Tempesta di spade di George R.R. Martin. Capitolo 24: Bran

Bran prosegue il suo viaggio verso Nord in compagnia di Hodor e dei fratelli Reed. Gli avvenimenti sono pochi, il che significa che spazio e tempo sono occupati con le parole. Meera dice di odiare e di amare le montagne, due sentimenti che per Bran sono antitetici.

«No, sono due cose diverse» aveva insistito lui. «Come il giorno e la notte, come il ghiaccio e il fuoco.»

«Ma se il ghiaccio può bruciare» aveva risposto Jojen con quella sua voce sempre così solenne «allora anche l’amore e l’odio possono unirsi. Montagne e paludi non fa differenza: la terra è una sola.»

Per la prima volta questo scambio di battute me ne ha portato in mente uno che avevamo letto molto tempo prima, all’inizio di Il trono di spade:

«Robb dice che quell’uomo è morto con coraggio. Jon invece dice che è morto pieno di paura.»

«E tu? Che cosa dici?»

Bran ci pensò sopra. «È possibile che un uomo che ha paura possa anche essere coraggioso?»

«Possibile? Bran, è quella l’unica situazione in cui si fa strada il coraggio»

Ned ha provato a spiegare a Bran il legame fortissimo che c’è fra due sentimenti opposti, la stessa cosa che sta facendo Meera in Tempesta di spade. A rimarcare la sua posizione Bran porta in scena ghiaccio e fuoco, elementi inconciliabili anche se quel che George R.R. Martin sta scrivendo è Un canto di ghiaccio e di fuoco. Significa che anche il ghiaccio e il fuoco che hanno dato il nome alla saga sono meno diversi di quanto abbiamo creduto fino a ora?

Ned è morto, Robb è a Sud, Grande Inverno è stato conquistato e devastato, ma questo non significa che tutto sia perduto.

«I lupi torneranno» affermò Jojen con solennità.

«E questo tu come fai a saperlo, ragazzo?»

«L’ho visto in sogno.»

Il viandante incontrato dal gruppetto nella sua fuga è giustamente incredulo, non ha idea di chi sia Jojen, ma noi lo sappiamo e soprattutto sappiamo che i suoi sogni si avverano. I lupi torneranno. Non sappiamo quando né come ma lo faranno. Un paio di giorni fa un’amica mi ha chiesto del nome di Hodor, ancora non ho trovato il tempo per risponderle.

«Hodor però non è il suo vero nome» spiegò Bran. «È solo una parola che lui ripete da sempre. Il suo vero nome è Walder, mi ha detto la Vecchia Nan. Era la nonna di sua nonna, o qualcosa del genere.»

Il discorso si fa molto più interessante quando si inizia di parlare di cavalieri. Non di quelli morti cercando invano di conquistare la dimora dei Reed, ma di quelli che si sono presentati al Grande torneo di Harrenhal nell’anno della falsa primavera (il 281), in particolare del cavaliere dell’albero che ride. La storia inizia con un crannogman molto in gamba, capace di parlare con gli alberi, che decide di visitare l’Isola dei Volti per incontrare gli uomini verdi. All’inizio il racconto sembra una favola, ma lo è davvero? Meera rifiuta di raccontare cosa sia successo sull’isola, ed è un peccato che ancora non abbiamo avuto quel racconto perché sarebbe certamente stata una vicenda interessante, ma quel che ci dice è fondamentale.

Harrenhal al momento è dimora della nobile casa Whent, e Oswell, il fratello di lord Whent, fa parte della Guardia Reale. Ospiti al torneo ci sono re Aerys, non ancora noto come il Folle, e chissà quanti altri nobili. Anche se Meera non usa nomi, chi c’era con certezza? Lord Jon Arryn, lord Robert Baratheon, lord Jon Connington, ser Jonothonor Darry (membro della Guardia reale), ser Arthur Dayne (membro della Guardia reale), lady Ashara Dayne, ser Gerold Hightower (lord comandante della Guardia reale), lord Eon Hunter, ser Jaime Lannister, ser Richard Lonmouth, la principessa Elia Martell il principe Lewyn Martell, il principe Oberyn Martell, lord Yohn Royce, ser Barristan Selmy (membro della Guardia reale), Benjen Stark, Brandon Stark, Eddard Stark, Lyanna Stark, il principe Rhaegar Targaryen e ovviamente ser Oswell Whent e lord Walter Whent con tutta la famiglia, quattro figli e una figlia, oltre a membri anonimi delle Case Haigh, Blount e Frey.

Il torneo è importante per un bel po’ di vicende, ma al momento ci limitiamo a quella raccontata da Meera. Meera ci ricorda che a volte i cavalieri sono dei mostri, forse avrebbe alcune cose da insegnare a Sansa…

Il crannogmen – Meera non fa nomi, ma non può essere che suo padre Howland – viene aggredito senza motivo da tre scudieri e difeso da una fanciulla-lupo: Lyanna Stark.

lei lo portò nella sua tana per ripulirgli le ferite e fasciargliele con lino bianco. Là, lui incontrò il branco dei suoi fratelli: il lupo selvaggio che li guidava, il lupo più quieto e il cucciolo che era il più giovane dei quattro.

Quindi Brandon, il maggiore ed erede di Casa Stark, è selvaggio, Ned è più quieto e Benjen è il più giovane. Poi, su insistenza di Lyanna, Howland partecipa al banchetto.

