L. Frank Baum: Il meraviglioso mago di Oz

Il meraviglioso mago di Oz rientra fra i libri che ho letto perché voglio conoscere davvero le radici del fantasy. Va bene leggere saggi che analizzano le varie opere, ma senza i testi i saggi non esisterebbero, né potrebbero esistere le opere contemporanee senza i classici. Gli scrittori scriverebbero ugualmente, ma lo farebbero in modo diverso, probabilmente più semplice perché non avrebbero avuto a disposizione i classici per poter maturare leggendoli. La premessa è indispensabile per indicare lo spirito con cui mi sono accostata al libro: desiderio di leggerlo più per curiosità intellettuale che per reale interesse nei confronti della storia. Alcuni elementi del romanzo di L. Frank Baum li conoscevo già, bene o male è impossibile non aver sentito parlare dello spaventapasseri, dell’uomo di latta, del leone e della strada di mattoni gialli pur senza aver letto il libro o senza aver visto uno dei film che ne sono stati tratti. Quel che segue è più una serie di appunti che una vera e propria analisi, e contiene numerosi spoiler.

La storia in sé è scorrevole, nel 1900 doveva essere avvincente, ora non è nulla di che ma non è neppure una di quelle opere per cui ci si deve forzare per prendere il libro in mano. C’è una sequenza di eventi abbastanza casuale, la storia sarebbe potuta finire in qualsiasi momento in cui Baum avesse esaurito le idee per nuovi episodi, e sospetto che è ciò che è avvenuto. Dorothy vive in Kansas, un tornado la trasporta chissà dove (portal fantasy) e lei diventa un’eroina suo malgrado perché la casa in cui si trovata viene depositata dal tornado proprio sopra la malvagia Strega dell’Est, uccidendola. Qui più che un eroe riluttante abbiamo un eroe che non solo non lo fa apposta, ma che non se ne accorge neppure, almeno fino a quando non glie lo fanno notare gli altri. Dorothy si dirige verso la Città di Smeraldo per incontrare il Mago di Oz, con la speranza che lui possa farla tornare a casa, e lungo il viaggio incontra i già citati personaggi, formando così la sua Compagnia. La Cerca sono i viaggi, il primo verso la Città di Smeraldo per incontrare il Mago di Oz, il secondo verso la malvagia Strega dell’Ovest per compiere la missione affidatale dal Mago, il terzo verso la buona Strega del Sud, che riesce a fare ciò che è stato impossibile agli altri. Per la verità quest’ultima strega si limita a darle un’informazione: senza saperlo lei aveva sempre avuto in suo possesso lo strumento per tornare a casa. La conoscenza si rivela fondamentale, nemmeno lo strumento più potente serve a qualcosa se non si sa come utilizzarlo.

Con un interesse piuttosto superficiale per la vicenda, la mia attenzione è stata attirata dai dettagli. Li elenco in modo piuttosto casuale, senza neppure farne una vera analisi. Diciamo che questo è il mio quaderno degli appunti.

Le streghe sono polarizzate, una per ciascuno dei punti cardinali, con un asse buono che segue la direttiva Nord-Sud e un asse malvagio che segue la direttiva Est-Ovest. Gli abitanti del luogo hanno nomi ridicoli, cose come Mastichini, Strizzoli o Qualchi, e C.S. Lewis seguirà la tradizione dei nomi ridicoli. Per fortuna J.R.R. Tolkien era un filologo, ben conscio dell’importanza dei nomi, e ci ha donato nomi seri. Poi c’è chi esagera e mette H e apostrofi a caso, come ha notato Diana Wynne Jones nella Tough Guide to Fantasyland, ma non abbiamo più avuto questi suoni senza senso. La sua parte l’ha fatta anche Leigh Eddings quando ha stoppato Lester del Rey che avrebbe voluto chiamare Alornia quella terra che noi conosciamo come Aloria. A me non sembra ci sia una gran differenza fra i due nomi, ma l’episodio raccontato da David Eddings in Il codice rivano è troppo divertente per non riproporlo:

“a Lester non piaceva Aloria. Voleva che fosse «Alornia»!!! Io stavo per esplodere, ma la mia mogliettina mi tolse tranquillamente di mano il telefono e vi flautò dentro: «Lester, caro, Alornia mi fa pensare al nome di un biscotto». Lester ci pensò un momento. «Sì, già… è vero. Va bene, vada per Aloria.»

