C.S. Lewis: Le cronache di Narnia

Alla fine mi sono decisa: ho letto Le cronache dei Narnia di C.S. Lewis. Affermazione non sorprendente, visti i numerosi messaggi in cui ne ho parlato, a partire dall’incipit di Il nipote del mago e dalla critica verso l’atteggiamento condiscendente che lo scrittore ha nei confronti dei suoi lettori. Ho pubblicato diversi messaggi, spesso quando ero a metà di un libro, ma se su internet sono messaggi separati nel mio file sono diventati un testo unico, spesso integrato da cose che su internet non sono ancora apparse. Considerazioni sparse, più che un discorso coerente, con cambi di tono e passaggi appena accennati. La forma è più quella di appunti che ho preso per me che quella di un testo per altri, anche se in più punti ho esplicitato quel che avevo in mente. Questo è e non è la vecchia serie di testi, ho modificato alcune frasi, ne ho aggiunte altre, qualcuna l’ho anche cancellata, e soprattutto ho concluso la lettura. Gli spoiler quindi sono su tutti e sette i romanzi, conclusione compresa. Alla fine di tutto cosa è rimasto?

Condiscendenza. Anche J.R.R. Tolkien in Lo Hobbit si trova più volte a parlare direttamente ai lettori, a notare il fatto che Bilbo non ha preso con sé neppure un fazzoletto e cose del genere, ma Tolkien lo fa in modo meno smaccato, non ostentando la stessa aria di didattica superiorità, e quindi mi ha infastidita meno. In seguito lo stesso Tolkien ha criticato il suo modo di scrivere, affermando che se avesse scritto il romanzo in seguito non si sarebbe rivolto ai lettori a quel modo. Problema: non ricordo dove ho letto quest’affermazione. In Lo Hobbit annotato? Nelle lettere di La realtà in trasparenza? Come citazione in una delle biografie di Tolkien che ho letto? Come citazione in uno dei saggi su Tolkien? Per ora lascio stare, non mi interessa così tanto da perdere il tempo necessario alla ricerca, anche se mi sa che prima o poi dovrò rivedere tutto quanto riguarda Tolkien, una lettura più impegnativa di quella che qualche tempo fa ho dedicato a Robert Jordan. Mi sa che le mie giornate avrebbero bisogno di qualche ora in più.

Questa condiscendenza era comunque una caratteristica della letteratura per ragazzi di un certo periodo, come non hanno mancato di sottolineare Michael Levy e Farah Mendlesohn in Children’s Fantasy Literature: An Introduction, saggio che ho letto da poco e che già voglio rileggere. Del resto la mia abitudine nello studio è sempre stata di farmi un’idea generale alla prima lettura del testo e di studiare davvero alla seconda. Peccato per la scarsità di tempo…

Ok, al di là del tono didattico, con conseguente senso di superiorità dello scrivente nei confronti del lettore, i libri hanno momenti interessanti. Nonostante l’insistenza sul chiamare i personaggi “figlio di Adamo” o “figlio di Eva”. Evitare riferimenti biblici no? Va bene, sapevo anche questo (la presenza di riferimenti biblici, non l’uso fino alla nausea di quest’espressione), quindi non posso esserne sorpresa, ma ne avrei fatto volentieri a meno.

Quel che mi interessa di più è la presenza di elementi che nel fantasy si ritrovano in abbondanza. In Il nipote del mago i protagonisti viaggiano grazie ad anelli magici, e se nel fantasy il riferimento immediato è all’Unico anello di Tolkien non possiamo dimenticare L’anello del Nibelungo di Richard Wagner. I gioielli magici, anelli in particolare, sarebbero da indagare meglio. Abbiamo un mondo distrutto da una guerra fratricida, una regina che cerca il dominio assoluto a discapito di tutto ciò che la circonda, e una serie di mondi paralleli che nella narrativa fantastica sono piuttosto frequenti, altro elemento che sarebbe da indagare meglio. Aslan crea Narnia cantando, così come gli Ainur hanno creato Arda con il canto. Spesso il canto è magia. A volte basta la parola, una parola estremamente potente, e infatti la regina ha distrutto Charn usando la parola deplorevole, e anche qui ci sarebbe da discutere a lungo. Mi sono resa conto, leggendo Narnia, di essere più interessata agli elementi che la compongono che alla storia vera e propria. Forse è legato al fatto che almeno per quanto riguarda Il leone, la strega e l’armadio conosco la trama pur senza avere letto il libro. In assenza della suspance, almeno per me, mi soffermo su quel che Lewis ha in comune con gli altri autori, coloro che lo hanno preceduto e coloro che lo hanno seguito. Si può leggere un romanzo, o anche una serie di romanzi, come materia di studio? Se li si studia sì, se li si legge per la prima volta la cosa è un po’ strana.

Il leone, la strega e l’armadio si apre con la dedica a Lucy Barfield:

Cara Lucy, ho scritto questo racconto per te, ma quando l’ho cominciato non mi sono reso conto che le ragazze crescono più in fretta dei libri. Come risultato, ormai sei troppo grande per le fiabe e quando questa verrà stampata e rilegata lo sarai ancora di più. Un giorno, però, diventerai abbastanza grande da leggere le fiabe di nuovo: allora recupererai la mia da uno degli scaffali più alti, toglierai la polvere e mi dirai cosa ne pensi.

Io sono abbastanza grande da leggere le fiabe di nuovo, quindi lo faccio senza problemi e cerco pure di coinvolgere altre persone in questa mia abitudine. La dedica su di me ha un effetto particolare, perché quella frase io l’avevo già letta. Paolo Gulisano ha collaborato a Il Fantastico nella Letteratura per ragazzi con un saggio su Le cronache di Narnia dal titolo Un giorno sarai abbastanza vecchio per ricominciare a leggere le fiabe. Mi sa che è ora che io rilegga l’intero saggio, alla prima lettura conoscevo, fra le saghe analizzate, quelle di J.K. Rowling, Silvana De Mari, Rick Riordan (ovvio, me ne sono occupata io, ma in questi anni ho letto diversi altri libri di Riordan) e Jonathan Stroud, e avevo una qualche conoscenza (avevo letto un solo libro) di quelle di Licia Troisi e Stephenie Meyer, ora ho aggiunto un libro di Cassandra Clare e l’intero C.S. Lewis. Penso invece che continuerò a ignorare Suzannne Collins e Veronica Roth, malgrado il bellissimo Il racconto dell’ancella di Margater Atwood letto qualche mese fa continuo a non amare i distopici.