Il principe del Drago cantò una canzone talmente triste che alla fanciulla-lupo vennero le lacrime agli occhi. Ma quando il suo fratello cucciolo la prese in giro, lei gli versò un’intera caraffa di vino sulla testa.

Rhaegar Targaryen, che era un bravissimo musicista, riesce a far commuovere Lyanna con una canzone.

Il crannogman vide una fanciulla dai ridenti occhi violetti danzare con una delle spade bianche, con un serpente rosso, con il lord dei grifoni e infine con il lupo più quieto… ma questo fu solo dopo che il lupo selvaggio era andato a parlarle, in quanto suo fratello era troppo timido per lasciare la panca.

La fanciulla dagli occhi violetti è Ashara Dayne, a ballare con lei un confratello della Guardia reale, probabilmente ser Barristan Selmy, non so chi sia il serpente rosso, dovrei farmi l’elenco degli stemmi, ma sarebbe lunghissimo, il lord dei grifoni è Jon Connington, mentre Ned, timidissimo, danza con lei solo dopo che Brandon è andato a parlare con Ashara in suo favore. Intanto Howland individua chi gli ha fatto torto:

Uno era al servizio del cavaliere del forcone, uno di quello del porcospino e il terzo serviva un cavaliere con due torri sulla tunica

nell’ordine High, Blount e Frey. Per fare mente locale ricordo che in A Clash of Kings ser Harys Haigh si trova con Roose Bolton ad Harrenhal e che all’inizio della saga ser Boros Blount è un membro della Guardia reale. Non uno dei migliori, è quello che picchia di più Sansa e che abbandona Tommen invece di proteggerlo in A Clash of Kings, e che per questo perde il suo posto, anche se poi lo riassume in seguito alla sparizione di Sandor Clegane. È lo stesso Blount? Non lo sappiamo. Casa Frey la conosciamo, anche se non sappiamo quale membro della famiglia sia presente.

Benjen, il lupo cucciolo, offre al crannogmen Howland di procurargli un’armatura, ma i Reed non sono cavalieri, nelle loro paludi è impossibile diventarlo, e lui non saprebbe sfruttare le armi ricevute in prestito. Ned offre a Howland ospitalità per la notte, i due stanno diventando amici. Ricordiamo che quando Ned si reca al Sud e vede Lyanna per l’ultima volta fra i suoi sei accompagnatori c’è Howland, che gli salva la vita nel suo combattimento con ser Arthur Dayne. Questi giorni sono fondamentali per l’amicizia che nascerà fra i due giovani, e non solo.

Il torneo prosegue per giorni, con i vari campioni sconfitti, finché non arriva un cavaliere misterioso.

«Ma il cavaliere misterioso era basso di statura e indossava un’armatura fatta di parti diverse e scompagnate che gli stava piuttosto male. L’emblema sul suo scudo era un albero del cuore degli antichi dèi: un albero-diga che nel tronco aveva una faccia rossa ridente.»

Il cavaliere misterioso è piccolo, come un crannogmen, o forse come una donna, e indossa un’armatura scompagnata perché non è la sua, probabilmente l’ha presa in prestito (magari senza chiedere l’autorizzazione ai proprietari delle varie parti per non svelare la sua identità) a più persone. L’emblema, l’albero del cuore, è importante per il crannogmen, che è stato all’Isola dei Volti, ma anche per gli Stark, che venerano ancora gli antichi dei. Sappiamo già chi viene sfidato.

gli antichi dèi infusero grande forza al suo braccio. Il cavaliere del porcospino fu il primo a cadere, poi il cavaliere del forcone e, da ultimo, toccò al cavaliere delle due torri. Nessuno di quei tre era troppo popolare, così il pubblico inneggiò con entusiasmo al cavaliere dell’albero che ride, come quasi subito venne chiamato il nuovo campione. Quando i suoi avversari sconfitti vollero riscattare cavalli e armature, fu con voce tonante che il cavaliere dell’albero che ride, attraverso l’elmo, rispose: “Insegnate ai vostri scudieri l’onore. Questo sarà riscatto sufficiente”.

Una volta tanto che in un racconto di Martin c’è un lieto fine. Ma c’è davvero?

Quella notte, nel grande castello, il lord della tempesta e il cavaliere dei teschi e dei baci giurarono entrambi di smascherarlo. Il re in persona li spinse a sfidarlo, dichiarando che la faccia sotto quell’elmo non poteva essere la faccia di un amico della corona.

Aerys è lievemente paranoico, e ancora il regno non sa quanto le cose precipiteranno. Il lord della tempesta è Robert Baratheon, probabilmente il più giovane fra tutti i lord ma già a capo della sua Casa a causa della morte per annegamento dei suoi genitori. Il cavaliere dei teschi e del baci è un caro amico di Rhaegar Targaryen, ser Richard Lonmouth, di cui per la verità sappiamo ben poco. Il cavaliere misterioso sparisce, anche se il re invia il suo stesso figlio, Rhaegar, a cercarlo. Tutto ciò che il principe ritrova, però, è lo scudo dipinto appeso al ramo di un albero. In torneo prosegue e a vincerlo è Rhaegar.

A Bran la storia piace, ma alcuni dettagli non lo convincono.

