Elena Favilli e Francesca Cavallo: Storie della buonanotte per bambine ribelli

The ugly truth of children’s Books

My daughter and I did an experiment

the results were disturbing

First, we removed the books with zero male characters (Male characters appear in up to 100% of books – FSU study finds 100 years of gender bias in children books, 2011)

Books removed: 3

Then, we removed the books with zero female characters

Books removed: 76 (In a study of over 5000 chidren’s books, 25% of them had zero female characters – Gender in 20th Century Children Books, 2011)

Next, we removed the books where females don’t speak (Time Magazine listed the 100 best children’s book of all time. Only 53 had females that speak)

Books removed: 141

Ok, the remaining books feature females who speak…

But to they have dreams? Aspirations? Or are they just waiting for a prince?

Finally, we removed all the books about princesses. (Across children’s media, only 19,5% of female characters hold jobs or have career aspirations vs. 80,5% of male characters – SeeJane.org Occupational Aspirations, 2013)

Out a full bookshelf…

This is what was left.

Questo video è stato pubblicato da Rebel Girls, le frasi che ho trascritto vi compaiono come didascalie. Tolti i tre libri privi di personaggi maschili, i 73 privi di personaggi femminili, quelli in cui i personaggi femminili non parlano e quelli in cui i personaggi femminili sono riconducibili alla figura della principessa che sogna un principe da sposare e che subisce passivamente gli eventi, quel che rimane è desolante. Se vi interessa la versione integrale del video si trova qui:

Io ho selezionato alcune immagini, quelle della libreria progressivamente più vuota dopo che le diverse tipologie di libri sono state tolte, senza far vedere la mamma e la bambina che materialmente toglievano i libri.

Si tratta di un video promozionale, come si vede chiaramente dal successivo minuto e mezzo. La bambina dice di voler andare su Marte e chiede se c’è un libro che ne parla. Una scritta successiva dichiara “My daughter want more. What about yours?”

E qui le due autrici si presentano. Si tratta di Elena Favilli e Francesca Cavallo. Le due spiegano di essersi rese conto che di tutti i libri che hanno letto negli anni della crescita non uno era incentrato su una fanciulla che prendeva il proprio destino nelle sue mani e realizzava qualcosa da sola senza l’aiuto di un principe, di un fratello o di un topo. All’epoca in cui le bambine giungono alla scuola elementare hanno già meno fiducia in loro stesse di quanta ne abbiano i bambini. Sappiamo che vedere realizzata un’impresa ci convince che la realizzazione di quell’impresa è possibile, ma cosa accade se non vediamo mai qualcuno che ci somiglia ottenere risultati importanti? Cosa accade quando tutto quello che vediamo intorno a noi nei film, cartoni animati, libri, show televisivi è dominato dagli uomini? Per questo hanno deciso di cambiare le cose scrivendo a loro volta un libro. Si tratta di Good Night Stories for Rebel Girls, diventato nella traduzione italiana Storie della buonanotte per bambine ribelli. Il libro contiene 100 storie di donne realmente vissute e capaci di raggiungere risultati straordinari nonostante notevoli difficoltà che hanno attraversato il loro cammino. Astronaute, cuoche, pittrici, giudici, giocatrici di tennis, donne straordinarie che hanno cambiato e stanno cambiando il corso della storia in ogni campo immaginabile. Il loro invito quindi è di comprare il loro libro, il libro che avrebbero voluto leggere loro quando erano bambine, perché ogni bambina ha il diritto di crescere sapendo di poter diventare tutto ciò che desidera. Il sito ufficiale del libro (in inglese) è questo: https://www.rebelgirls.co/.

La situazione dei libri per bambini è davvero così catastrofica come descritta da Favilli e Cavallo? Dopo aver scoperto dell’esistenza di questo libro mi sono imbattuta in un articolo del New Tork Times scritto, non sorprendentemente, da una donna, Jennie Yabroff: https://www.washingtonpost.com/posteverything/wp/2016/01/08/why-are-there-so-few-girls-in-childrens-books/?utm_term=.349b6e756b08.

La Yabroff (e mi viene istintivo mettere l’articolo femminile davanti al cognome anche se so che a livello grammaticale è sbagliato. Al mio orecchio la frase suona meglio così, ovvio segno che a livello inconscio chi più chi meno tutti ci facciamo condizionare dalla nostra cultura e dall’ambiente in cui viviamo) scrive delle letture serali fatte con sua figlia e delle sue rassicurazioni sul fatto che i protagonisti delle storie che leggono siano di sesso femminile. Nulla di sorprendente, anch’io ho cambiato il sesso ai personaggi tutte le volte che ho voluto quando le mie bimbe ancora non sapevano leggere, e spesso non leggevo ciò che c’era scritto ma interpretavo i disegni raccontando la storia che io volevo che conoscessero, che credevo che gli servisse o che potesse piacergli indipendentemente dalle parole stampate sulle pagine che avevo in mano.

Ho letto su internet diverse critiche ad alcuni libri che ho apprezzato, con genitori che si lamentavano per un linguaggio secondo loro non appropriato. Ma chi li obbligava a leggere parole che non gradivano? Il bambino vede il disegno, il resto lo diamo noi. Interpretiamo, e non solo con il tono della voce. E anche sul disegno si può intervenite, a qualche maschietto ho allungato i capelli, e magari anche aggiunto una gonna, per trasformarlo in una bambina. Non è detto che la storia debba essere per forza eroica, anche in un libro sull’uso del vasino al posto del pannolino ho modificato i disegni trasformando il bambino in una bambina e aggiungendo gli occhiali alla mamma per renderla più simile a me. Il libro non è un oggetto sacro e intoccabile ma qualcosa che va interpretato perché ci dia ciò che desideriamo o di cui abbiamo bisogno.

La maggior parte dei libri per bambini ha per protagonisti bambini o animali di sesso maschile. La Yabroff cita le percentuali di uno studio del 2011 che mostrano come i personaggi maschili siano nettamente più numerosi di quelli femminili. Nulla di nuovo, avevo citato questa disparità parlando di Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, e i miei commenti li potete trovare facilmente su questo blog. Se cliccate sul tag “donne” potete trovare un bel po’ di articoli in cui in un modo o nell’altro ho toccato l’argomento. Quello che abbiamo qui sono alcuni aggiornamenti dei dati alla situazione attuale. E la situazione attuale è sempre la stessa, forse un po’ meno sbilanciata ma comunque molto, troppo, sbilanciata.

