Guy Gavriel Kay: Tigana. Come una spada nell’anima

Al di là di alcune piccole modifiche che non riesco a non fare ogni volta che rileggo un testo scritto da me, ho già pubblicato questo articolo su FantasyMagazine quasi due mesi fa. In genere quando scrivo un approfondimento mi occupo di un tema su cui ho riflettuto per qualche tempo, magari seguendo un filo che ha accompagnato i miei pensieri da un libro all’altro, al di là delle intenzioni stesse dei loro autori. In questo caso no. Quest’estate ho letto per la prima volta Tigana in inglese perché ho deciso che, anche se le traduzioni sono più semplici da leggere, volevo conoscere le parole esatte usate da uno scrittore che è sempre molto attento nella scelta delle parole, e poi ho riletto per l’ennesima volta il libro in italiano perché sì. Se però perché sì non vi sembra un motivo valido potremmo dire che non riuscivo a staccarmi da quella storia, da quei personaggi. Il fatto che io non riesca a staccarmi dallo scrittore, che non ci sia ancora riuscita, è un altro discorso, in fondo l’avere dodici romanzi da leggere – a maggio diventeranno tredici – mi consente di non restare sempre ferma sulle stesse cose. E poi sapete benissimo che contemporaneamente leggo anche un bel po’ di altri libri. Comunque per mettere temporaneamente da parte Tigana e passare oltre (alla Trilogia di Fionavar) ho dovuto scriverne. Quello che ne è venuto fuori, in una visione molto parziale del romanzo perché per parlarne in modo completo avrei dovuto scrivere un testo molto più lungo, lo potete leggere qui sotto. Vi avviso però che ci sono un bel po’ di spoiler.

“Andò a finire che Alessan prese la cornamusa e cominciò a suonare da solo, accanto al fuoco.

Suonò meravigliosamente, a occhi chiusi, con grande concentrazione, e la triste nenia del suo strumento parve volersi innalzare fino al cielo” (1).

Suona meravigliosamente Alessan, ma suona da solo, nonostante la presenza al suo fianco di ben cinque compagni di viaggio. Tutti però devono affrontare i loro demoni personali e non c’è spazio per le parole, troppo pesanti da cercare, troppo difficili per esprimere quello che hanno nel cuore. Alessan suona per alleviare il tormento, per chiedere scusa per le ingiustizie compiute e per quelle che compirà in futuro, per cercare qualcosa con cui abbracciare tutti quanti. Perché lui, come ricorda ogni volta che beve un bicchiere di vino azzurro, il terzo bicchiere della serata, è dilaniato da una spada nell’anima che non gli dà pace e che guida le sue azioni, spingendolo anche a compiere scelte normalmente contrarie alla sua natura.

Nei romanzi di Guy Gavriel Kay c’è sempre un momento che spezza il cuore del lettore. Una morte, un allontanamento, una decisione necessaria ma che certamente farà soffrire qualcuno che non lo merita. Il lieto fine per tutti esiste solo nelle fiabe, e quando la vita pone le persone in situazioni difficili anche chi ne viene fuori relativamente bene in qualche modo ne deve pagare il prezzo. In Il paese delle due lune però il prezzo è davvero alto.

Fra tutti i romanzi dello scrittore canadese questo è il più struggente perché i protagonisti non devono impedire una caduta ma sopravvivere a essa e il prologo, nonostante la minaccia incombente, è l’unico momento sereno della storia prima dell’epilogo. Se davvero si può parlare di serenità.

La Penisola del Palmo si trova a metà strada fra l’impero di Barbadior e il regno di Ygrath. Per questo quando l’ambizioso nobile Alberico di Barbadior inizia l’invasione della penisola con l’intento di porre le basi per una futura ascesa al trono imperiale, il re Brandin di Ygrath dà a sua volta il via a un’invasione per arginare la potenza dell’impero. Brandon però ha anche un secondo scopo, conquistare un regno per Stevan, l’amato figlio minore. Nel corso della breve guerra Brandon compie un errore fatale: divide in due il suo esercito. La maggior parte dei soldati si reca a sud con Stevan per conquistare Tigana, una delle nove province in cui è suddiviso il Palmo, mentre lui si reca a est per contrastare Alberico con la sua magia, in attesa di poterlo sconfiggere quando sarà di nuovo al comando della sua intera forza. Gli abitanti di Tigana però sconfiggono Stevan e il loro principe, Valentin, uccide il figlio di Brandin.