Nel secondo romanzo Lucy entra nell’armadio – portal fantasy direbbe Farah Mendlesohn e sì, sto leggendo anche il suo Rhetorics of Fantasy – vi trascorre un certo periodo di tempo, torna indietro e scopre che per gli altri sono trascorsi solo pochi secondi. Lo sfasamento fra il nostro tempo e il tempo del mondo parallelo, o del mondo delle fate, è un’altra caratteristica comune che troviamo già nel folklore. Forse io l’ho incontrato la prima volta in Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley. Quella che Lucy trova è una terra afflitta dall’inverno perenne, sempre inverno e mai Natale, adoro questa frase anche se il guazzabuglio di miti e leggende inseriti da Lewis nella saga è un po’ pesante. Voglio dire… Babbo Natale? Comunque c’è un inverno perenne. Il primo richiamo che mi viene in mente è l’inverno sta arrivando degli Stark, ho letto Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin troppe volte per non pensare a quella saga, e suppongo che i romanzi (o il loro tradimento televisivo in Il trono di spade) siano troppo famosi per non essere ricordati da un bel po’ di altre persone. Anche all’inizio di L’Occhio del Mondo di Robert Jordan c’è qualcosa di simile a un inverno perenne, con la primavera che tarda ad arrivare per colpa del tocco del Tenebroso sul mondo. Quello che per me è più importante è l’inverno che affligge Fionavar in La via del fuoco, secondo romanzo della Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay. Kay, cresciuto nelle praterie del Saskatchewan, ha scherzosamente affermato che quella descrizione di una terra congelata su cui la vita è durissima è il primo brano autobiografico che lui abbia mai scritto. Brrr! A proposito di Kay, c’è anche il lupo Maugrim (chiamato Fenris Ulf in alcune vecchie edizioni americane, e noi sappiamo quanto sia pericoloso Fenrir) al servizio della Strega Bianca, e se colui che comanda i lupi a Fionavar è l’andain Galadan, il Signore Oscuro, colui che vuole dominare su Fionavar e su tutti i mondi, è Rakoth Maugrim il Distruttore.

La Strega Bianca ha la tendenza a trasformare tutti i suoi nemici in pietra, richiamo alla Medusa che pietrificava tutti con lo sguardo (anche se io non posso non pensare pure alla moglie di Lot trasformata in una statua di sale). Personaggi pietrificati – in questo caso malvagi – compaiono anche in Lo Hobbit. Si tratta dei troll Berto, Maso e Guglielmo che, come vuole il folklore islandese che Tolkien ben conosceva, diventano di pietra non appena vengono sfiorati dai raggi del sole. Per Lewis la pietrificazione è un atto di malvagità volontaria e non la conseguenza di una disattenzione come in Tolkien, né qualcosa che colpisce tutti indistintamente come nel caso della Medusa, ma lo stesso elemento compare in forme diverse. Io comunque li ho visti dei troll trasformati in pietra, nella piazza di Pella, sul Lago d’Orta. È sempre divertente vedere il fantastico irrompere nella nostra realtà.

Forse leggendo avevo notato altri dettagli interessanti, e magari mi torneranno in mente dopo che avrò (ri)pubblicato questo testo che sto continuamente rimaneggiando, al momento mi limito a riprendere un passaggio dal capitolo 8 di Il leone, la strega e l’armadio: Cosa accadde dopo pranzo (pag. 154, collana I Draghi). I fratelli Pevensie stanno parlando con il signore e la signora Castoro a proposito della bontà delle varie creature.

«Sul conto dei figli di Adamo ed Eva, be’, sia detto senza offesa dei presenti, ci sono opinioni contrastanti. Comunque, le più diaboliche sono le creature che sembrano uomini o donne ma non lo sono affatto.»

«Io però ho conosciuto dei nani buoni» obiettò la signora Castoro.

«Anch’io, ora che mi ci fai pensare» ammise il marito. «Ma pochi, anche di quelli. E poi si vede subito che sono nani e non uomini. In linea generale, date retta a me, i peggiori sono quelli che dovrebbero essere uomini e non lo sono più, ma lo sembrano soltanto. Forse una volta erano uomini davvero e forse lo diventeranno di nuovo. Ma intanto, tenete gli occhi bene aperti e quando ne incontrate uno preparatevi a combattere.»

I peggiori sono quelli che dovrebbero essere uomini e non lo sono più, ma lo sembrano soltanto, il fantasy presenta mostri di ogni tipo ma il vero mostro si annida nell’animo umano. Sembra una persona, ne ha l’aspetto, ma il suo spirito è quello di un orco. Noi parliamo di psicopatici, di criminali, di mostri, di orchi, quando leggiamo di determinati fatti di cronaca, il fantasy, che va dritto al punto delle cose, spesso ce li mostra in aspetto di orchi, ma è anche capace di ricordarci che gli orchi possono celarsi sotto un aspetto umano. E, in un discorso che è inserito in un preparativo di fuga e che potrebbe esser sottovalutato da un lettore distratto, Lewis riesce a dirci pure che quando si incontra qualcuno che vuole fare del male e non ci si può ragionare si combatte, ma anche che non si può escludere che una persona che abbia scelto il male possa tornare al bene. Dobbiamo sempre prestare attenzione a come giudichiamo chi ci è vicino, accettando la possibilità di un cambiamento positivo in chi ha fatto errori, ma anche preparandoci a combattere per difendere ciò in cui crediamo nel caso in cui queste persone dimostrino di essere persone solo nell’aspetto e non nell’animo.

La storia prosegue con la nota vicenda di Aslan che si sacrifica volontariamente per salvare Edmund. Il colloquio fra il leone e la Strega Bianca è basato sulla Grande Magia imposta a Narnia all’inizio dei tempi dall’imperatore d’Oltremare, figura che non vedremo mai di persona e che suppongo rappresenti, nelle intenzioni di Lewis, Dio padre. Il viaggio di Aslan verso il luogo del sacrificio, il suo senso di solitudine, la derisione che subisce, sono facilmente assimilabili a quelli di Cristo, anche se il taglio di capelli richiama più Sansone. E non ditemi che la forza legata alla lunghezza dei capelli non è un elemento fantasy. Forse se non avessi saputo dell’aspetto cristiano non avrei fatto il collegamento, ma così come stanno le cose il tutto è fin troppo evidente, così come è evidente il legame nella Tavola di Pietra spaccata e nelle pie donne – ops, in Susan e Lucy – che per prime vedono il Risorto. Il richiamo è palese, anche se l’arrivo di Aslan al sorgere del sole a me fa pensare molto più volentieri al Salvatore, Colui che viene con l’Alba, Rand al’Thor in La Ruota del Tempo di Robert Jordan. Pagana fino al midollo, per me determinate storie sono importanti solo a livello narrativo, come archetipo o come fonte d’ispirazione. Di collegamenti fra Rand e Gesù ne avevo fatti già in passato (http://www.fantasymagazine.it/11533/oggi-e-nato-un-salvatore) anche se a mio giudizio Jordan era più abile di Lewis nell’usare gli elementi del mito e della tradizione (e soprattutto non aveva intenti evangelizzatori). Così come stanno le cose, l’imperatore Oltremare mi sembra più un deus ex machina che altro. Certo, non lo vediamo, ma la magia imposta in modo così arbitrario, senza che scaturisca dalla trama, è qualcosa di cui avrei fatto volentieri a meno.

