Contro gli editori a pagamento

 

Avete mai letto Il pendolo di Foucault di Umberto Eco? La prima volta che l’ho fatto ne sono rimasta incredibilmente affascinata, mi ha dischiuso un mondo, quello esoterico, di cui prima non sapevo nulla. Non che reputi serie la gran parte delle cose che riguardano l’esoterismo, ma a livello culturale alcune nozioni sono contenta di averle. Fra l’altro ho trovato terribilmente banale Il codice da Vinci di Dan Brown proprio perché avevo letto Il pendolo di Foucault, che accennava a tutta la teoria dei figli di Cristo e dei re di Francia. Il punto di partenza di tutta la teoria di Brown era il libro Il santo Graal di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, che avrei letto solo in seguito, ma quel che ne ha scritto Eco è più che sufficiente per trovare banale il romanzo più famoso. Quanto alla serietà dell’esoterismo basta leggere il capitolo 48 del Pendolo di Foucault, da pagina 305, per metterci una pietra sopra.

 

Quando ho riletto il romanzo, forse vent’anni più tardi, mi sono annoiata. Diciamocelo, lo stile di Eco è pesante. A volte del tutto indigesto, vedi il Portale della Chiesa nel Nome della rosa, e io sono una che ama l’arte medievale. Perciò ho molto ridimensionato la lettura, ma due episodi mi piacciono ora come allora. Uno è quello già citato del chiosco del capitolo 48, l’altro occupa i capitolo 38 e 39. Ne trascrivo alcuni brani.

 

 

Percorremmo il corridoio, salimmo tre scalini, e passammo attraverso a una porta a vetri smerigliati. Di colpo entrammo in un altro universo. Se i locali che avevo visto sinora erano bui, polverosi, slabbrati, questi sembravano la saletta vip di un aeroporto. Musica diffusa, pareti azzurre, una sala d’aspetto confortevole con mobili firmati, le pareti adorne di fotografie in cui si intravedevano signori con la faccia da deputato che consegnavano una vittoria alataa signori con la faccia da senatore. Su un tavolinetto, gettate con disinvoltura, come nella saletta di un dentista, alcune riviste in carta patinata, L’Arguzia Letteraria, L’Atanòr Poetico, La Rosa e la Spina, Parnaso Enotrio, Il Verso Libero. Non le avevo mai viste in circolazione, e dopo seppi il perché: erano diffuse solo presso i clienti della Manuzio.

 

Se all’inizio avevo creduto di essere entrato nella zona direzionale della Garamond, dovetti subito ricredermi. Eravamo negli uffici di un’altra casa editrice.

 

Pag. 255

 

 

Eco prosegue la descrizione facendo il confronto fra gli uffici delle due case editrici possedute dal signor Garamond, la Garamond, appunto, e la Manunzio. Tanto sono dimessi i primi, tanto sono luminosi ed eleganti i secondi. Gli uffici comunicano tramite la già citata porta a vetri smerigliati, ma visto che il palazzo ha due diversi ingressi su due vie opposte, una popolare e l’altra elegante, chi entra da un ingresso difficilmente può immaginare cosa trova chi entra dall’altra parte. Mondo vicini ma incomunicabili, tranne che per gli addetti ai lavori.

 

 

Le collane della Manunzio avevano nomi delicati e poetici: Il Fiore che Non Colsi (poesia), La Terra Incognita (narrativa), L’Ora dell’Oleandro (mi parve di saggiastica varia), Nuova Atlantide (l’ultima opera pubblicata era Koenigsberg Redenta – Prolegomeni a ogni metafisica futura che si presenti come doppio sistema trascendentale e scienza del noumeno fenomenale). Su tutte le copertine, il marchio della casa, un pellicano sotto una palma, con il motto “io ho quel che ho donato”.

 

Pag. 256

 

 

La trama prosegue un po’, e noi la lasciamo andare sia perché non posso trascrivere tutto un romanzo sia perché in questo contesto mi interessa poco. E allora passo al capitolo seguente, in cui scopriamo che “La Manunzio era una casa editrice per APS”. Questo romanzo è del 1988, se queste cose non le sapete e volete pubblicare un libro fareste bene a informarvi. Le righe che sto trascrivendo provengono da un romanzo, questa non è la Verità, ma mi sembrano abbastanza indicative di come funzionano certe cose.

