La necessità degli Italinklings

Qualche tempo fa mi è capitato di revisionare un romanzo fantasy. L’autore è importante, vende davvero tanto, anche se io non avevo mai letto nulla di suo. Per fortuna. Se avessi iniziato a leggere fantasy con quel particolare autore avrei richiuso il libro dopo poche pagine – ho avuto fasi in cui quando iniziavo un libro lo dovevo finire per forza, anche se mi faceva schifo, ma suppongo che neppure nei miei momenti di peggiore testardaggine sarei andata avanti – e avrei abbandonato il genere ritenendolo davvero scarso. Lo stile è da brividi, ridondante, ripetitivo, pomposo, con frasi che mi hanno lasciata davvero perplessa. Scrivo meglio io, e non è una vanteria. Sull’invenzione della storia, sulla gestione della trama, io non sono granché, e questo è uno dei motivi per cui non leggerete mai un romanzo mio, ma il tizio in questione non se la cava molto meglio. Quanto alle scene di combattimento, sono più credibili le scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill. Potrei andare avanti nella mia opera di distruzione, ma mi pare che basti così. Eppure il tizio vende, e tanto. Perché?

Perché vendono i libri è un mistero, esistono tantissimi testi che non valgono la carta su cui sono stampati eppure stravedono. Sono 19 anni che lavoro in libreria, e non so quante volte io e i miei colleghi abbiamo visto vendere, e riordinato, roba che fin dal primo impatto abbiamo identificato come spazzatura. La qualità di un libro ha ben poco a che fare con le sue vendite, a livello commerciale quello che conta è che riesca a trovare la sua nicchia di mercato. Io vendo libri per vivere, gli incassi del negozio non finiscono direttamente nelle mie tasche perché sono una dipendente, ma è ovvio che posso conservare il mio posto di lavoro solo fino a quando il negozio sta in piedi, perciò vendere interessa anche a me. Ma non lavoro in libreria solo per vivere. Quando ho inviato una cinquantina di curriculum alle librerie di Milano, e non ne ho inviato nessuno in nessun negozio di scarpe, o di generi alimentari, ho fatto una scelta. Mi sono lasciata guidare dai miei interessi, dalle mie priorità. Poi ovvio, per vivere ci si adatta, ma su questo mi è andata bene.

Come dipendente di un negozio qualsiasi acquisto va bene, anche quello di una scatola di colori nel reparto cartoleria. Come libraia vorrei che fossero comprati libri belli, o quanto meno libri capaci di far rilassare un po’ senza scendere sotto un livello minimo di dignità. Come lettrice ho i miei gusti, e credo che da questo blog siano abbastanza chiari. Leggo fantasy. Scrivo di fantasy, a volte semplici testi informativi – è stato pubblicato il tal libro, è in corso la tale promozione – a volte approfondimenti. Per me il fantasy è importante, è una parte di me, e quando viene sminuito, quando viene criticato in modo aprioristico, ne sono infastidita.

Io immagino facilmente una persona che non ha mai letto fantasy, per una volta decide di provare il genere, pesca a caso fra i bestseller e si ritrova in mano un libro come quello che ho appena revisionato. Poi è facile assimilare il genere all’immagine che ne danno Aldo, Giovanni e Giacomo con Pdor, figlio di Kmer, pure i nomi di quel libro erano in stile Pdor. Mi è bastato scrivere su google “aldo giovanni giacomo sul fantasy”, perché mica ricordavo il nome del loro personaggio, non mi è mai importato nulla di quei tre comici e conosco il loro sketch solo perché sono andata a cercarlo dopo averne sentito parlare, per imbattermi in un articolo che fa capire benissimo perché odio i fantasy brutti: https://blogdiout.wordpress.com/2010/12/10/figli-di-pdor/. L’articolo è vecchio, il tizio in questione cita J.R.R. Tolkien, non uno scrittorucolo da quattro soldi – ma per quanto Il signore degli anelli sia straordinario la lettura di Tolkien non è facile – e boccia indifferentemente un intero genere. Come se io dovessi dire che tutte le storie d’amore fanno schifo perché non mi piace Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia. Anche I promessi sposi di Alessandro Manzoni è una storia d’amore, ma forse le due opere non sono paragonabili. Va bene Manzoni è un gigante, così come lo è Tolkien, e Moccia no, in questo caso non entra in gioco solo la qualità dell’opera ma anche il gusto personale. Il tizio – non ho letto il nome di chi ha scritto il post e non mi interessa farlo, non so neppure se è un uomo o una donna, quello che mi interessa è il discorso generale – è libero di non apprezzare il genere. Tolkien gli fa schifo? Benissimo, sono i suoi gusti e non li discuto. A me fa schifo Giovanni Verga, con lui riesco a distrarmi anche in novelle di quattro pagine. Mi è capitato di arrivare alla fine e non sapere cosa avessi letto. Quattro pagine.

Il punto è che per quanto accetto senza problemi quando qualcuno ha gusti diversi dai miei, non accetto il pregiudizio. Questo è qualcosa che va combattuto, e i pregiudizi si combattono combattendo l’ignoranza. Facendo vedere cosa c’è di sbagliato in un comportamento o, in questo caso, in un’opera letteraria. Evidenziando i pregi delle opere importanti, spiegando cosa hanno da darci e perché con la loro lettura diventiamo più ricchi. Questo è quello che io e le altre persona di un gruppo scherzosamente denominato Italinklings cerchiamo di fare. Scriviamo saggi perché vogliamo far conoscere, riflettere, capire. Per ora ho scritto un bel po’ di articoli su internet e collaborato a due volumi, Il Fantastico nella Letteratura per ragazzi e Hobbitologia, ma c’è altro in programma. Per lo stesso motivo facciamo conferenze, un po’ meno impegnative a livello di tempo anche se può essere più impegnativo arrivare sul luogo dove si svolgono. Potreste prenderla come pubblicità, ma leggere questi saggi, non necessariamente i miei, assistere alle conferenze, anche qui, non necessariamente le mie, è importante. È qualcosa che arricchisce, che consente di capire che se ci si imbatte in un libro come quello che ho revisionato è solo un incidente di percorso, e fornisce gli strumenti per spiegare a tutti quelli che guardano a noi come a quei tizi mezzi scemi a cui piace Pdor, figlio di Kmer, che sono loro che sbagliano.

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5 risposte a La necessità degli Italinklings

  1. Riccardo ha detto:

    Era mica Goodkind? Secondo me pessimo scrittore che copia malamente autori migliori di lui.
    Solo per curiosità

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  2. Franciscus wm ha detto:

    Un caro saluto dal tizio 😉

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