«Era una bella storia. Ma ad assalire il crannogman avrebbero dovuto essere i tre cavalieri cattivi, non i loro scudieri. Il piccolo crannogman avrebbe potuto ucciderli tutti. La parte del riscatto delle armature è stupida. E poi il torneo avrebbe dovuto vincerlo il cavaliere misterioso, sconfiggendo tutti gli sfidanti, e proclamando la fanciulla-lupo regina dell’amore e della bellezza.»

«Lo fece» disse Meera. «Ma quella è una storia più triste.»

Ad Harrenhal Rhaegar, vincitore del torneo, non proclama regina dell’amore e della bellezza sua moglie Elia Martell, che pure è presente, ma Lyanna Stark, e quella è una storia più triste. Sono i primi passi verso la guerra che devasterà i Sette Regni e segnerà il crollo di una dinastia.

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Incipit: Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino

Stai per cominciare a leggere Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non  ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo, speriamo che ti lascino in pace.

Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce.

Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava così quando si era stanchi d’andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l’idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebbe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura.

Bene, cosa aspetti? Distendi le gambe, allunga pure i piedi su un cuscino, sui braccioli del divano, sugli orecchioni della poltrona, sul tavolino da tè, sulla scrivania, sul pianoforte, sul mappamondo. Togliti le scarpe, prima. Se vuoi tenere i piedi sollevati; se no, rimettile. Adesso non restare lì con le scarpe in una mano e il libro nell’altra.

Regola la luce in modo che non ti stanchi la vista. Fallo adesso, perché appena sarai sprofondato nella lettura non ci sarà più verso di smuoverti. Fa’ in modo che la pagina non resti in ombra, un addensarsi di lettere nere su sfondo grigio, uniformi come un branco di topi;; ma sta’ attento che non le batta addosso una luce troppo forte e non si rifletta sul bianco crudele della carta rosicchiando le ombre dei caratteri come in un mezzogiorno del Sud. Cerca di prevedere ora tutto ciò che può evitarti d’interrompere la lettura. Le sigarette a portata di mano, se fumi, il portacenere. Che c’è ancora? devi far pipì? Bene, saprai tu.

Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare. Sei uno che per principio non s’aspetta più niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d’esperienze straordinaria; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in sebo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio. Questa è la conclusione a cui sei arrivato, nella vita personale come nelle questioni generali e addirittura mondiali. E coi libri? Ecco, proprio perché lo hai escluso in ogni altro campo, credi che sia giusto concederti ancora questo piacere giovanile dell’aspettativa in un settore ben circoscritto come quello dei libri, dove può andarti male o andarti bene, ma il rischio della delusione non è grave.

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Nuova edizione per le Lettere di J.R.R. Tolkien

Ma se la letteratura ci può insegnare qualcosa, è che noi abbiamo dentro un elemento eterno, libero dalle preoccupazioni e dalla paura, che può sopravvivere serenamente a tutto quello che nella vita chiamiamo il male.

Questa frase proviene dalla lettera numero 94 indirizzata da J.R.R. Tolkien a suo figlio Christopher Tolkien e datata 28 dicembre 1944. Il riferimento a paura e male è molto concreto, ricordiamo che da anni il mondo stava combattendo una guerra di proporzioni enormi, e se Christopher stava combattendo nella Seconda Guerra Mondiale John aveva combattuto nella prima, trascorrendo anche un periodo nelle trincee delle Somme. Al male Tolkien padre contrappone la forza della letteratura e dell’interiorità degli esseri umani.

La lettera si trova a pagina 123 nella mia copia di La realtà in trasparenza, non ho idea di quale sia la pagina nella nuova edizione delle Lettere (1914/1973). Una nuova edizione finalmente, arrivata in libreria ieri, giorno del compleanno di Tolkien, dopo anni in cui il testo è stato introvabile. C’è una nuova traduzione firmata da Lorenzo Gammarelli, già autore di altre traduzioni di opere di Tolkien, che sostituisce quella di Cristina De Grandis, e all’interno c’è la riproduzione della lettera inviata da Tolkien a Charles Furth della Allen & Unwin nella quale spiegava di aver iniziato il possibile seguito di Lo Hobbit con il capitolo Una festa a lungo attesa. Un libro fondamentale per chiunque voglia andare oltre al semplice divertimento del leggere storie appassionanti e provare a capire un po’ meglio il fantasy.

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Tempesta di spade di George R.R. Martin. Capitolo 23: Daenerys

Daenerys va a procurarsi un esercito ad Astapor, invadere un continente con una banda di straccioni e tre cuccioli di drago potrebbe essere complicato. Gli Immacolati sono schiavi eunuchi addestrati a un’obbedienza assoluta e privati della capacità di sentire il dolore grazie a una speciale droga. Sono macchine da guerra perfette, per come lo possono essere dei soldati in questo tipo di civiltà, ma possono ancora essere definiti persone? Il dialogo in valyriano, con lo schiavista che insulta Daenerys e lei che finge di non capirlo, è divertente perché mostra tutta l’arroganza e l’ignoranza dello schiavista.

