Storia di una colonia infame

Libro da leggere durante le vacanze estive. Se deve anche fare la scheda chissà cosa si ritroverà a leggere l’insegnante. Ovviamente si tratta di Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni.

La quarta di copertina:

L’insieme di questa storia di iniquità e violenza del potere, di dolore e di vergogna delle vittime, conferisce all’umana amministrazione della giustizia, smarrito ogni senso religioso, ogni riferimento ideale alla giustizia superiore di “chi solo sa”, un che di orribilmente fragile e precario. L’indignazione, nel Manzoni, non è solo morale, ma comprende una sua partecipazione commossa di fronte alla sorte toccata agli umili, di molti altri dei quali si occupa, assorbiti dalla “favola”, impigliati in quella rete di delazioni e invenzioni. Ha scritto Carlo Bo: “L’operetta è un miracolo di logica del male, di qui il doppio piacere della lettura: in effetti il lettore è chiamato a seguire il giuoco tortuoso, seppure trasparente, delle varie soluzioni e dei tanti passaggi e, nello stesso tempo, a prender atto della logica invincibile della corruzione che porta l’ingiustizia gabellata per opera di giustizia”.

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Roger Zelazny: Nove principi in Ambra

Un personaggio che si risveglia da un incidente privo di memoria. Una capacità di guarigione e una forza stupefacenti. Una famiglia pericolosa, i cui membri lottano fra loro per la conquista del trono. Figure dalla dubbia lealtà e moralità. Un mondo originario, di cui tutti gli altri non sono che pallide ombre. Un mazzo di tarocchi dipinto che è più di ciò che sembra a prima vista.

Elementi già usati? Più correttamente sono elementi che saranno usati abbondantemente in seguito, visto che Nove principi in Ambra di Roger Zelazny è un romanzo del 1970.

La storia inizia con Corwin, il protagonista – che ancora non sa di chiamarsi Corwin – che si risveglia in un letto di ospedale e si rende conto di essere stato deliberatamente tenuto in uno stato d’incoscienza. Da quel momento decide di prendere in mano le redini della sua vita e di cercare di scoprire la sua identità per vendicarsi di chi ha cercato di liberarsi di lui e riprendersi ciò che gli spetta. Quello che ha non è molto, ma grazie alla sua intelligenza e prontezza di spirito Corwin potrà iniziare il viaggio di ritorno – un viaggio pieno di incognite – verso Ambra, l’unico vero mondo.

L’espediente di avere un protagonista privo di memoria, perfettamente funzionale alla trama, consente a Zelazny di spiegare al lettore il funzionamento del suo mondo senza finire nell’infodump. Le spiegazioni oltretutto arrivano a un personaggio che si muove continuamente perché sa che non può permettersi il lusso di fermarsi, pena una nuova cattura dalle conseguenze probabilmente disastrose. La storia scorre rapidamente pur non avendo il ritmo forsennato che caratterizza i romanzi più moderni, con il mondo e la magia che vengono svelati man mano che le vicende procedono. Protagonista assoluto è Corwin, del quale Zelazny mostra i dubbi, i limiti ma anche l’astuzia e la determinazione. Tutti gli altri ruotano intorno a lui, lo accompagnano brevemente aiutandolo o ostacolandolo e poi scompaiono, nel momento in cui Corwin passa in una nuova fase del suo percorso.

Una storia semplice rispetto a quelle pubblicate negli ultimi anni, che però pone le basi per la narrativa fantasy di oggi. Una storia che non si ferma a Nove principi in Ambra visto che per tutti gli anni ’70 Zelazny è andata avanti a narrare le avventure di Corwin nel mondo di Ambra in quattro successivi romanzi.

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J.R.R. Tolkien: Beren e Lúthien

Tra i racconti di dolore e rovina che ci sono giunti dalle tenebre di quei giorni, ve ne sono però alcuni in cui il pianto s’accompagna alla gioia e, all’ombra della morte, luce imperitura. E di tali storie, la più bella alle orecchie degli elfi è pur sempre quella di Beren e Lúthien.