Al momento della sua resurrezione Aslan spiega che

«la Strega Bianca conosce la Grande magia, ma ce n’è un’altra più grande che non conosce. Le sue nozioni risalgono all’alba dei tempi: ma se potesse penetrare nelle tenebre profonde e nell’assoluta immobilità che erano prima del tempo, vedrebbe che c’è una magia più grande, un incantesimo diverso. E saprebbe che, quando al posto di un traditore viene immolata una vittima innocente e volontaria, la Tavola di Pietra si spezza e al sorgere del sole la morte stessa torna indietro».

Con le debite differenze di ambientazione e trama, è esattamente lo stesso concetto spiegato da Albus Silente a Harry Potter nella saga di J.K. Rowling. Voldemort perde perché non conosce la magia dell’amore. Per me però il legame ancora più forte è quello con Lökdal, il pugnale custodito da Ysanne in La strada dei re di Guy Gavriel Kay.

«Chi colpisce con questa lama senza avere nel cuore l’amore, morirà sicuramente», aveva detto Seithr. «Questa è una delle sue magie.»

Poi, a bassa voce, in modo che potesse sentirlo soltanto Colan, aveva svelato l’altra.

Pag. 164.

Per conoscere la seconda delle magie del pugnale bisognerà aspettare cinquanta pagine, per essere devastati dal suo uso e al contempo gioirne Il sentiero della notte, romanzo conclusivo della Trilogia di Fionavar. Come molti doni, le storie di Kay sono sempre a doppio taglio.

Lewis piazza nei romanzi elementi interessanti, spunti di riflessione, e poi se la cava con poche parole su cose che non gli interessano. La battaglia finale che chiude Il leone, la strega e l’armadio viene citata, ma nonostante la presenza in scena di tutti i protagonisti non c’è una vera descrizione. Lo scontro inizia e finisce. Le cose avvengono, spesso senza una spiegazione. Il libro non è male, ma certo in questo caso non è possibile parlare di sub-creazione, e infatti Tolkien non amava particolarmente l’opera del suo amico. La fantasia c’è, la voglia di costruire un mondo convincente e coerente non tanto.

La storia si chiude con il ritorno al punto di partenza: i quattro fratelli, re e regine saggi e amati dopo un lungo e benevolo periodo di regno, iniziano a seguire un cervo bianco nel corso di una battuta di caccia. Ci sono dei cervi bianchi anche in Lo hobbit, e la loro comparsa determina una svolta nella trama, anche se li si vede così in fretta, e la situazione si capovolge in modo tale, che i cervi finiscono rapidamente dimenticati. Io li ho citati in Oltre Smaug: gli animali nello Hobbit, testo contenuto in Hobbitologia. Il cervo di Lewis porta i quattro fratelli davanti a uno strano albero di ferro con in cima una lampada, e a me tornano in mente i lampioni del saggio di Tolkien Sulle fiabe. Tolkien non è mai troppo lontano. Ai sovrani, che hanno vissuto a lungo a Narnia e dimenticato la loro vecchia vita, torna in mente l’armadio, e quando varcano la porta scoprono che il tempo sulla Terra non è passato. L’avventura nel mondo fantastico rimane nell’animo, influenza il carattere delle persone, ma non ha altri effetti sul mondo reale.

Il cavallo e il ragazzo è la dimostrazione di come Le cronache di Narnia siano più una sequenza di storie collegate dall’ambientazione che una vera e propria saga. Il Nipote del mago è un’aggiunta successiva alla saga, come se Lewis avesse deciso di definire meglio cose che all’inizio aveva lasciato in modo un po’ vago. Riprendo in mano le date di pubblicazione:

  1. 1950 Il leone, la strega e l’armadio (The Lion, the Witch, and the Wardrobe)
  2. 1951 Il principe Caspian (Prince Caspian)
  3. 1952 Il viaggio del veliero (The Voyage of the Dawn Treader)
  4. 1953 La sedia d’argento (The Silver Chair)
  5. 1954 Il cavallo e il ragazzo (The Horse and His Boy)
  6. 1955 Il nipote del mago (The Magician’s Nephew)
  7. 1956 L’ultima battaglia (The Last Battle)

Macmillan, primo editore americano della saga, numerò i libri e li pubblicò nello stesso ordine in cui erano stati pubblicati in Gran Bretagna. Quando HarperCollins ottenne i diritti, nel 1994, rinumerò i volumi usando l’ordine cronologico interno, come suggerito dal figlio adottivo di Lewis Douglas Gresham. Questo nuovo ordine è stato adottato in seguito anche negli altri paesi, Italia compresa:

  1. Il nipote del mago
  2. Il leone, la strega e l’armadio
  3. Il cavallo e il ragazzo
  4. Il principe Caspian
  5. Il viaggio del veliero
  6. La sedia d’argento
  7. L’ultima battaglia

In una lettera del 1955 citata da Lyle W. Dorsett e Marjorie Lamp Mead in C.S. Lewis’ Letters to Children lo scrittore, rispondendo a un fan, ha affermato :

Penso di essere d’accordo con il vostro ordine (cioè quello cronologico) per leggere i libri più che con quello di vostra madre. La serie non è stata pianificata fin dall’inizio come lei pensa. Quando scrissi Il Leone non sapevo che ne avrei scritto ancora. Quindi scrissi il Principe Caspian come seguito e ancora non pensavo che ne avrei scritti altri, e quando completai Il viaggio ero sicuro che sarebbe stato l’ultimo. Ma scoprii che mi sbagliavo. Quindi forse non importa in che ordine qualcuno li legge. Non sono neanche sicuro che gli altri siano stati scritti nello stesso ordine nel quale sono stati pubblicati.

Insomma, Lewis navigava a vista. Non che sia sbagliato, moltissimi scrittori creano un mondo e aggiungono nuove storie solo quando ritengono di aver qualcosa da dire, mi limito a constatare che non esiste un progetto unitario del mondo, anche se in alcuni momenti lo scrittore ha provato a unire i romanzi in qualcosa di organico. È bello ritrovare in Il leone, la strega e l’armadio il lampione che vediamo in Il nipote del mago, questo collegamento è riuscito alla perfezione, è riuscita meno la trasformazione di Jadis nella Strega Bianca. Nessun dubbio, conoscendo Jadis, che possa diventare una strega temibile, ma la Strega Bianca non mostra alcuna traccia di quella che era stata Jadis. Vero, la Strega Bianca è una creazione precedente, ma quando Lewis le ha donato un passato avrebbe dovuto armonizzarla meglio a quel che aveva già scritto.

