George R.R. Martin: Armageddon Rag

Quello dell’opera maledetta, o dell’artista maledetto, è un topos letterario del quale si è fin troppo abusato. Libri pericolosi, come il Necronomicon di H.P. Lovecraft, o artisti che si attirano per un qualsiasi motivo una damnatio memoriae, come il Julian Carax su cui è tanto curioso Daniel Sempere, il protagonista dell’Ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon. Fantasia, certo, ma a volte ci sono opere che sembrano davvero portare sfortuna ai loro autori, o che per qualche misterioso motivo non funzionano. Non ha funzionato, nel 1983, The Armageddon Rag di George R.R. Martin, e continua a non funzionare pure ora, e io non ne capisco il motivo.

Martin aveva iniziato a pubblicare narrativa a livello professionistico con L’eroe, racconto compreso in Italia nell’antologia Le torri di cenere. Per anni si è dedicato solo alla narrativa breve finché, nel 1977, non ha pubblicato il suo primo romanzo, Dying of the Light, pubblicato in Italia prima con il titolo La luce morente e poi come In fondo il buio. Il romanzo, salutato come l’esordio nella narrativa lunga di un bravissimo autore di racconti, è stato molto apprezzato. Nel 1981 è arrivato Il pianeta dei venti, scritto insieme a Lisa Tuttle, anche se in realtà si tratta di una raccolta di tre racconti aventi la stessa protagonista e collegati fra loro da una cornice. Il 1982 è stata la volta del Battello del delirio, e qui dalla fantascienza passiamo all’horror. In successo è notevole. La strada per lo scrittore è ormai in discesa? Sbagliato, l’anno dopo George pubblica The Armageddon Rag e, malgrado le recensioni più che positive, il romanzo non vende nulla. L’insuccesso è tale che nessun editore vuole più pubblicare un romanzo suo e lui, per una serie di circostanze particolari, si ritrova a fare lo sceneggiatore per Hollywood. Dieci anni di scrittura, ma soprattutto riscrittura, cercando di entrare in canoni per lui troppo stretti, fino alla pubblicazione nel 1996 di A Game of Thrones, primo romanzo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco. Se anche non è immediato, il successo cresce in maniera dapprima regolare, grazie al passaparola degli appassionati, e poi in maniera esponenziale grazie alla serie televisiva Il trono di spade.

Sulla scia di questo successo tutto ciò che è firmato George R.R. Martin inizia ad arrivare in Italia, anche se si tratta di opere molto vecchie. E, all’inizio di quest’anno, è arrivato anche The Armageddon Rag. Un successo annunciato vista la nuova importanza dell’autore? Sbagliato, io ho letto il libro ed è straordinario, ma ben pochi lo stanno acquistando. Allora vediamo di chiarire alcune cose. Conosco ben poco la musica rock. Mi piacciono i fantasy ma non sono un’amante del fantastico ambientato nella nostra realtà o del paranormale. Raramente leggo thriller. Eppure questo è un libro che va letto. Scritto benissimo, con personaggi indimenticabili e capace di far riflettere. Questa è la recensione scritta da Emanuele Manco per Carmilla. Sottoscrivo ogni parola. Un mese prima io avevo scritto la mia recensione, e anche se in alcuni momenti mi avevano fatto sorridere i punti di contatto fra Martin e Sandy Blair questo è un libro dannatamente serio, e che semplicemente va letto.

La mia recensione:

Cosa è successo, si chiede Sandy Blair. E la sua non è una semplice domanda volta a scoprire chi, come e perché abbia commesso un determinato omicidio. È un brutale fatto di cronaca il pretesto dal quale parte la sua inchiesta, un viaggio a ritroso nel tempo intrapreso tanto per ritrovare la gioventù perduta quanto per fuggire da un romanzo che non vuole saperne di essere scritto. Ma, come scoprirà il protagonista di Armageddon Rag, il tempo gioca strani scherzi, e a volte conduce i viaggiatori su sentieri che mai si sarebbero sognati di percorrere.