Questi i fatti che pongono le premesse al romanzo. Il prologo, ambientato dopo la battaglia con Stevan e prima di quella con Brandin, è incentrato su Saevar, lo scultore di corte che, seduto sulla riva del fiume Deisa, “pensava alla morte imminente e alla vita da lui vissuta” (2).

È l’ultimo momento sereno, malgrado la consapevolezza della presenza di un nemico molto più forte al di là del fiume. Per quanto avrebbe ancora molti motivi per vivere, la moglie, i figli e l’arte che hanno arricchito le sue giornate, Saevar sa di aver avuto una vita piena ed è pronto a fare quel che deve fare, fosse anche morire, per quel principe che è fiero di poter chiamare amico e per le cose in cui crede. E il principe arriva e scambia con lui le ultime parole che, se non possono essere di conforto, danno la misura della grandezza di entrambi gli uomini. Cinque pagine che lasciano la malinconia di non aver potuto conoscere meglio i personaggi perché quando inizia la prima parte sono trascorsi quasi vent’anni, la seconda battaglia sul fiume Deisa si è conclusa da un pezzo e i nomi di Saevar e Valentin fanno parte dell’elenco dei morti, anche se quest’ultimo dettaglio verrà confermato solo più avanti. Una parte del prologo la potete leggere a questo link: http://www.terrediconfine.eu/il-paese-delle-due-lune/.

“Era l’epoca della vendemmia, e dalla sua residenza di campagna, ricca di cipressi, olivi e viti, giunse voce che Sandre, un tempo signore di quella città, aveva esalato il suo ultimo respiro da esule” (3).

La storia vera e propria, per la quale il prologo ha posto le premesse e ha fornito i primi motivi di dolore, inizia in modo tranquillo. Sandre, duca d’Astibar, è morto, ma visto che non lo conosciamo non siamo particolarmente addolorati dalla notizia e ci godiamo la bella giornata e le chiacchiere di chi si trova in città.

In realtà la prima frase, che pur parlando di morte è in un certo modo tranquillizzante dopo quel prologo che limita lo spazio della speranza alla memoria e che mostra quanto anche questa piccola speranza possa essere vana, è una menzogna. Lo ha sottolineato lo stesso Kay nella postfazione che ha scritto per celebrare il decimo anniversario della pubblicazione del romanzo: “Ho voluto iniziare un libro sul sotterfugio e sull’inganno con una bugia” (4). Sandre, veniamo a sapere più avanti, ha finto di morire organizzando preventivamente il suo funerale con lo scopo di ordire una rivolta contro Alberico, il tiranno che domina la mezza penisola di cui anche Astibar fa parte. La rivolta finisce nel sangue prima ancora di iniziare a causa del tradimento di uno dei congiurati, Sandre, il presunto morto, è l’unico che sopravvive, anche se a saperlo sono solo Alessan e il suo piccolo gruppo e pur ritrovandolo vivo arriveremo a soffrire per lui e per le scelte che si trova a dover compiere e con cui poi deve convivere.

Ma se sette delle nove province del Palmo sono dominate dalla tirannia di Brandin o di Alberico e il governatore di un’ottava, Senzio, non può che guardarsi intorno preoccupato chiedendosi quale fra i due invasori gli salterà addosso per primo, alla nona provincia le cose sono andate molto peggio. Colpevoli di aver ucciso Stevan gli abitanti di Tigana sono stati non solo conquistati ma schiacciati quasi fino alla cancellazione totale. Donne e bambini sono stati uccisi, cosa mai avvenuta in nessuno degli altri territori, le opere d’arte – come le sculture di Saevar, famoso in tutta la penisola proprio per il suo talento – distrutte, i libri bruciati, gli edifici abbattuti. Un tentativo di cancellare il passato che abbiamo visto anche nella nostra realtà, ma visto che Il paese delle due lune è un’opera fantasy la damnatio memoriae più totale comprende anche la cancellazione del nome e del ricordo di quel che Tigana è stata. Solo chi è nato in Tigana prima dell’incantesimo lanciato da Brandin sull’intera penisola può ricordare il nome della provincia, o udirlo quando viene pronunciato.