Vi ricordate di quando ho parlato di Nevrat Sviodo nella serie La legione perduta di Harry Turtledove? Ho spiegato, in un testo molto lungo, quanto quel personaggio sia importante per me. Un personaggio marginale. Se il protagonista di quella tetralogia è Marcus Emilius Scaurus, e le sue maggiori spalle – se non altro perché a un certo punto hanno una trama autonoma e i propri punti di vista – sono altri due uomini, Gorgidas e Viridovix, Nevrat sta senza dubbio nel gruppo dei comprimari. Più o meno al suo livello di importanza fra i personaggi non palesemente malvagi possiamo elencare Gaius Philippus, Sextus Minucius, Quintus Glabrio, Junius Blaesus, Titus Pullo, Lucius Vorenus, Mavrikios Gavras, Thorisin Gavras, Balsamon, Nepos, Styppes, Zeprin il Rosso, Gagik Bagratouni, Senpat Sviodo, Laon Pakhimer, Pikridios Goudeles, Mertikes Zigabenos, Taron Leimmokheir e Soteric, sperando di non essermi dimenticata nessuno. Tutti uomini. E le donne? Helvis, Komitta Rhangave e Alypia Gavra. La prima, al di là del rapporto con il suo uomo, compie una sola azione davvero importante salvando il fratello a rischio della propria pelle. La seconda si fa notare solo per le sue capacità a letto, per la sua lingua al vetriolo e per una vena sanguinaria di cui avrei fatto volentieri a meno. Va meglio con la terza, protagonista anche lei di una storia d’amore ma sinceramente interessata allo studio, presente ai consigli di guerra perché padre e zio sono consci delle sue capacità – in un’occasione Marcus nota che lei sembra pure più informata del padre – capace di scatenare una rivoluzione contro gli Sphrantzes, di ribellarsi a una decisione dello zio che non ha gradito organizzando una missione di soccorso, e vincere una scommessa che mi fa scoppiare a ridere ogni volta che leggo quella pagina. Lo so cosa ha scommesso lei, e pure cosa diranno i personaggi presenti in scena, ma questo non diminuisce minimamente il mio divertimento.

Ma per una Nevrat e un’Alyphia, quanti personaggi maschili ci sono? In Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien non compare nemmeno una donna, viene citata giusto Belladonna Tuc, la madre di Bilbo, al momento non ricordo se compare il nome di qualche altra parente che si prende un po’ di argenteria del presunto morto. Va bene, è una storia che amo e in cui le donne non sono necessarie, perciò è giusto che non ce ne siano. In Lo Hobbit e Tauriel: una prospettiva femminista?, saggio contenuto in Hobbitologia, Pia Ferrara ha analizzato la figura di Tauriel nella trilogia cinematografica realizzata da Peter Jackson, ma per quanto il suo testo sia interessante io non ho visto i film (né ho intenzione di vederli), quindi per me Tauriel non esiste. Va un po’ meglio con Il signore degli anelli, dove ci sono Galadriel (potente quanto si vuole, ma che resta a casa sua mentre gli altri personaggi vivono le loro avventure), Arwen (più personaggio cinematografico che letterario, come ci si può immedesimare in lei quando l’unica cosa che fa è rinunciare all’immortalità? Sacrificio enorme, certo, ma sta ancor più dietro le quinte di Galadriel), ed Éowyn, l’unica significativa dal mio punto di vista, e ancor più marginale di Nevrat nell’economia generale della storia.

In La storia infinita di Michael Ende i protagonisti sono Atreiu e Bastiano, con Fùcur a fare da assistente (libro, non film, per me è sempre il libro quello che conta e quindi il drago si chiama Fùcur e non Falcor), mentre l’Infanta Imperatrice si limita ad ammalarsi, a far partire la missione e ad assistere al tutto. No, non è esatto, a un certo punto va dal Vecchio della Montagna Vagante e il loro incontro e tutto ciò che ruota intorno alla Fine Infinita è straordinario, ma si tratta di un solo capitolo in un libro che ne conta tanti quante sono le lettere dell’alfabeto.

Anni prima di scoprire il fantasy avevo letto e amato L’isola del tesoro di Robert Luis Stevenson. Quante sono le donne al suo interno? Quanti altri libri di questo tipo avevo letto e amato?

Ne ho parlato, ho parlato di questa necessità di donne forti, commentando libri quali La principessa Alanna di Tamora Pierce o La spada blu di Robin McKinley, o realizzando articoli quali Jolanda e le sue figlie: eroine in cerca d’avventura per il quarto numero di Effemme e Guy Gavriel Kay: donne forti in mondi di uomini per il nono numero di Effemme, e molte altre volte mi sono soffermata sulle presenze femminili. Il mio nickname (con la minuscola, quando l’ho scelto ho fatto la pigra e non ho schiacciato il tasto della maiuscola) è kindra, dal nome di un’amazzone che compare in La catena spezzata di Marion Zimmer Bradley.

Chi mi legge abitualmente magari può stancarsi di vedermi tornare sull’argomento, ma credo che la maggior parte dei lettori (in questo caso sto volutamente usando il termine al maschile, non è un uso generico che comprende sia i lettori che le lettrici) non si sia neppure reso conto della scarsità dei personaggi femminili in opere diverse dai romanzi d’amore, e del numero limitato di ruoli che hanno ricoperto in passato e che continuano a ricoprire tutt’oggi, anche se la situazione sta lentamente migliorando. Non dico che ci debbano essere più donne che uomini, o che il numero debba essere uguale (odio la par condicio e le quote rosa), né che le donne debbano essere in grado di fare tutto ciò che fanno gli uomini. Jaime Lannister con la spada è letale, Cersei Lannister non avrebbe idea di come adoperarla, sarebbe ridicola e finirebbe con il farsi male da sola. Arya Stark, che le armi le maneggia, non potrebbe mai sostenere un duello con un ragazzo minimamente addestrato, e quando ammazza qualcuno lo fa colpendolo a tradimento. Brienne di Tarth ha senso solo perché George R.R. Martin l’ha resa un’anomalia, donandole un fisico da uomo. Però quando Robert Jordan fa adoperare l’Unico Potere alle sue Aes Sedai il fatto che siano donne non ha quasi più importanza. Ha importanza viste le particolari caratteristiche di saidin e saidar, ma loro possono combattere bene quanto un uomo. Non con gli stessi mezzi, ma possono essere altrettanto pericolose.

Storie della Buonanotte per bambine ribelli, secondo quanto detto dalle autrici nella prefazione, è una raccolta di storie che parlano del “potere di cambiare il mondo” e vuole essere “di ispirazione” per le giovani lettrici. Le frasi sono formulate al femminile, non si parla di lettori, anche se per avere dei veri cambiamenti a cambiare dobbiamo essere tutti, uomini e donne. Io ho letto per la prima volta Dalla parte delle bambine quando la maggiore delle mie figlie era nata da poco, ma sarebbe più importante che quel libro lo leggessero le mamme dei maschi. Senza l’apporto dei maschi, degli uomini, possono esserci donne straordinarie ma non si può cambiare la società.

Solo un paio di frasi formulate nel modo sbagliato da Favilli e Cavallo? Una traduzione poco felice? Su internet ho trovato la versione originale dell’introduzione e parla chiaramente di girls e daughter, quindi non è una traduzione errata. Probabilmente l’idea che le autrici avevano era di dare fiducia alle bambine, al di là del fatto che non sarebbe una cattiva idea mostrare ai bambini (maschi) che anche fra le femmine esistono persone dotate di notevoli capacità.