È un romanzo ricco l’opera che ha quasi stroncato la carriera di George R.R. Martin. Denso, nel quale immergersi e assaporare ogni parola alla ricerca di quella resurrezione cancellata, quasi un oscuro presagio, dal titolo del libro che abbiamo fra le mani. Non dal titolo della canzone che stava cantando con tutte le sue energie Patrick Henry Hobbins detto Hobbit, Armageddon/Resurrection Rag, al momento della sua morte.

 

È difficile definire un’opera come questa. Un giallo forse, in fondo tutto inizia con un omicidio e si riaggancia a un altro omicidio avvenuto tredici anni prima. Un viaggio sentimentale nell’America degli anni ’60 e ’70, distrutto dalle consapevolezze del decennio successivo. Un omaggio alla musica pop/rock e alla sua forza dirompente. Una storia d’amore e di forti passioni. Un incubo che affonda le sue radici in qualcosa che va al di là della comprensione umana. Un salto nel paranormale tanto più potente perché compiuto a partire dal mondo reale. Armageddon Rag è tutto questo e molto di più. Soprattutto è una storia che tocca corde profonde.

 

Sandy Blair è uno scrittore a corto d’ispirazione. Giunto al terzo romanzo, è arenato da tempo a pagina 37 e pronto a cogliere qualsiasi scusa pur di non pensare al vicolo chiuso a cui sembrano essere giunte la sua storia e la sua vita. E prontamente la scusa arriva nella persona di Jared Patterson, direttore dell’Hedgehog ed ex socio di Sandy quando questi ancora era un giornalista. Per chi conosce Martin, a sua volta ex giornalista e spesso sospettato di essere in crisi d’ispirazione visti i lunghissimi tempi che gli sono stati necessari per scrivere gli ultimi volumi delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, un sorrisetto di riconoscimento è inevitabile. Armageddon Rag precede di ben otto anni la prima ispirazione per la saga fantasy, e di tredici la pubblicazione di A Game of Thrones ma per molti versi Blair è Martin.

Patterson convince Blair a condurre un’inchiesta sulla morte di Jamie Lynch, già manager di un gruppo rock, i Nazgûl, scioltosi tredici anni prima quando, durante il concerto, il loro leader Patrick Henry Hobbins era stato ammazzato con una fucilata. Quello di Sandy dunque è un viaggio nel passato, visto che l’omicidio di Hobbins è ancora irrisolto, e nel presente, alla ricerca dell’assassino di Lynch. E in questo doppio viaggio Sandy rivive tutti i suoi sogni del passato dando corpo a speranze e incubi rimasti sepolti nel subconscio ma mai davvero spariti.

Il luogo del delitto, i membri superstiti dei Nazgûl, vecchi amici persi di vista. Ogni tappe è scandita da suggestioni molto forti, a partire dal ripetuto richiamo al Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, vero e proprio simbolo delle speranze degli studenti e dei pacifisti americani di quel periodo. Ancora più forte è la presenza della musica, a partire dalle epigrafi che aprono ogni capitolo per giungere a guidare ricordi e decisioni di Blair e che fluiscono e si fanno testo nel testo. Music to Wake the Dead, musica per risvegliare i morti, l’album immaginario al cui interno si trova Armageddon/Resurrection Rag, fa continuamente capolino nelle pagine del romanzo insieme a un’infinità di altri album, la maggior parte dei quali esistono davvero. La storia non è solo fantasia e forse, da qualche parte, in un universo che davvero per poco non è il nostro, sarebbe potuta essere realtà.