Ecco allora che l’unico motivo di conforto che trovano Saevar e Valentin alla vigilia dello scontro, la soddisfazione dello scultore per il “lavoro delle sue mani, che gli sarebbe sopravvissuto” (5), o la certezza del principe che i figli più giovani si ricorderanno di loro e che i nonni diranno ai bambini ancora in braccio alle madri chi erano i loro padri perché “«Brandin di Ygrath può distruggerci, può conquistare la nostra terra, ma non può toglierci il nome, e neppure il ricordo di quello che siamo stati.»” (6), si rivela un conforto vano. Perché a differenza del lettore loro non sanno che “anche se i loro figli si sarebbero ricordati di loro, vent’anni più tardi, nessun altro sarebbe stato in grado di farlo, nell’intera penisola” (7).

È questa la spada nell’anima che lacera Alessan, terzo e unico superstite dei figli di Valentin perché all’epoca della conquista di Brandin era troppo giovane per partecipare alla guerra: la consapevolezza che la memoria della sua terra stia scomparendo pian piano, con la morte di coloro che hanno conosciuto Tigana, mentre Brandin sta prolungando innaturalmente la sua vita grazie alla magia per riuscire a portare a compimento la sua vendetta. La caduta, avvenuta quasi vent’anni prima, è stata talmente disastrosa da rischiare di cancellare completamente un territorio e le persone che lo abitavano.

Sull’importanza dell’identità nazionale e sul valore dei nomi Kay si è soffermato nella già citata postfazione ricordando episodi della nostra storia in cui chi era al governo in un determinato territorio ha trasformato anche i nomi e il linguaggio in armi per cercare di sottomettere popoli ribelli, e come questi popoli a loro volta quando si sono ribellati al giogo che li opprimeva abbiano avanzato rivendicazioni anche da un punto di vista linguistico. E non è un caso che il suo romanzo abbia riscosso i maggiori successi proprio in quelle nazioni che realmente hanno dovuto combattere per conservare la propria identità.

Il prezzo per la morte di Stevan è nella damnatio memoriae di un paese e nella cancellazione del suo nome e della sua cultura, nello scivolare nella follia e nel silenzio della vedova di Saevar alla notizia della morte del marito, nella rabbia impotente del figlio Baerd, nella fuga dei genitori di Catriana e nella vergogna di Catriana stessa, nell’aspro odio di Pasithea, principessa di Tigana e madre di Alessan, nello spaesamento di Devin. Nel solitario cammino di Dianora, il più aspro di tutti perché ammantato d’amore.

Quando Alessan suona la sua cornamusa, solo anche se in mezzo ai compagni, abbiamo ormai in mano la maggior parte degli elementi del dramma. Devin, il personaggio su cui lo scrittore si sofferma di più, è quello che ha sofferto meno, e che vuole solo colmare il vuoto che si è scoperto dentro quando gli è stata rivelata la verità sulla sua origine. Catriana brucia dal desiderio di fare qualcosa per compensare la vergogna che prova da quando ha scoperto che i genitori sono fuggiti prima delle battaglie combattute contro gli uomini di Ygrath, anche prima di quella vinta. Baerd si porta dentro il tormento dei primi mesi dopo la conquista, quando tutti avevano iniziato a pensare che i morti fossero stati più fortunati dei vivi, la morte del padre e la distruzione delle sue opere, il silenzio innaturale della madre, la scomparsa della sorella, il mancato addio a un amico. Parte del tormento di Baerd lo potete leggere in questa scena (in inglese): http://www.brightweavings.com/passages/tigana.htm. Sandre è schiacciato dal peso del tradimento di un nipote, dall’assenza di ogni rapporto con il figlio Tomasso per buona parte della loro vita, e dal non aver potuto – o osato – salvarlo proprio nel momento in cui si è scoperto orgoglioso di lui. Erlein di Senzio, appena privato della libertà da Alessan, è il principale destinatario della musica del principe, una musica che dovrebbe unire e che fallisce il suo scopo perché Alessan non può ridare a Erlein l’unica cosa che desidera in quel momento, quella parvenza di liberà che i tiranni gli avevano lasciato.

