S.A. Chakraborty: La città di ottone

La prima cosa che si nota, di La città di ottone, è il suo aspetto. Ormai non dovremmo più stupirci, chi si occupa della collana Oscar Fantastica sta seguendo due linee ben precise: copertina morbida con alette, e prezzo che è più alto di quello di un normale tascabile ma più basso di quello che hanno in genere le novità, per la fantascienza, libri dalla copertina rigida e molto curata, con disegni impressi sul cartoncino, taglio delle pagine colorato e prezzo in linea con le novità, per il fantasy.

La città di ottone non fa eccezione: il taglio delle pagine è arancione, abbinato al colore dell’immagine di copertina, la stessa dell’edizione originale, l’interno della sovraccoperta è una bellissima mappa e tutti i dettagli  mostrano una grande cura nella realizzazione del volume.

Con questo romanzo S.A. Chakraborty ha iniziato la trilogia Daevabad, i successivi volumi saranno Il regno di rame e L’impero di oro.

Al di là dell’aspetto fisico, anche se pure l’aspetto fisico ne mostra tracce, la prima cosa che colpisce è l’ambientazione. La storia inizia in Egitto – beh, più o meno – ed è ambientata nell’area del Medio Oriente, anche se essendo un fantasy non ci dobbiamo aspettare una corrispondenza precisa con la nostra realtà che non è mai stata nelle intenzioni dell’autrice. Se per molti anni abbiamo letto solo fantasy ambientati un una simil Europa medievale, ora gli spazi si stanno allargando agli altri continenti, una cosa secondo me molto positiva. Abbiamo più varietà, e più possibilità di apprezzare storie originali e allargare la nostra mente. Peccato solo che questo romanzo mi abbia dato meno di quel che speravo.

L’inizio è affascinante, probabilmente proprio per via dell’ambientazione, anche se col senno di poi l’episodio iniziale mi sembra superflui visto che non ha dato seguito a nulla. Ok, ci fa conoscere Nahri, la principale protagonista, ma forse avremmo potuto iniziare direttamente con la zār, ed eventualmente inserire qualche dettaglio di caratterizzazione nel corso della storia. Non che io abbia problemi con gli inizi lenti, ma mi sembra che questo inizio, pur non essendo sbagliato, non sia perfettamente focalizzato con il seguito.

La scrittura è scorrevole, in molti punti il ritmo è incalzante, eppure spesso io ero al di fuori della storia. Fra jinn, ifrit e incroci fra le razze mi sono persa nella politica locale. Più volte con Ari ho faticato a capire dove mi trovavo, cosa stesse accadendo e perché. I riferimenti a un passato che continua a creare problemi più che chiarire le cose mi hanno mandata ancora più in confusione, al punto che mi sono ritrovata ad accettare quel che avveniva senza essere coinvolta nei problemi dei personaggi, non il modo migliore per divertirsi, e il fatto di non vedere un’adeguata preparazione neppure per gli avvenimenti più importanti ha contribuito al mio trascinarmi, una pagina dopo l’altra, fino alla fine.

Sì, in alcuni tratti l’atmosfera era affascinante, in qualche punto l’autrice ha catturato la mia attenzione, e a livello visivo il libro è davvero bello. Troppo poco, per me, per andare avanti quando i seguiti della storia verranno pubblicati.

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