Di questo libro si è parlato molto. Io l’ho visto finire ripetutamente in negozio, con l’editore (Mondadori) che con le ristampe faticava a stare dietro al ritmo delle richieste. Poche volte ho visto un libro vendere così tante copie in così poco tempo. Ovvio che chi lo ha letto lo abbia commentato. La maggior parte delle persone lo ha apprezzato e lo ha lodato in maniera entusiastica, qualcuno non lo ha apprezzato e lo ha criticato. Fra chi non lo ha apprezzato c’è Michela Murgia, autrice diventata famosissima con Accabadora e ora spesso presente in televisione per parlare di libri. Le sue parole sono state commentate in un articolo da Eleonora Voltolina: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/03/22/storie-della-buonanotte-per-bambine-ribelli-la-stroncatura-di-michela-/33640/.

Riprendo alcune righe.

la Murgia tenta di demolire “Storie della buonanotte per bambine ribelli” con tre argomenti. Il primo è che, rivolgendosi primariamente alle bambine, il libro cada nella contraddizione di un sessismo alla rovescia, escludendo i maschi dalla fruizione.

Sugli altri due argomenti tornerò più avanti.

Tutti e tre gli argomenti sono non solo deboli, ma inconsistenti.

Innanzitutto, il libro può essere letto anche dai bambini ovviamente: anzi, ci sono tantissimi genitori che lo stanno regalando ai propri figli maschi. Molte madri scrivono messaggi che dicono più o meno “Lo leggo a mio figlio perché voglio educarlo in modo che da grande sia all’altezza delle bambine ribelli che avremo cresciuto”

Certo che il libro può essere letto anche dai maschi, solo non è detto che loro lo leggano. Molte madri di maschi provano a proporlo, sospetto in numero molto inferiore rispetto al numero delle mamme che lo propongono alle figlie. L’articolo di Jennie Yabroff che ho citato più su spiega che tendenzialmente ai maschi non vengono fatti leggere libri destinati alle femmine. Pensiamoci: le bambine leggono abitualmente libri con bambini come protagonisti, il caso inverso, di bambini che leggono libri aventi bambine come protagoniste è molto più raro, sia perché i genitori non glie li propongono sia perché i maschi hanno una tale scelta che non hanno bisogno di leggere libri i cui protagonisti sono di sesso femminile. Yabroff cita alcuni studi della fine del secolo scorso, io vedo quotidianamente i libri che mi vengono richiesti in negozio e ascolto le parole con cui mi vengono richiesti, ma ci sono anche altre situazioni interessanti. Quando Joanne Rowling ha trovato un editore per il suo Harry Potter e la pietra filosofale, l’editore le ha chiesto un nome d’arte tale da non far capire che il libro era stato scritto da una donna, perché temeva che se il sesso dell’autrice fosse stato noto molti dei potenziali lettori di sesso maschile avrebbero ignorato il romanzo. Quando l’identità di J.R. Rowling è stata rivelata ormai i suoi libri erano troppo famosi, avevano troppo seguito, perché il sesso dell’autrice fosse importante, ma all’inizio si è pensato bene di nascondere questo dettaglio. Nulla di nuovo, anche Alice Bradley Sheldon alla fine degli anni ’60 si era nascosta dietro al nome d’arte di James Tiptree Jr. e ancora prima, nel 1933, Catherine Lucille Moore aveva optato per la firma C.L. Moore.

Quello del libro scritto da una donna, o destinato alle donne (o alle bambine) e di conseguenza ignorato da lettori di sesso maschile però è un problema della nostra società, non un limite del libro di Favilli e Cavallo. Probabilmente saranno pochi i maschi che leggeranno Storie della buonanotte per bambine ribelli, ma alle due autrici del testo non si può fare una colpa per qualcosa che non dipende da loro, né mi sembra il caso di parlare di discriminazione al contrario (cosa che invece sono le quote rosa) visto che non c’è nulla che proibisca ai maschi di leggere il loro libro. Se non lo faranno sarà solo colpa della nostra cultura, non di un’imposizione dall’esterno.

Eleonora Voltolina parla del libro di Elena Favilli e Francesca Cavallo a partire da una stroncatura di Michela Murgia, io mi rifaccio a lei e alla sua stroncatura della stroncatura. Forse si entra in un circolo vizioso di rimandi su rimandi a fare così, ma il testo di Voltolina mi aiuta a non dimenticare di trattare alcuni temi che mi erano venuti in mente durante la lettura del libro.

C’è un motivo sopra tutti gli altri per il quale mi intristisce e mi sembra totalmente inadeguato che Michela Murgia abbia usato il suo spazio di visibilità sulla Rai per parlare male di questo libro. E cioè il fatto che la scrittrice non si sia fermata neanche un attimo a pensare: cosa sto stroncando? Eppure sapeva, come ammette lei stessa, che “Storie della buonanotte per bambine ribelliè uno (straordinario) esempio di come si possa riuscire a realizzare un progetto editoriale ambizioso, anticonvenzionale, socialmente rilevante senza avere le spalle coperte da una grande casa editrice.
Perché sì, in Italia è uscito per Mondadori, ma solo sull’onda dell’incredibile successo che Cavallo e Favilli sono riuscite a ottenere da sole con la versione originale, in inglese. Usando un crowfunding (il finanziamento dal basso, attraverso le microdonazioni della “folla”) per realizzare il loro progetto visionario. Convincendo persone a investire in questo libro prima ancora che ne esistesse anche una sola copia
Questa è una storia da raccontare: due outsiders italiane che hanno realizzato in California un libro importante per l’emancipazione femminile, che hanno puntato al target giusto – l’età più giovane, prima che i pregiudizi di genere abbiano il tempo di attecchire e di sedare nelle bambine l’idea di poter fare tutto – e che hanno fatto tutto questo da sole.

Due outsiders? Vediamo chi sono le autrici secondo le mini biografie riportate sul libro stesso.

Elena Favilli è un’imprenditrice e una giornalista professionista. Ha lavorato per Colors, McSweeney’s, RAI, Il Post e La Repubblica, e diretto redazioni digitali sulle due sponde dell’atlantico. Si è laureata in semiotica all’Università di Bologna e ha studiato giornalismo digitale a Berkeley. Nel 2011 ha creato Timbuktu, la prima rivista iPad per bambini mai realizzata. È fondatrice e amministratrice delegata di Timbuktu Labs.

Francesca Cavallo è autrice e regista teatrale. Le sue opere hanno vinto premi e sono state rappresentate in giro per l’Europa. Appassionata innovatrice sociale, Francesca è la fondatrice di Sferracavalli, un Festival Internazionale di Immaginazione Sostenibile nel Sud Italia. Nel 2011 ha unito le proprie forze con Elena Favilli per fondare Timbuktu Labs, dove ricopre il ruolo di direttrice creativa. Storie della buonanotte per bambine ribelli è il suo settimo libro per bambini.