Con queste parole inizia una delle storie più note di Il Silmarillion, l’opera a cui J.R.R. Tolkien ha lavorato tutta la vita e che è stata pubblicata postuma dal figlio Christopher Tolkien, in quell’occasione coadiuvato nella curatela dallo scrittore canadese Guy Gavriel Kay.

La storia dell’amore fra un mortale e un’elfa era nota fin dai tempi di Il Signore degli Anelli perché è parte della Terra di Mezzo. Viene narrata da Granpasso agli Hobbit in un momento di pausa in una conca preso Colle Vento, anche se Nessuno, al giorno d’oggi, la ricorda tale quale veniva narrata anticamente. È una bella storia, benché triste, come tutte le storie della Terra di Mezzo. Granpasso canta diverse strofe prima di spiegare che le sue parole non sono che una rozza traduzione in Lingua Corrente di un testo elfico che Parla dell’incontro di Beren, figlio di Barallir e di Lùthien Tinùviel. Beren era un mortale, ma Lùthien era la figlia di Thingol, Re degli Elfi nella Terra di Mezzo allorché il mondo era giovane; la più dolce e soave fanciulla che sia mai esistita. Una storia antica ma che non ha una fine perché, come nota Sam pensando alla luce del Silmaril che Galadriel ha donato a Frodo, «Pensandoci bene, apparteniamo anche noi alla medesima storia, che continua attraverso i secoli! »  La risposta alla sua domanda «Non hanno dunque una fine i grandi racconti?» non può che essere affermativa.

Dopo questo primo racconto ci sono ancora accenni alla storia di Beren e Lùthien a Granburrone, ascoltata dai protagonisti della storia anche se i lettori del romanzo non possono conoscere i dettagli. Più avanti Frodo e Sam, sulle scale di Cirith Ungol, si fanno forza parlando delle gesta degli antichi eroi. Una manciata di citazioni, presenti anche in altri momenti pericolosi della storia, perché quello di cui Tolkien sta narrando è un mondo vero, dotato anche di un passato, con i discendenti di Beren e Lùthien che percorrono ancora la Terra di Mezzo.

Una storia deve essere raccontata altrimenti non è una storia, tuttavia sono le storie non raccontate le più commoventi scriveva Tolkien all’inizio del 1945 in una lettera (N. 96) rivolta proprio al figlio Christopher.

Penso che tu sia emozionato da Celembrimor perché provoca una sensazione improvvisa di infinite storie non raccontate: le montagne sembrano così lontane, da far credere che non saranno mai scalate, gli alberi così distanti (come a Niggle) che non si potrà mai avvicinarli – o, se sì, diventeranno solo «alberi vicini».

La storia di Beren e Lúthien, che in Il Signore degli anelli è una delle infinite storie non raccontate, era molto cara a Tolkien. In una lettera (N. 115) del 1948 ricorda una serie di testi su cui aveva iniziato a lavorare nel 1914 e che fino a quel momento avevano destato l’interesse solo del suo amico C.S. Lewis e di Christopher. Lo scrittore cita esplicitamente La Caduta di GondolinI Figli di Hurin (opera pubblicata in volume autonomo da Christopher Tolkien nel 2007 dopo un lungo lavoro filologico sul testo del padre) e l’opera in versi La ballata di Beren e Luthien. È ancora più preciso il ricordo contenuto in un’altra lettera (N. 165) inviata nel 1955 al suo editore americano:

la mitologia (e i relativi linguaggi) cominciarono a prendere forma per la prima volta durante la guerra del ’14-’18.La Caduta di Gondolin (e la nascita di Earendil) fu scritta in ospedale e durante la licenza che ottenni dopo che fui tra i sopravvissuti della battaglia della Somme nel 1916. Il nocciolo della mitologia, la vicenda di Luthien Tinuviel e Beren, nacque dalla vista di una piccola radura in mezzo ad un bosco, piena di cicuta (o altre ombrellifere bianche) vicino a Roos nella penisola di Holderness – dove andavo ogni tanto quando ero libero dai miei obblighi militari mentre ero nella guarnigione Humber nel 1918. Una storia che, oltre a essere importante per l’intero Arda, mostra che i grandi avvenimenti della storia del mondo, «le ruote del mondo», spesso non sono determinati dai Signori e dai Governatori, e nemmeno dalle dalle divinità, ma da esseri apparentemente sconosciuti e deboli(lettera N. 131) ma che è anche un romanzo eroico-fiabesco (penso sia bellissimo e pieno di potenza E il tono fiabesco di quella storia Tolkien lo ha vissuto anche nella realtà se nel 1972, tre mesi dopo la morte della moglie Edith Bratt, ha scritto (N. 332) Ho incontrato la Luthien Tinuviel del mio romanzo con i suoi lunghi capelli scuri, il bel viso e gli occhi come stelle, e la sua bellissima voce. […] Ma ora se n’è andata prima di Beren, lasciandolo monco.

Quasi due anni dopo la moglie è morto anche lo scrittore. Sulla loro tomba, oltre ai nomi e alle date, due semplici scritte: Luthien e Beren, in ricordo di una storia di avventura e di coraggio che è anche una bellissima storia d’amore.

Il lavoro di Christopher Tolkien sui testi del padre, iniziato oltre quarant’anni fa e confluito nella pubblicazione di numerosi volumi, non tutti tradotti in italiano, potrebbe per sua stessa ammissione essere giunto alla fine, con la pubblicazione Beren e Lúthien, un racconto in parte in prosa e in parte in versi scelto in memoriam, in quanto presenza radicata nella sua vita. Come spiega nella prefazione, È un bel salto all’indietro per me, perché è il primo vero ricordo che ho di una storia che mi è stata raccontata passo passo, non semplicemente un’immagine memorizzata dalla scena di una narrazione. Mio padre me l’ha raccontata, forse in parte, a voce, senza alcuno scritto, nei primi anni trenta. L’elemento della storia che ricordo, con la vista della mente, sono gli occhi dei lupi che appaiono l’uno dopo l’altro nell’oscurità delle segrete di Thû.

Lupi che rivivono, insieme agli altri personaggi, oltre che nelle parole di Tolkien nelle splendide illustrazioni di Alan Lee che arricchiscono il volume.

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Pat O’Shea: La pietra del vecchio pescatore

Inizia con due figure che volano nel cielo, provocando disastri e terrorizzando uno squalo, e solo perché un ragazzo si accinge a comprare un certo libro, La pietra del vecchio pescatore di Pat O’Shea. Ma le due figure non sono personaggi qualsiasi: si tratta infatti di Macha e Bodbh, la Regina dei Fantasmi e il Corvo degli Scaldi, giunte in avanscoperta per la Morrigan, la Grande Regina.

La struttura del romanzo è piuttosto semplice: i due giovani protagonisti, Pidge e sua sorella Brigit, devono compiere un lungo viaggio attraverso una terra incantata e pericolosa per recuperare un oggetto magico prima che possa impossessarsene la Morrigan, che altrimenti riotterrebbe tutta la forza dei suoi malvagi poteri. Quello che contraddistingue il libro dalle innumerevoli storie simili che sono state scritte in seguito – non va dimenticato che si tratta di un’opera del 1985 – è l’atmosfera. Macha, Bodbh e Morrigan non sono nomi scelti a caso: la storia inizia a Galway, in Irlanda, e la cultura gaelica dell’autrice e la passione per i miti traspare in tutte le pagine. C’è un’atmosfera rurale che è perfetta per i personaggi, ci sono animali che si affiancano per un periodo più o meno lungo ai protagonisti per aiutarli nel loro cammino, ci sono personaggi leggendari che fanno la loro comparsa, e ci sono numerosi disegni che fanno parte della storia e che contribuiscono ad aumentarne il tono fiabesco. A fare da contraltare agli elementi magici è un Sergente di Polizia, tenacemente impegnato a cercare di capire qualcosa in quel che sta accadendo nonostante i tentativi di sviarlo compiuti dalle streghe.