Il cavallo e il ragazzo è un semplice voler tornare in un mondo che lo scrittore aveva già creato, ma senza che ci sia una reale necessità di andare in quel mondo. In questo romanzo, ed è l’unico caso, non c’è nessun contatto fra Narnia e la nostra realtà, la storia potrebbe essere ambientata in un qualsiasi altro mondo fantastico e non ne risentirebbe affatto. Mentre tutti gli altri romanzi sono opere che trasportano il lettore in un’altra realtà, portal-quest fantasy direbbe Farah Mendlesohn nel suo Rhetorics of Fantasy, qui esiste una sola realtà, ed è quella che il protagonista incontra nel suo cammino. Il mondo può essere misterioso e presentare una gran quantità di incognite, ma è un unico mondo. Siamo in un fantasy di tipo immersivo, sempre per restare su un termine usato da Mendlesohn.

Se già con altre saghe mi è capitato di vedere passaggi di genere o di struttura fra un’opera e l’altra – per esempio alcuni dei romanzi di Darkover di Marion Zimmer Bradley tipo La signora delle tempeste e La donna del falco sono chiaramente fantasy, Naufragio sul pianeta Darkover è altrettanto chiaramente fantascienza e quelli ambientati dopo la riscoperta sono science-fantasy – un cambiamento di questo tipo fa nascere in me dubbi sulla solidità del mondo in questione. Con Zimmer Bradley regge, con Lewis molto meno. E il fatto che si vedano Susy, Edmund e Lucy non è significativo per dire che questo romanzo è un seguito del precedente, i sovrani potrebbero avere un altro nome e per la trama non cambierebbe nulla. La loro presenza ci fa semplicemente collocare il romanzo nel bel mezzo dell’ultimo capitolo di Il leone, la strega e l’armadio, La caccia al cervo bianco. Un legame (un po’) più forte è dato da Aslan, anche se gli animali parlanti nella narrativa fantastica sono piuttosto frequenti (con Lewis che da bambino aveva adorato i libri di Beatrix Potter), cosa che rende poco significativo per l’ambientazione in uno specifico mondo il solo fatto che due cavalli sappiano parlare. Mi irrita un po’ vedere sottolineato il ruolo di Aslan come dio figlio, mentre l’Imperatore d’Oltremare è chiaramente dio padre, ma dubito che da ragazzina me ne sarei resa conto. Mi irrita di più vedere l’espandersi del mondo, che per me è sinonimo d’incoerenza. Ne Il nipote del mago Aslan crea il mondo. L’impressione è che crei tutto il mondo, qui invece scopriamo che Narnia è semplicemente una piccola terra affiancata da altri regni, perciò il suo ruolo ne viene ridimensionato. Boh.

Un paio di note: Aslan parla con Cor/Shasta e gli racconta la sua storia, e con Aravis e le racconta la sua storia. La loro, non quella di altri, e quando Cor e Aravis si rivedono lui racconta la sua storia e non quella del cavaliere che lo ha salvato, concludendo che quella “è un’altra storia”. La frase, inevitabilmente, mi riporta in mente Michael Ende, con tutte le storie appena accennate all’interno di La storia infinita. Ende lo ritroverò molto più avanti, quando in Il viaggio del veliero l’imbarcazione giungerà in un mare che confina con un nero muro d’oscurità che mi ha tanto fatto pensare al nulla. E poi… non sarà un nome particolarmente originale, non è detto che Martin abbia preso spunto da Lewis, ma anche qui c’è un Capo Tempesta.

Il principe Caspian inizia in una stazione ferroviaria, e anche se ora è normale pensare a Harry Potter e al binario 93/4 non dobbiamo dimenticare che Il romanzo di C.S. Lewis è del 1951, il primo di J.K. Rowling del 1997. Stavolta il passaggio da un mondo all’altro avviene involontariamente, non tramite un armadio ma grazie al suono di un corno: “il corno magico della regina Susan, che lo perse quando scomparve da Narnia alla fine dell’età dell’oro. La leggenda dice che chiunque soffi nel corno riceverà un aiuto inatteso e straordinario” (pag. 366, capitolo 5).

Basta una semplice frase per fornire un’infinità di spunti. Un corno capace di portare un aiuto inaspettato viene suonato alla fine di Ivanohe di Walter Scott, opera del 1819, e in seguito ce ne saranno chissà quanti, dal corno di Owein capace di richiamare la Caccia selvaggia nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay (1984-1986) al Corno di Valere che anima la trama di La grande caccia di Robert Jordan (1990) fino al corno di Joramun citato per la prima volta da George R.R. Martin in A Storm of Swords (2000). C’è una terra che aspetta un aiuto esterno, magari dagli antichi re e regine (Peter, Edmund, Susan e Lucy), come l’Inghilterra sa che re Artù tornerà nel momento del bisogno. Ma accanto ai richiami mitologici o letterari c’è anche un certo fastidio in me per la presunta superiorità di una specie sull’altra. A Narnia ci sono animali parlanti e gli esseri umani scarseggiano. Perché a governare su quella terra devono essere proprio degli esseri umani e non, per esempio, i cavalli parlanti o i nani?

Nel momento in cui Lewis scriveva l’Impero britannico aveva iniziato a dissolversi. Un dominio vastissimo stava letteralmente andando a pezzi con nuovi stati che acquisivano autonomia. Lewis avrebbe parlato in modo più esplicito del mondo che lo circondava in Il nipote del mago, romanzo che nella cronologia di Narnia è il primo ma che è arrivato nelle librerie solo nel 1955. Nel capitolo 15 (pag. 105) Polly chiede se gli esseri umani sono cattivi come gli abitanti di Charn e Aslan la tranquillizza. Più o meno. “Il vostro mondo si avvia a eguagliare quel primato, e non è detto che qualcuno di voi non riesca un giorno a scoprire un segreto malefico come la parola deplorevole, e non decida di usarlo per distruggere tutti gli esseri viventi. Presto, molto presto, prima che la vecchiaia tinga di bianco i vostri capelli, le grandi nazioni del vostro mondo saranno governati dai tiranni.” Scritto da qualcuno che aveva visto gli effetti dei domini di Hitler, Stalin e Mussolini e aveva visto sganciare la bomba atomica. No, quelli di Lewis non sono solo fantasy, e se la sua Narnia può essere salvata solo da un quartetto di ragazzi inglesi è probabilmente perché gli esseri umani in generale e gli inglesi sono superiori a qualsiasi altro essere vivente. Lewis afferma una superiorità, quanto meno morale, che sta sfuggendo al suo popolo. O forse sono io che immagino troppo.