Una delle caratteristiche degli Immacolati è di essere privi di nome. Per i loro padroni sono numeri, non persone, qui comunque ritorna il tema dell’importanza del nome. Pensiamo già alla Bibbia, a Dio che si presenta come “io sono colui che è” e alla ricerca del nome di Dio, chiamato di volta in volta Geova, Yahveh, Jahve, o con nomi che lo definiscono, tipo “Dio degli eserciti”, perché è impossibile dare un nome a Dio. Nella Trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud ciascun mago tiene celato il suo vero nome, perché la conoscenza del nome dà agli altri potere su chi lo porta, ma questa non è un’invenzione di Stroud. Ho un vago ricordo che la stessa cosa avvenga nella Saga di Earthsea di Ursula K. Le Guin, dovrei proprio rileggerla perché sono trascorsi troppi anni dalla mia unica lettura. Pensiamo anche ai personaggi di Patrick Rothfuss, che acquisiscono le loro capacità magiche quando capiscono e pronunciano il vero nome delle cose, come avviene alla fine di Il nome del vento. Qualcosa di simile avviene anche in La città dei poeti di Daniel Abraham, con l’atto di nominare le cose che è fondamentale per agire su di loro, ma anche in questo caso è trascorso un bel po’ di tempo dalla mia lettura. Pensiamo a Tigana (Il paese delle due lune) di Guy Gavriel Kay, in cui la più potente magia di Brandin di Ygrath, il suo atto estremo di vendetta, è la cancellazione del nome e dell’identità del paese che odia. Potrei andare avanti per un bel pezzo, ma forse è meglio se torno su George R.R. Martin e Le cronache del ghiaccio e del fuoco.

Una volta vista la merce iniziano le questioni morali. Arstan è contro la schiavitù, che definisce immorale, e ci fornisce qualche piccolo squarcio sul passato su cui ci siamo sempre interrogati. Ned, Robert, hanno agito in risposta agli ultimi atti di regno di Aerys il Folle, ma quanto sappiamo di quel periodo?

«Tuo fratello Rhaegar continua a venire ricordato, e con grande affetto.»

Quello stesso Rhaegar che Robert ci ha presentato come uno stupratore e che avrebbe voluto ammazzare più volte per quello che aveva fatto a Lyanna. Lo stesso uomo che secondo Ned non era tipo da bordelli.

«Anche re Aerys continua a venire ricordato. Diede al reame molti anni di pace. Maestà, tu non hai necessità di schiavi. Magistro Illyrio può tenerti al sicuro nell’attesa che i tuoi draghi crescano, e per tuo conto può inviare emissari segreti al di là del Mare Stretto, in modo da ottenere l’appoggio di altri lord alla tua causa.»

Martin usa le pagine successive per mostrarci un po’ della città che si trova all’ingresso della Baia degli Schiavisti, i romanzi non sono solo un susseguirsi di eventi ma anche l’atmosfera che li pervade, le emozioni e le immagini che riescono a suscitare.

Arstan è contrario al prendere possesso degli schiavi e ci ricorda che Jorah Mormont, che è favorevole, è stato uno schiavista. Con le informazioni sparpagliate in migliaia di pagine è difficile tenere il filo di tutto, comunque a un certo punto il caro Jorah è finito in bolletta a causa delle spese folli della sua mogliettina. Questo è quanto pensa Ned Stark in Il trono di spade (pag. 127-128):

I Mormont dell’isola dell’Orso erano un’antica casata, orgogliosa e onorevole, ma le loro terre erano fredde, remote e povere. Ser Jorah aveva tentato di rimpinguare le casse di famiglia vendendo alcuni cacciatori di frodo a un trafficante di schiavi della città libera di Tirosh, ma i Mormont erano anche vassalli degli Stark, e quel crimine aveva arrecato disonore a tutto il Nord. Ned in persona aveva compiuto il lungo viaggio fino all’isola dell’Orso solamente per scoprire che ser Jorah era salito di corsa su una nave ed era andato in esilio, molto lontano dalla portata di Ghiaccio e dalla giustizia del re. Da allora erano passati cinque anni.

Ovvio che per lui qualche schiavo in più non sia affatto un problema. Dany però è stata una mendicante ed è stata venduta dal fratello a Drogo, sa cosa sia non avere nulla e dipendere dalla carità altrui ma anche essere venduta. Che poi si sia innamorata (ricambiata) è un caso, avrebbe potuto essere un semplice oggetto da abusare per il kahl e Viserys sarebbe stato contento lo stesso se avesse ottenuto il suo esercito. Dany è combattuta, per gli schiavi ma anche per il bacio che le ha dato Mormont, l’unico suo conforto sono i draghi.

«Quando Aegon il Drago sbarcò sulle coste del continente occidentale, i re della Valle e della Roccia e dell’Altopiano non si precipitarono affatto a consegnargli le loro corone. Se il tuo scopo è sedere sul Trono di Spade, dovrai conquistarlo, esattamente come fece lui. Dovrai conquistarlo con l’acciaio e con il fuoco dei draghi. E questo significherà sporcarsi le mani di sangue, prima che l’impresa sia compiuta.»

Sangue e fuoco. Il motto della nobile Casa Targaryen. Daenerys lo aveva conosciuto in ogni istante della propria vita. «Il sangue dei miei nemici, sarà con piacere che io lo verserò. Il sangue degli innocenti… è qualcosa di ben diverso. Ottomila Immacolati, loro mi offrono. Ottomila infanti assassinati. Ottomila cani strangolati.»

Alla fine, se si vuole il potere, non si possono evitare le scelte morali.

«Viserys avrebbe comprato tutti gli Immacolati che il conio in suo possesso gli avesse consentito. Ma tu una volta mi dicesti che io sono come mio fratello Rhaegar…».

