Tempesta di spade di George R.R. Martin. Capitolo 23: Daenerys

Daenerys va a procurarsi un esercito ad Astapor, invadere un continente con una banda di straccioni e tre cuccioli di drago potrebbe essere complicato. Gli Immacolati sono schiavi eunuchi addestrati a un’obbedienza assoluta e privati della capacità di sentire il dolore grazie a una speciale droga. Sono macchine da guerra perfette, per come lo possono essere dei soldati in questo tipo di civiltà, ma possono ancora essere definiti persone? Il dialogo in valyriano, con lo schiavista che insulta Daenerys e lei che finge di non capirlo, è divertente perché mostra tutta l’arroganza e l’ignoranza dello schiavista.

Una delle caratteristiche degli Immacolati è di essere privi di nome. Per i loro padroni sono numeri, non persone, qui comunque ritorna il tema dell’importanza del nome. Pensiamo già alla Bibbia, a Dio che si presenta come “io sono colui che è” e alla ricerca del nome di Dio, chiamato di volta in volta Geova, Yahveh, Jahve, o con nomi che lo definiscono, tipo “Dio degli eserciti”, perché è impossibile dare un nome a Dio. Nella Trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud ciascun mago tiene celato il suo vero nome, perché la conoscenza del nome dà agli altri potere su chi lo porta, ma questa non è un’invenzione di Stroud. Ho un vago ricordo che la stessa cosa avvenga nella Saga di Earthsea di Ursula K. Le Guin, dovrei proprio rileggerla perché sono trascorsi troppi anni dalla mia unica lettura. Pensiamo anche ai personaggi di Patrick Rothfuss, che acquisiscono le loro capacità magiche quando capiscono e pronunciano il vero nome delle cose, come avviene alla fine di Il nome del vento. Qualcosa di simile avviene anche in La città dei poeti di Daniel Abraham, con l’atto di nominare le cose che è fondamentale per agire su di loro, ma anche in questo caso è trascorso un bel po’ di tempo dalla mia lettura. Pensiamo a Tigana (Il paese delle due lune) di Guy Gavriel Kay, in cui la più potente magia di Brandin di Ygrath, il suo atto estremo di vendetta, è la cancellazione del nome e dell’identità del paese che odia. Potrei andare avanti per un bel pezzo, ma forse è meglio se torno su George R.R. Martin e Le cronache del ghiaccio e del fuoco.

Una volta vista la merce iniziano le questioni morali. Arstan è contro la schiavitù, che definisce immorale, e ci fornisce qualche piccolo squarcio sul passato su cui ci siamo sempre interrogati. Ned, Robert, hanno agito in risposta agli ultimi atti di regno di Aerys il Folle, ma quanto sappiamo di quel periodo?

«Tuo fratello Rhaegar continua a venire ricordato, e con grande affetto.»

Quello stesso Rhaegar che Robert ci ha presentato come uno stupratore e che avrebbe voluto ammazzare più volte per quello che aveva fatto a Lyanna. Lo stesso uomo che secondo Ned non era tipo da bordelli.

«Anche re Aerys continua a venire ricordato. Diede al reame molti anni di pace. Maestà, tu non hai necessità di schiavi. Magistro Illyrio può tenerti al sicuro nell’attesa che i tuoi draghi crescano, e per tuo conto può inviare emissari segreti al di là del Mare Stretto, in modo da ottenere l’appoggio di altri lord alla tua causa.»

Martin usa le pagine successive per mostrarci un po’ della città che si trova all’ingresso della Baia degli Schiavisti, i romanzi non sono solo un susseguirsi di eventi ma anche l’atmosfera che li pervade, le emozioni e le immagini che riescono a suscitare.

