Le madri di Shark Island di Kit Reed in Le visionarie

Non ho intenzione di commentare l’antologia Le visionarie racconto per racconto. Sono ben lontana dall’aver finito la lettura, ma ho già letto Le mie mutandine di flanella, di Leonora Carrington, che non mi ha trasmesso quasi nulla, e La bandita delle palme di Nnedi Okorafor, che presenta una protagonista ribelle che attira simpatia e ha una bella conclusione, ma che è lontano dall’essere un capolavoro, anche se mostra l’assurdità della discriminazione sessuale e il legame che si forma fra le donne del villaggio. Li cito qui e passo oltre. Molto superiore a questi due è il terzo racconto, Le madri di Shark Island di Kit Reed. Come avevo già scritto per L. Timmel Duchamp, Kit Reed, chi era costei? Di Reed, per la verità, sono stati pubblicati in italiano una trentina di racconti fra il 1969 e il 1996, ma non ci siamo mai incrociate. Scopro ora, scrivendo queste parole, che è morta da poco, il 24 settembre 2017, ma se pur ho letto la notizia della sua morte (cosa probabile) non mi è rimasta in mente perché di lei non sapevo nulla.

Alcune donne – tutte madri – sono rinchiuse in un carcere di stampo dumasiano, la prigione d’If è citata esplicitamente. La loro colpa? Essere madri quando ormai le madri non servono più perché i figli sono cresciuti. Riguardando la recensione di Pia Ferrara per FantasyMagazine (http://www.fantasymagazine.it/28380/le-visionarie) in questo caso sono in disaccordo con lei, perché pure se a lei è piaciuto il mio giudizio è molto più positivo del suo. Fra noi due però c’è una differenza fondamentale: io sono mamma.

In genere penso che le storie non abbiano sesso, un’opera valida per un uomo è altrettanto valida per una donna e viceversa, ma qualche testo sfugge a questa regola. Del resto in arte non ci sono regole fisse. E in genere per apprezzare un testo il fatto di avere o no dei figli non è significativo. In questo caso però va a toccare corde che solo una mamma può capire. Una mamma, non un papà, e non c’è differenza se il figlio lo abbia portato in grembo lei o lo abbia adottato. Ci sono esperienze da cui non si torna indietro, come il corpo cambia con la gravidanza così la psiche cambia con la maternità. Non si viene snaturati, io non ho perso nulla di ciò che ero prima (a parte un buon numero di ore di sonno, in compenso ho guadagnato in stanchezza), semplicemente ho scoperto qualcosa che prima non conoscevo. E le parole di Reed scavano dentro le mamme perché sono vere, anche se questa è una storia fantastica.

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