Essendo un libro per bambini non c’è ambiguità nei personaggi: Pidge e Brigit sono bambini, con i loro limiti, i loro dubbi e le loro paure, le streghe sono cattive, anche quando scelgono di distrarsi temporaneamente dal loro ruolo di avversarie e di divertirsi un po’ a spese di qualche malcapitato, essere umano o animale. Quello che conta, nei giovani protagonisti, è la volontà di andare avanti, la tenacia, la bontà di spirito, il coraggio anche nelle situazioni difficili. Anche se la storia è lineare La pietra del vecchio pescatore è capace di portare il lettore in un meraviglioso regno incantato senza dimenticare che, nonostante la difficoltà del cammino, esistono imprese che debbono essere compiute.

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Crocevia del crepuscolo di Robert Jordan. Dal capitolo 25 alla fine

La copertina dell’ebook di Crocevia del crepuscolo

Rilettura di Crocevia del crepuscolo di Robert Jordan.

25: Quando indossare i gioielli

Perrin va a fare la spesa.

26: A So Harbor

Il Tenebroso ha rotto tutti i congelatori e il cibo si sta guastando. Ci sono anche fantasmi a passeggio, sarebbe ora di parlare di contaminazione, Tarmon gai’don e settimi sigilli, ma non ho tempo.

27: Ciò che dev’essere fatto

Perrin taglia una mano, mi sa che in questi romanzi sto vedendo un bel po’ di mani tagliate. Non solo in Jordan. Poi butta via l’ascia, concludendo una telenovela iniziata sei o sette libri fa. Aram è troppo sanguinario. Sorpresa: nella trama di Perrin compaiono i Seanchan, anche se per ora solo come possibilità.

28: Un mazzo di boccioli di rosa

Schermaglie fra Mat e Tuon.

29: Qualcosa vacilla

La situazione fra Mat e Tuon pian piano migliora, intanto Renna, la sul’dam che deteneva il collare di Egwene, accoltella Egeanin e scappa. Mat è costretto a farla ammazzare, e la cosa lo ferisce. Deciderò poi se contarla o meno, io non la rimpiangerò di certo.

30: Quello che la Verga dei Giuramenti può fare

L’ho sempre detto che Egwene è in gamba, è riuscita a capire più cose sulla Verga dei Giuramenti lei di tutte le altre Aes Sedai, e intanto che cerca di capire come funzionano le cose guida con mano ferma un gruppo di donne abituare a fare di testa loro. Nicola scappa nella Torre.

Kairen Stang viene ammazzata, lei la conto di sicuro. La sua morte spinge Egwene a prendere il suo posto, con il risultato che viene catturata.

Epilogo: Una risposta

Bashere ha organizzato un incontro fra la Figlia delle Nove Lune e Rand. Peccato che abbia parlato con Suroth, che noi conosciamo come una seguace del Tenebroso, e che sappiamo che la Figlia delle Nove Lune è attualmente prigioniera di Mat. Imbroglio ci cova…

In sella alla tempesta,

Il tuono in sottofondo,

Coi fulmini danzammo

Nel fare a pezzi il mondo.

Frammento anonimo di una poesia scritta

presumibilmente poco prima della fine dell’Epoca

precedente, conosciuta da alcuni come Epoca Terza.

A volte attribuita al Drago Rinato.

