Leggere saghe

Joe Abercrombie, La Prima Legge, un libro letto – uno di quelli autoconclusivi – dei sei pubblicati: Il richiamo delle spade, Non prima che siano impiccati, L’ultima ragione dei re, Il sapore della vendetta, The Heroes, Red Country.

Joe Abercrombie, Trilogia del Mare Infranto, un libro letto dei tre pubblicati: Il mezzo re, Mezzo mondo, La mezza guerra.

Sarah Ash, The Tears of Artamon, un libro letto dei tre pubblicati: Il signore della neve e delle ombre, Prisoner of Ironsea Tower, Children of the Serpent Gate.

Jim Butcher, Codex Alera, un libro letto dei sei pubblicati: Le furie di Calderon, Academ’s Fury, Cursor’s Fury, Captain’s Fury, Princeps’ Fury, First Lord’s Fury.

(Edit: aggiungo una saga. Stephen Deas, Memory of Flames, tre libri letti dei quattro pubblicati: The Adamantine Palace, The King od Krags, The Order of Scales, The Black Mausoleum).

N.K. Jemisin, The Inheritance Trilogy, un libro letto dei tre pubblicati: I centomila regni, The Broken Kingdoms, The Kingdom of Gods.

N.K. Jemisin, Dreamblood Series, un libro letto dei due pubblicati: La luna che uccide, The Shadowed Sun.

Scott Lynch, Serie dei bastardi galantuomini, un libro letto dei tre fin qui pubblicati: Gli inganni di Locke Lamora, I pirati dell’oceano rosso, The Republic of Thieves.

Richard K. Morgan, A Land Fit for Heroes, un libro letto dei tre pubblicati: Sopravvissuti, Esclusi, The Dark Defiles.

Anthony Ryan, saga L’ombra del corvo, tre libri: Il canto del sangue, Il Signore della Torre, La regina di fuoco.

Andrzej Sapkowski, saga di Geralt di Rivia, otto libri: Il guardiano degli innocenti, La spada del destino, Il sangue degli elfi, Il tempo della guerra, Il battesimo di fuoco, La Torre della Rondine, La Signora del Lago, La stagione delle tempeste.

Brian Staveley, Le cronache del trono incompiuto, un libro letto dei tre (quattro contando il prequel) pubblicati: Le spade dell’imperatore, The Providence of Fire, The Last Mortal Bond, Skullsworn.

Non conto Il prisma nero di Brent Weeks, ma mi domando se la sua esclusione da quest’elenco deriva dal fatto che mi è piaciuto di più o dal fatto che, avendo letto solo il mezzo romanzo che è stato tradotto, non ho fatto in tempo a stancarmi. Stancarmi perché questi libri, queste saghe, mi hanno stancata, come mi ha stancata pure Stella Gemmell con La città perduta d’avorio e d’argento, storia contenuta in un unico romanzo lungo oltre 500 pagine. Venti libri (dodici mondi diversi), ventuno (tredici mondi) contando anche quello di Stella, letti negli ultimi cinque anni. Libri scritti bene, con bei personaggi, mondi complessi, scene d’azione notevoli… e un’insofferenza sempre più notevole da parte mia. Per lo più mi divertivo a leggere altrimenti non avrei terminato la lettura dei singoli libri – ho smesso da anni di accanirmi per finire a tutti i costi ciò che avevo iniziato – però sempre più spesso ho dovuto forzarmi per prendere in mano il libro in questione dopo ogni interruzione. Sono tanti, al punto da avermi spinta a pormi qualche domanda.

Cosa c’è che non va? Non è un problema di saga lunga, di Le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin (per ora cinque romanzi) non mi sono stancata, né mi sono stancata dei quattordici volumi (quindici contando il prequel) di La Ruota del Tempo di Robert Jordan. Quanto a Brandon Sanderson, sono felice all’idea di dover ancora leggere otto romanzi di Le cronache della Folgoluce, e l’unica cosa sua che mi ha convinta poco, Calamity, è un romanzo piuttosto breve che conclude una trilogia. E so perfettamente perché quel romanzo mi è piaciuto meno degli altri: c’è troppa carne al fuoco, e la costruzione del mondo mi appare molto meno solida rispetto alle altre opere di Sanderson.

The numbers represent the chapters. Black = All in Fal Dara. Red = Egwene, Nynaeve, Min and Elayne. Green = The search party for the Horn. Blue = Rand, Loial and Hurin. Orange = Perrin, Mat and Ingtar. Light Green = Moiraine. White = Falme

 

No, la lunghezza non è davvero un problema, anche se sono convinta che in qualche caso una maggiore sintesi non ci sarebbe stata male. Magari anche qualche trama collaterale in meno. Anche questo, pure le troppe trame collaterali mi stanno stancando, ma dipende anche da come sono scritte. Ogni tanto mi chiedo se davvero per narrare una storia siano necessarie così tante sottotrame, ma se questa domanda non me la faccio né con Martin né con Jordan vuol dire che questo può essere un elemento, ma non è la risposta. Probabilmente una risposta unica non c’è. C’è violenza, come in Martin e in Jordan, ma ho l’impressione che in questi altri autori ci sia una maggiore violenza fine a sé stessa. No, non accetto l’obiezione che in Jordan i personaggi non muoiono e quindi la storia scorre via un po’ troppo facile, di personaggi che muoiono ce ne sono parecchi, anche se le morti eccellenti sono concentrate alla fine della saga, e di scene disturbanti ce ne sono forse di più, ma hanno tutte una ragione d’essere, non sono semplicemente messe lì per sconvolgere.