 

 

“Un APS è un Autore a Proprie Spese e la Manunzio è una di quelle imprese che nei paesi anglosassoni si chiamano “vanity press”. Fatturato altissimo, spese di gestione nulle.”

 

Pag. 261, giusto per spiegare la sigla.

 

 

Ma come fanno le spese a essere quasi nulle? Il direttore, la segretaria, il contabile e il magazziniere. Uno solo, e tanto per rimarcare il concetto il magazziniere di Eco ha pure un braccio solo. Io non lavoro in una casa editrice ma in una libreria, non abbiamo un solo magazziniere e braccia e muletto a volte sono un po’ poco per smaltire la mole di lavoro, comunque…

 

 

“gli spedizionieri delle case editrici normali spediscono libri ai librai mentre Luciano spedisce libri solo agli autori. La Manunzio non s’interessa dei lettori… L’importante, dice il signor Garamond, è che non ci tradiscano gli autori, senza i lettori si può sopravvivere.”

 

[…]

 

Il sistema Manunzio era molto semplice. Poche inserzioni sui quotidiani locali, le riviste di categoria, le pubblicazioni letterarie di provincia, specie quelle che durano pochi numeri. Spazi pubblicitari di media grandezza, con foto dell’autore e poche righe incisive: “un’altissima voce della nostra poesia”, oppure “la nuova prova narrativa dell’autore di Floriana e le sorelle”.

 

A questo punto la rete è tesa,” spiegava Belbo, “e gli APS vi cadono a grappoli”.

 

Pag. 262

 

 

Il brano successivo è divertentissimo, spiega perché le scrittrici hanno due cognomi (tranquilli, il cognome di mio marito io non ve lo dico), parla di una cena di autori ingiustamente sconosciuti, di piccoli ma importanti (?!) premi letterari, dell’Enciclopedia degli Italiani Illustri (a proposito, notato tutte le maiuscole? E poi dicono che le usiamo solo noi amanti della fantasy. Eco le usa per prendere in giro gli APS, e fa bene. Ogni cosa può essere uno strumento se si sa come adoperarla) e poi mostra l’incontro possibile fra Garamond e il pollo APS. Se non avete il romanzo di Eco vi consiglio di andare a dargli uno sguardo in biblioteca proprio per queste pagine. Infine si arriva al contratto. La situazione proposta è paradossale, Eco di diverte e il lettore con lui, ma il messaggio che trasmette è importante.

 

 

L’APS doveva giungere esausto con l’occhio ormai perduto in sogni di gloria alle clausole deleterie, dove si dice che diecimila è la tiratura massima ma non si parla di tiratura minima, che la somma da pagare non è ancorata alla tiratura, di cui si è parlato solo a voce, e soprattutto che entro un anno l’editore ha il diritto di mandare al macero le copie invendute, a meno che l’autore non le rilevi a metà prezzo di copertina. Firma.

 

Il lancio sarebbe stato satrapico. Comunicato stampa di dieci cartelle, con biografia e saggio critico. Nessun pudore, tanto nelle redazioni dei giornali sarebbe stato cestinato. Stampa effettiva: mille copie in fogli stesi di cui solo trecentocinquanta rilegati. Duecento all’autore, una cinquantina a librerie secondarie e cosorziate, cinquanta alle riviste di provincia, una trentina per scaramanzia ai giornali, nel caso gli avanzasse una riga tra i libri ricevuti. La copia l’avrebbero mandata in dono agli ospedali o alle carceri – e si capisce perché i primi non guariscano e le seconde non redimano.

 

Nell’estate sarebbe arrivato il premio Petruzzellis della Gattina, creatura di Garamond. Costo totale: vitto e alloggio per la giuria, due giorni, e Nike di amotracia in vermiglione. Telegrammi di felicitazione degli autori Manunzio.