Il romanzo si divide idealmente in due parti. La prima segue l’indagine di Blair: arrivo, incontro, conversazione e partenza. La prosa è coinvolgente, i personaggi reali. Nonostante si vedano per poche pagine tutti hanno la loro personalità e non possono essere confusi tra loro, o etichettati come figure inutili. Tutti sono lo specchio della realtà, una realtà ben diversa da quella sognata da Sandy, o da Martin e dai suoi lettori. Una verità che fa male, come un colpo sparato senza motivo apparente e arrivato non si sa da dove.

Ma dopo un po’ uno schema di questo tipo finirebbe per diventare stancante. Quanto incontri si possono fare senza suonare ripetitivi? Quanti chilometri si possono macinare perché il viaggio abbia ancora il suo senso? Martin è ben conscio dei limiti di una storia basata solo su questo, e proprio quando il divertimento rischia di calare narra un ultimo incontro. Quello che da solo basterebbe a donare un senso al libro. Quello che rompe il giocattolo, e che lascia dentro un vuoto incolmabile che nemmeno la musica può davvero riempire.

La seconda parte non inizia subito, serve prima un periodo vuoto, naturale conseguenza di un’indagine senza risposte. O forse troppo piena di risposte poco gradite a domande mai pronunciate. Un vuoto, una pagina bianca su cui scrivere da capo, nella speranza di trovare risposte diverse. E qui, davvero, entra in scena la musica. Se prima era stata ricordi e suggestioni, speranze, rabbia e delusioni, ora diventa tutt’uno con la pagina stampata.

Aveva ragione Philip DeGuere a metà anni ’80: da questo romanzo si potrebbe ricavare un magnifico film. La forza visionaria e l’energia dell’ultima parte sono incontenibili, anche se un po’ inquietanti. Perché Sandy non è ancora venuto a capo con tutti gli spettri del passato, e l’assassino di Jamie Lynch, per quanto apparentemente dimenticato dalla trama, non è ancora stato assicurato alla giustizia.

 

Stephen King ha definito Armageddon Rag il miglior romanzo che abbia mai letto sulla cultura della musica pop americana degli anni ’60. Il romanzo è questo, e anche di più. È un sogno che, dopo aver preso vita, rischia pericolosamente di trasformarsi in un incubo, perennemente in bilico fra l’annunciato Armageddon e una possibile resurrezione. Scritto benissimo, il libro di George R.R. Martin è un inno alla vita che non nasconde i lati più cupi ma che ci ricorda che, se vogliamo, abbiamo ancora molta strada da fare.

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7 risposte a George R.R. Martin: Armageddon Rag

  1. Giuseppe ha detto:

    Lo leggerò!
    Vado OT: come è andato l’incontro di ieri a Mantova? Avrei voluto venire ma….
    Altro OT: stasera finisce la terza serie di GoT! Cosa ne dici?

    • Ok, poi fammi sapere se ti è piaciuto.
      C’erano poche persone, e gli organizzatori erano molto perplessi. I primi due anni hanno avuto un notevole successo, l’anno scorso la colpa si poteva attribuire al terremoto, ma quest’anno non c’era un motivo spiegabile per il poco pubblico a parte le previsioni meteo negative (e abbiamo avuto una bellissima giornata).
      Io ho partecipato al seminario sul giornalismo web tenuto da Emanuele Manco. Alcune cose le sapevo, anche perché lui è il mio direttore e spesso ci scambiamo opinioni e informazioni via mail, altre mi hanno dato modo di riflettere. Un’ora comunque per lui era poca, si vedeva che avrebbe avuto molte altre cose da dire e non ne aveva il tempo, infatti ha corso come un treno.
      Credo che la mia conferenza (e il parolone mi fa un certo effetto) sia piaciuta, ma questo dovrebbe dirlo chi c’era. L’applauso finale lo hanno fatto, ma era sincero o semplicemente dovuto? Ho parlato della nascita dei romanzi prima e della serie poi, e del rapporto che intercorre fra le due opere. Non ho toccato tutti i punti che mi ero segnata, se lo avessi fatto avrei sforato con il tempo. Penso fossero cose interessanti, ma il giudizio non spetta a me.
      Della terza serie ho visto solo le prime due puntate. Mi sono piaciute abbastanza, anche se avrei strozzato volentieri Catelyn nel corso di un monologo della seconda puntata. So più o meno quanto è avvenuto sia perché ho letto i romanzi sia perché ho letto i riassunti delle puntate. La nona dev’essere stata molto forte anche per chi sapeva in anticipo cosa sarebbe avvenuto, ma per ora io non posso dare un giudizio personale. La terza stagione finisce e sono già al lavoro per la quarta. Per me è segno che le cose procedono regolarmente, non mi fa nessun effetto. Mi spiacerebbe però se HBO dovesse arrivare alla conclusione della storia prima di Martin. E in quel caso non guarderei i telefilm, e dovrei essere io a evitare gli spoiler.