Non immagino, invece, la scena del capitolo 9 (pag. 398), quando un orso attacca Susan. Che lei sia una bravissima arciera lo si è visto qualche pagina prima, però al momento dell’attacco non reagisce ed è il nano Briscola a salvarla. Susan aveva scambiato l’orso, un animale selvaggio, per uno degli animali parlanti e civilizzati di Narnia. A prima vista non è stata capace di cogliere differenze, e riflettendo sulla cosa a Lucy viene un’idea che lei per prima definisce assurda: “Non sarebbe terribile se un giorno, nel nostro mondo, gli uomini inferocissero dentro, pur mantenendo un aspetto umano? Un po’ come avviene per gli animali di qui, al punto da non poter riconoscere chi è feroce?

In realtà la cosa non è tanto assurda, in molti hanno l’aspetto e il comportamento esteriore di un essere umano, fino a quando qualcosa non fa scatenare la belva dentro di loro e si mostrano per quegli animali rabbiosi che realmente sono. Le cronache dei giornali sono piene di episodi di persone normali che improvvisamente… Ecco, improvvisamente. Come si fa a distinguere dall’aspetto esteriore una creatura pacifica da un mostro? Lucy e Susan non ne sono in grado, noi non siamo messi meglio.

Tornando indietro di dieci pagine c’è stato un altro episodio che mi ha colpita. Nulla di davvero importante nell’economia della storia, solo mi ha spinta a uno di quei collegamenti fra libri diversi che ora non posso più non fare. Il nano, Briscola in italiano ma Trumpkin in inglese (e io non posso non pensare a Peter Dinklage, che lo ha interpretato nell’omonimo film e che è il Tyrion Lannister di Il trono di spade), dubita che i quattro fratelli Pevensie possano essere determinanti nella guerra di Caspian contro l’usurpatore, e Peter decide di fargli cambiare idea con una piccola dimostrazione. Briscola e Edmund si affrontano in un duello di esercitazione:

«Vuoi provare a tirar di scherma con me? Mi faresti un grande regalo».

«Ma queste spade hanno lame affilate» disse Briscola.

«Lo so» rispose Edmund. «Ma io so che non ce la farò mai a colpirti e tu, dal canto tuo, sarai abbastanza abile da disarmarmi senza farmi male.»

Un duello con spade vere in cui chi lo propone ha in mente uno scopo ben più importante della semplice esercitazione, conscio che l’abilità con la spada di entrambi i contendenti impedirà loro di farsi male? Non poteva non tornarmi in mente Diarmuid in Il sentiero della notte di Guy Gavriel Kay.

«Avete a bordo spade di legno, da addestramento?»

Toccò a Diarmuid di sorridere, gli occhi danzanti sotto i capelli biondi, resi quasi bianchi dal sole. Era un’espressione che quasi tutti gli uomini a bordo conoscevano bene. «Purtroppo no», mormorò, «ma scommetterei che siamo entrambi abbastanza abili da usare le nostre spade senza farci del male.» Fece una pausa. «Male sul serio», si corresse.

Pag. 84

Non si fanno male, nessuno dei due, anche se la scena raggiunge un apice notevole per poi concludersi in modo diverso da quel che tutti avrebbero sperato. Io però non starei parlando di Kay, ma di Lewis.

In questo romanzo, e mi pare (in misura minore) anche in Il cavallo e il ragazzo, ci sono alberi che si muovono, altro elemento che si ritrova più volte nelle opere fantasy. I riferimenti obbligatori sono a Tolkien, ancora una volta, con gli alberi della Vecchia Foresta tenuti a bada da Tom Bombadil e gli Ent, ma anche, di segno opposto, agli alberi che infestano la Macchia in La Ruota del Tempo. Ma, prima di questi, ci sono gli alberi che con il loro movimento segnano l’inizio della caduta di Macbeth nell’omonima opera di William Shakespeare,

TERZA APPARIZIONE: Macbeth non sarà mai sconfitto, fino a quando

Il gran bosco di Birnan non gli muova contro

Su per l’alta collina di Dunsinane.

MACBETH: Questo non avverrà.

Chi può mai arruolare la foresta, ordinare all’albero

Di sveller le radici fisse al suolo? Questo va bene.

Oh, dolci profezie!

A ben guardare quegli alberi non hanno nulla di magico, ma l’effetto rimane. Oh, dolci profezie!

Peccato che per tutti gli echi in cui m’imbatto trovo anche continuamente cose che non gradisco, come una trama fatta più di casualità e improvvisazione che di altro, con scene, come quella della scuola all’arrivo di Aslan in città, che hanno la sola funzione di fare colore ma non portano nulla alla storia o ai personaggi. Forse da bambina sarei stata incantata dalle continue meraviglie, è difficile da adulti capire il fascino che certi episodi possono avere se letti a una determinata età. Sarà per questo che Peter e Susan ormai sono troppo grandi per poter tornare a Narnia un’altra volta? Del resto anche nell’Isola che non c’è insieme a Peter Pan ci sono solo bambini, non adulti. Quando andavo alle Elementari adoravo Gianni Rodari, alcuni anni fa rileggendo alle mie figlie le Favole al telefono (non la Grammatica della fantasia, che apprezzo ora più di trent’anni fa, o La testa del chiodo, che mi piace ora come allora) mi sono chiesta spesso cosa ci vedessi. A differenza di Lucy, io non mi sento troppo vecchia per leggere le fiabe, ma forse ne ho lette troppe per non notare determinati meccanismi narrativi.

Come ho già scritto, sto leggendo Le cronache di Narnia nell’edizione I draghi. L’aspetto positivo di quest’edizione, rispetto a quella dei singoli volumi, è la presenza del saggio finale Tre modi di scrivere per l’infanzia. L’aspetto negativo è che sono state eliminate le illustrazioni interne realizzate da Pauline Baynes. Quando, nell’autunno del 2016, Mondadori aveva pubblicato in un unico volume l’intera saga in edizione illustrata avevo scritto un articolo di presentazione, riprendo qui la biografia dell’illustratrice.

Pauline Baynes è nata a Hove, nel Sussex, nel 1922, e per alcuni anni ha vissuto in India. Dopo aver studiato arte e design in Inghilterra ha lavorato come volontaria presso il Ministero della difesa occupandosi di cartografia. In questo periodo ha affinato quelle capacità che in seguito le sarebbero state utili per tracciare alcune mappe di Narnia e della Terra di Mezzo.

Nel 1948 Tolkien, insoddisfatto dalle illustrazioni commissionate dal suo editore per Il cacciatore di draghi, dopo aver notato casualmente alcuni disegni di Baynes chiedeva che il lavoro venisse assegnato a lei. Il risultato gli piaceva a tal punto da spingerlo ad affermare che le illustrazioni erano così belle da aver ridotto il suo testo a un semplice commento alle immagini.