 

Sarebbe infine arrivato il momento della verità, un anno e mezzo dopo. Garamond gli avrebbe scritto: Amico mio, lo avevo previsto, Lei è apparso con cinquant’anni di anticipo. Recensioni, lo ha visto, a palatee, premi e consensi della critica, ça va sans dire. Ma copie vendute pochine, il pubblico non è pronto. Siamo cstretti a sgomberare il magazzino, a termini di contratto (accluso). O al macero, o lei le acquista a metà prezzo di copertina, com’è suo privilegio.

 

De Gubernatis impazzisce dal dolore, i parenti lo consolano, la gente non ti capisca, certo che se eri dei loro, se mandavi la bustarella a quest’ora ti avevano recensito anche sul Corriere, è tutta una mafia, bisogna resistere. Delle copie omaggio ne sono restate solo cinque, ci sono ancora tante persone importanti da locupletare, non puoi permettere che la tua opera vada al macero a far carta igienica, vediamo quanto si può racimolare, sono soldi ben spesi, si vive una volta sola, diciamo che possiamo acquiastarne cinquecento copie e per il resto sic transit gloria mundi.

 

Alla Manunzio sono rimaste 650 copie in fogli stesi, il signor Garamond ne rilega 500 e le invia contrassegno. Consuntivo: l’autore ha pagato generosamente i costi di produzione di 2.000 copie, la Manunzio ne ha stampate 1.000 e ne ha rilegate 850, di cui 500 sono state pagate una seconda volta. Una cinquantina di autori all’anno, e la Manunzio chiude sempre in forte attivo.

 

E senza rimorsi: distribuisce felicità.

 

Pag. 266-267

 

 

Capito qual è l’andazzo? Gli editori a pagamento vivono sullo scrittore, non sul lettore. In libreria non ci arrivano neppure i libri di quegli editori. Qualcuno abbiamo pure provato a ordinarlo, su richiesta del cliente (e il forte sospetto è che fosse sempre o l’autore o un parente o al massimo un amico) non è mai arrivato. Perché? Perché l’editore non lo ha stampato, e non lo fa per la richiesta di una semplice compia. Quel libro non esiste, a parte le copie che ha l’autore.

 

Le copie inviate ai giornali? Io ne ricevo visto che scrivo su FantasyMagazine. Ne ho ricevute credo qualche decina, e scrivo su un giornale piccolo e di settore. Quante ne riceveranno i giornalisti delle testate più grandi? Non le leggo ovviamente. Ho troppo poco tempo per leggere, e i libri preferisco scegliermeli di sola.

 

Solo poche volte ho letto libri che gli editori mi hanno inviato senza chiedermi se fossi interessata alla lettura, ed erano libri di editori seri. Poi magari (non sempre) quei libri non mi sono piaciuti e li ho stroncati, l’indipendenza di giudizio è fondamentale. La recensione è positiva solo e soltanto se reputo che il libro lo meriti, indipendentemente da chi lo ha scritto e pubblicato. Al massimo se non voglio stroncare qualcuno per motivi affettivi non parlo, ma se parlo bene di un libro è perché ne sono convinta.

 

Non leggo libri degli editori a pagamento perché il loro guadagno è sullo scrittore e non sul lettore. Capisco che si possa avere il desiderio di scrivere e magari non si riesca a trovare un editore. In questo caso bisogna accettare la realtà: non si è trovato l’editore. Questo non impedisce di scrivere. Si può scrivere per sé. Si può pubblicare su internet su un proprio blog. Si può realizzare l’ebook o, se proprio non si resiste al fascino della carta, ci si può servire del print on demand, con il quale si guadagna ben poco ma almeno non si spende nulla. Non c’è bisogno di dare soldi a nessuno.