Io non ho mai letto Timbuktu ma più persone me ne hanno parlato bene già diversi anni fa, segno che la rivista una certa notorietà ce l’ha. Le biografie ci dicono una cosa con chiarezza: queste non sono due outsiders, non lo sono più da anni, sono donne che lavorano nella comunicazione, che conoscono l’ambiente e che sanno come muoversi. Il loro video promozionale è geniale, se dovessi assegnare loro un voto a livello di marketing e capacità promozionale darei il massimo dei punteggi. Però la promozione non va confusa con il prodotto finale, anche Cinquanta sfumature di grigio ha beneficiato di una promozione straordinaria, e sappiamo tutti che la trilogia di E.L. James non è un’opera straordinaria. Non dico che Storie della buonanotte per bambine ribelli sia paragonabile per contenuti o obiettivi a Cinquanta sfumature di grigio, le due opere non potrebbero essere più diverse, ma la promozione spesso è fondamentale per il successo di un’opera ed entrambi questi libri ne hanno beneficiato.

Storie della buonanotte per bambine ribelli, abbiamo letto dappertutto e lo vediamo confermato anche nella prefazione, “è il libro inedito più finanziato nella storia del crowfounding”, con “più di un milione di dollari” raccolti prima ancora che il libro fosse scritto. Davvero complimenti per la promozione, ma era necessario questo crowfounding? Le due autrici non erano persone in difficoltà, che non sapevano come fare per vivere. Avevano, hanno ancora, una loro attività, e dubito che abbiano problemi economici, o che ne abbiano avuti nel periodo in cui hanno progettato e realizzato questo libro. Gli autori in genere non guadagnano prima ancora di mettersi a scrivere, loro hanno avuto questo privilegio perché sono delle ottime pubblicitarie di sé stesse. E dopo aver guadagnato prima continuano a guadagnare dopo, perché non è che ora il libro venga regalato. L’edizione italiana costa 19,00 €, considerando quanto sta vendendo Favilli e Cavallo probabilmente si sono sistemate per tutta la vita. Se non volessero più fare niente potrebbero permettersi di farlo, anche se sospetto che a loro piaccia fare quello che fanno e che quindi andranno avanti a proporre nuovi progetti. Perché il crowfounding? Era necessario? A loro per vivere no, e sono convinta che un editore lo avrebbero trovato comunque. I contatti giusti li avevano e il modo di farsi pubblicità pure.

Il libro contiene la biografia di 100 donne. Fermo restando che bisogna avere l’idea di realizzare l’opera e che a posteriori tutti siamo capaci di dire “una cosa così la potevo fare anch’io”, quanto impegno è stato necessario per realizzare questo libro? Stiamo parlando di due autrici esperte, che sanno come fare ricerca e che sanno scrivere. Le biografie sono lunghe una pagina. Per testi così io in genere impiego un paio d’ore, ricerche comprese. Io pubblico testi quasi tutti i giorni e ho un lavoro e due figlie, so cosa significa dover gestire i tempi. Quanto ci vuole a scrivere questo libro? Una volta avuta l’idea non è che ci voglia tanto, considerando che le autrici sono due un paio di mesi sono sufficienti anche continuando a portare avanti gli altri progetti in cui sono impegnate e vivendo la loro vita. Lo so, il confronto con me potrebbe far pensare che la mia sia solo invidia, e se qualcuno se ne convince non c’è modo in cui io possa fargli cambiare idea. Per me si tratta solo di un modo per fare un paragone, per spiegare quale tipo di impegno può aver richiesto il libro e mettere le cose nelle giuste proporzioni. Io non ho avuto l’idea né ho i loro contatti o le loro capacità promozionali, quindi è normale che il libro l’abbiano scritto loro e siano loro a guadagnare. Però spiego, come spiego perché mi sono piaciuti (o no) i libri che leggo, e faccio paragoni per cercare di donare alle cose una prospettiva che consente di capirle meglio.

Ogni biografia è corredata da un’illustrazione, e per lo più ho letto elogi su queste illustrazioni. Nella quasi totalità a me non sono piaciute, non mi hanno comunicato niente quando non le ho trovate proprio brutte, ma visto che le illustrazioni non sono il motivo per cui questo libro viene comprato non mi fermo ad analizzarle. Torniamo alle critiche di Murgia

Il secondo è che il registro usato dalle autrici non sarebbe buono per i bambini: in particolare, che non riuscirebbe a dar conto della profondità dei contenuti, scadendo nella banalizzazione, mantenendo però una controproducente complessità nel linguaggio.

e alle controcritiche di Voltolina

Sul linguaggio, poi, Murgia poi dimostra di non aver proprio capito lo spirito con cui le storie sono state costruite. Si tratta di storie corte. Occupano una pagina: sono piccoli ritratti. Poche migliaia di battute: non certo abbastanza per poter raccontare queste vite in maniera “biografica”. Allora per ciascuna delle protagoniste le autrici hanno deciso di prendere un piccolo dettaglio, un aspetto particolare della loro vita, e farne il fil rouge della narrazione. Come affreschi che raccontano una scena per raffigurare una storia e un’emozione molto più grandi, Cavallo e Favilli cercano un elemento e su di esso costruiscono un percorso emotivo capace di arrivare anche alle bimbe più piccole, passando il messaggio più prezioso: che ciascuna donna è quello che è, per quel che le accade, ma che può fare delle scelte, da sola o con il sostegno di altri, e che quelle scelte determinano chi potrà essere.

A chi è diretto questo libro? Secondo l’editore italiano a bambine dagli 8 anni in su, e io sono perplessa. Ilaria non ha ancora otto anni e già legge da sola romanzi di oltre un centinaio di pagine. Storie di una paginetta sola sono un po’ poco. Per la verità erano un po’ poco anche a quattro anni, quando a leggerle le storie ero io e le leggevo storie di una cinquantina di pagine. Ascoltava vicende con uno sviluppo narrativo molto più complesso rispetto ai brevi ritratti tracciati in questo libro, quindi già all’epoca avrebbe trovato queste pagine troppo semplici. Non tutte sono Ilaria, io ho iniziato a leggere (nel modo che ho spiegato più in su, inventandomi le parole) i primi libri alle mie figlie quando avevano un paio di mesi, quindi per loro la lettura è una bella abitudine e sanno stare ad ascoltare, ma qualcosa in più lo avrei voluto. Voltolina afferma che Murgia non ha capito lo spirito del libro, e magari è anche vero, ma forse le poche migliaia di battute di ciascun ritratto non sono sentite come troppo poche solo da Murgia.

Non pretendo una narrazione biografica come ha fatto, per esempio Paola Capriolo con il suo bellissimo No raccontando la storia di Rosa Parks. Capriolo ha scritto un romanzo di quasi un centinaio di pagine, Favilli e Cavallo hanno parlato di Rosa Parks in una pagina sola, per forza di cose sono state meno dettagliate. Ridurre così però significa far perdere quasi completamente quel che ha fatto il personaggio o la sua importanza, e il voler assegnare una pagina a tutte si trasforma in uno schema troppo rigido, con le biografie più complesse ridotte praticamente a nulla.

