Frances Hodgson Burnett: Il giardino segreto

La prima cosa che ho notato è stato il ritmo lento. Per forza, Frances Hodgson Burnett ha pubblicato Il giardino segreto nel 1911, è normale che il ritmo sia lento. All’epoca le storie non iniziavano in media res, e a me sta bene così. Se amo i romanzi di Guy Gavriel Kay e Filippo Tuena ci sarà una ragione. Mi piace prendermi tempo per conoscere l’ambiente e i personaggi, per vedere le cose cambiare. Poi quando serve l’azione non mi lamento di trovarla, ma la storia non dev’essere una gara di corsa. Non sono capace di trattenere il fiato per centinaia di pagine. Come nella corsa, sono sempre stata una fondista. Quando parto non mi fermo più, almeno se mi piace quel che sto facendo.

La protagonista, Mary, è una bambina viziata che presto si ritrova orfana e dalla natia India viene spedita in Inghilterra da uno zio ricco e burbero che lei non conosce. Nelle fiabe i protagonisti sono spesso orfani, così come in molte storie ottocentesche. Se ripenso a un paio di anime che guardavo da bambina, Peline story, tratto dal romanzo di Hector Malot Senza famiglia, o Heidi, tratto dall’omonimo romanzo di Johanna Spyri, ritrovo molte cose in comune. Con Heidi in comune c’è persino un personaggio su sedia a rotelle, tanto è vero che sono andata a guardare l’anno di pubblicazione: il romanzo di Spyri è del 1880, quindi precedente rispetto a quello di Hodgson Burnett.

L’ambiente della storia è molto ristretto, il giardino segreto, la casa attigua e poco più. Inevitabilmente questo mi ha portato alla mente un passaggio di Children’s Fantasy Literature di Michael Levy e Farah Mendlesohn:

Perhaps the most striking aspect of mid to late nineteenth-century children’s fantasy is the degree to which the fantasies seem contained and bounded. Furthermore this containment is presented as desirable. […] the character of British fairy tale gave to British children’s fantasy one of its major characteristics, domesticity

Il giardino segreto non è un fantasy, anche se Levy e Mendlesohn lo citano brevemente perché è stato importante per il successivo sviluppo del fantasy, con cui condivide alcune atmosfere. La storia è domestica, tranquilla, fatta di piccole curiosità e tanti piccoli episodi che fanno crescere chi li vive. Il fatto che l’autrice sia una donna è significativo, le donne per un certo periodo di tempo hanno scritto di piccole cose e di ambienti ristretti. Non tutte, ma le donne non avevano la conoscenza del mondo che potevano avere gli uomini, e scrivevano di ciò che conoscevano. Un giardino presso casa, non un’isola esotica nei mari del sud.

In Una stanza tutta per sé Virginia Woolf ha parlato chiaramente delle limitazioni nella scrittura che affliggevano una donna:

E poiché il romanzo ha una corrispondenza con la vita reale, i suoi valori sono in parte gli stessi della vita reale. Ma è ovvio che i valori delle donne molto spesso sono diversi dai valori stabiliti dall’altro sesso; è naturale che sia così. Eppure sono i valori maschili a prevalere. Per dirlo in modo grossolano, il calcio e lo sport sono “importanti”; il culto della moda, l’acquisto dei vestiti, “banali”. E questi valori vengono inevitabilmente trasposti dalla vita alla narrativa. Questo è un libro importante, ritiene il critico, perché tratta della guerra. Quest’altro è un libro insignificante perché parla dei sentimenti delle donne in un salotto. Una scena su un campo di battaglia è più importante della scena in un negozio – ovunque e molto più sottilmente la differenza di valori persiste.

Hodgson Burnett, autrice anche di La piccola principessa e Il piccolo Lord, pur avendo avuto una vita più movimentata di altre autrici (viaggi fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti, due matrimoni finiti con il divorzio, un processo per il diritto d’autore vinto da lei) si è comunque soffermata su temi che, secondo la cultura del tempo, erano di importanza minore.

A distanza di oltre un secolo la storia continua a scorrere bene, la sensazione è quella di una vivacità controllata, senza reali pericoli ma con gioia di vivere. Mary e il cugino che la bambina non sapeva di avere crescono, anche se in qualche punto il loro percorso sembra un po’ forzato. Quel che mi stupisce è la convinzione che questo libro sia da bambini. Forse una volta, ora penso che la realtà dei bambini sia così diversa da quella descritta qui da rendere necessarie troppe spiegazioni, senza considerare che per chi è cresciuto in un mondo frenetico per apprezzare un ritmo lento ha bisogno di una maggiore maturità di lettura. La conclusione, un po’ forzata, sfuma nella religione cristiana. Ce n’era davvero bisogno?

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