Fine del Libro Decimo

de La Ruota del Tempo

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Crocevia del crepuscolo di Robert Jordan. Dal capitolo 19 al capitolo 24

Rilettura rapidissima di Crocevia del crepuscolo di Robert Jordan. Non ci sono quindi non riesco a scrivere niente né a rispondere, mi sono limitata a programmare una manciata di cose per i prossimi giorni, e a scrivere un articolo, questo, in cui sono stata decisamente sintetica.

19: Sorprese

Anche dopo il ritorno del gruppo andato a investigare Egwene e le altre non sanno cosa è successo a Shadar Logoth, solo che la città non esiste più. Le Aes Sedai decidono di contattare la Torre Nera e di allearsi con gli Asha’man, anche se Sheriam e Delana sono sconvolte dall’idea.

20: Nella notte

Egwene si incontra con Aviendha e poi ha alcuni sogni profetici. Spoiler su tutta La Ruota del Tempo:

Mat era sul prato di un villaggio, a giocare a bocce. Le case dai tetti di paglia erano indistinte, come accade nei sogni – a volte i tetti erano d’ardesia, a volte le case parevano di pietra, altre di legno – ma lui era chiaro e ben definito, abbigliato in un’elegante giacca verde e con quel suo cappello nero a tesa larga, proprio come il giorno in cui era entrato a cavallo a Salidar. Non c’era nessun altro essere umano in vista. Sfregando la boccia fra le mani, prese una breve rincorsa e la fece rotolare con disinvoltura lungo l’erba spianata. Tutti e nove i birilli caddero, sparpagliati come se fossero stati presi a calci. Mat si voltò e raccolse un’altra boccia, e i birilli furono di nuovo dritti. No, c’era una nuova serie di birilli. I vecchi erano ancora a terra dove erano caduti. Lanciò di nuovo la boccia, un tiro lento accompagnato con la mano. Ed Egwene volle urlare. I birilli non erano pezzi di legno torniti. Erano uomini, fermi a guardare la boccia che rotolava verso di loro. Nessuno si mosse finché la palla non li fece volare via. Mat si voltò per prenderne un’altra, e ci furono altri birilli, altri uomini, disposti in una formazione ordinata fra gli uomini sdraiati al suolo come morti. No, erano morti. Imperturbato, Mat lanciò.

Mat inventa i cannoni, ovvio che sia in grado di fare una strage. L’illuminatore che lo aiuterà è Aludra, che ben conosciamo.

All’improvviso, la sporgenza crollò sotto di lei con lo schianto di roccia che si sgretola, ed Egwene cercò freneticamente di aggrapparsi al dirupo, le dita che raspavano per trovare un appiglio. Le punte scivolarono in una minuscola crepa e la sua caduta si arrestò con un sobbalzo che le strattonò le braccia. Con i piedi che dondolavano fra le nuvole, ascoltò il fracasso delle rocce che cadevano contro il dirupo finché il rumore non svanì nel nulla senza che le pietre avessero toccato il suolo. Poteva vedere la cornice frantumata alla sua sinistra, in modo indistinto. A dieci piedi di distanza, era come se fosse stata a un miglio, per la possibilità che aveva di raggiungerla. Nell’altra direzione, le nebbie celavano qualunque cosa rimanesse del sentiero, ma riteneva che dovesse essere ancora più lontano. Non c’era forza nelle sue braccia. Non riusciva a tirarsi su, solo a rimanere appesa aggrappata con la punta delle dita finché non fosse caduta. Il bordo del crepaccio sembrava tagliente come un coltello sotto le sue dita.

All’improvviso apparve una donna, che calava dalla scoscesa parete del dirupo sbucando dalle nuvole, procedendo tanto agilmente come se stesse scendendo delle scale. C’era una spada assicurata con delle cinghie alla sua cintura. Il suo volto guizzava, senza mai stabilizzarsi chiaramente, ma la spada pareva solida quanto la roccia. La donna raggiunse il livello di Egwene e protese una mano. «Possiamo raggiungere la cima assieme» disse con un familiare accento strascicato.

