Tempesta di spade di George R.R. Martin. Capitolo 14: Jon

John Snow e Spettro in un’immagine di John Picacio

Nevica. No, non controllate la temperatura indicata dal termometro, fidatemi di me e basta. Nevica. In fondo nevica piuttosto spesso nelle terre che si trovano a nord della Barriera perché, come ben sappiamo, l’inverno sta arrivando. Perciò smettetela di boccheggiare e procuratevi un bel drago, può sempre tornare utile. In caso di mancanza ci si può accontentare anche di un meta-lupo.

Jon cammina con i Bruti e pensa alle leggende della vecchia Nan, chissà che non contengano qualcosa di vero.

E Joramun suonò il Corno dell’Inverno, e risvegliò i giganti da sotto terra.

Per fare cosa? E, al di là di questo dubbio, una volta risvegliati li si potrebbe fermare?

“La canzone su Joramun non dice se tornerebbero a dormire con un altro squillo di corno.”

Queste riflessioni mi fanno pensare a un altro corno suonato nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay. Lo so, in realtà i corni hanno una storia molto lunga e compaiono in numerosissime storie, vedi per esempio la presenza del Corno di Valere in La Ruota del Tempo di Robert Jordan. Giusto per citare due opere che amo.

Tormund inizia a istruire Jon sulle abitudini dei Bruti, o Popolo Libero, come si definiscono loro. Come ha detto più volte George R.R. Martin, ciascuno è il protagonista della propria storia e un popolo non si autodefinisce il popolo dei Bruti. In La Ruota del Tempo quelli che gli altri chiamano Reietti fra di loro si autodefiniscono i Prescelti, e qui Jon incontra non i Bruti ma il Popolo Libero. Guardare le cose da un altro punto di vista non è facile, ma spesso è importante riuscire a farlo. Per Jon non è facile vivere come un Guardiano della notte in mezzo a così tante persone che hanno usi così diversi dai suoi, eppure anche lui ha bisogno d’imparare prima di poter fare altro.

Di solito giro al largo dalla par condicio, ma potevo evitare d’inserire John e Spettro nella versione di Michael Komarck?

Un romanzo non è solo battaglie o scene d’azione, anche costruire un mondo o dare tempo al personaggio per evolversi è fondamentale. Intanto che impara l’aquila di Orell, il Bruto ucciso da Jon al Passo Skirling in quella che per me che scrivo è quasi una vita fa, in La regina dei draghi, prova a cavare un occhio a Jon e non ci va tanto lontano. Subito dopo Mance Raider arriva al Pugno dei Primi Uomini e vede i resti dell’attacco degli Estranei contro i Guardiani della notte guidati da Jeor Mormont, il Vecchio Orso. L’attacco noi lo abbiamo visto nel prologo di Tempesta di spade attraverso gli occhi di Chett, personaggio che, come d’abitudine per i prologhi di Le cronache del ghiaccio e del fuoco, non sopravvive al capitolo e ancora, a oltre 200 pagine da quell’episodio, non conosciamo l’esito dello scontro. Qualcuno è sopravvissuto, ma quanti? E chi? Di Guardiani della notte qui ne sono morti parecchi, ma per conoscere un po’ meglio il conto del macellaio bisognerà aspettare ancora qualche capitolo.

Noi comunque ci stavamo preoccupando per Sam e per gli altri da un pezzo, Jon inizia ora. La conoscenza del lettore è sfasata rispetto a quella dei personaggi, a volte i personaggi non rivelano tutti i loro progetti o ripercorrono i loro ricordi in modo incompleto, privandoci d’informazioni che noi vorremmo davvero avere, ma noi vediamo gli avvenimenti dagli occhi di tutti i punti di vista e abbiamo un quadro d’insieme più completo. Martin gioca su questo sfasamento ottenendo risultati davvero notevoli.

Jon è costretto dalle circostanze a dire la verità e si trova a dover condividere le lenzuola con Ygritte, e non è sicuro di quale sia la cosa peggiore. Va bene i giuramenti, ma forse non ha le idee tanto chiare…

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