I testi sono trattati come una fiaba, l’inizio più frequente è dato dalle parole “c’era una volta”, e quando le parole sono diverse il senso è comunque quello. Anche questa è una cosa che non mi piace. Stiamo parlando di persone reali, se vogliamo leggere fiabe allora leggiamo fiabe, ma se parliamo di episodi che sono avvenuti nel nostro mondo voglio che si capisca che stiamo parlando della realtà. Non è una fiaba il fatto che molte donne abbiano dovuto lottare per ottenere il diritto di fare ciò che hanno fatto. Quanto alla scelta dell’episodio da narrare è un’altra cosa che non mi convince. Non conosco tutte le donne presenti nel libro, ma leggendo le biografie delle donne che conosco ero spesso perplessa, quando non infastidita. Cominciamo con un bel personaggio storico.

Cleopatra, regina (la definizione che segue il nome, anche per le altre donne, è quella data dal libro)

Fratello e sorella avevano idee talmente diverse sul governo del regno che ben presto Cleopatra fu cacciata da palazzo e scoppiò una guerra civile.

Giulio Cesare, l’imperatore di Roma, andò in Egitto per aiutare Cleopatra e Tolomeo a trovare un accordo.

Caio Giulio Cesare non era imperatore di Roma, era un ex console e generale, e dal momento in cui ha passato il Rubicone ufficialmente era un ribelle. Solo dopo aver vinto la guerra è diventato in modo più o meno legale dittatore, titolo che comunque poteva durare solo sei mesi, anche se Cesare ha trascurato questo dettaglio es è arrivato a farsi nominare dittatore a vita. Per parlare di imperatore dobbiamo aspettare il successo nell’ennesima guerra civile del suo successore Ottaviano. Inoltre Cesare non è andato in Egitto per aiutare Cleopatra e Tolomeo a trovare un accordo, vi si è recato inseguendo Pompeo perché l’unico modo che aveva per chiudere la guerra civile era eliminare il suo rivale. Poi, una volta sul posto, si è trovato coinvolto negli affari interni dell’Egitto, con Cleopatra che è riuscita ad affascinarlo e a farsi aiutare da lui, ma il Cesare reale era ben diverso da quello che emerge da queste righe. Se si vuole trasmettere un messaggio forse la prima cosa da fare è non travisare la realtà storica.

I due divennero ben presto una coppia ed ebbero un figlio. Cleopatra si trasferì a Roma, ma quando Cesare fu assassinato tornò in Egitto.

Che storia romantica, i motivi politici (lui voleva assicurarsi il controllo dell’Egitto, lei voleva rinsaldare il suo trono) non contano nulla. Anche se lei doveva essere un po’ farfallona visto che si è consolata con Marco Antonio.

Cleopatra e Marco Antonio furono inseparabili. Ebbero tre figli e si amarono fino alla fine dei loro giorni. Quando Cleopatra morì, l’impero finì con lei. Fu l’ultima regina dell’Antico Egitto.

Marco Antonio e Cleopatra si sono suicidati a pochi giorni di distanza dopo essere stati sconfitti da Ottaviano, ma detta così sembra che l’idillio fra i due sia durato fino alla morte per vecchiaia. Se le autrici non si fanno problemi a parlare dell’omicidio di Cesare, perché non citano il suicidio dei due? Non è bella la parola suicidio o non è bello che la grande eroina da loro tratteggiata faccia una triste fine? E questo sorvolare sulle morti violente accomuna molti personaggi e finisce a volte con lo sminuirli.

Per quanto riguarda Ipazia, matematica e filosofa, il testo dice

Ipazia insegnava astronomia, e durante le sue lezioni, che erano molto popolari, si rifiutava di indossare l’abito femminile tradizionale e si vestiva da studiosa, come gli altri insegnanti. Purtroppo, tutte le sue opere andarono perdute quando la biblioteca fu distrutta da un incendio. Ma, per fortuna, i suoi studenti scrissero di lei e delle sue idee brillanti, e grazie a loro anche noi abbiamo avuto modo di conoscere questo genio.

Purtroppo le sue opere sono andate perdute, che purtroppo lei sia stata assassinata è un dettaglio trascurabile. Non va bene dire queste cose a bambine piccole? Anche di Cesare hanno scritto che è stato assassinato, ma visto che lui è un uomo ed è un personaggio marginale all’interno del libro a quanto pare si può. Assassinare invece una donna, e per di più la protagonista della favoletta, non dev’essere sembrato bello, e quando una cosa non sembra bella i fatti storici possono volare fuori dalla finestra.

Ancora peggio va con Anna Politkovskaja, giornalista.

«Perché vuoi rischiare la vita?» le chiese una volta suo marito.

«Il rischio fa parte della mia professione» rispose lei. «So che potrebbe succedermi qualcosa. Ma io voglio soltanto che i miei articoli rendano il mondo migliore.»

Accaddero molte cose brutte, ma Anna era coraggiosa.

Una volta, dovette correre tutta la notte sulle colline cecene per sfuggire ai servizi segreti russi. Diverse persone, da entrambe le parti, volevano impedirle di raccontare la verità: qualcuno le mise perfino del veleno nel tè, per provare a sbarazzarsi di lei. Ma nonostante questi pericoli, lei non smise mai di raccontare la verità su tutto ciò che vedeva.

Anna continuò a rischiare la vita fino al giorno della sua morte, scrivendo la verità per rendere il mondo un posto migliore.

Favilli e Cavallo riescono a scrivere del suo rischiare la vita fino al giorno della sua morte e non a scrivere che è stata assassinata perché i suoi articoli davano fastidio. In questo modo sembra che i rischi che Anna ha corso fossero qualcosa di poco conto quando invece erano terribilmente reali. Se avevano paura di parlare di una morte violenta avrebbero dovuto evitare di citare Politkovskaja, non trasformare la sua vita in una fiaba. Al rischio di una morte violenta si allude in varie pagine del libro.

Fra i vari personaggi uno è Irena Sendlerowa, eroina di guerra, e il libro spiega che Sendlerowa ha salvato oltre 2.500 bambini ebrei dai nazisti. Nessuna spiegazione sulla Shoah in queste pagine, sta al genitore parlare del nazismo e della persecuzione degli ebrei, ma se si parla di questa donna, se la si prende (giustamente) come modello, le spiegazioni sono necessarie, il che significa che nei discorsi che si fanno prima e dopo la lettura si finisce con l’affrontare un tema molto difficile. Non qualcosa di adatto a bambini piccoli, quindi ancora una volta mi chiedo a che età è destinato questo libro e non riesco a capirlo.

Irena Sendlerowa è morta nel 2008, per quanti rischi ha corso ne è comunque venuta fuori. Non è andata altrettanto bene a diverse altre donne presenti qui.

Policarpa Salavarrieta, spia. All’inizio del XIX secolo Salavarrieta ha combattuto per l’indipendenza della Colombia dalla Spagna, almeno fino a quando non è stata arrestata.

Le dissero che le avrebbero risparmiato la vita, ma solo a una condizione: doveva rivelare i nomi dei suoi amici.

Lei li guardò dritto negli occhi e rispose: «Sono una giovane donna, non mi fate paura».

Ancora oggi, Policarpa ispira gli uomini e le donne della Colombia e di tutto il mondo a combattere per la libertà e la giustizia, senza paura.