Egwene scacciò via il sogno come avrebbe fatto con una vipera. Avvertiva il suo corpo dibattersi, sentiva sé stessa gemere nel sonno, ma per un momento non riuscì a fare nulla. Aveva sognato di quella Seanchan in precedenza, una donna in qualche modo connessa a lei, ma questa era una Seanchan che l’avrebbe salvata.

Egeanin. Per la verità Egeanin, anche se brevemente legata a Egwene come Custode, non la salva, si limita a ricevere le istruzioni di Egwene su quando spezzare i sigilli della prigione del Tenebroso e a eseguire la sua volontà. Salva il mondo, non Egwene.

Tutt’a un tratto un paio di uccelli guizzarono fuori dalla foschia, due corvi neri come la notte. Volando sopra la cima della guglia, colpirono la lampada e proseguirono senza la minima esitazione. La lampada ruotò su sé stessa e dondolò, oscillando in cima al basamento, scagliando gocce d’olio tutt’intorno. Alcune di esse presero fuoco a mezz’aria e svanirono. Altre caddero attorno alla corta colonna, ognuna che alimentava una minuscola, tremolante fiammella bianca. E la lampada continuò a dondolare rischiando di cadere.

Egwene si svegliò nell’oscurità con un sussulto. Lo sapeva. Per la prima volta sapeva con esattezza il significato del sogno. Ma perché avrebbe sognato di una donna seanchan che la salvava e poi dei Seanchan che attaccavano la Torre Bianca? Un attacco che avrebbe scosso le Aes Sedai fin nel profondo e minacciato la Torre stessa.

Perché l’attacco è ordinato da Fortuona, ed Egeanin, che l’aiuta dopo, non è più agli ordini di Fortuona.

Al risveglio scopriamo dell’omicidio di Anaiya e del suo custode Setagana, li aggiungo al conto dei morti in un altro momento. Perché uccidere loro? Perché Anaiya era stata amica di Cabriana Mercandes, probabilmente ha fatto qualche domanda di troppo e Halima per non essere scoperta/o ha fatto fuori l’Aes Sedai. Peccato, era una delle poche che credeva in Egwene.

21: Un marchio

Alviarin torna alla Torre dopo una lunga assenza e scopre che Elaida è riuscita a riprendersi il potere.

Piccole discordanze nell’Ombra, con Mesaana che non gradisce quel che fa Alviarin e Shaidar Haran che blocca Mesaana e la punisce per non essere andata a Shadar Logoth a provare a bloccare Rand. Alviarin decide d’investigare su Yukiri e Doseine, cosa che all’epoca della prima lettura mi aveva fatta preoccupare. Non ricordo come finisce la cosa, ma Alviarin non riesce a fare nulla contro le due.

22: Una risposta

Tarna Feir, la stessa Rossa inviata da Elaida a Salidar nel tentativo di far tornare indietro le ribelli, ora è Custode degli Annali. Tarna è notevole, capisce di non poter ignorare gli Asha’man e vuole legarli come Custodi. Peccato che Taim e gli altri la convertiranno a forza al Tenebroso.

23: Ornamenti

Capitolo su Cadsuane: intrighi, riflessioni, addestramenti e ben poche azioni. Notare la menzione dei grandi capitani dell’epoca.

24: Una tempesta in aumento

Primo incontro fra Logain e Rand. Nel decimo romanzo. Notevole…

Riunione con Loial e Bashere. Rand decide di occuparsi dei Seanchan, io al suo posto avrei dato la precedenza a Taim. In fondo lui sta addestrando centinaia di incanalatori, non mi sembra possa essere trascurato così.

Conferma che Elza è Nera.