  2. Marco P. ha detto:

    Appena terminato, vorrei segnalare due piccole curiosità: una delle canzoni dei Nazgul si intitola Dying of the Light e al capitolo 24: “Hobbins cantò del ghiaccio e del fuoco”.

    • Sì, avevo notato i dettagli, sono troppo palesi perché una fanatica come me possa non notarli. Ogni tanto Martin si autocita. In un paio di punti nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco cita il racconto Il drago di ghiaccio, ma non ricodro dove e cercare le pagine richiederebbe parecchio tempo. E credo di aver visto qualche altra citazione sparsa da un romanzo all’altro.
      Ho notato la stessa cosa anche nell’opera di altri scrittori come Brandon Sanderson o Guy Gavriel Kay. Sospetto che lo facciano per divertimento. Sono elementi marginali, la loro presenza o la loro assenza non influisce mai sulla trama, e suppongo li faccia divertire come un bambino che progetta una marachella e si pregusta il divertimento futuro. E per noi sono divertenti, ci danno un senso di familiarità e ci fanno sentire lo scrittore come un vecchio amico con il quale stiamo scherzando.
      Però non hai detto se il libro ti è piaciuto o no.

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  5. Lucio ha detto:

    Ho finito pochi giorni fa di rileggerlo. Per la terza volta. Ed ogni volta riesce a colpirmi, commuovermi ed esaltarmi. E soprattutto riesce a farmi riflettere. Lo adoro.

    Credo che le ragioni del suo scarso successo siano dovute in parte al suo essere poco definibile (è un thriller?un horror? un Fantasy? un romanzo di ri-formazione?), e collegato ad un genere musicale (l’hard rock) che al momento dell’uscita del libro era visto come sorpassato (ne parlano gli stessi personaggi, in alcuni passaggi) nonchè legato ad una generazione di sconfitti. Ecco, soprattutto la disillusa analisi che fa Martin della sua generazione credo sia risultata indigesta all’epoca, sia per chi aveva fatto parte dei movimenti che per chi li aveva avversati, e poco comprensibile anche dopo. Siamo abituati a pensare al movimento hippy come trionfante e solare, quando invece fu zittito dall’elezione di Nixon e reso più cupo da personaggi come Manson e co. Gli hippy sono diventati Yuppie, o personaggi ai limiti della società “normale”. Martin è brutalmente onesto nel parlare di fallimento, e questo spesso non fa piacere.
    A mio avviso, in ogni caso, tutti questi elementi non sono affatto negativi, ma donano al libro una complessità ed una moltitudine di letture che anticipa altre opere di Martin. Anche qui a volte ci troviamo a chiederci chi siano i “buoni”, e non sempre riusciamo a darci una risposta.
    Credo però che l’ unica nota “stonata” sia l’ultimo capitolo, dove un vago (e surreale) ottimismo chiude la vicenda in un modo in cui lo stesso autore non sembra credere un granchè.

    Comunque, consigliatissimo. E accompagnato dalla giusta colonna sonora!

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