«L’ho detto, Daenerys…»

«Maestà» lo corresse lei. «In battaglia, il principe Rhaegar guidò uomini liberi, non schiavi. Barbabianca ha detto che Rhaegar elevò di rango anche i suoi scudieri, e che investì personalmente molti altri cavalieri.»

«Nei Sette Regni, non esisteva onore più alto che ricevere il cavalierato dal principe della Roccia del Drago.»

«Dimmi, allora… quando lui poneva la punta della spada sulla spalla di un uomo, che cosa gli diceva? Va’ e uccidi i deboli? O forse diceva invece: va’ e difendi i deboli? Sul Tridente, tutti quegli uomini valorosi di cui parlava Viserys, e che morirono sotto i nostri vessilli del drago, diedero la loro vita perché credevano nella causa di Rhaegar, o perché erano stati comprati e pagati?» Con le braccia incrociate sul petto, Dany si girò verso Mormont, rimanendo in attesa di una risposta.

«Mia regina» disse il cavaliere in esilio «tutto quello che dici è vero. Ma sul Tridente, Rhaegar ha perso. Perse la battaglia, la guerra, il regno… e la vita. Il suo sangue vorticò nella corrente, assieme ai rubini della sua corazza. E Robert l’Usurpatore cavalcò sul suo cadavere per andare a rubare il Trono di Spade. Rhaegar combatté con coraggio, Rhaegar combatté con nobiltà e con onore. E Rhaegar morì

Fine della cavalleria.

Sotto la foto spoiler da Il portale delle tenebre.

Parlando di Aerys Arstan non parla dell’ultimo periodo, della follia, ma degli anni di pace. Nel suo animo lui è ancora un membro della Guardia reale e non può tradire il suo re, anche se è morto. E, dopo tutti gli anni di attesa servendo Robert l’usurpatore, non si fa problemi ad aspettare ancora un po’.

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Memoria di luce di Robert Jordan e Brandon Sanderson. Dal capitolo 47 alla conclusione

Rilettura di Memoria di luce di Robert Jordan e Brandon Sanderson.

47: Osservare il flusso contorcersi

Credo che l’inizio di Il sentiero dei pugnali, ottavo romanzo di La Ruota del Tempo, abbia esasperato praticamente tutti i lettori. Io stessa, pur essendo interessata, continuavo a chiedermi quanto tempo ancora sarebbe passato prima che Elayne e Nynaeve si decidessero a usare la Scodella dei Venti. Un intoppo dopo l’altro, un capitolo dopo l’altro, le vicende si sono trascinate per parecchie pagine. Io avrei saltato volentieri tutti i futili bisticci, il Popolo del Mare (che sorpresa, vero?) e qualsiasi accenno a gonne da lisciare, trecce da tirare e sbuffi vari, ma al di là di questo in quelle pagine ci sono cose che torneranno importanti più avanti. Abbiamo successivamente visto all’opera, per esempio, alcuni dei ter’angreal studiati in quelle pagine da Elayne. Poi, finalmente, ci sono state l’uso della Scodella e la fuga precipitosa (e fortunosa) dalla Fattoria. È grazie a quegli eventi che Elayne ha deciso di diventare sorella-prima di Aviendha, cosa che alla lunga ha anche consentito alle due amiche e a Min di legare a loro Rand. L’episodio dell’esplosione però sembrava confinato a sé stesso, un espediente per consentire al gruppo di fuggire e gettare un po’ di incertezza sui Seanchan, preoccupati per una misteriosa arma delle Aes Sedai. Invece ecco qui che Aviendha si mette a disfare un’altra tessitura, sperando di provocare un’esplosione analoga alla precedente. Questo mentre Graendal intesse la sua Compulsione.

Mat ammazza Saisham/Padan Fain. Per quanto possa seguire la logica dietro al discorso dell’immunità data dall’aver già avuto la malattia – praticamente Mat si è vaccinato con il pugnale fra L’Occhio del Mondo e l’inizio di Il Drago rinato – questa conclusione non mi piace. Fain diventa potentissimo, ci fa una paura terribile… e poi viene liquidato con una frase e ammazzato così facilmente? Boh.

Perrin porta in salvo un Gaul che ha fatto più di quanto sembrava umanamente possibile per un non incanalatore, lasciando stupefatto Grady per il suo modo di viaggiare, e torna da Rand.

Galadan in una bellissima immagine di Martin Springett

Moridin, con Callandor in mano, cerca l’annientamento. Per certi versi Moridin mi fa pensare a Galadan nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay: il loro essere in qualche modo specchio del protagonista (o, nel caso di Kay, di uno dei protagonisti, visto che in Fionavar non vi è un unico eroe intorno a cui ruota tutto), il loro essere feriti dentro, il desiderio di annientamento. Che Rand dovesse servirsi del Vero Potere per vincere mi sembrava ovvio da un pezzo, probabilmente da Presagi di tempesta, che fosse necessario anche l’ausilio delle donne era stato ripetuto fin dall’inizio, con la sottolineatura costante dell’importanza dell’equilibrio. Ma Callandor? Il suo uso mi ha colta completamente di sorpresa, ma ora che so come è stata usata la spada che non è una spada non posso che dire che tutto si è svolto in modo perfetto. Non poteva che essere così, gli indizi li avevamo tutti, anche se è facile metterli assieme dopo, molto meno facile metterli assieme quando ancora non si sa cosa avverrà.