 

E, sorpresa, gli editori sono sempre alla ricerca di autori da pubblicare. Senza autori gli editori, anche quelli grandi, chiuderebbero. Mondadori non può sempre campare sulla traduzione dell’ultimo Patricia Cornwell o dell’ultimo Ken Follett. Ha bisogno anche di esordienti. Magari non saranno tutti un Paolo Giordano o un Alessandro D’Avenia, ma anche autori da qualche migliaio di copie fanno la loro parte per il benessere della casa editrice. Perciò se anche l’editore non lo dice esplicitamente, anche se lo nega quando viene interrogato direttamente, l’editore è alla ricerca costante di nuovi autori. Certo, poi l’autore deve essere capace di scrivere, cose che non vale per tutti. E anche se è capace, se la sua opera capita sul tavolo sbagliato al momento sbagliato non viene pubblicata lo stesso. Ricordiamoci che pure J.K. Rowling ha collezionato la sua lista di rifiuti prima di trovare un editore disposto a pubblicarle Harry Potter e la pietra filosofale, e che George R.R. Martin, autore già affermato da una decina d’anni, si è visto sbattere le porte in faccia da tutti gli editori dopo l’insuccesso commerciale di quel bellissimo romanzo che è The Armageddon Rag. Solo con A Game of Thrones, uscito oltre dieci anni dopo, Martin è riuscito a pubblicare un nuovo romanzo. Quindi a volte anche chi sa scrivere non trova un editore, e deve farsene una ragione. Se scrivere è la sua ragione di vita, la mancanza di un editore non gli impedirà certo di continuare a farlo.

 

Se invece scrive per fama e soldi, non è certo un editore a pagamento che può farglieli avere. Comunque visto che l’editore a pagamento vive sugli editori la qualità dell’opera non gli interessa, quindi è disposto a pubblicare di tutto. Anche opere sgrammaticate. Anche opere senza una trama. Anche opere che non valgono la carta su cui sono stampate.

 

Io questo mercato non lo alimento, perciò non leggo queste opere e non le cito sul mio blog. Quando ricevo questi libri li spedisco nel cesto della carta straccia, al massimo dopo essermi fatta una risata.

 

Un libro che ho ricevuto qualche tempo fa presenta questa bibliografia dell’autore (opportunamente depurata dei dati sensibili):

 

 

XY è nato a Z il 00/00/1996. Attualmente frequenta il primo anno del liceo scientifico. Il suo compagno di vita è senza dubbio il fantasy. Non sa esattamente quando sia nata questa passione né il perché, forse sentiva l’esigenza, durante le giornate a casa (e anche nei momenti di tristezza) di ritirarsi in una seconda realtà, molto spesso anche per vivere attimi di immaginazione unici.

 

Ed è proprio così che è nata l’idea della trilogia del mondo di W.

 

Avete capito bene: la storia è composta da tre volumi. È infatti nei suoi progetti la stesura di un secondo libro in cui si potrebbero “riassaporare” le avventure dell’universo da lui creato.

 

 

Ma anche no. Non assaporo le sue avventure una volta, men che meno le riassaporo una seconda. Ma stiamo scherzando? Il ragazzino è minorenne, non si può far causa all’editore per circonvenzione d’incapace? Ma immagino che la firma sul contratto sia di un genitore, che quindi non ha capito la fesseria che stava firmando per il figlio, ed è pure disposto a buttar via altri soldi per i seguiti.

 

Cominciamo dall’inizio. È un minorenne. Vivere, fare un po’ di esperienze, prima di pensare di poter narrare storie a qualcuno? Io non ho mai letto un libro di un minorenne che valesse il tempo che gli ho dedicato e ne ho letti diversi, anche di autori stranieri pubblicati da editori importanti. Che ne so, Christher Paolini (Fabbri e Rizzoli), Anselm Audley (Nord e Tea) o Flavia Bujor (Sonzogno) tanto per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Chiara Strazzulla (Einaudi) in Italia. Ne ho letti anche altri ma dovrei pensarci su e non ne ho voglia, il concetto è chiaro. E loro sono stati pubblicati da editori seri, hanno guadagnato soldi per quel che ha scritto, qualcuno è stato anche molto apprezzato dalla maggior parte dei suoi lettori. Perché in molti pensano che scrivere sia tanto facile? Non basta saper tenere una penna in mano, o battere sui tasti di una tastiera, per scrivere. Se non ne siete convinti vi propongo il primo racconto inventato da mia figlia, una giovanissima (sei anni e quattro mesi) promessa della narrativa.