Fra gli oltre cento libri da lei illustrati in carriera vi sono, oltre a Le cronache di Narnia, anche Le avventure di Tom Bombadil, Il fabbro di Wootton Major e Albero e foglia di Tolkien, La rivincita degli Sgraffignoli di Mary Norton e A Dictionary of Chivalry di Grant Huden.

Baynes è morta il 1 agosto del 2008.

Le illustrazioni a colori di quel volume non mi avevano particolarmente colpita, ora ho guardato i singoli volumetti, con le stesse illustrazioni in bianco e nero, e l’effetto è completamente diverso. Evidentemente certi modi di colorire mi danno un’impressione di vecchio e di infantile, mentre in realtà i disegni sono belli. Forse però la cosa non avrebbe dovuto sorprendermi, io adoro i disegni di Il cacciatore di draghi.

Il quinto romanzo, Il viaggio del veliero, è un diretto seguito di Il principe Caspian. Mancano Peter e Susan, ma sapevamo già che erano troppo grandi, in compenso abbiamo un cugino che all’inizio è decisamente antipatico. C’è, finalmente, la rivelazione del cognome di Edmund e Lucy, Pevensie, che io ho già citato perché lo avevo letto in qualche testo che analizzava la saga, non perché C.S. Lewis si fosse degnato di dirmelo prima. Il cognome viene rivelato nel quinto romanzo, il terzo in ordine di scrittura. Davvero Lewis navigava a vista e inseriva le cose man mano che gli venivano in mente.

Torniamo a Narnia attraverso un quadro animato, chissà se J.K. Rowling si è ispirata a questa scena per i quadri animati della sua saga. E in L’ultima battaglia troveremo una stalla che dentro è più grande che fuori, un po’ come le tende che vengono usate alla Coppa del Mondo di quidditch in Harry Potter e il Calice di fuoco o da Hermione e i suoi amici in Harry Potter e i doni della Morte. Lì cambiano solo le dimensioni, qui si entra proprio in un altro spazio – come fa Newt Scamander quando entra nella sua valigia – ma il discorso della distorsione spaziale resta. Così come c’è una distorsione temporale, con il tempo che scorre in modo incomprensibile. Se fra Il leone, la strega e l’armadio e Il principe Caspian era trascorso un anno nel nostro mondo e non ricordo più quanti secoli in Narnia, qui l’anno terrestre è stato convertito in quattro (mi pare, e il fatto che io dimentichi in fretta questi dettagli non è un buon segno) anni narniani. Non c’è una proporzione fra i due tempi, addirittura in L’ultima battaglia ci sarà la situazione inversa, con una settimana nel nostro mondo che equivale a pochi minuti in Narnia, e se è vero che la magia non deve necessariamente rispettare le leggi che conosciamo, è anche vero che quando lo scrittore si prende troppe libertà e tutto diventa arbitrario allora io perdo interesse. Il mondo può anche sorprendermi continuamente, ma deve apparirmi concreto, non improvvisato sul momento a seconda della necessità.

Lo spunto del racconto è la ricerca dei sette nani… ops, dei sette amici del padre di Caspian, mandati in un viaggio senza ritorno dall’usurpatore. Va bene, sette è un numero magico e compare in chissà quante opere, ma la battuta che ho sentito in passato riguardo al fatto che nessuno riesce a ricordare i nomi di tutti e sette i nani qui torna identica con i sette amici. Quel che è originale invece è il drago (Pinocchio, ricordati di Pinocchio! solo che in quel caso è un asino) che a un certo punto fa capolino nella storia, e anche se non mi piacciono alcuni elementi di quella particolare vicenda- che ne so, il Salvatore – l’intermezzo ha un suo perché. O forse sono solo io che amo i draghi. Vediamo un po’, c’è Smaug in Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, Fucur in La storia infinita di Michael Ende, Viserion, Rhaegal e Drogon in Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, il drago di cristallo di Il sentiero della notte di Guy Gavriel Kay (mentre Martin aveva creato di Il drago di ghiaccio), Erbrow in L’ultimo elfo di Silvana De Mari, Temeraire nell’omonima saga di Naomi Novik, un drago in La saga di Terramare di Ursula K. Le Guin (non ricordo quasi nulla, devo rileggerla), uno in La spada del destino di Andrzej Sapkowski, un ungaro spinato (ma ce ne sono anche altri) in Harry Potter e il calice di fuoco di J.K. Rowling, ricordo ben poco della saga de I dragonieri di Pern di Anne McCaffrey, ma certo di draghi ce ne sono, così come ce ne sono in I mercanti di Borgomago di Robin Hobb, è un drago Eragon di Christopher Paolini, e anche uno dei Maestri del sapere di Maggie Furey, e poi ci sono La ragazza drago di Licia Troisi, che non ho mai provato a leggere, e Talon di Julie Kagawa, che invece ho abbandonato perché proprio non lo reggevo, il drago Griaule di La presenza del drago di Lucius Shepard (con un espediente narrativo su cui io meditavo già da qualche tempo e che mi piace molto), Il drago di Bronzo di Marion Zimmer Bradley (non è che qualcuno lo ristampa? È fuori catalogo e a me piacerebbe leggerlo) o i draghi usati come mezzi di combattimento in La guerra dei regni di Harry Turtledove… Quanto potrei andare avanti? E ricordate tutti il mio avatar, vero?

Il viaggio di Caspian e dei Pevensie prosegue, mentre io continuo a viaggiare fra le storie con il serpente Jormungandr (non proprio, questo è più piccolo e meno pericoloso e intelligente, ma anche così…) e un lago che sembra il fratello gemello di re Mida. Alla fine il veliero concluderà il suo percorso, il mio continua a divagare sui sentieri più diversi. Per esempio sulle strutture del fantasy e sui temi che tratta. Per certi versi questo libro non è diverso da I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Nell’opera di Swift la critica sociale gioca un ruolo molto importante, anche se volendo si può leggere il romanzo come un semplice libro d’avventura, ma non è che Lewis proceda in modo molto diverso. È diverso l’obiettivo, ogni comparsa di Aslan non fa che confermare il suo ruolo di Cristo, e il tono didattico, la voglia d’insegnare qualcosa ai giovani lettori, fa capolino più volte. In un qualche saggio ho letto che mentre nei secoli passati era possibile immaginare di esplorare terre sconosciute, nel momento in cui il mondo è stato interamente cartografato certi tipi di viaggi immaginari non sono più stati possibili. Nel ‘700 si poteva sognare di isole misteriose, e se non c’era più l’ingenuità di Marco Polo e della sua epoca, il meraviglioso poteva comunque irrompere nel nostro mondo. Da quando questo non è stato più possibile è cresciuta l’importanza dei mondi fantastici. Mondi immersivi, come quello di Tolkien, ma anche mondi a cui si accede a partire dal nostro, come quello di Lewis. Il viaggio del veliero è un diretto erede della tradizione di cui fa parte anche Swift, peccato che pure con Swift mi sia divertita poco. Con Swift sono passati troppi anni per ricordare i dettagli delle lettura, con Lewis probabilmente il problema è che ho letto i romanzi da adulta, dopo aver letto chissà quanti altri libri, e quindi ho perso l’ingenuità necessaria e ho già incontrato meccanismi narrativi che per Lewis magari erano nuovi, per me che sono arrivata molto dopo non lo sono più. È sempre difficile ritrovare la giusta prospettiva.

