza del potere, di dolore e di vergogna delle vittime, conferisce all’umana amministrazione della giustizia, smarrito ogni senso religioso, ogni riferimento ideale alla giustizia superiore di “chi solo sa”, un che di orribilmente fragile e precario. L’indignazione, nel Manzoni, non è solo morale, ma comprende una sua partecipazione commossa di fronte alla sorte toccata agli umili, di molti altri dei quali si occupa, assorbiti dalla “favola”, impigliati in quella rete di delazioni e invenzioni. Ha scritto Carlo Bo: “L’operetta è un miracolo di logica del male, di qui il doppio piacere della lettura: in effetti il lettore è chiamato a seguire il giuoco tortuoso, seppure trasparente, delle varie soluzioni e dei tanti passaggi e, nello stesso tempo, a prender atto della logica invincibile della corruzione che porta l’ingiustizia gabellata per opera di giustizia”.

Pubblicato in Libri ai confini della realtà | 3 commenti

Roger Zelazny: Nove principi in Ambra

Un personaggio che si risveglia da un incidente privo di memoria. Una capacità di guarigione e una forza stupefacenti. Una famiglia pericolosa, i cui membri lottano fra loro per la conquista del trono. Figure dalla dubbia lealtà e moralità. Un mondo originario, di cui tutti gli altri non sono che pallide ombre. Un mazzo di tarocchi dipinto che è più di ciò che sembra a prima vista.

Elementi già usati? Più correttamente sono elementi che saranno usati abbondantemente in seguito, visto che Nove principi in Ambra di Roger Zelazny è un romanzo del 1970.

La storia inizia con Corwin, il protagonista – che ancora non sa di chiamarsi Corwin – che si risveglia in un letto di ospedale e si rende conto di essere stato deliberatamente tenuto in uno stato d’incoscienza. Da quel momento decide di prendere in mano le redini della sua vita e di cercare di scoprire la sua identità per vendicarsi di chi ha cercato di liberarsi di lui e riprendersi ciò che gli spetta. Quello che ha non è molto, ma grazie alla sua intelligenza e prontezza di spirito Corwin potrà iniziare il viaggio di ritorno – un viaggio pieno di incognite – verso Ambra, l’unico vero mondo.

L’espediente di avere un protagonista privo di memoria, perfettamente funzionale alla trama, consente a Zelazny di spiegare al lettore il funzionamento del suo mondo senza finire nell’infodump. Le spiegazioni oltretutto arrivano a un personaggio che si muove continuamente perché sa che non può permettersi il lusso di fermarsi, pena una nuova cattura dalle conseguenze probabilmente disastrose. La storia scorre rapidamente pur non avendo il ritmo forsennato che caratterizza i romanzi più moderni, con il mondo e la magia che vengono svelati man mano che le vicende procedono. Protagonista assoluto è Corwin, del quale Zelazny mostra i dubbi, i limiti ma anche l’astuzia e la determinazione. Tutti gli altri ruotano intorno a lui, lo accompagnano brevemente aiutandolo o ostacolandolo e poi scompaiono, nel momento in cui Corwin passa in una nuova fase del suo percorso.

Una storia semplice rispetto a quelle pubblicate negli ultimi anni, che però pone le basi per la narrativa fantasy di oggi. Una storia che non si ferma a Nove principi in Ambra visto che per tutti gli anni ’70 Zelazny è andata avanti a narrare le avventure di Corwin nel mondo di Ambra in quattro successivi romanzi.

Pubblicato in recensione | Contrassegnato | Lascia un commento