Intorno a Oltre Smaug: gli animali nello Hobbit in Hobbitologia

Qualche giorno fa a Galliate ho presentato Hobbitologia. Non ero sola, con me c’era la curatrice Marina Lenti, che ha presentato il progetto saggistico che sta portando avanti da anni – le precedenti antologie sono Potterologia e Il Fantastico nella Letteratura per ragazzi, e a quest’ultimo libro ho collaborato anch’io –e Paolo Gulisano. Il fantasy non è solo quella narrativa piena di personaggi dai nomi impronunciabili che risolvono ogni problema a colpi di magia, ma se vogliamo che qualcuno oltre a noi appassionati se ne accorda dobbiamo spiegarlo in modo serio. Da qui i saggi. Ma cosa si può dire in una presentazione, a parte il progetto generale? Io ho scelto di parlare non tanto di quel che ho scritto, ma del perché ho scritto quel che ho scritto.

Il mio testo si intitola Oltre Smaug: gli animali nello Hobbit. Quell’oltre è stato un po’ obbligato dalle circostanze, se avessi voluto davvero parlare di Smaug in particolare e dei draghi in generale non mi sarebbero bastate non dico le pagine a mia disposizione, ma quelle dell’intero volume. La consegna era di 20.000 caratteri, ho dovuto fare delle scelte per restare al suo interno (per lo meno all’interno del margine maggiorato di 25.000 che ci è stato dato qualora ne avessimo sentito la necessità, vi ho mai detto che quando inizio a scrivere per me è difficile fermarmi?).

Gli animali dunque. Animali per rendere più realistico il mondo fantastico, ma che sono anche qualcosa di più. Per preparare il saggio la prima cosa che ho fatto è stato rileggere Lo Hobbit. Ho preso appunti ovviamente, in diversi miei romanzi ho preso molti più appunti e fatto più sottolineature di quanto non ne facciano normalmente molte persone quando leggono saggi.

Loki e la sua famiglia in un’illustrazione di Ingri e Edgar D’Aulaire

J.R.R. Tolkien cita espressamente draghi, pony, cavalli, uccelli, orsi, tordi, gatti, pipistrelli, pesci, capre, topi, conigli, lupi, aquile, api, scoiattoli, cervi, farfalle, corvi, ragni, chiocciole. Troppi, quindi ho scelto i più significativi e ne ho parlato andando a vedere come si pongono nel nostro immaginario. Prendiamo il lupo. Voi cosa pensate? Cito in ordine casuale: i meta-lupi delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, Perrin fratello dei lupi nella Ruota del Tempo di Robert Jordan, Fenrir nella mitologia norrena, Galadan signore dei lupi nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay, Belgarath e le sue trasformazioni in lupo nella Saga dei Belgariad di David Eddings, il lupo mannaro Remus Lupin nella saga di Harry Potter di J.K. Rowling, Kevin Costner in Balla coi lupi (lo so, questo non è un romanzo fantasy, ma Kevin Costner in quel film ha sempre un suo perché), Romolo e Remo e la Lupa Capitolina, San Francesco e il lupo di Gubbio, il legame fra FitzChevalier e Nasuto nell’Apprendista assassino di Robin Hobb, il lupo che accompagna Rankstrail in L’ultimo orco di Silvana De Mari, la minaccia sempre incombente dei lupi nella Spada di Shannara di Terry Brooks, il lupo Maugrim al servizio della Strega Bianca in Il leone, la strega e l’armadio di C.S. Lewis, i lupi che minacciano Frodo e compagni subito prima dell’ingresso nelle miniere di Moria in Il signore degli anelli (lo so, è sempre Tolkien, ma anche questi lupi hanno la loro importanza, così come il Carcharoth della storia di Beren e Luthien), Il richiamo della foresta e Zanna bianca di Jack London, L’occhio del lupo di Daniel Pennac, il lupo di Cappuccetto Rosso, quello dei Tre porcellini e quello di Il lupo e i sette capretti… Quanti lupi ci sono nel nostro immaginario? E qual è il loro valore?

Robert J. Sawyer… in mia compagnia

Facciamo un passo indietro. Nel 2011 a Milano ci sono stati i DelosDays. L’ospite d’onore per la fantascienza era Robert J. Sawyer, autore di cui io avevo letto e apprezzato Furto d’identità (Flash Forward. Avanti nel tempo è ancora nella lunghissima lista dei libri che vorrei leggere, così come lo era sette anni fa). Fra le altre cose Sawyer ha ricordato una cosa che gli era stata detta più volte da presunti critici, ovviamente persone che sapevano ben poco di fantascienza. Secondo loro i romanzi di fantascienza erano talmente isolati da tutto il resto, senza basi su cui gli autori potessero costruire, da rendere impossibile ogni tipo di critica seria. Come si può parlare di cose senza una storia e per le quali non è possibile fare paragoni? Non ricordo le parole precise della critica, sono passati troppi anni, ricordo invece molto bene la risposta. Sawyer ha citato l’inizio di Neuromante, romanzo pubblicato nel 1984 da William Gibson che può essere considerato il manifesto del cyberpunk.