Io non ho idea di cosa possa aver detto Policarpa a chi l’aveva arrestata, ma non è una storia un po’ monca? Una risposta di sfida, e poi? Finisce tutto qui? La realtà dice che Salavarrieta è stata giustiziata, ma evidentemente non è bello scrivere queste cose, così come non è bello scrivere che l’indiana Lakshmi Bai, regina e guerriera che nel XIX secolo “condusse di nuovo le sue truppe in battaglia, a cavallo e vestita come un uomo”, in quella battaglia fu sconfitta e uccisa o che tre delle quattro Sorelle Mirabal, attiviste, sono state assassinate. Per ogni personaggio Favilli e Cavallo hanno affiancato al nome il campo d’azione in cui sono diventate famose, scritto la biografia, indicato nazionalità e date di nascita e, quando si tratta di personaggi già morti, anche la data di morte, pubblicato un’immagine e una citazione. Date di morte. Basta guardare in fondo alla pagina. Patria Mercedes, morta il 25 novembre 1960, facendo i conti aveva 36 anni. Maria Argentina Minerva, morta il 25 novembre 1960 a 34 anni. Antonia Maria Teresa Mirabal, morta il 25 novembre 1960 a 25 anni. Solo Bélgica Adela Mirabal-Reyes è morta nel 2014, a 89 anni. Tre di loro morte giovani lo stesso giorno. Coincidenze? Sfortuna? Forse forse guardando quelle date si nota un dettaglio quanto meno singolare, degno di essere indagato.

Ma no, i dettagli vengono smussati, parlando di Rita Levi Montalcini, scienziata, le autrici scrivono di “un crudele dittatore” che “promulgò una legge: gli ebrei non potevano lavorare all’università” sorvolando sul nome di Benito Mussolini (personaggio troppo vicino a noi per poter fare il suo nome? Perché il nome di Rafael Leónidas Trujillo, il dittatore contro cui combattevano le sorelle Mirabal, è stato fatto senza problemi) sfiorando nuovamente la Shoah ma senza impegnarsi a dire nulla, mentre con Elisabetta I, regina, si arriva alla vera e propria invenzione narrativa.

Maria pensava che Elisabetta complottasse contro di lei, perciò la fece rinchiudere nella Torre di Londra.

Un giorno, le guardie irruppero nella sua cella. «La regina è morta» annunciarono, e si inginocchiarono di fronte a Elisabetta.

Per la verità Elisabetta, imprigionata da Maria I nel 1953, un periodo a dir poco turbolento per la corona d’Inghilterra, era stata spostata dalla Torre di Londra agli arresti domiciliari nel castello di Woodstock dopo due soli mesi di prigionia, e al momento della morte di Maria, nel 1958, era già tornata a corte da qualche tempo.

Invenzione, e pure inutile, è la frase conclusiva della biografia di Tamara de Lempicka, pittrice: “Tamara sarebbe orgogliosa di sapere che la cantante Madonna è una della sue più grandi fan”. Madonna in questo libro non compare, tranne che in questa frase. Evidentemente le autrici le hanno preferito altre donne, e se non c’è nessun problema nel fatto che non abbiano parlato di lei mi chiedo che senso abbia citarla qui. Il suo nome è come i cavoli a merenda: non c’entra nulla. E come fanno a dire che Tamara sarebbe stata orgogliosa di avere Madonna fra le sue fan? Hanno fatto una seduta spiritica e glie l’hanno chiesto? Lo so, è facile fare dell’ironia, ma quando vedo una frase che per me è palesemente assurda mi chiedo quante altre assurdità ci siano nel libro che io non ho notato semplicemente perché non conosco i personaggi di cui si parla. Restiamo sulle pittrici e spostiamoci su Artemisia Gentileschi.

Artemisia divenne la sua allieva più brava, ma Agostino voleva che fosse anche la sua amante. «Prometto che ti sposerò» le diceva. Ma Artemisia continuava a rifiutare.

Le cose peggiorarono al punto che Artemisia alla fine riferì tutto al padre. Orazio le credette, e anche se Agostino era un uomo potente e un nemico pericoloso, lo denunciò alla giustizia.

Durante il processo, Agostino negò di averle fatto del male. Artemisia subì delle pressioni terribili, ma rimase fedele alla verità e non si arrese. Alla fine, Agostino fu riconosciuto colpevole. Oggi, Artemisia è annoverata tra i più grandi pittori di tutti i tempi.

Non so quanto fosse potente Agostino Tassi, il presunto innamorato che certo non poteva sposare la quindicenne Artemisia perché era già sposato. Lui non è uno dei personaggi più importanti nella storia dell’arte, più famoso è il padre di lei, il pittore Orazio Gentileschi, ma la fama maggiore è quella di Artemisia, che in seguito avrebbe ricevuto commissioni da personaggi del calibro di Filippo IV di Spagna. Questo però Storie della buonanotte per bambine ribelli non lo dice. Preferisce far fare ad Artemisia una pessima figura facendole rifiutare un matrimonio che non poteva avere luogo e facendole denunciare una persona apparentemente solo perché era innamorata di lei. Ma che denuncia è? La denuncia è arrivata perché lui l’ha stuprata. Anche qui, è brutto parlare di stupro in un libro per bambini? E allora perché non dire che lui le ha fatto male senza entrare nei dettagli? Non c’è bisogno nemmeno di entrare nei dettagli delle pressioni subite da Artemisia durante il processo (lei, la vittima, è stata torturata per vedere se andava avanti nel processo o se ritrattava), ma questo modo di esporre i fatti fa apparire Artemisia come una ragazza capricciosa pronta a far del male agli altri con un processo pur di non vedere ostacolate le sue ambizioni artistiche. Se Favilli e Cavallo proprio non volevano citare il fatto che lui le aveva fatto male, senza entrare in dettagli disturbanti, perché al contrario non hanno tralasciato del tutto il processo e non si sono soffermate sulle opere d’arte da lei eseguite?

A quanto pare essere capricciose (o apparire capricciose pur senza esserlo, come nel caso di Artemisia) non è un difetto, leggere per credere la biografia di Zaha Hadid, architetta, con tanto di viaggio in aereo.

Il pilota annunciò che ci sarebbe stato un breve ritardo nel decollo. Zaha non volle saperne e pretese che la facessero salire subito su un altro volo. «Impossibile» protestò l’equipaggio, «il bagaglio è già stato imbarcato.» Ma Zaha tanto disse e tanto fece, che l’ebbe vinta lei. Come al solito.

Zaha era fatta così.

Detta in parole povere, era una grandissima rompipalle. Io non conosco quest’episodio, ma vedere una che non accetta un breve ritardo e provoca un casino tale da far aumentare considerevolmente il ritardo per tutti gli altri non riscuote la mia simpatia. Le cose sono andate in modo diverso da quanto raccontato qui? Non ne ho idea e non intendo fare ricerche in proposito, l’unica cosa che viene fuori da questo racconto è che una persona abbastanza rompiscatole può ottenere quello che vuole alla faccia di tutti gli altri, che devono subire i suoi capricci. No, per me non è così che funziona. E a proposito del ritenere le proprie necessità, le necessità di un singolo, superiori a quelle della maggioranza, c’è la storia di Coy Mathis, alunna di scuola elementare.