48: Una lancia brillante

Come in Crocevia del crepuscolo tutti avevano percepito l’uso massiccio di saidar e saidin per eliminare la contaminazione di saidar vista nel romanzo precedente, qui tutti vedono la luce della lotta di Rand. Aviendha vede anche Graendal in adorazione, per quanto io odi la Compulsione in questo caso devo dire che la Reietta ha avuto esattamente ciò che meritava. Devo mettere anche Graendal nel conto dei Reietti eliminati da Graendal? La nostra amica si è data davvero da fare!

Logain viene praticamente adorato dalle persone che ha salvato, è questa la gloria che Min ha visto su di lui. Logain è stato ferito da Mazrim Taim nel suo tentativo di conversione, non sconfitto, e c’è da sperare che la gioia provata in questo momento possa aiutarlo a superare le sue ferite (e anche a dare a Nynaeve una chiave per guarire gli altri). Al momento giusto Logain spezza i sigilli della prigione del Tenebroso e Gabrelle gli assegna un nuovo titolo, Frantumatore di sigilli.

49: Luce e Ombra

Altra scena che mi ha sorpresa completamente. Mi sono interrogata per anni su Lanfear, chiedendomi se non potesse essere ricondotta alla Luce, e quale fosse il suo gioco con Perrin, e non l’avevo mai sospettato. Compulsione, cosa c’è di più semplice? L’avevamo visto con i suoi stessi occhi, lei detesta la Compulsione di Graendal perché la ritiene troppo invasiva, e preferisce qualcosa di più sottile. Tanto sottile che non l’abbiamo vista fino a ora. Magari il suo giocare con Perrin non sarebbe servito a nulla, ma nel dubbio lei si portava avanti creandosi uno strumento in più in vista di un possibile – non certo – utilizzo futuro. Alla fine è Lanfear, quella che tutti avevamo sottovalutato e liquidato come un’innamorata respinta e folle, quella che più di tutti è stata vicina a ribaltare la situazione: quando persino il Tenebroso è stato sconfitto Lanfear avrebbe potuto ancora volgere la situazione in suo favore. Perrin viene salvato dal suo amore per Faile, chi non la ama deve riconoscerle se non altro il fatto di essere stata un’ancora fondamentale per Perrin. Quanto a Lanfear, non ha idea di cosa sia l’amore. Non ha capito Lews Therin e il suo amore per Ilyena (e l’assenza d’amore per lei), non ha capito l’amore di Perin per Faile e il fatto che un surrogato non è mai la stessa cosa. Dopo Isam/Luc Perrin uccide anche Lanfear, e si pone al fianco di Lan come non-incanalatore capace di uccidere un Reietto. In più, Lanfear è una donna: la cavalleria che gli ha impedito di trattare i nemici per quel che sono è stata finalmente superata

I sigilli si sgretolarono. Il Tenebroso fu libero.

Rand lo tenne stretto.

Pieno del Potere, dentro una colonna di luce. Rand tirò il Tenebroso dentro il Disegno. Solo qui esisteva il tempo. Solo qui l’Ombra stessa poteva essere uccisa.

Adoro Martin Springett. Caso mai qualcuno non lo avesse capito…

Torniamo a Fionavar. Per uccidere un’entità divina, fuori dal tempo, qualcuno come Rakoth Maugrim il Distruttore, lo si deve portare nella tela, come dice Kay, o nel Disegno, come dice Jordan, i due concetti sono molto simili. I due scrittori compiono poi scelte molto diverse, ma lo snodo cruciale per molti aspetti è simile. Solo che Rakoth non è il Creatore e la tessitura dei mondi non dipende da lui, mentre l’influenza del Tenebroso sul Disegno è molto più vasta e comprende la possibilità di scelta del libero arbitrio, concetto che Kay ha legato alla Caccia selvaggia e a Diarmuid dan Ailell.

Teneva il Tenebroso in mano. Iniziò a stringere, poi si fermò.

Conosceva tutti i segreti. Poteva vedere quello che il Tenebroso aveva fatto. E Luce, Rand capiva. Molto di quello che il Tenebroso gli aveva mostrato erano menzogne.

Ma la visione che Rand stesso aveva creato – quella senza il Tenebroso – era la verità. Se avesse fatto come desiderava, avrebbe lasciato gli uomini non meglio del Tenebroso stesso.

Che sciocco sono stato.

Avremmo dovuto saperlo. Se la Ruota gira il Tenebroso doveva essere nuovamente imprigionato fuori dal Disegno, non con una pezza ma con una tessitura nuova, che facesse dimenticare agli uomini, con il susseguirsi delle Ere, persino dell’esistenza del Tenebroso stesso. Questo fino a quando qualcuno ambizioso non avesse scoperto una forma di potere fuori dal Disegno e diversa da quelle già note.

Intessé qualcosa di maestoso, un motivo di saidar e saidin mescolati nelle loro forme pure. Non Fuoco, non Spirito, non Acqua, non Terra, non Aria. Purezza. La Luce stessa. Questo non riparò, non rattoppò: forgiò di nuovo.

Con questa nuova forma del Potere, Rand ricompose lo squarcio che era stato creato molto tempo prima da uomini stolti.

Finalmente comprese che il Tenebroso non era il nemico.

Non lo era mai stato.

Moiraine vede l’oscurità scomparire.

