Da Niente muore mai di Viet Thanh Nguyen

Il problema dello specchio: lo specchio riflette noi, o l’immagine di noi che vorremmo vedere? Ci fa sentire completi o ci fa sentire “altri”?

Viet Thenh Ngyyen, Niente muore mai

La sinossi:

«Se l’anima dell’America morirà avvelenata, sul referto dell’autopsia dovrà esserci scritto “Vietnam”». Non c’è forse spiegazione più concisa di questa frase di Martin Luther King per comprendere che cosa abbia significato per gli americani la Guerra del Vietnam. Una guerra persa e, dunque, una guerra cattiva che ha continuato a lungo a fare male e a essere sottoposta a un costante processo di guarigione e di recupero. Processo cui hanno contribuito in una misura a dir poco decisiva l’industria cinematografica, dell’editoria e delle belle arti, grazie alle quali gli Stati Uniti, perdenti nel conflitto, si sono rivelati vittoriosi nella memoria. Quell’insieme di sanguinose battaglie che hanno causato un numero impressionante di morti in Vietnam, in Cambogia e nel Laos, e che i vietnamiti chiamano Guerra Americana, è diventato cosí il teatro di una tragedia occidentale denominata «Guerra del Vietnam», un nome divenuto a tal punto normale che, anche se abbreviato in «Vietnam», come spesso accade, è sottinteso che si riferisca al conflitto. Questo libro è un’opera su quella guerra in quanto opera sulla memoria e sull’identità. Prende le mosse dall’idea che «tutte le guerre vengano combattute due volte, la prima sul campo di battaglia, la seconda nei ricordi». Un’asserzione certo valida per tutti i conflitti, ma in una misura maggiore per la «Guerra del Vietnam» o per la «Guerra Americana», il cui nome contrastato ne indica la crisi di identità e rivela l’incertezza su come debba essere conosciuta e ricordata. Per Viet Thanh Nguyen, autore del «Simpatizzante» e Premio Pulitzer per la narrativa, scrittore nato in Vietnam ma cresciuto in America, ricostruire la memoria di quel conflitto non è semplicemente un compito cruciale per l’identità dei due paesi, ma la sola condizione possibile perché il cuore degli abitanti di quelle due nazioni, sorte da rivoluzioni e speranze consegnate ormai all’armadio della storia, «possa tornare a battere».

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