 

 

Una volta cerano quatro ragni ma un giorno un temporale arrivo i ragni si bagnarono il ragno piu grande dise andiano in un altro posto caminarono e arrivarono in un altro posto più bello

 

 

C’è anche un disegno, due alberi con sopra due ragni ciascuno e due nuvole che fanno cadere grosse gocce di pioggia. Potrei proporlo come racconto illustrato per bambini a qualche editore in attesa di farle iniziare, nel giro di qualche mese, una trilogia fantasy e di proporla come autrice fantasy più giovane d’Italia. Ci sono solo alcuni dettagli da sistemare. Mancano completamente punteggiatura e accenti, e le doppie compaiono in solo due occasioni, ma sono dettagli. No? Nooooooo?

 

Ecco, se lo pensassi davvero sarei cieca come chi invia un libro a un editore a pagamento. Per essere un testo scritto di sua iniziativa due pomeriggi fa non è male, ricordiamoci che va in prima elementare, ma è qualcosa che può interessare solo a me che sono sua mamma. Va bene, l’ho propinato pure a voi, ma sono solo due righe (nel file word, poi sul blog non so quante righe diventano) e mi potete sopportare.

 

Marco Paolini in “Vajont”

Comunque per scrivere qualcosa di sensato bisogna avere una maturità che i giovani non hanno per il semplice fatto che non hanno vissuto abbastanza. Magari conoscono benissimo alcune cose, sono molto sensibili e intelligenti, ma gli manca l’esperienza. Certo, la storia ci insegna che – passando in un altro ramo artistico – un certo Wolfgang Amadeus Mozart a cinque anni già componeva le sue prime opere. A quanto pare non tutti hanno bisogno di esperienza, ma quante persone nella storia del genere umano possono vantare il genio di Mozart? Per la maggior parte delle persone l’esperienza è fondamentale. Ma non sono solo gli editori a pagamento che pubblicano ragazzini spacciandoli per talenti incredibili. Diffidate sempre degli elogi scritti su un libro. Li ha scritti l’editore, che ha tutto l’interesse a vendere, e quindi (almeno in pubblico) parlerà sempre bene di ciò che pubblica. Avete visto Vajont di Marco Paolini? A un certo punto parla del passaggio di proprietà della diga del Vayont dalla Sade all’Enel e per sdrammatizzare la cosa – oltre che per rendere il concetto più chiaro – lo paragona al passaggio di proprietà di una macchina. Avete mai visto una macchina usata che va male? Chiede Paolini al pubblico, aggiungendo che non le compra nessuno le macchine che vanno male, e quindi il venditore le elogia sempre. E se poi l’acquirente chiede dei freni, anche se vanno male (e il vecchio proprietario si trova a scegliere se farsi il segno della croce o toccarsi le ehm…) la risposta è che vanno bene.

 

Si elogia sempre il proprio prodotto. Io elogio Effemme (sì, vi beccate il link pure qui, magari questa è la volta buona che lo comprate) e gli editori elogiano i loro libri. Ma dovrebbero almeno mantenere un po’ di dignità, oltre che di credibilità.

 

Un altro editore a pagamento mi ha inviato questo comunicato stampa:

 

 

L’autore ha infuso nella saga ABC i principali aspetti del fantasy, adottando l’amore per l’intrigo senza troppo spazio alla magia (come nel celebre Game of Thrones di George R. Martin), un mondo alternativo credibile e ben strutturato (concetto base dell’opera di JRR Tolkien de “Il signore degli anelli) e gli intrecci e la fantascienza del “Dune” di Frank Herbert. Una nuova promessa del fantasy italiano, per una saga che terrà incollati alla pagina i lettori per gli anni a venire.

 

 

I comunicati stampa non finiscono nel cesto della carta da riciclo, diventano fogli di riciclo sui quali le mie bimbe disegnano. Chissà, magari Alessia potrebbe scrivere un racconto su uno di questi fogli e io potrei inviarlo così all’editore…

 

Vediamo cosa non va. Ancora una saga, ma è proprio impossibile scrivere opere autoconclusive? Lo ha fatto Brandon Sanderson con Il Conciliatore, lo ha fatto Guy Gavriel Kay con La rinascita di Shen Tai, lo ha fatto Joe Abercrombie con The Heroes, lo ha fatto Michael Ende con La storia infinita… potrei andare avanti ancora per molto ma mi fermo qui.