Chi è Coy? A quanto pare un bambino che, a un certo punto della sua vita, ha stabilito di essere una femmina. Non ho idea di come un bambino possa arrivare a una decisione di questo tipo, certo faccio fatica a immaginare come un bambino della scuola materna – l’età non è indicata, ma visto che poi si parla di inizio della scuola quest’episodio dev’essere precedente – possa chiedere “alla sua mamma: «Quando andiamo dal dottore per farmi diventare una femmina-femmina?»”. Cosa ne sa un bambino di interventi chirurgici se non c’è qualcuno che ne parla? A me questa storia sembra un po’ una montatura, non nel senso che non sia vera ma nel senso che dubito che tutto il comportamento di Coy sia stato spontaneo come fanno apparire queste righe. Il problema più grande arriva dopo, con la necessità di usare il bagno scolastico. Secondo gli insegnanti Coy poteva usare il bagno dei maschi o quello dei disabili, decisione che Coy e la sua famiglia non hanno accettato. I Mathis si sono rivolti al tribunale e al termine del processo il giudice gli ha dato ragione, stabilendo che Coy poteva usare il bagno che voleva. Tutto bene per lui/lei, non so bene che pronome usare, ma le bambine che si sono trovate Coy nel loro bagno? Coy è nato nel 2007, quindi ora ha dieci anni. Il suo corpo è quello di un maschio, indipendentemente da quello che prova. Per quanto sia giusto non traumatizzarlo, come possono reagire delle bambine a trovarselo in mezzo a loro? In bagno, nello spogliatoio prima dell’ora di ginnastica… io certo non avrei gradito un maschio nello spogliatoio né alle Medie né al Liceo, e certo non lo gradirei ora. Ho, e ho avuto, colleghi omosessuali e colleghe lesbiche. Al lavoro indossiamo la divisa. Gli uomini si cambiano nello spogliatoio maschile, le donne in quello femminile, indipendentemente da tutto il resto. I rapporti fra di noi non sono regolati dall’orientamento sessuale, quella è una caratteristica personale di cui parliamo solo se ne abbiamo voglia e con chi abbiamo voglia di farlo. Però la distinzione di spogliatoio è netta, non ci sono mai stati dubbi da parte di nessuno. La questione della sessualità è delicata, sappiamo tutti che ci sono stati e che ci sono ancora discriminazioni e pregiudizi legati all’orientamento sessuale, ma far prevalere la serenità di un unico bambino/a a discapito della serenità di tutte le sue compagne di classe non mi sembra una bella cosa, né mi sembra che la vicenda di Coy possa essere presentata come modello da seguire. La terza obiezione della Murgia era legata ai personaggi scelti.

Infine, il terzo argomento (il più «significativo», dice Murgia) è che alcune donne raccontate nel libro non avrebbero diritto di starci, perché figure controverse, negative.

L’articolo non cita Coy Mathis ma si sofferma su alcune donne che sono state importanti a livello politico.

Infine, la scelta delle storie da raccontare. Le 100 donne vengono da tutti i continenti. La loro pelle è di tutti i colori, vi sono tra loro donne cristiane, donne musulmane (con o senza velo), donne atee, e cosi via. Vi sono donne scienziate, donne artiste, donne sportive… E donne politiche di diversi schieramenti. A qualcuno potrà certamente non piacere, come non piace a Michela Murgia, che tra le 100 vi sia anche Margareth Thatcher. Ma davvero Murgia, o qualcun altro, vorrebbero sostenere che Thatcher – prima donna premier dell’UK – non sia stata una figura di enorme rilevanza nel panorama mondiale e nel processo di emancipazione femminile nel Novecento? Vogliamo negare la storia, perché di quella premier non condividiamo alcune delle scelte politiche? E poi che sarebbe successo se tutte le donne in politica raccontate nel libro fossero state di sinistra? Non sarebbero forse state attaccate, le autrici, per aver costruito una narrazione dedicata solo ai cittadini progressisti escludendo quelli conservatori?

Probabilmente a Voltolina è sfuggito il fatto che Murgia non sta negando la storia ma criticando l’inclusione di alcune specifiche donne. Se il libro vuole fornire dei modelli, allora devono essere modelli positivi. Nessuno può negare l’importanza di Adolf Hitler, Iosif Stalin o Augusto Pinochet nella storia del XX secolo, ma sono modelli da proporre? Se si facesse un libro sugli uomini da portare come esempio, loro andrebbero inclusi? Si possono condividere o no i dubbi di Murgia sull’inclusione di Margareth Thatcher, ma sono dubbi legittimi che, su diversi personaggi, sono venuti pure a me. Poi non è detto che io e la scrittrice sarda la pensiamo allo stesso modo su tutti i personaggi, Murgia è perplessa per la citazione della depressione di Virginia Woolf, io sono perplessa perché, una volta che Favilli e Cavallo hanno citato la depressione, ancora una volta hanno edulcorato la storia evitando ogni riferimento al suicidio della scrittrice britannica. Anzi, sono passate in pieno tono favolistico/moraleggiante.

Virginia e Leonard erano incredibilmente felici insieme e si amavano molto, ma a volte la depressione di Virginia le rendeva difficile provare gioia. All’epoca, non c’era una cura efficace per questa malattia, e molti credevano perfino che non fosse reale.

Oggi, la depressione si può curare. Ma che tu sia felice o triste o qualunque altra cosa, è sempre un’ottima idea annotare come ti senti in un diario. Forse diventerai un genio della scrittura come Virginia, e aiuterai altre persone a comprendere i propri sentimenti e a vivere una vita piena di sogni.

Trallallero trallallà, e la vita di Virginia finisce qua. Ma dai! Questa, mi sembra, è l’unica volta che le due autrici si rivolgono direttamente a chi legge, ma la frase moraleggiante se la potevano proprio risparmiare, e il loro modo di trattare la depressione di Woolf, con l’ennesima vicenda non conclusa, non mi pare molto carino nei suoi confronti. Gli argomenti delicati si trattano con attenzione, o in alternativa si ignorano perché si ritiene che il proprio pubblico non sia interessato, o non sia pronto, ad affrontarli, non si scaglia la pietra e poi si nasconde la mano. Fra l’altro era possibile citare i suoi rapporti con le suffragette parlando dell’impegno civile di Virginia, oltre che delle sue doti come scrittrice (doti citate davvero di sfuggita, non viene indicato il titolo di neppure un’opera), mentre le poche righe della scheda (22 in tutto, io ne ho citate 8) sono dedicate al solito esordio in forma di favoletta, proseguono con la depressione e finiscono con l’invito a scrivere. Boh.

Forse Virginia si può consolare (si potrebbe consolare, se sapesse dell’esistenza di questo libro) con la consapevolezza che la pagina dedicata a lei almeno parla di lei, a differenza di quanto avviene per Serena e Venus Williams, tenniste.

C’era una volta un uomo di nome Raul, che vendeva tacos all’angolo di una strada della città di Compton, in California. Ogni giorno, Rauyl vedeva un uomo e le sue due figlie passare davanti al suo baracchino, diretti a un campo da tennis nelle vicinanze. L’uomo si chiamava Richard Williams e le figlie erano Serena e Venus.

