Margot Lee Shatterly: Il diritto di contare

Non ho visto, almeno per ora, il film Il diritto di contare, anche se ne ho sentito parlare molto bene. Ho letto, però, il libro di Margot Lee Shatterly su cui il film è basato. Shatterly ha scritto un saggio, non un romanzo, le note sono numerosissime e corrispondono a quasi un decimo del volume. Se volete una storia facile da leggere e dal ritmo incalzante lasciate stare, Il diritto di contare non fa per voi. Se invece siete disposti ad armarvi di pazienza per cercare di orientarvi in una sfilza di nomi più lunga di quelle di un romanzo fantasy allora possiamo iniziare a ragionare. Non solo Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, ma tante altre che quasi nessuno conosce e a cui l’autrice ha voluto rendere giustizia.

Il libro narra la storia di un gruppo di matematiche di colore dalle capacità straordinarie. I nomi elencati all’inizio sono davvero tanti, tante le situazioni, anche se alla fine risalta un piccolo gruppo di figure, quelle su cui è basato il film. Essendo un saggio i sono dialoghi sono assenti, sostituiti dalla ricostruzione di quel che è avvenuto tramite i ricordi delle persone coinvolte o di documenti d’archivio.

Non ricordo in quale anno i cervelloni americani abbiano scoperto, con loro enorme sorpresa, che le donne erano più brave degli uomini a fare calcoli. Ovvio, non tutte le donne sono più brave di tutti gli uomini, ma facendo controlli su matematici eccellenti, confrontando calcoli eseguiti da uomini con calcoli eseguiti da donne, hanno scoperto che il numero delle donne capaci di padroneggiare i problemi più complessi era molto più alto rispetto al numero degli uomini. Con notevole pragmatismo il governo ha deciso di assumere donne per far fare loro i calcoli necessari alle situazioni più complicate, nello specifico allo studio dell’aerodinamica e di tutte le leggi fisiche che potevano entrare in gioco e fare la differenza fra un aereo-baracca, capace di stare in volo e poco più, e un aereo veloce e maneggevole. Pragmatiasmo sì, ma non esageriamo con l’uguaglianza. Le donne sono state assunte come calcolatrici, mica come matematiche o, peggio ancora, come ingegneri. È questo il termine con cui vengono regolarmente definite nel libro e che la prima volta che ho incontrato ho guardato con una certa sorpresa: calcolatrici. Facevano calcoli, no? Quindi erano calcolatrici. I matematici venivano pagati di più, e godevano di una stima maggiore, e gli ingegneri erano un gradino ancora più su. Le donne erano necessarie, certo, ma perché dar loro soldi e considerazione come a un uomo, anche se facevano lo stesso lavoro di molti uomini con un titolo superiore al loro, quando se ne poteva fare a meno?

La situazione parte squilibrata e poi peggiora. Gli Stati Uniti vengono coinvolti nella guerra, e quando una buona aviazione può fare la differenza fra vincere o perdere, mettere al lavoro i cervelli migliori è fondamentale. Anche se quei cervelli appartengono a donne. Persino se quei cervelli appartengono a donne di colore. Ecco quindi la nascita dello straordinario gruppo di calcolatrici raccontato da Shatterly. Il film si è incentrato su una piccola parte del libro, da quando il lavoro è passato dalla fase bellica a quella spaziale, arrivando fino a John Glenn.

Donne, e per di più di colore. Per Johnson, Vaughan, Jackson e tutte le altre gli handicap da superare erano due ed erano pesantissimi, eppure non si sono arrese e forti del loro cervello e di un carattere all’altezza delle loro capacità hanno ottenuto risultati straordinari. Non un libro facilissimo, ma la vicenda è affascinante e merita di essere conosciuta.

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