Il mondo in alcuni casi mi è sembrato troppo inutilmente complicato, un voler cercare da parte dell’autore qualcosa in grado di stupire il lettore. Quanto al ritmo è troppo frenetico, non c’è il tempo per respirare, e invece a me piace respirare mentre leggo. Fermarmi a ridere o piangere se è in caso, non restare tutto il tempo in apnea. E questa obiezione la posso fare anche a Eroi dell’Olimpo di Rick Riordan, che essendo una saga per ragazzi non è inutilmente violenta ma che mi fa sentire sempre fastidiosamente in apnea, cosa che invece non mi era successa con la serie precedente, Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo.

Proprio oggi ho letto nell’ottavo romanzo di Robert Jordan, Il sentiero dei pugnali, un’allusione a qualcosa che avverrà molto più avanti, in Le Torri di Mezzanotte, tredicesimo romanzo di La Ruota del Tempo. Jordan è stato accusato di essere prolisso, e certo nelle sue pagine abbondano le scene lente e apparentemente inutili, ma quante di quelle scene, a una seconda lettura, si rivelano preparatorie per qualcosa che avverrà molto più avanti? La costruzione del mondo è rigorosissima, e c’è un motivo nel susseguirsi degli eventi, cosa che in altre saghe non sempre vedo.

C’è un brano che mi piacerebbe trovare, che sto cercando da anni – per la verità in modo non troppo accanito, visto che volendo potrei facilmente leggere le Vite del Vasari prendendo in mano la copia che si trova nella mia libreria – e che continua a ronzarmi in testa. In attesa di degnarmi di leggere in modo più completo Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari (edizione del 1568), mi limito a citare una frase di Giulio Carlo Argan che compare a pagina 231 del terzo volume della sua Storia dell’arte italiana (edizione del 1986, è uno dei pochi libri di scuola che ho conservato):

Per il Vasari l’arte ha raggiunto con Michelangiolo un vertice insuperabile; non si può più inventare o creare nulla di veramente nuovo; non si può che ricostruire il processo con cui quel vertice è stato raggiunto.

E quindi buona parte dell’arte del XVI secolo non è ispirata alla natura ma allo stile, alla maniera, dei grandi del recente passato. Trattandosi di un’arte di maniera è stata chiamata Manierismo. Solo un paio di pagine dopo Argan si sofferma sullo scultore Baccio Bandinelli.

Quale sarà, dopo l’assoluto di Michelangiolo, il destino dell’arte? È la domanda che si pone anche il Vasari; ma più lucidamente il Bandinelli pensa che le sovrumane intuizioni del «genio» non contraddicano, anzi elevino ed estendano, l’ideale classico e possano quindi inquadrarsi in una cultura, costruire un’eredità grave di responsabilità, ma non negativa. Tutta la sua opera, dall’Ercole e Caco (1534) che nella piazza della Signoria fa riscontro al David di Michelangiolo, fino ai rilievi del coro di Santa Maria del Fiore, asce da un’analisi, talvolta fin troppo fredda e forzata, dei «valori» michelangioleschi: è tutta una ricerca di bilanciato equilibrio nel movimento dei volumi, di unità plastica nel modellato, di coerenza disegnativa, perfino di tecnica. È la ricerca, soprattutto, di ricondurre nella continuità ideale di un disegno storico un’arte che, con l’intensità dei suoi accenti sublimi, pareva uscirne. Il confronto inevitabile col «genio» procura al Bandinelli le ironie del Vasari, i feroci sarcasmi del Cellini; e finisce per schiacciarlo quando il confronto diventa, come nelle statue per l’altare maggiore del duomo, tentativo di emulazione.