Un’altra associazione che non ho gradito ma che non ho potuto fare a meno di fare fra Baum e Lewis riguarda le creature assurde, i testamartello qui e gli Inettopodi in Narnia. Anche la coerenza logica non è un elemento di spicco. Il taglialegna trova sbagliato l fatto che un Gatto Selvatico cerchi di un topo (come se non fosse una cosa naturale), così per impedire l’uccisione del topo uccide il gatto. Non è sbagliato anche questo? Ma già, serviva per la trama. Quanto alla Strega dell’Ovest, il Guardiano del Cancello spiega che “è malvagia e feroce, e potrebbe anche impedirvi di distruggerla”. Insomma, se non sei dalla parte dei protagonisti il fatto che tu sopravviva è una cosa sbagliata in sé, al punto che non dovresti nemmeno desiderarlo. Il continuo proporre le storie di tutti i personaggi incontrati serve a farceli conoscere meglio, ma il modo in cui sono proposti questi racconti ora ci farebbe gridare all’infodump. In più occasioni ho dovuto ricordarmi che questo è un romanzo del 1900, che ha contribuito a creare il genere ma che a distanza di tanto tempo appare ingenuo e tutt’altro che perfetto, anche se la lettura può essere piacevole. Basta non pretendere troppo a livello di costruzione del mondo. L’incantesimo con cui la Strega dell’Ovest chiama le Scimmie Alate è qualcosa che non riesco nemmeno a definire a parole. Va bene, non in tutti i romanzi è necessario inserire sistemi magici perfettamente codificati come fa Brandon Sanderson, ma… “«Eppe, peppe, kakke!»”? E questo è solo un terzo del testo dell’incantesimo, ovviamente accompagnato da una precisa posizione da assumere.

Ci sono parecchi animali che entrano in scena, a partire dai corvi parlanti che lo spaventapasseri non riesce a spaventare. È uno di loro a dargli la consapevolezza di sé e a spingerlo a desiderare un cervello. C’è la cicogna, che volando trasporta lo spaventapasseri oltre il fiume, così come molti anni più tardi le aquile trasporteranno i personaggi di J.R. R. Tolkien, un’intera compagnia in Lo Hobbit, il solo Gandalf in Il signore degli anelli. Ci sono i lupi inviati dalla malvagia Strega dell’Ovest, visti sotto quell’ottica distruttiva che li caratterizza in tutte le opere più antiche e che recentemente è stata spesso sostituita da una visione positiva. Ho parlato di queste due visioni nel saggio Oltre Smaug: gli animali nello Hobbit in Hobbitologia. Ci sono, dopo i lupi, i corvi, ben diversi da quelli ricordati dallo spaventapasseri e più simili a quelli che Robert Jordan presenterà in L’Occhio del Mondo. E poi api, scimmie alate, topi, un ragno gigante che non può non farmi pensare alla tolkieniana Shelob o all’Aragog di J.K. Rowling. Anche gli alberi che provano a catturare la Compagnia potrebbero avere un eco nella tolkieniana Vecchia Foresta., mentre le scarpe magiche sono più efficaci dei fiabeschi stivali delle sette leghe.

Lo spaventapasseri, come detto, desidera un cervello, ma più volte dimostra la sua intelligenza. Il taglialegna di latta vorrebbe un cuore, ma sa mostrarsi generoso. Al leone fifone serve il coraggio, e io non posso non pensare al dialogo fra Eddard Stark e Bran all’inizio di Il trono di spade di George R.R. Martin:

«È possibile che un uomo che ha paura possa anche essere coraggioso?»

«Possibile? Bran, è quella l’unica situazione in cui si fa strada il coraggio» gli rispose suo padre.

All’inizio il Mago di Oz sembra un mutaforma, e la figura è affascinante, poi si scopre che è solo un imbroglione, anche ha ottimi motivi per comportarsi come si comporta. Il suo allontanamento in mongolfiera verrà ripreso, molti anni più tardi, da Italo Calvino in Il barone rampante. Il fatto che nella Città di Smeraldo tutto sia verde è logico e inevitabile, ma vederlo scritto continuamente è ripetitivo. La distruzione della Strega con l’acqua è un altro punto su cui varrebbe la pena soffermarsi, anche se di solito sono altre creature come i vampiri (o anche i Trolloc di Robert Jordan) che hanno problemi con l’acqua. Piccoli particolari, elementi che si incrociano, storie che prendono nuove svolte. A volte basta un minuscolo elemento per partire per nuovi straordinari viaggi o per incamminarsi di nuovo con piacere su sentieri già percorsi.

Dubito che leggerò mai qualcuno degli altri Libri di Oz, ma uno sguardo alle origini fa sempre bene.

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