 

Martin ha ripetutamente dichiarato che è meglio cominciare con i racconti. È vero che lui scrive negli Stati Uniti, dove c’è molto più spazio per pubblicare racconti, ma come ha spiegato se un racconto viene rifiutato si sono buttate via alcune settimane di lavoro. Se viene rifiutato un libro si buttano via anni. Saladin Ahmed ha cominciato cin i racconti e ora il suo primo romanzo, Throne of Crescent Moon, è in finale al premio Hugo. Invece di cominciare con le saghe per favore cominciamo con qualcosa di più breve. Anche se l’autore di ABC, e questo non è un ragazzino visto che è un manager, non ha cominciato con qualcosa di davvero lungo visto che il suo primo romanzo non raggiunge le 290 pagine.

 

Cosa non va in quel comunicato stampa? Elogi sperticati, con tre grandi nomi infilati uno dietro all’altro, Martin, Tolkien e Herbert. Ma chi gli crede? Non credo a loro come non credo a Sperling & Kupfer quando nel risvolto di copertina di un libro, e non vi dico quale anche se ho detto l’editore per farvi vedere che è uno importante, ha scritto che “questo è il suo primo strepitoso romanzo”. Ma lo fai dire a me se è strepitoso o meno? Il marketing non mi interessa, grazie, i giudizi me li costruisco da sola. Ok, il nostro comunicato stampa cita tre autori importantissimi, e io che in qualche caso sono maligna mi chiedo se J.K. Rowling gli stava antipatica per lasciarla fuori dal gruppo. Si poteva buttare giù un poker d’assi, no?

 

Fine dell’incredulità, passiamo alla cialtronaggine. Per carità, i refusi capitano, ma lo avete visto il testo che ho trascritto? Giuro che sono stata fedele, al di là della censura del titolo della saga. George R. Martin, ma l’autore ha due “R”. L’unica iniziale è giustamente seguita da un punto, ma allora perché non ci sono i punti in JRR Tolkien? Pareva brutto adottare un’unica grafia? E, a proposito, Game of Thrones è rimasto in inglese anche se la traduzione, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, è piuttosto famosa, e il titolo è scritto senza alcuna evidenziatura. Per Il signore degli anelli si è scelto il titolo tradotto, coerenza saltami addosso, ed è preceduto da una virgoletta che non viene chiusa da nessuna parte. In compenso Dune è regolarmente fra due virgolette. Qui titolo italiano e inglese coincidono quindi per fortuna dell’editore qualunque soluzione è quella giusta. Sì, i refusi capitano, capitano pure a me che so di non essere infallibile, ma una presentazione di questo tipo non fa certo guardare con simpatia né all’editore né all’autore.

 

Gli editori a pagamento sono stati stroncati a sufficienza da Eco, tutti i miei commenti successivi sono solo chiacchiere perché anch’io sono una di quelle persone che non può fare a meno di scrivere (e di leggere, cosa che invece molti aspiranti autori dimenticano). Volete scrivere? Nessuno ve lo impedisce. Volete essere letti? Gli editori a pagamento non vi aiuteranno a farlo. Piuttosto aprite un blog o realizzate un ebook, è meglio. E se proprio volete in mano il vostro testo sotto forma di fogli rilegati rivolgetevi a una stamperia. Non vi prometterà la distribuzione che comunque non avreste e vi farà prezzi molto più onesti.

 

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5 risposte a Contro gli editori a pagamento

  1. Pingback: Alberto Forni: Scrittrice precoce a pochi mesi scriveva il suo nome | librolandia

  2. Ex-Editore APS ha detto:

    Per la legge italiana, basta avere 16 anni per firmare un contratto di edizione.
    Art. 108 l. 633/41:
    L’autore che abbia compiuto sedici anni di età ha capacità di compiere tutti gli atti giuridici relativi alle opere da lui create e di esercitare le azioni che ne derivano.

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