Il cielo sopra il porto era del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto.

È la prima frase, e il fatto che io non abbia mai letto Neuromante non è importante. Nessuno può aver letto tutto, ma per poter parlare di un genere è necessario conoscere un buon numero di opere, non muoversi nel vuoto. Questa è una frase molto forte per buona parte degli appassionati di fantascienza. 1984: all’epoca quando la televisione era sintonizzata su un canale morto o per qualche motivo non prendeva il segnale quello che si vedeva era uno sfondo di righe o puntini grigi irregolari in continuo movimento. In WWW 1: Risveglio, romanzo del 2009 arrivato in Italia nel 2011, Sawyer ha parlato del colore del cielo, uguale a quello di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto. Nelle televisioni moderne però questo significa un azzurro uniforme, non disturbato da nulla. Lo scrittore ha riproposto una frase famosissima ribaltandone il significato, e con questo ha ottenuto un effetto molto forte. I critici che lamentavano la mancanza di radici della fantascienza non avevano colto un riferimento evidente per moltissimi lettori. Erano i critici a non conoscere il passato, non la fantascienza a essere senza passato.

Io, Marina, Paolo e tutti gli altri che scriviamo di fantasy vorremmo che il genere venisse preso sul serio. E se una conoscenza delle radici (o anche della profondità del genere) non c’è, allora dobbiamo fornire gli strumenti perché la conoscenza possa essere acquisita. Già prima di incontrare Sawyer io avevo iniziato a scrivere articoli che accostavano opere diverse per mostrare il forte dialogo esistente fra loro, o la comunanza dei temi. Non ho mai indicato una citazione (con tanto di ribaltamento) precisa come quella di Sawyer, ma il dialogo fra opere diverse c’è. Un romanzo che ho citato diverse volte è Il nome della rosa di Umberto Eco. Una delle frasi che mi ha colpito riguarda proprio i libri:

Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro.

Pag. 289

Nel 2009, in occasione del 40° anniversario dell’allunaggio, avevo scritto un articolo che parlava della Luna vista in chiave fantasy: http://www.fantasymagazine.it/10714/i-mille-volti-della-luna. L’anno successivo avevo voluto sottolineare l’importanza del Giorno della Memoria con un articolo che partendo dalla realtà arrivava a mostrare come fosse possibile parlare di Shoah anche in ambito fantastico: http://www.fantasymagazine.it/11701/27-gennaio-il-giorno-della-memoria. Qualche tempo dopo avevo scritto un breve articolo sul cambiamento della percezione delle streghe nella realtà come nel nostro immaginario: http://www.fantasymagazine.it/11882/le-streghe-fra-passato-e-futuro. Fra le  bancarelle di libri presenti ai DelosDays mi sono imbattuta in due libri, Dark Agnes, donna di spada di Robert E. Howard e Jirel di Joiry di C.L. Moore, che mi sarebbero serviti per quel che stavo per scrivere, cioè un articolo per il quarto numero di Effemme intitolato Jolanda e le sue figlie: eroine in cerca d’avventura e incentrato sull’evoluzione della figura femminile. Nel 2012, riagganciandomi al tema dei Mondi fantastici scelto da Emanuele Manco per il quinto numero di Effemme, ho pubblicato su FantasyMagazine un articolo sulle mappe fantasy: http://www.fantasymagazine.it/17004/la-nascita-di-un-mondo-fantastico.

Il mio saggio per Hobbitologia è partito proprio da queste considerazioni, anche se magari non le avevo formulate in maniera cosciente. I libri parlano. Tolkien ha inserito numerosi animali in Lo Hobbit, e lo ha fatto tanto per necessità di trama quanto per rendere più solido il suo mondo, ma quegli animali non vivono isolati. Tolkien conosceva le opere che lo hanno preceduto, e gli autori che sono arrivati dopo di lui conoscevano Lo Hobbit e le altre opere di Tolkien. Che le amassero o no, non potevano prescindere da lui. Io, nello spazio che ho avuto a disposizione, ho cercato di mostrare questo dialogo. Non con tutti gli animali – ho scelto quelli che mi sono sembrati più significativi sia fra gli antagonisti che fra gli alleati – senza avere la pretesa di fornire un campionario completo, ma ovviamente non mi sono limitata a parlare di lupi. Quello che ho inserito più in su è un elenco scritto di getto, senza fermarmi a riflettere. In Oltre Smaug: gli animali nello Hobbit non ho citato tutti quei lupi, ma ho cercato di mostrare qualche caratteristica che li rendeva significativi. È un punto di partenza, non di arrivo, per mostrare che quel che leggiamo può avere profondità insospettabili.

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