Le visionarie: Joanna Russ, Susan Palwick, Ellen Gunn e Ursula K. Le Guin

Sono tornata su Le visionarie un’altra volta. Non posso evitarlo, ci sono racconti straordinari in queste pagine. Non è male L’ascia omicida di Fall River, storia scritta da Angela Carter incentrata su un omicidio realmente avvenuto in Inghilterra alla fine dell’800. Lo stile disadorno, la narrazione dei fatti visti nella loro quotidianità fa da contraltare all’uscita improvvisa dal quotidiano.

È una vicenda postapoalittica L’amore e il sesso tra gli invertebrati di Pat Murphy. In questo caso il sesso della protagonista non ha una reale importanza ai fini della storia, e questo è vero per una manciata di altri racconti. Abbiamo una qualche catastrofe, probabilmente nucleare, di cui sappiamo poco, al di là del fatto che il mondo sta morendo. Cosa resterà dopo la fine degli esseri umani?

In Quando cambiò Joanna Russ immagina una società di sole donne, che ha trovato modo di continuare a esistere nonostante la totale assenza degli uomini. Quando gli uomini arrivano, inevitabilmente, le cose sono destinate a cambiare. Che effetto può avere per le donne questo cambiamento imprevedibile e indesiderato? Prima o poi riuscirò a leggere Female Man, il romanzo più famoso di Russ, da quel che ho letto fondamentale per combattere gli stereotipi di genere ma ormai fuori catalogo da chissà quanti anni.

La donna che si credeva un pianeta di Vandana Singh è raccontato dagli occhi del marito, allibito per i comportamenti della donna. È folle? Che effetto avrà la follia di lei sulla reputazione di lui? E se non fosse davvero follia? A tratti interessante, è comunque uno dei testi minori presenti qui dentro.

Jestella di Susan Palwick, al contrario, è straordinario. La protagonista è una licantropa innamorata di un essere umano, sulla carta non esattamente il tipo di premessa capace di attirarmi. Eppure la protagonista è viva e straordinaria, e il racconto ha una forza devastante. Forse è il migliore dell’antologia.

Con I ragazzi di Carol Emshhwiller siamo in fase di guerra continua, due comunità maschili che si affrontano, non si sa perché, e che vedono nelle donne solo la fonte del piacere e il luogo dove procurarsi nuovi soldati, quando i bambini saranno abbastanza grandi. Un mondo rigido, soffocante, di cui si sa ben poco al di là della durezza militare. Altro ottimo testo, anche se non a livello di quelli di L. Timmel Duchamp, Kit Reed, Eleanor Arnason, James Tiptree Jr., Joanna Russ e Susan Palwick.

Eileen Gunn parla di ambizione. In Strategie stabili per manager di fascia media mostra a quali estremi siano disposte molte persone pur di fare carriera. Va bene, è fantascienza, perciò quel che narra Gunn non è attuabile nella nostra realtà, ma la spinta motivazionale, l’essere disposti a tutto – e in questo caso la sopraffazione degli altri non è la cosa peggiore – pur di avanzare nelle gerarchie è inquietante e dovrebbe spingere a riflettere. Anche qui siamo all’eccellenza.

La regina mangia la torre di Tanith Lee non è male. Sword and sorcery con una guerriera che vaga da sola fino a quando non si imbatte in alcuni uomini e in un grosso problema. La scrittura è ottima, Lee sa tenere in piedi la storia, ma si sente che è stata scritta nel 1979. Alcune cose sono ingenue, e lo snodo fondamentale per me era evidente, complice la conoscenza di Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien e La lama dei druidi di Katharine Kerr (che è del 1986, quindi Lee è arrivata prima).

Zie di Karin Tidbeck è un racconto surreale di cui avrei fatto volentieri a meno. Mi sa che il surrealismo mi piace solo in pittura, e non è neppure il mio stile preferito. Qui… otto pagine che si potevano evitare.

In Sur Ursula K. Le Guin narra di un’immaginaria spedizione femminile al Polo Sud fra il 1909 e il 1910, quindi prima delle spedizioni (1911-1912) vittoriosa di Roald Amundsen e drammatica di Robert Falcon Scott. Bello, anche se non una delle opere migliori di Le Guin.

Mi restano ancora quattro racconti. Tornerò a scrivere di quest’antologia?

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