George Orwell: rivolta alla Fattoria Padronale

Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna che ballonzolava da una parte all’altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava.

La luce della stanza si era appena spenta quando in tutti gli edifici della fattoria ci fu un gran fermento e sbattere d’ali.

Ha l’aspetto di una fiaba classica sugli animali antropomorfi La fattoria degli animali di George Orwell, e a queste prime righe di quotidiana normalità segue un altrettanto normale elenco di animali. Le galline si appollaiano sui davanzali, i piccioni svolazzano fino ai travetti, le pecore e le mucche attaccano a ruminare, gli anatroccoli vagano qua e là pigolando e la gatta fa le fusa. Cosa ci potrebbe essere di più tranquillo in una qualsiasi fattoria dell’Inghilterra rurale del secolo scorso? Però, appena l’attenzione del narratore si sposta da un ambiente descritto in modo da far rilassare il lettore agli animali stessi, o meglio ai loro discorsi, l’atmosfera cambia completamente. La storia non è più quella di un contadino forse con problemi di alcool, ma quella di una rivolta per la libertà.

«Ora, compagni, com’è fatta questa nostra vita? Ammettiamolo: è infelice, gravosa e breve»” afferma un anziano maiale chiamato il Vecchio Maggiore, parafrasando un passaggio del Leviatano di Thomas Hobbes. Gli animali di Orwell rivelano di essere molto di più rispetto a quanto si sarebbe potuto pensare in un primo momento. Parlano, e i loro discorsi vertono su temi importanti, hanno sentimenti, aspettative, e non sono più disposti a subire passivamente ciò che il destino, o un padrone incentrato solo su sé stesso, riserve loro. Nonostante l’aspetto il loro modo di agire è del tutto simile a quello degli esseri umani. Non una fiaba dunque, ma un mondo che è lo specchio del nostro, in cui le differenze, che spogliandoci di ogni pregiudizio ci rendono più facile osservare i comportamenti dei protagonisti per quello che sono, sono tante quante le somiglianze, che ci consentono d’immedesimarci nei protagonisti e di fare nostri i loro problemi.

Nasciamo; ci danno quel po’ di cibo che ci consente di restare vivi; chi tra noi è in grado di lavorare viene costretto a farlo finché possiede ancora un briciolo di energia, e poi, nel preciso istante in cui la nostra utilità viene meno, ci macellano in maniera orrenda e crudele.

Fatto salvo il riferimento alla macellazione, la descrizione del Vecchio Maggiore può tranquillamente adattarsi allo sfruttamento delle classi inferiori a cui Orwell aveva personalmente assistito nel corso della sua vita. Questa situazione, secondo il saggio maiale, non fa parte dell’ordine naturale delle cose né è dovuta alla povertà della terra in cui vivono, ma al fatto che il frutto del duro lavoro degli animali viene loro sottratto dagli esseri umani, le uniche creature capaci di consumare senza produrre.

“L’Uomo è l’unico vero nemico che abbiamo. Eliminiamolo dalla scena, e la causa prima della fame e del superlavoro sarà abolita per sempre”, dichiara senza alcun dubbio, spiegando a coloro che lo stanno ascoltando come ‘unica soluzione per essere ricchi e liberi sia la ribellione, portata avanti con una determinazione che non dovrà mai vacillare e senza lasciarsi sviare dalle menzogne sugli interessi comuni che l’Uomo potrebbe dire per infrangere la loro compattezza.

Tre giorni più tardi il Vecchio Maggiore muore di morte naturale, ma grazie alle sue parole gli altri cospiratori, guidati dai maiali, ritenuti “per comune consenso gli animali più intelligenti”, iniziano a organizzarsi. I dubbi sono molti, da quello di poter effettivamente vivere senza il Padrone al perché a qualcuno dovrebbe importare di ciò che potrebbe accadere dopo la sua morte, dalla reale necessità per i singoli di impegnarsi se la Ribellione avrà luogo comunque alla possibilità di continuare a indossare quei nastrini che i novelli leader vedono come simboli di schiavitù. La rivolta, scoppiata in modo spontaneo a causa della negligenza del signor Jones, ha successo, trasformando la Fattoria Padronale in Fattoria degli Animali. Il momento culminante arriva quando i due leader, Napoleone e Palladineve, rivelano di aver imparato a leggere e fissano la nuova legge in modo indelebile scrivendo sulla parete di fondo del granaio principale i sette comandamenti dell’Animalismo, la nuova dottrina a cui devono ispirarsi tutte le loro azioni.

  1. Tutto ciò che va su due gambe è nemico.

2. Tutto ciò che va su quattro gambe o possiede ali è amico.

3. Nessun animale indosserà vestiti.

4. Nessun animale dormirà in un letto.

5. Nessun animale berrà alcolici.

6. Nessun animale ucciderà un altro animale.

7. Tutti gli animali sono uguali.

Ho scritto queste parole poco più di quattro anni fa, per un saggio su La fattoria degli animali che non ho mai terminato. Era una di quelle cose in cui ogni tanto mi tuffo di mia iniziativa perché sento il bisogno di parlare di un determinato argomento. L’idea era solo mia, fino a ora non ne avevo mai parlato con nessuno, e questo era rimasto uno dei tanti file incompiuti presenti nel mio computer. Non ricordo perché ho smesso di scrivere, al di là del fatto che questo testo mi richiedeva parecchio tempo anche perché, contemporaneamente, c’era la rilettura del romanzo di Orwell. Il libro non è lungo, ma rileggere mentre si scrive è diverso dallo scrivere limitandosi a controllare di tanto in tanto qualche singolo passaggio. Magari prima o poi andrò avanti, magari questo continuerà a rimanere uno dei tanti testi a cui per qualche tempo ho dedicato la mia attenzione, prima di concentrarmi su qualcos’altro, magari anche non altrettanto importante ma sufficientemente urgente da richiedere la mia attenzione subito e da farmi perdere lo slancio per qualcosa a cui tenevo di più. Quando dico che non ho il tempo per fare tutto ciò che vorrei, questa è una delle cose che finiscono sacrificate sull’altare del tempo.

George Orwell è morto il 21 gennaio del 1950, il che significa che dalla sua morte sono trascorsi settant’anni. In editoria questo comporta lo scadere dei diritti d’autore, non per nulla parecchi editori manderanno in libreria le loro edizioni delle opere di Orwell già a partire da gennaio. Se ancora non lo conoscete, leggete almeno La fattoria degli animali. La lettura è rapida, ma è una di quelle storie che ci accompagnano a lungo.

 

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