Epilogo: Vedere la risposta

Rand esce dal Foro portando con sé il corpo di Moridin e viene accolto da un’anziana Aiel (Nakomi? Probabile, non certo. Avrei voluto sapere di più su di lei). Perrin va a trovare un Rand moribondo e conforta Nynaeve per il suo senso di colpa legato alla morte di Egwene. Molti piccoli dettagli vanno sistemati, Loial pensa al suo libro, Ituralde diventerà il nuovo re dell’Arad Doman, e le donne di Rand sembrano stranamente indifferenti rispetto alla sua possibile morte. Peccato, mi ero affezionata all’idea di Nynaeve che lo resuscitava dopo tre giorni: http://www.fantasymagazine.it/11533/oggi-e-nato-un-salvatore. Però è vero che questa non era nulla più che una teoria, e pure a uno scambio fra Rand e Moridin era stato accennato in diverse occasioni. L’uno era lo specchio dell’alto, Moridin/Ishamael è ciò che Rand sarebbe potuto diventare se avesse ceduto alle lusinghe del Tenebroso.

Tuon rivela a Mat di essere incinta e di poterlo uccidere, se ne avesse voglia. Mat non sembra preoccupato all’idea, avrei tanto voluto vederlo ribaltare l’impero Seanchan dalle fondamenta. A proposito di Seanchan una sul’dam mette il collare a Moghedien, altra fine meritata anche se io odio il concetto stesso di damane. Per Moghediem però – e per Elaida – posso fare un’eccezione, a loro il collare dona parecchio.

Le Aiel pensano di poter evitare il futuro che hanno visto, la morte di Ruarc è un cambiamento notevole. Dopo la morte di Rand Nynaeve è ben decisa a estorcere ad Aviendha tutto ciò che sa. Grazie al sogno del lupo Perrin ritrova una moribonda Faile, la porta in tempo da Nynaeve e la fa guarire. Per Perrin è bello che Faile sia sopravvissuta, lui lo meritava, io personalmente avrei preferito avere vivo suo padre Davram. Va bene, non si può avere tutto. Almeno Rand&Co. hanno vinto.

Elayne e Birgitte si salutano, il Corno è stato volutamente perso e spero che rimarrà tale per un paio di Ere. Giusto per sicurezza. Le nuove armi sono già abbastanza devastanti, il cammino verso la tecnologia è un cammino da cui non c’è ritorno e le conseguenze delle scoperte possono essere devastanti. Conoscendo il genere umano ci sarà sempre chi troverà il modo per far sì che siano devastanti.

Cadsuane viene circondata da Yukiri, Saerin, Lyrelle e Rubinde, che la vogliono come nuova Amyrlin e non sono disposte ad accettare un no come risposta. Di tutte le Aes Sedai sappiamo con certezza della sopravvivenza solo di questo piccolo gruppo, più ovviamente Nynaeve, Moiraine, Elayne e quasi certamente Pevara e Gabrelle.

Rand, la cui anima è nel corpo di Moridin, se ne va, mentre il corpo di Rand (senza anima di Moridin, visto che ormai è morto) viene bruciato. È bello rivedere Rand con un corpo integro, anche se non è il suo, e pure con lo spirito che aveva all’inizio. Dopo tutto quello che ha passato ritrovare il pastore iniziale, solo più maturo, fa bene al cuore. Robert Jordan è stato in Vietnam, si è indurito, ma come lui stesso ha scritto ha seppellito dalle parti di Saigon l’uomo freddo che era diventato perché non era adatto a vivere in un contesto civile, e negli Stati Uniti è tornato un uomo rispettoso degli altri e amante della vita. Il percorso di Rand è il percorso di Jordan, e proprio per questo lo sentiamo così vero.

Mi domando però come sia possibile giustificare la sparizione di Moridin dal campo. Il romanzo non lo dice, si ferma qui, ma nessuno si interroga su quale fine possa aver fatto quel corpo portato fuori dal Foro da Rand? Altra perplessità è sul modo il cui Alivia ha aiutato Rand a morire, procurandogli soldi e cavallo: per me è ridicolo, quasi una presa in giro. Suppongo che non ci fossero appunti sufficienti e che Sanderson non sapesse come gestire la situazione, io comunque ne esco insoddisfatta. Ora che non c’è più il pericolo mortale la questione delle tre donne mi infastidisce, mi sembra un po’ leggero quest’atteggiamento del “ops… ma guarda tu, le amo tutte e tre! Vediamo che succede…”. Due delle fanciulle comunque hanno problemi più pressanti di Rand, una ha due regni da risistemare e governare, l’altra deve badare al destino di un intero popolo, solo che anche queste sono cose che non vedremo. Quanto a Min, mi sembra che passeggi un po’ troppo liberamente visto come Tuon ha messo le mani su di lei dichiarandola la sua Voce della Verità. Con i Seanchan ci sono un bel po’ di questioni che dovrebbero essere risolte, solo che non le vedremo mai risolte perché non avremo mai altre storie. Troppi fili che restano senza una soluzione, anche se probabilmente spiegare tutto avrebbe richiesto davvero tante pagine.

Per quanto riguarda la pipa Sanderson stesso non ha spiegazioni. Niente Potere, che sia Vero o Unico, né effetto ta’veren. Fosse stato Perrin avremmo detto che era entrato nel mondo dei sogni per prendere un po’ di fuoco da qualche altra parte e portarlo dove gli serviva, Rand suppongo che ora sia il Signore del Disegno, non più legato a lui ma per certi versi al di sopra di lui, e capace di fare piccole modifiche nella realtà per semplificarsi la vita.