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Tempesta di spade di George R.R. Martin. Capitolo 14: Jon

John Snow e Spettro in un’immagine di John Picacio

Nevica. No, non controllate la temperatura indicata dal termometro, fidatemi di me e basta. Nevica. In fondo nevica piuttosto spesso nelle terre che si trovano a nord della Barriera perché, come ben sappiamo, l’inverno sta arrivando. Perciò smettetela di boccheggiare e procuratevi un bel drago, può sempre tornare utile. In caso di mancanza ci si può accontentare anche di un meta-lupo.

Jon cammina con i Bruti e pensa alle leggende della vecchia Nan, chissà che non contengano qualcosa di vero.

E Joramun suonò il Corno dell’Inverno, e risvegliò i giganti da sotto terra.

Per fare cosa? E, al di là di questo dubbio, una volta risvegliati li si potrebbe fermare?

“La canzone su Joramun non dice se tornerebbero a dormire con un altro squillo di corno.”

Queste riflessioni mi fanno pensare a un altro corno suonato nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay. Lo so, in realtà i corni hanno una storia molto lunga e compaiono in numerosissime storie, vedi per esempio la presenza del Corno di Valere in La Ruota del Tempo di Robert Jordan. Giusto per citare due opere che amo.

Tormund inizia a istruire Jon sulle abitudini dei Bruti, o Popolo Libero, come si definiscono loro. Come ha detto più volte George R.R. Martin, ciascuno è il protagonista della propria storia e un popolo non si autodefinisce il popolo dei Bruti. In La Ruota del Tempo quelli che gli altri chiamano Reietti fra di loro si autodefiniscono i Prescelti, e qui Jon incontra non i Bruti ma il Popolo Libero. Guardare le cose da un altro punto di vista non è facile, ma spesso è importante riuscire a farlo. Per Jon non è facile vivere come un Guardiano della notte in mezzo a così tante persone che hanno usi così diversi dai suoi, eppure anche lui ha bisogno d’imparare prima di poter fare altro.

Di solito giro al largo dalla par condicio, ma potevo evitare d’inserire John e Spettro nella versione di Michael Komarck?

Un romanzo non è solo battaglie o scene d’azione, anche costruire un mondo o dare tempo al personaggio per evolversi è fondamentale. Intanto che impara l’aquila di Orell, il Bruto ucciso da Jon al Passo Skirling in quella che per me che scrivo è quasi una vita fa, in La regina dei draghi, prova a cavare un occhio a Jon e non ci va tanto lontano. Subito dopo Mance Raider arriva al Pugno dei Primi Uomini e vede i resti dell’attacco degli Estranei contro i Guardiani della notte guidati da Jeor Mormont, il Vecchio Orso. L’attacco noi lo abbiamo visto nel prologo di Tempesta di spade attraverso gli occhi di Chett, personaggio che, come d’abitudine per i prologhi di Le cronache del ghiaccio e del fuoco, non sopravvive al capitolo e ancora, a oltre 200 pagine da quell’episodio, non conosciamo l’esito dello scontro. Qualcuno è sopravvissuto, ma quanti? E chi? Di Guardiani della notte qui ne sono morti parecchi, ma per conoscere un po’ meglio il conto del macellaio bisognerà aspettare ancora qualche capitolo.

Noi comunque ci stavamo preoccupando per Sam e per gli altri da un pezzo, Jon inizia ora. La conoscenza del lettore è sfasata rispetto a quella dei personaggi, a volte i personaggi non rivelano tutti i loro progetti o ripercorrono i loro ricordi in modo incompleto, privandoci d’informazioni che noi vorremmo davvero avere, ma noi vediamo gli avvenimenti dagli occhi di tutti i punti di vista e abbiamo un quadro d’insieme più completo. Martin gioca su questo sfasamento ottenendo risultati davvero notevoli.

Jon è costretto dalle circostanze a dire la verità e si trova a dover condividere le lenzuola con Ygritte, e non è sicuro di quale sia la cosa peggiore. Va bene i giuramenti, ma forse non ha le idee tanto chiare…

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