Alessan suona, e come Devin ha intuito lo fa anche per alleviare il tormento della sua anima. Un tormento vecchio di quasi vent’anni, quando lui è stato lasciato indietro, al sicuro, dagli ordini di un principe, di un padre, che ha provato a salvare dalla guerra almeno i ragazzi più giovani. Un tormento che con gli anni non ha fatto che crescere. Lo vediamo nella discussione sulla libertà portata avanti con Erlein, uno scambio di battute inteso da Kay non come semplice espediente narrativo ma come problema reale sulla legittimità dei mezzi con i quali si persegue il proprio scopo. Perché dietro la maschera amichevole e l’amore per la musica di Alessan c’è un principe senza terra oppresso da un peso che non era destinato a lui e che non può non interrogarsi su cosa avrebbero fatto al suo posto il padre o i fratelli, anche quando il dovere lo spinge su strade che non vorrebbe percorrere. Il dubbio sulla sua inadeguatezza a ricoprire un ruolo che avrebbe dovuto essere destinato ad altri, il dover compiere scelte difficili anche contro la sua volontà, i feroci contrasti con la madre, si fondono in una personalità tormentata che arriverà al punto di rottura nel momento in cui si troverà a far fronte al gesto lucido e disperato di Catriana e agli estremi a cui possono portare i sensi di colpa e un sogno inseguito con troppa intensità.

Anche in quell’occasione Alessan suona, e ad accompagnare la sua cornamusa si leva la voce di Devin in un canto di amore e di dolore che tocca tutti quelli che lo sentono, al punto che “da allora in poi, per molti anni, a Senzio ci si sarebbe ricordati di quell’appassionata, inattesa esecuzione del Lamento, nella notte che aveva segnato l’inizio della guerra” (8).

Il dolore per qualcosa che è stato perso per sempre, irrimediabilmente, accompagna i protagonisti nel loro lungo viaggio. Anche quando il nome di Tigana tornerà a essere udito nel mondo Alessan non potrà cancellare le sofferenze passate, ricostruire tutto come se nulla fosse accaduto dimenticando le ceneri di ciò che è andato perduto, la generazione scomparsa, le opere d’arte distrutte, le parole non dette e quelle pronunciate con rabbia. E Baerd non ritroverà mai la sorella perduta, per un attimo così vicina e subito travolta da forze più grandi di lei.

Il cammino di Dianora è il più statico ma anche il più tormentato. Nel momento in cui Kay ci racconta la sua storia le sue azioni sono quasi tutte confinate nel passato, in quel piano che l’ha portata a crearsi una nuova identità per poter compiere la sua vendetta. Un piano perfetto in tutto, nella progettazione come nell’esecuzione, tranne che nella variabile più imprevedibile, l’amore. Perché quando la figlia di Saevar ha finalmente l’opportunità di agire è il cuore a dettare le sue azioni intrappolandola in un conflitto che la indirizza, qualsiasi cosa faccia, verso il tradimento.

“Dianora continuò a piangere silenziosamente, mentre Brandin continuava a parlare, e dopo qualche tempo il fuoco del camino si spense. Dianora piangeva perché lo amava, ma anche per la sua famiglia e la sua terra, per l’innocenza che aveva perso negli anni, ma soprattutto piangeva per i tradimenti futuri. I tradimenti che la attendevano là dove li avrebbe condotti il tempo, che non si ferma mai” (9).

Senza l’amore quello di Dianora sarebbe potuto essere un cammino eroico, magari tragico se si fosse concluso male, ma sarebbe stato semplice, per quanto possa essere semplice il tentativo di eliminare un tiranno. Kay però non fa mai percorrere ai suoi personaggi la strada più semplice, e così facendo li rende vivi e fa in modo che tocchino nel lettore corde profonde. Cosa fare quando due scelte sono incompatibili fra loro, ma entrambe hanno il peso di un imperativo categorico? La storia di Dianora, lacerata da questa scissione, non può che concludersi tragicamente malgrado l’amore che la circonda. Il suo per Tigana e per Baerd, che l’ha indirizzata su un cammino che si è concluso con l’arrivo nell’harem, e quello inaspettato per Brandin, che ha cambiato tutto. Quello di Brandin per Stevan, che ha portato alla distruzione di una provincia e al nascere di una congiura nel regno di Ygrath e quello per Dianora, dapprima negato dalla forza del lutto e infine accettato con tutte le sue conseguenze.