Certo i romanzi sono stati influenti e hanno dialogato con i lettori, e quando alcuni di questi lettori sono a loro volta diventati autori hanno contribuito a formare il mio immaginario. Magari anche in modo inconsapevole. Un libro famosissimo – che io non ho mai letto, ma che ho venduto a chissà quanti ragazzi – è Un ponte per Terabithia di Katherine Paterson. Quando ho incontrato il nome Terebinthia in Narnia non ho potuto non pensare al romanzo di Paterson, tanto è vero che ho fatto un rapido controllo. La versione inglese di Wikipedia riporta una frase dell’autrice:

I thought I had made it up. Then, rereading The Voyage of the Dawn Treader by C. S. Lewis, I realized that I had probably gotten it from the island of Terebinthia in that book. However, Lewis probably got that name from the Terebinth tree in the Bible, so both of us pinched from somewhere else, probably unconsciously.

La scrittrice ha probabilmente ripreso un nome che l’aveva colpita senza rendersene conto. Quante volte noi riprendiamo cose che ci hanno colpito e le riproponiamo ad altri senza renderci conto che stiamo rielaborando idee e motivi altrui? Questa contaminazione fra opere è ciò che ha guidato il mio cammino nel saggio sugli animali nello Hobbit che ho pubblicato su Hobbitologia. Molto più avanti, in L’ultima battaglia (pag. 810) Lewis ci rivela che “Le stelle cadenti non erano semplicemente grosse palle di fuoco come nel nostro mondo, ma esseri animati”, e io non posso non pensare a Neil Gaiman e al suo Stardust.

Torniamo a Il viaggio del veliero e a un paio di momenti che mi hanno lasciata perplessa. A un certo punto il gruppo guidato da Caspian arriva su un’isola abitata da essere invisibili. Questi li minacciano per poter ottenere la loro collaborazione. Al momento della minaccia vediamo una lancia che, fino a quando viene tenuta in mano dagli esseri invisibili, è giustamente invisibile, e diventa visibile solo quando viene scagliata. Questo per rendere il pericolo concreto: come ci si può difendere da armi invisibili? Peccato che poche pagine più avanti, quando l’aiuto è stato promesso e le creature invisibili non rappresentano più un pericolo immediato, quelle stesse creature organizzano un banchetto e il gruppo di Caspian vede piatti e portate che si avvicinano ai tavoli saltando, senza essere portati da nessuno. La scena fa ridere, ma è un’incongruenza. Visto che quegli oggetti sono tenuti in mano da creature invisibili dovrebbero a loro volta essere invisibili. Lewis scriveva quel che gli pareva, e al diavolo tutto il resto!

Poco più avanti, a pagina 538, Lucy sfoglia un libro di magia e si dispiace per il fatto che non riuscirà a ricordare tutti quei meravigliosi incantesimi che sta vedendo. Lei però non ne avrebbe nessun bisogno, le basterebbe imparare un unico incantesimo, quello che spiega “come ricordare le cose dimenticate”, e limitarsi a leggere tutti gli altri per poterli poi magicamente ricordare a piacimento. Peggio delle incongruenze di trama è l’atteggiamento paternalistico. Quando gli esseri invisibili tornano visibili Lucy li definisce carini. Carini? Loro detestano il modo in cui sono stati trasformati, è in effetti è una trasformazione idiota. Non so come fossero prima, ma la presenza di un unico piede che li costringe ad andare in giro saltellando è tutto fuorché carina, e questa trasformazione è stata imposta da un mago che se n’è infischiato totalmente della volontà degli esseri su cui operava la magia. Non siamo di fronte a una magia carina, siamo di fronte a un sopruso bello e buono che le vittime – purtroppo degli idioti totali – possono solo accettare, dovendosi pure sorbire la condiscendenza di una ragazzina che non capisce la violenza che è stata loro imposta.

Con La sedia d’argento c’è un nuovo viaggio, effettuato attraverso un nuovo espediente magico. Lewis ha dimostrato una gran fantasia nella continua creazione elementi nuovi e situazioni nuove, anche se spesso mi trovo a dubitare della loro coerenza o della loro bontà. La storia in questo caso parla della ricerca di un principe rapito, ci mostra una nuova razza (un paludrone? e che è?), porta in scena giganti mangiatori di uomini, contrappone il mondodisotto al mondodisopra, ed è più maschilista del solito. Fino a ora avevo fatto finta di niente, questi sono romanzi degli anni ’50 e per forza di cose vi entra la mentalità dell’epoca, e per quanto riguarda le idee sul ruolo della donna questo è ancor più vero se lo scrittore è influenzato dalle convinzioni cristiane. Però leggere Jill che afferma che nel suo mondo (cioè nel nostro) “gli uomini che si fanno comandare a bacchetta dalle mogli non godono di grande stima” (pag. 677) mi ha fatto cadere le braccia. In questo caso il principe è sotto l’influenza magica di Jadis, la Strega bianca, (o forse di una nuova strega simpatica quanto la precedente) e davvero la strega lo comanda a bacchetta, ma questo Jill ancora non lo può sapere. No, lei sente un uomo affermare “governerò il mio nuovo regno seguendo alla lettera i consigli e le indicazioni della signora, che presto diventerà mia sposa e dunque regina. La sua parola sarà legge per me, come la mia lo sarà per i miei sudditi” e reagisce sdegnata. Inconcepibile! Il principe parla di consigli e indicazioni, e anche se dice di volerli seguire alla lettera consigli e indicazioni non sono ordini. Allora perché Jill dice che lei lo comanderà a bacchetta? O siamo di fronte a una traduzione imprecisa, o Lewis ci sta dicendo che è nell’ordine naturale delle cose che sia l’uomo a comandare e la donna a ubbidire, e che qualsiasi situazione inversa è innaturale, e ce lo dice per bocca di una donna! A fine romanzo poi i due protagonisti tornano nella scuola, che sappiamo non essere una scuola modello perché troppo permissiva in generale e menefreghista sugli episodi di bullismo in particolare, ci troviamo di fronte l’affermazione che “il preside (che era, guarda caso, una donna) si precipitò fuori per scoprire il motivo di tanto trambusto”. Che il preside fosse un incompetente lo avevamo già intuito, che fosse una donna era meno intuibile (quanti erano, in proporzione, i presidi donna negli anni ’50?) ma ci può stare, gli incapaci appartengono a entrambi i sessi. Quel che non mi piace è l’enfasi, lo scrivere che l’incapace guarda caso è una donna, espressione che rende più facile la nascita della formula donna=incapace. La preside ha una crisi isterica, e qui aggiungo io che l’isterismo è un tipico comportamento da donne. Un uomo non è mai isterico, al massimo è furibondo, alle donne questo capita piuttosto spesso, anche nella vita reale. In tutta la saga di Narnia (al di là di un minimo accenno nell’ultimo romanzo, su cui presto lo scrittore fa marcia indietro) sono i maschi a essere eroici, le femmine al massimo sono coraggiose nel sopportare pericoli e difficoltà, stabiliscono buoni rapporti con gli altri personaggi e sanno curare. Al di là del prestare soccorso sanno agire in modo concreto? Ma non scherziamo! A causa della sua inadeguatezza a ricoprire la carica la preside viene promossa, ma “quando si resero conto che anche come Ispettrice era una frana, la fecero eleggere al parlamento, luogo ideale per una come lei”. Potrei approvare la critica di Lewis ai politici, decisamente azzeccata, se non fosse stato per l’enfasi sul sesso dell’incapace. Le eroine non agiscono, mentre le uniche donne dotate di potere, la strega (o le streghe) e la preside/parlamentare, sono persone da cui è maglio girare alla larga perché crudeli o incapaci. Preferisco Tolkien che di donne nello Hobbit non ne mette neppure una.

