Percy Bysshe Shelley: Ozymandias

Ozymandias

I met a traveller from an antique land,

Who said—“Two vast and trunkless legs of stone

Stand in the desert… Near them, on the sand,

Half sunk a shattered visage lies, whose frown,

And wrinkled lip, and sneer of cold command,

Tell that its sculptor well those passions read

Which yet survive, stamped on these lifeless things,

The hand that mocked them, and the heart that fed;

And on the pedestal, these words appear:

My name is Ozymandias, King of Kings;

Look on my Works, ye Mighty, and despair!

Nothing beside remains. Round the decay

Of that colossal Wreck, boundless and bare

The lone and level sands stretch far away.

Scritto nel 1817, pubblicato per la prima volta sulla rivista Examiner l’11 gennaio 1818, Ozymandias è uno dei più famosi sonetti del poeta romantico Percy Bysshe Shelley. La sua ispirazione è stata associata all’arrivo al Brithish Museum di Londra di una gigantesca statua di Ramesse II grazie all’attività svolta in Egitto da Giovanni Battista Belzoni. L’Egitto, o meglio l’antichità egizia, era da poco entrata al centro degli interessi degli intellettuali europei grazie alla spedizione di Napoleone del 1798-99. Con lui e i soldati infatti c’erano anche un bel po’ di studiosi, compreso quel Dominique Vivant Denon che in seguito sarebbe diventato il primo direttore del neonato museo del Louvre.

A quanto pare non posso fare a meno di divagare, volevo semplicemente postare il sonetto di Shelley e sono finita sulla riscoperta dell’Egitto e su Denon, la cui storia è narrata in un bel libro ormai fuori catalogo, I furti d’arte. Napoleone e la nascita del Louvre di Paul Wescher. Una possibile fonte d’ispirazione alternativa è fornita (in inglese) su questo sito: https://www.poetryfoundation.org/articles/69503/percy-bysshe-shelley-ozymandias. L’autore dell’articolo, David Mikics, ricorda la descrizione di una statua di Ozymandias – meglio noto come Ramesse II – fatta da Diodoro Siculo (libro 1, capitolo 47) e l’iscrizione che l’accompagnava nella quale veniva magnificata la grandezza del faraone. Qualunque sia stato lo spunto iniziale, Shelley e il suo amico Horace Smith, anch’egli poeta, si sono sfidati nel comporre una poesia su Ozymandias. Il sonetto di Smith, pubblicato un mese dopo quello di Shelley, è On A Stupendous Leg of Granite, Discovered Standing by Itself in the Deserts of Egypt, with the Inscription Inserted Below.

In Egypt’s sandy silence, all alone,
Stands a gigantic Leg, which far off throws
The only shadow that the Desert knows:
“I am great OZYMANDIAS,” saith the stone,
“The King of Kings; this mighty City shows
“The wonders of my hand.” The City’s gone,
Nought but the Leg remaining to disclose
The site of this forgotten Babylon.
We wonder, and some Hunter may express
Wonder like ours, when thro’ the wilderness
Where London stood, holding the Wolf in chace,
He meets some fragments huge, and stops to guess
What powerful but unrecorded race
Once dwelt in that annihilated place.

Questa la traduzione del sonetto di Shelley pubblicata da Antonio Taglialatela su inTRAlinea, una rivista realizzata dall’Università di Bologna (http://www.academia.edu/748020/Ozymandias_by_Percy_Bysshe_Shelley_-_Traduzione_commentata_En_Ita):

Incontrai un viandante di una terra dell’antichità,

Che andava dicendo: “Due enormi gambe di pietra stroncate

Stanno imponenti nel deserto… Nella sabbia, non lungi di là,

Mezzo viso sprofondato e sfranto, e la sua fronte,

E le rugose labbra, e il sogghigno di fredda autorità,

Tramandano che lo scultore di ben conoscere quelle passioni rivelava,

Che ancor sopravvivono, stampate senza vita su queste pietre,

Alla mano che le plasmava, e al sentimento che le alimentava:

E sul piedistallo, queste parole cesellate:

«Il mio nome è Ozymandias, re di tutti i re,

Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!»

Null’altro rimane. Intorno alle rovine

Di quel rudere colossale, spoglie e sterminate,

Le piatte sabbie solitarie si estendono oltreconfine”

Stiamo parlando di un personaggio storico e della rovina che il tempo porta anche sul più potente degli imperi. Non potremmo essere più ancorati alla realtà, eppure le parole di Shelley hanno una forza che va oltre il dato reale e il singolo episodio che lo ha spinto a scrivere la sua opera.

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