Il successo del gruppo di cui, a insaputa di Dianora, fa parte anche il fratello, scioglie il nodo che la teneva prigioniera e la spinge inevitabilmente alla morte. Nemmeno la compassione di Valentin, principe di Tigana, nel momento in cui lei scopre la reale identità di un uomo che ha avuto al fianco per anni, può attenuare i suoi sensi di colpa o il suo dolore.

“«Padre e figlio, tutt’e due? Che raccolto, principe di Tigana»” (10) riesce a dire Brandin di Ygrath prima di cadere, mentre Valentin, schiacciato da una montagna per quasi vent’anni, mette fine alla sua tortura. Il sollievo che prova nei suoi ultimi istanti lo ripaga per quel che ha subito e la morte diventa un piccolo prezzo da pagare per essere riuscito a mettere a segno quel colpo capace di restituire a Tigana il suo nome.

Saevar, nel prologo di Il paese delle due lune, pensa alla morte imminente e alla vita da lui vissuta. È un momento malinconico ma non privo di speranza per la consapevolezza di quel che ha fatto, per l’amore della famiglia e la passione per la scultura, e la forza che gli dona il suo fiero e sensibile principe. La caduta che aspetta lui e tutta la sua provincia è molto più grande di quanto chiunque potesse immaginare, e l’intero romanzo è attraversato da un sottile dolore che può essere attenuato ma mai fatto sparire del tutto. Il lieto fine è per le fiabe, non per la vita, e anche quando i tiranni verranno sconfitti le cose non potranno più tornare come prima perché ci sono cose come una certa ingenua serenità che quando si perdono sono perse per sempre e ferite che possono essere curate ma mai guarite del tutto. La fine di Dianora e di Valentin, il silenzio finale di Celto o la rassegnazione di Baerd per la scomparsa della sorella continuano a essere, per usare le parole di Alessan, come una spada nell’anima.

E, quando tutto sembra finito e sembra che le vite dei protagonisti possano scorrere senza troppi problemi, c’è il vecchio oracolo che ricorda che il tempo non si ferma mai. Proprio nell’ultima riga del romanzo Sandre, Baerd e Devin ridono mentre si dirigono a incontrare un amico, e “fu laggiù che videro la riselka: una riselka che veniva vista da tre uomini, seduta su una pietra accanto al sentiero illuminato dal sole, con il fresco vento della montagna che le accarezzava i lunghi capelli verdi” (11). Una scena che potrebbe essere idilliaca, se non fosse che i lettori sanno che:

Se un uomo vede una riselka

la sua vita è a un bivio.

Se due uomini vedono una riselka

uno morirà.

Se tre uomini vedono una riselka

uno avrà successo, uno è a un bivio e uno morirà” (12).

Note

1) Guy Gavriel Kay, Tigana, 1990, trad. it. Il paese delle due lune, Sperling & Kupfer, Milano, 1992, pagine 219-220.

2) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 1.

3) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 9.

4) http://www.brightweavings.com/ggkswords/tiganaafterword.htm.

5) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 5.

6) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 4.

7) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 5.

8) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 449.

9) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 313.

10) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 493.

11) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 506.

12) Guy Gavriel Kay, Il paese delle due lune, op. cit., pag. 180.

Anche se l’immagine qui sopra non ha nulla a che vedere con l’articolo ho deciso di inserirla ugualmente perché sì, e sappiate che in alcuni casi perché sì per me è una motivazione molto forte. In fondo il blog è mio, e sono io a decidere cosa sia in tema e cosa no. Dal giugno del 2014 Guy Gavriel Kay è stato ammesso nell’Order of Canada, anche se solo pochi giorni fa è riuscito a partecipare alla cerimonia ufficiale. La foto lo ritrae con il Governatore Generale. La motivazione ufficiale del riconoscimento:

Guy Gavriel Kay is Canada’s foremost author of speculative fiction. His novels are intricate fusions of history and the fantastic, with imagined characters and settings inspired by recognizable, real-world cultures, and grounded in rigorous research. Since 1990, all of his books have become national bestsellers, and his writing has been published in over 25 languages, to great acclaim. He addresses powerful subjects such as cultural imperialism, religious extremism, and the relationship between art and power, distinctively fusing narrative strength with the elegant prose and ambitious themes of literary fiction.

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