Finito il quadretto incentrato sul fantomatico quanto inutile Raul la pagina fa finta di parlare brevemente delle due tenniste, spiegando che “A Compton c’erano delle bande di ragazzi che a volte causavano guai”. Un po’ riduttivo visto che una volta diventate famose Venus e Serena hanno raccontato che spesso nel loro quartiere c’erano sparatorie, affermazione ritenuta da molti un po’ esagerata fino al 2003, quando Yetunde, la sorella maggiore, non è stata uccisa nel corso di una sparatoria. Si poteva non parlare della morte della sorella, ma dire che Venus e Serena si allenavano in un luogo dove rischiavano la vita per colpa di scontri fra bande rivali forse avrebbe sottolineato la determinazione delle due ragazze. La conclusione torna nell’inutilità più totale:

Entrambe le sorelle sono state al primo posto nella classifica mondiale, e ancora oggi sono l’orgoglio di Raul, del padre e dell’intera città di Compton.

E questo è tutto quanto viene detto sulla loro carriera. Nessun accenno ai tornei vinti (la foto scelta da me, con quei trofei in mano, non è casuale) o a un qualsivoglia risultato, solo la citazione dell’orgoglio (ovvio) del padre e di tal Raul, personaggio inventato per questo libro. Scrivere qualcosa di meno inutile era tanto difficile? Ma a Favilli e Cavallo piace romanzare le storie anche a costo di non avere più spazio per scrivere nulla o di travisare i fatti, come nel caso di Alfonsina Strada, ciclista.

C’era una volta una bambina che era velocissima sulla sua bicicletta. Quando passava lei, era come veder passare un lampo. «Non andare così forte, Alfonsina!» le gridavano i suoi genitori. Troppo tardi: era già sparita.

Quando la bambina diventò grande e si sposò, i suoi sperarono che finalmente avrebbe abbandonato l’idea folle di diventare una ciclista. Invece, il giorno delle nozze, suo marito le fece un dono: una bici da corsa nuova di zecca.

Sorvoliamo su Alfonsina veloce come un lampo e passiamo al matrimonio. In questo caso vi propongo una citazione da Wikipedia:

la scoperta della bicicletta fu una vera e propria passione, e prima dei quattordici anni la giovane aveva già trovato il modo di partecipare a diverse gare di nascosto dai suoi genitori, ai quali mentiva dicendo di recarsi alla Messa domenicale.

Sua madre, scoperto il fatto, le disse che per continuare a correre avrebbe dovuto sposarsi e andare via di casa. A quattordici anni, nel 1905, sposò quindi un meccanico e cesellatore, Luigi Strada, con il quale si trasferì a Milano; come regalo di nozze chiese e ottenne una bicicletta.

Insomma per poter continuare a inseguire la sua passione Alfonsina in giovanissima età (non “quando diventò grande”!) è costretta a sposarsi. Strada partecipa a diverse gare, finché nel 1924 si iscrive al Giro d’Italia approfittando della mancanza di una regola specifica atta a indicare che la gara era esclusivamente maschile. La stessa cosa che aveva già fatto nel 1902 Madge Syers quando, fra lo stupore di tutti. si era iscritta a una gara di pattinaggio di figura. Syers in Storie della buonanotte per bambine ribelli non c’è, anche se avrebbe tutte le caratteristiche giuste per esserci, ma in un libro di questo tipo bisogna fare delle scelte e anche se io ho notato l’assenza di diverse donne che avrei visto volentieri accanto alle altre non intendo mettermi a fare l’elenco delle assenti. Non possono esserci tutte, quindi molte donne mancano, la scelta è inevitabilmente soggettiva. Quello che conta qui è la presenza di Strada al Giro d’Italia.

La corsa era molto lunga e faticosa, con dodici tappe di un giorno ciascuna, e si inerpicava per alcune delle strade di montagna più ripide d’Europa. Dei novanta ciclisti alla partenza, solo trenta tagliarono il traguardo: Alfonsina era una di loro. Fu accolta come un’eroina.

Tanto di cappello per essere arrivata, anche se ancora una volta queste righe fanno immaginare uno scenario ben diverso dalla realtà. Riprendo ancora Wikipedia.

Naturalmente ad Alfonsina Morini Strada era molto difficoltoso reggere il passo dei colleghi maschi, ma ogni volta riuscì a tagliare il traguardo di tappa, seppur sempre con alcune ore di ritardo; peraltro si fermava sovente a distribuire cartoline autografate ai tifosi.

Giunse fuori tempo massimo durante la tappa L’Aquila-Perugia. Inizialmente, alcuni membri della giuria […] non vollero estrometterla dalla corsa, considerando anche il tanto tempo da lei perso per cadute e forature. Ma in seguito si optò per una linea dura: Alfonsina Morini Strada fu esclusa dalla classifica del Giro, una decisione probabilmente influenzata dal clima che si respirava all’epoca, quando la parità tra uomo e donna era ben lontana dall’essere raggiunta, e mal si tollerava una donna che non solo sfidava apertamente gli uomini, ma riusciva addirittura a batterne alcuni. Si decise comunque per una situazione di compromesso: Alfonsina poteva prendere parte a tutte le restanti tappe, ma i suoi tempi non sarebbero stati conteggiati ai fini della classifica. Dei novanta partiti a Milano, solo in trenta completarono la corsa, e così, fra essi, Alfonsina Morini Strada.

Alfonsina arriva al traguardo, risultato storico, ma da squalificata. Sono troppo pignola? Può darsi, ma per me volere la parità non significa dimenticarsi che c’è una differenza fisica significativa fra uomini e donne, e sottolineare la forza di volontà di una persona capace di arrivare fino in fondo là dove persone teoricamente più forti di lei si sono arrese, pur sapendo che non avrebbe vinto nulla, mi sembra importante. E scrivere un testo che volutamente lascia fuori un dettaglio importante perché così ne risulta una storia più bella mi sembra poco onesto.

Un libro prezioso. Indispensabile. Ecco cos’è “Storie della buonanotte per bambine ribelli”. Un libro che tutti i genitori dovrebbero comprare per i loro figli” ha scritto, priva di dubbi, Eleonora Voltolina. Io di dubbi ne ho tanti, e per quanto riconosco che ci sono storie che devono essere raccontate non sono sicura che questo sia il modo giusto per farlo. Favilli e Cavallo sono due ottime pubblicitarie, ma il loro libro non mi ha trasmesso la metà di quel che mi aveva trasmesso a suo tempo Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative di Assia Petricelli e Sergio Riccardi. Libri di fiabe, favole e romanzi per bambini che hanno fra i protagonisti anche personaggi femminili forti ce ne sono, anche se sono meno di quelli che per protagonisti hanno personaggi maschili, quelle di Cattive ragazze sono storie vere. Si tratta di un fumetto diretto a lettori più grandi, giusto per far capire una delle cattive ragazze è Franca Viola e la sua vicenda è spiegata senza censure. Per me è questo il libro da comprare.

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