Umberto Eco: Sugli specchi e altri saggi

Che Umberto Eco fosse più intelligente e colto di me non lo scopro certo ora, semmai la lettura di Sugli specchi e altri saggi me l’ha confermato. Non ho capito tutto quel che c’è scritto in quella raccolta di saggi, del resto non ero neppure interessata a tutto anche se il libro (faticosamente in alcuni punti) l’ho letto nella sua interezza.

Un libro ottiene successo solo in due casi: se dà al pubblico ciò che esso si attende o se crea un pubblico che decide di attendersi ciò che il libro gli dà. Ovvero, ogni opera “piccola” risponde alle domande del pubblico che ha individuato, mentre ogni “grande” opera crea le domande del pubblico che decide di costruire.

Pag. 147

Con Eco sono nella modalità di prendere quel che riesco a prendere di ciò che il libro dà, anche se esistono pure posizioni intermedie di libri che iniziano a dare ciò che il pubblico si attende, e superficialmente lo fanno tutto il tempo, ma che consentono pure una discesa in profondità donando cose che il pubblico non si aspettava e che solo parte del pubblico recepisce. In un saggio collocato prima, all’interno dello stesso libro, parlando dell’arte nazista Eco aveva scritto che

non bisogna trattare questi quadri come oggetti d’arte. Cerchiamo di vederli per quel che sono, strumenti di persuasione di massa. Si tratta di nobilitare il lavoro subalterno e di convincere il lavoratore che spalare carbone è gesto altrettanto nobile che fare la guerra su un cavallo bardato di ferro, o danzare il valzer nel palazzo di un imperatore. Per raggiungere questo scopo c’è una formula: la citazione pittorica. Se il lavoro in miniera viene rappresentato con gli stessi colori, con lo stesso tipo di pennellata, la stessa osservanza della prospettiva e delle leggi anatomiche con cui venivano rappresentati un tempo i Re Magi, la Vergine, Luigi XVI, o gli ufficiali di Napoleone, l’identificazione è ottenuta.

Pagine 79-80

Salto parte del discorso e passo direttamente alla conclusione:

Che poi il grosso pubblico sia pronto ad avvicinare fenomeni così diversi come se in entrambi i casi vi fosse un richiamo alla “sana” figurazione (“finalmente si capisce tutto, non come nelle opere d’avanguardia dove non si capiva niente!”), questo significa solo che il “crampo dell’iconismo”, l’attitudine ingenua per cui si prende come oggettivamente fedele tutto ciò che appare in qualche modo “riconoscibile”, è un’antica malattia della percezione.

E forse la difficoltà a riconoscere quanto le immagini possano mentire è la stessa che si prova a riconoscere le menzogne del Potere.

Pag. 81

Quanto potremmo parlare della facilità con cui veniamo manipolati? Della facilità con cui chi è esperto di comunicazione ci fa credere vera una cosa che vera non è? Del fatto che la nostra attenzione è sviata da problemi reali a problemi insignificanti, in modo che le nostre energie si consumino su cose che non contano davvero? Ve lo lascio come spunto di riflessione, non ho intenzione di mettermi a discutere perché non ho il tempo e le energie per una discussione che sicuramente farebbe negare con forza  la manipolazione alle persone più manipolate, e che potrebbe facilmente degenerare. Aggiungo un dettaglio che invece si riallaccia a cose di cui su questo blog parlo spesso: Eco parla di immagini, ma questo discorso vale anche per la narrativa. La narrativa realistica viene accettata come narrativa che descrive le cose come sono, e può essere facilmente manipolata,. Questo non significa che la narrativa fantastica non possa essere adoperata allo stesso modo, solo che al di là del divertimento le opere vanno valutate in modo critico, perché tutte, indipendentemente della forma scelta dal loro autore (in questo caso dal genere) possono essere pericolose o viceversa fornire spunti di riflessione notevoli.

Sugli specchi e altri saggi contiene molte altre cose interessanti, il mio invito è di scoprirle da voi.

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