Arstan è contrario al prendere possesso degli schiavi e ci ricorda che Jorah Mormont, che è favorevole, è stato uno schiavista. Con le informazioni sparpagliate in migliaia di pagine è difficile tenere il filo di tutto, comunque a un certo punto il caro Jorah è finito in bolletta a causa delle spese folli della sua mogliettina. Questo è quanto pensa Ned Stark in Il trono di spade (pag. 127-128):

I Mormont dell’isola dell’Orso erano un’antica casata, orgogliosa e onorevole, ma le loro terre erano fredde, remote e povere. Ser Jorah aveva tentato di rimpinguare le casse di famiglia vendendo alcuni cacciatori di frodo a un trafficante di schiavi della città libera di Tirosh, ma i Mormont erano anche vassalli degli Stark, e quel crimine aveva arrecato disonore a tutto il Nord. Ned in persona aveva compiuto il lungo viaggio fino all’isola dell’Orso solamente per scoprire che ser Jorah era salito di corsa su una nave ed era andato in esilio, molto lontano dalla portata di Ghiaccio e dalla giustizia del re. Da allora erano passati cinque anni.

Ovvio che per lui qualche schiavo in più non sia affatto un problema. Dany però è stata una mendicante ed è stata venduta dal fratello a Drogo, sa cosa sia non avere nulla e dipendere dalla carità altrui ma anche essere venduta. Che poi si sia innamorata (ricambiata) è un caso, avrebbe potuto essere un semplice oggetto da abusare per il kahl e Viserys sarebbe stato contento lo stesso se avesse ottenuto il suo esercito. Dany è combattuta, per gli schiavi ma anche per il bacio che le ha dato Mormont, l’unico suo conforto sono i draghi.

«Quando Aegon il Drago sbarcò sulle coste del continente occidentale, i re della Valle e della Roccia e dell’Altopiano non si precipitarono affatto a consegnargli le loro corone. Se il tuo scopo è sedere sul Trono di Spade, dovrai conquistarlo, esattamente come fece lui. Dovrai conquistarlo con l’acciaio e con il fuoco dei draghi. E questo significherà sporcarsi le mani di sangue, prima che l’impresa sia compiuta.»

Sangue e fuoco. Il motto della nobile Casa Targaryen. Daenerys lo aveva conosciuto in ogni istante della propria vita. «Il sangue dei miei nemici, sarà con piacere che io lo verserò. Il sangue degli innocenti… è qualcosa di ben diverso. Ottomila Immacolati, loro mi offrono. Ottomila infanti assassinati. Ottomila cani strangolati.»

Alla fine, se si vuole il potere, non si possono evitare le scelte morali.

«Viserys avrebbe comprato tutti gli Immacolati che il conio in suo possesso gli avesse consentito. Ma tu una volta mi dicesti che io sono come mio fratello Rhaegar…».

«L’ho detto, Daenerys…»

«Maestà» lo corresse lei. «In battaglia, il principe Rhaegar guidò uomini liberi, non schiavi. Barbabianca ha detto che Rhaegar elevò di rango anche i suoi scudieri, e che investì personalmente molti altri cavalieri.»

«Nei Sette Regni, non esisteva onore più alto che ricevere il cavalierato dal principe della Roccia del Drago.»

«Dimmi, allora… quando lui poneva la punta della spada sulla spalla di un uomo, che cosa gli diceva? Va’ e uccidi i deboli? O forse diceva invece: va’ e difendi i deboli? Sul Tridente, tutti quegli uomini valorosi di cui parlava Viserys, e che morirono sotto i nostri vessilli del drago, diedero la loro vita perché credevano nella causa di Rhaegar, o perché erano stati comprati e pagati?» Con le braccia incrociate sul petto, Dany si girò verso Mormont, rimanendo in attesa di una risposta.

«Mia regina» disse il cavaliere in esilio «tutto quello che dici è vero. Ma sul Tridente, Rhaegar ha perso. Perse la battaglia, la guerra, il regno… e la vita. Il suo sangue vorticò nella corrente, assieme ai rubini della sua corazza. E Robert l’Usurpatore cavalcò sul suo cadavere per andare a rubare il Trono di Spade. Rhaegar combatté con coraggio, Rhaegar combatté con nobiltà e con onore. E Rhaegar morì

Fine della cavalleria.

Sotto la foto spoiler da Il portale delle tenebre.

Parlando di Aerys Arstan non parla dell’ultimo periodo, della follia, ma degli anni di pace. Nel suo animo lui è ancora un membro della Guardia reale e non può tradire il suo re, anche se è morto. E, dopo tutti gli anni di attesa servendo Robert l’usurpatore, non si fa problemi ad aspettare ancora un po’.

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