14 romanzi, non so quante migliaia di pagine. La saga non è perfetta, ci sono punti in cui Jordan ha chiaramente cambiato idea o precisato meglio il suo mondo, magari anche un po’ contraddicendo quel che aveva scritto, cose non necessarie, qualche lungaggine di troppo, goffaggini eccessive nei rapporti fra i due sessi e qualche momento sessista, uno stile di scrittura che si lascia leggere bene ma che non può essere definito eccelso… I difetti sono molti, eppure questa saga è straordinaria. Lo è per la ricchezza del mondo, per la caratterizzazione dei personaggi, per i dubbi morali, per la dimostrazione di cosa possono essere gli esseri umani. La lettura è lunga ma senza dubbio ne valeva la pena, al punto che io e le mie compagne di rilettura abbiamo esitato, sul punto di riaprire di nuovo L’Occhio del Mondo. Per stavolta però siamo riuscite a dire no e siamo passate su Brandon Sanderson.

Il vento soffiò verso sud, attraverso foreste intricate, sopra pianure scintillanti e terre inesplorate. Questo vento non era la fine. Non c’è alcuna fine, né mai ci sarà, al girare della Ruota del Tempo.

Ma fu una fine.

E accadde in quei giorni, come era accaduto prima e come sarebbe accaduto di nuovo, che l’Oscurità calò pesante sulla terra e gravò sui cuori degli uomini, e tutto ciò che era verde avvizzì e la speranza morì. E gli uomini urlarono al Creatore dicendo: O Luce dei Cieli, Luce del Mondo, fa’ che Colui che è stato Promesso nasca dalla montagna, secondo le profezie, come fu in epoche passate e come sarà in epoche a venire. Che il Principe del Mattino canti alla terra che tutto ciò che è verde crescerà e che le valli si riempiranno di agnelli. Che il braccio del Signore dell’Alba ci protegga dall’Oscurità e che la grande spada della giustizia ci difenda. Che il Drago cavalchi ancora sui venti del tempo.

(da Charal Drianaan te Calamon, il Ciclo del Drago.

Autore sconosciuto, Epoca Quarta)

Giunse come il vento, come il vento tutto toccò e come il vento scomparve.

(da Il Drago Rinato

di Loial, figlio di Arent figlio di Halan,

Epoca Quarta)

Fine

dell’Ultimo Libro

de La Ruota del Tempo

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La Ruota del Tempo di Robert Jordan: Mazrim Taim

Ogni tanto il The Wheel of Time Companion, firmato da Robert Jordan, Harriet McDougal, Alan Romanczuk e Maria Simons, presenta dei passaggi molto interessanti. Cose che in La Ruota del Tempo non vengono dette, e che magari ci hanno fatto interrogare per anni. Il livello di spoiler è all’undicesimo romanzo, La lama dei sogni. Quelle che trascrivo sono solo alcune righe della voce dedicata a Mazrim Taim, una voce che occupa quasi una pagina.

While not a Darkfriend originally, he was always prime material for them, a man far more interested in wealth and power than anything else, willing to do whatever was required to get them.

Dopo l’apparizione di Rand nel cielo di Falme, come ben sappiamo, Taim viene catturato. È quel che segue che non è mai stato spiegato con chiarezza.

He was being carried to Tar Valon for gentling when he was freed, supposedly by his supporters, but actually by Demandred. Aes Sedai were killed both in capturing him and freeing him. Demandred offered Taim a choice, and Taim accepted, going to Rand in Caemlyn with one of the seals on the Dark One’s prison to make sure that Rand would trust him and take him in.

Insomma, è stato Demandred a liberare Mazrim Taim dalle Aes Sedai che lo avevano catturato e che lo stavano portando a Tar Valon per domarlo, e sempre lui gli ha donato uno dei sigilli della prigione del Tenebroso e lo ha spedito a Caemlyn da Rand. Noto l’enfasi sulla scelta, certo Demandred deve avergli fatto capire che una scelta sbagliata avrebbe comportato la morte, ma per Jordan la scelta è sempre fondamentale. Lo scopo di Demandred era evidentemente indurre Rand a fidarsi di Taim per poi fargli fare più danni possibile. Se ci pensiamo alcuni Asha’man hanno provato ad assassinare Rand nell’ottavo romanzo, e Taim ha lavorato per convertire gli incanalatori e porre la Torre Nera al servizio del Tenebroso. Solo la testardaggine e le capacità di alcuni di loro, Logain, Androl, Emarin, Canler e qualcun altro, più Pevara, hanno impedito che Taim raggiungesse il suo scopo. Demandred, che abbiamo visto pochissimo prima di Memoria di luce, è riuscito nell’intento di affinare ben due armi da usare contro Rand e le forze della Luce. Il mio voto per il ruolo di Nae’blis va a lui, non a quel fuori di testa di Ishamael.

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Da S. La nave di Teseo di J.J. Abrams e Doug Dorst

creiamo storie che ci aiutino a dare forma a un mondo caotico, per farci largo tra le iniquità del potere, per accettare la nostra mancanza di controllo sulla natura, sugli altri, su noi stessi. Ma cosa si fa quando non si hanno storie proprie?

J.J. Abrams e Doug Dorst, S. La nave di Teseo, pag. 146

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