Eppure, fra scetticismo e fastidio, a volte mi ritrovo anche ad approvare quanto scritto da Lewis. Nel secondo capitolo di L’ultima battaglia, a pagina 743, la scimmia (una scimmia che si finge un uomo) afferma “Ancora con questa storia, proprio non lo sopporto. Io sono un uomo, tu sei un grasso e stupido orso: che ne sai di libertà? Pensi che essere liberi significhi fare quello che vi pare, vero? Be’, ti sbagli. La libertà consiste nel fare quello che sta bene a me”.

A parlare, come detto, è una scimmia, anche se si spaccia per un uomo. A Narnia gli animali parlano, sono dotati di volontà, e a volte anche di cattiveria. La frase mi fa pensare all’armiamoci e partite di Totò in Totò contro Maciste:

L’uso però è decisamente più antico se veniva citato in un dizionario del 1891 e compare in una poesia del 1897: https://it.wikipedia.org/wiki/Armiamoci_e_partite.

Insomma, la vostra libertà consiste nell’essere asserviti a me, e non sognatevi di contraddirmi! Mi sa che i politici hanno letto Narnia e si sono immedesimati nella scimmia, peccato non sia possibile far fare loro la stessa fine. E quando l’imbroglione è abile riesce a convincere l’imbrogliato che sta agendo per il suo stesso bene, come riesce a fare la scimmia con l’asino – almeno per un certo periodo – e con i nani, tanto è vero che Aslan nota che “La loro prigione è nella loro mente, ed è una prigione inespugnabile. Hanno così paura di essere imbrogliati che si imbrogliano da soli” (pagine 807-808) e non ascoltano le parole di chi li ha liberati e vorrebbe aiutarli.

La situazione precipita e va verso il Ragnarok, non dimentichiamoci che Lewis è stato professore di lingua e letteratura inglese e che adorava le leggende nordiche (come dargli torto?). Alla fine il gruppetto si ritrova in una terra fantastica e si rende conto che quella che aveva sempre visitato “non era la vera Narnia: aveva un inizio e una fine, era l’ombra o la copia della Narnia autentica, che invece esiste ed esisterà per sempre. Anche il nostro mondo, l’Inghilterra e tutto il resto, è solo l’ombra, la copia parziale del regno di Aslan” (pag. 820). In me, inevitabilmente, risuonano le parole di Lorenzo Marcus, alias Loren Manto d’Argento, quando spiega a cinque studenti canadesi che “Ci sono molti mondi, […] e tutti sono trascinati via dalle correnti e dai vortici del tempo. È raro che i loro cammini si incrocino, e perciò, di solito, ciascuno di essi è ignaro dell’esistenza degli altri. Solo su Fionavar, il primo mondo che fu creato, e di cui tutti gli altri sono un’immagine imperfetta, si tramandano le artiche permettono di superare l’abisso tra i mondi…” (Guy Gavriel Kay, La strada dei re, pagine 21-22). Fra l’altro alla pagina successiva Loren spiega che “resterete con noi per due settimane, ma al vostro ritorno in questa stessa stanza scoprirete che sono passate poche ore dal momento della partenza”, quindi anche in questo caso il tempo nei due mondi scorre in modo diverso. Per me i mondi che non sono che un’ombra del mondo originario non possono non richiamare Fionavar, anche se ovviamente il riferimento – esplicitato pure da Lewis – e al mito della caverna narrato da Platone in La repubblica:

«Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l’ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell’antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo, come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli.

Immagina degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d’ogni genere sporgenti dal margine, e statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com’è naturale, parlano, altri tacciono».

«Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!».

«Simili a noi», replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos’altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?»

«E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere il capo immobile?»

«E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?»

«Sicuro!».

«Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?»

«È inevitabile».

«E se nel carcere ci fosse anche un’eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all’ombra che passa?»

«Certo, per Zeus!».

«Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti».

Peccato che uscendo dalla caverna Lewis vada direttamente nel Paradiso. Ce lo aveva già mostrato alla fine di La sedia d’argento, e ne avrei fatto volentieri a meno, qui addirittura mette in scena un drammone di cui avrei volentieri fatto a meno perché non in linea con il resto della saga, un incidente ferroviario, ammazza tutti e li porta in Paradiso, l’unico luogo importante. Quello che è passato può essere abbandonato serenamente come privo d’importanza, perché il regno di Aslan è infinitamente superiore a tutto il resto.

Non ho problemi con il Ragnarok. Io spero che Rand e compagni vincano a Tarmon gai’don, che Rakoth Maugrim venga sconfitto, che Avshar faccia una brutta fine e che Preservazione trovi il modi di aiutare Vin e gli altri fino alla sconfitta di Rovina, ma posso accettare la sconfitta, anche l’annientamento. Le visioni sdolcinate da paradiso cristiano, al contrario, mi vanno venire il voltastomaco. Se per tutta la lettura la mia valutazione della saga ha oscillato fra le due e le tre stelle questa conclusione ha fatto decisamente spostare il giudizio verso il basso.

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