Helen MacDonald: Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria

Essere un novizio dà sicurezza: stai imparando, quindi non devi domandarti se sei bravo o meno. Ma quando hai raggiunto l’obiettivo, quando finalmente hai imparato a fare quella certa cosa, non sei più al sicuro. Essere un esperto ti espone al giudizio degli altri.

La frase proviene da Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria di Helen MacDonald e io la leggo pensando a cose molto diverse da quelle che aveva in mente l’autrice quando l’ha scritta.

A volte si leggono i libri per i motivi più strani, del resto non so quante volte ho letto commenti relativi al fatto che il libro che ha in mente l’autore è diverso da quello che legge il lettore. È un dialogo, non un monologo.

Ho iniziato a guardare a quest’opera con curiosità quando ancora non ne esisteva un’edizione italiana. Colpa di Guy Gavriel Kay, che l’ha amata senza riserve. E colpa mia, che ogni volta che lui cita un libro vado a controllare se ne esiste un’edizione italiana. Non so quanti libri ho letto solo perché li ha citati lui, anche se amare le opere di uno scrittore non vuol dire avere per forza gli stessi gusti nella lettura. Non che io abbia intenzione di cambiare abitudini: la prossima volta che Kay citerà un libro in farò il mio solito controllo. E anche la volta dopo… Questa la sinossi:

Nelle prime pagine del libro Helen Macdonald riceve una telefonata: il padre, celebre fotoreporter, è morto all’improvviso d’infarto. Priva di legami e di un lavoro stabile (è ricercatrice associata part-time all’università di Cambridge), Helen si accorge bruscamente di non avere nulla che possa distrarla dal lutto e sprofonda in una violenta depressione. Passano i mesi: instaura una relazione sentimentale e poi la sabota, legge testi sul lutto, si isola, si trascina. Poi, d’improvviso, un sogno ricorrente sui falchi fa scattare in lei una sorta di epifania: per uscire dal gorgo che la soffoca addestrerà un falco, ma non un falco qualsiasi, piuttosto un astore, uno dei più grossi e feroci rapaci che esistano, un animale del sottobosco, sanguinario e predatore. Così entra in scena Mabel, “un rettile. Un angelo caduto. Un grifone uscito dalle pagine miniate di un bestiario”. Helen si ritira dalla comunità per dedicarsi esclusivamente all’addestramento dell’animale, in un isolamento ossessivo. Il racconto dell’addestramento, dell’osservazione del comportamento della giovane Mabel, della paura, della fascinazione e della strana tenerezza che prova per l’animale, s’intreccia con la rilettura del libro “The Goshawk” di T. S. White e quindi con la rievocazione della biografia di questo scrittore, autore tra le altre cose di un libro su Artù poi ripreso dalla Disney in La spada nella roccia…

Se a farmi notare il libro è stato Kay, la seconda cosa che ha attirato la mia attenzione è stata la menzione di T.H. White. Il suo Re in eterno è una delle opere che io devo assolutamente leggere, e La spada nella roccia è uno dei pochi film Disney che amo. Sapevo vagamente che la vita di White non era stata facile, non immaginavo nulla di simile a quanto viene raccontato qui dentro, anche se White è solo una figura secondaria. Le protagoniste sono l’autrice stessa e Mabel, il suo astore. L’ultimo elemento è la falconeria, e se io amo alcune illustrazioni medievali rappresentanti battute di caccia con il falcone, La signora del falco di Marion Zimmer Bradley è un romanzo che adoro. Da amante dell’arte medievale, del fantasy – con tutto quel che ne consegue sulle ambientazioni medievaleggianti e la curiosità sul modo di vivere di quei tempi (puramente accademica, voglio troppo bene alla mia acqua corrente e calda, per non citare un’infinità di alte cose, per poter dire cavolate come “mi sarebbe piaciuto vivere all’epoca”) – e della Donna del falco, non potevo non essere incuriosita da un libro così.

La reazione dell’autrice alla morte del padre, forte, è comprensibile e mi fa chiedere come potrei reagire io a un lutto importante. Non che voglia scoprirlo, anche se prima o poi avverrà, ma le domande nascono. Però, al di là di qualche singolo momento, non sono mai riuscita a entrare in sintonia con la storia. Forse è colpa mia, del fatto che in questo momento sto pensando ad altro, e infatti era ad altro che pensavo quando mi sono appuntata la frase con cui ho iniziato questo testo. E, sempre per tornare su pensieri che vanno altrove,

C’è un tempo della vita in cui ti aspetti che il mondo sia sempre pieno di novità. Poi arriva il giorno in cui ti rendi conto che non sarà affatto così. Ti accorgi che semmai la vita si sta riempiendo di buchi. Assenze. Perdite. Cose che erano e non sono più. E insieme ti rendi conto di dover crescere proprio intorno e tra quei vuoti, anche se quando tendi la mano verso il punto in cui una volta c’era qualcosa percepisci l’ottusità contratta e splendente dello spazio in cui abitano i ricordi.

Però, giusto per ricordarvi chi sono, concludo con un commento relativo al mito di Orfeo ed Euridice narrato in Sir Orfeo:

A condurlo nell’altra dimensione e a fargli ritrovare la moglie perduta sono stati però il volo e le morti causate dai falchi, e questa capacità dei falchi di varcare soglie precluse agli uomini è ben più antica del mito celtico, più antica dello stesso Orfeo, perché già nelle tradizioni sciamaniche eurasiatiche falchi e rapaci erano considerati messaggeri tra i due mondi.

Devo ancora leggere Sir Gawain e il cavaliere verde. Perla e sir Orfeo di J.R.R. Tolkien, comprato anni fa e rimasto ignorato nella mia libreria, ma non posso non ricordare che io ho parlato degli animali, e della loro presenza nella narrativa fantasy, nel saggio Oltre Smaug: gli animali nelle Hobbit presente in Hobbitologia.

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