Avete presente quanti romanzi sono stati accostati, in affermazioni pubblicitarie volte ad aumentarne l’appetibilità verso i lettori e quindi le vendite, alle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin? Alcune affermazioni sono buttate lì dall’editore, o dal recensore, tanto per fare, perché non sanno cosa scrivere o perché credendosi profondi scadono nella banalità (e spero, con i miei commenti, di non finire anch’io nel baratro delle banalità mascherate da altro), ma a volte ho davvero l’impressione che l’autore si voglia porre nella scia di Martin per replicarne almeno in parte il successo. Ma le costruzioni a tavolino, per quanto uno possa essere bravo, saranno sempre in una certa misura di maniera, e io non ho mai amato il manierismo. È proprio con il manierismo che i miei gusti artistici diventano molto selettivi, prima apprezzo quasi tutto, dopo solo alcuni specifici artisti. E quindi se Patrick Rothfuss con le sue Cronache dell’assassino del re mi è piaciuto (ma siamo solo al secondo romanzo, chissà se in futuro sarò ancora di quest’idea visto che Ryan mi ha stancata al terzo libro e Sapkowski ancora dopo), con la maggior parte degli autori (di saghe, non di libri singoli, come autori di libri singoli per esempio amo Guy Gavriel Kay e ho apprezzato molto Jo Walton) dopo un po’ arranco, sopraffatta dalla maniera con cui scrivono i libri.
Parecchi anni fa mi sono resa conto di non apprezzare tutte le opere di Marion Zimmer Bradley. In linea di massima mi piacciono gran parte di quelle che ha scritto negli anni ’70 e ’80 (L’erede di Hastur, La catena spezzata, La torre proibita, La signora delle tempeste, L’esilio di Sharra, La donna del falco, I regni di Darkover, La città della magia, Le nebbie di Avalon, La torcia, Le luci di Atlantide) mentre apprezzo poco quelle precedenti, più immature, e quelle successive, la cui lettura mi ha quasi sempre lasciata insoddisfatta. Con lei la magia per me era finita. E ora mi sto chiedendo se la magia del fantasy, di quello del XXI secolo, non stia perdendo la presa su di me.

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12 risposte a Leggere saghe

  1. Raffaello ha detto:

    Uhm…nella tua lista hai dimenticato Erikson. Se non erro ti sei stancata al secondo libro con lui 😉 …peccato perché il terzo è uno dei migliori.
    Beh di sicuro se stiamo parlando di vette del Fantasy, non ho dubbi a considerare proprio Erikson la vetta assoluta. Ok è un mio parere, condiviso da diverse persone, ma resta una opinione personale. Spesso cmq il buon Erikson viene abbandonato per l’eccessiva difficoltà e prolissità, non certo per la sterilità delle idee messe su carta o la violenza fine a se stessa o un tentativo di imitare altri scrittori. Erikson è unico e unicamente complesso. Purtroppo, lui insieme a Martin, Sanderson e Jordan sono la causa della mia personale crisi nel trovare altra fantasy di quel livello.
    Comprendo quindi la tua crisi. Possiamo solo sperare che il futuro ci proponga qualche nuova sorpresa, qualche nuovo numero 1. Dei numeri 2 sono stanco.

    • No, non ho dimenticato Erikson, l’ho escluso deliberatamente. Ho letto I giardini della luna nel 2004 e La dimora fantasma nel 2006, quindi molto prima di aprire il blog, che testimonia gran parte delle mie letture degli ultimi anni – dal 2011 in poi – e che riporta le mie impressioni dell’epoca. In questo andare indietro mi sono fermata a quasi cinque anni fa.
      A parte questo, so perché Erikson non mi è piaciuto: non mi piace il suo stile, il suo modo di formulare le frasi. Problema soggettivo ma comunque reale, che mi impedisce di apprezzare la storia. Non mi piace neppure il suo modo di rivelare le informazioni, per troppo tempo mi sono sentita spaesata. E malgrado le alte aspettative iniziali, purtroppo deluse, non sono mai stata davvero coinvolta, tranne per le ultime 50 pagine del primo romanzo, e fin da subito ho sentito che questo coinvolgimento era troppo poco.
      Gli altri autori che ho citato invece per un certo periodo mi hanno fatto pensare “bello, bello, ne voglio ancora” e poi mi hanno lascito un senso di vuoto difficile da definire.
      Ultimo dettaglio: per quanto io non ami Erikson lui mi dà l’impressione di avere una storia da narrare, non di essere prima interessato alle reazioni dei lettori e solo dopo alla sua storia. Insomma, non mi è piaciuto ma non lo accomuno agli altri.
      Speriamo in altri autori davvero bravi, ultimamente mi scopro più propensa a rileggere che a leggere cose nuove.

      • Caepinus ha detto:

        I giardini della luna ho fatto una fatica bestiale a finirlo però, appena terminato, mi sono accorto che mi aveva lasciato qualcosa; la dimora fantasma mi è piaciuto di più, ma anche in quel caso ho fatto una fatica boia a finirlo.
        Siccome mi piace soffrire, ho iniziato memorie di ghiaccio: in 10 giorni ho letto 120 pagine nonostante i ponti e non so se andrò avanti alla faccia dell’acquisto compulsivo di tutti e otto i tomi.
        Erikson sa quello che scrive, ha messo in piedi un mondo bellissimo e complesso, ma cavolo, è l’antitesi dell’infodump e ha uno stile che proprio non digerisco.
        Spesso devo rileggere intere pagine tre volte, ci sono dialoghi dove prima di capire di cosa stiano parlando i protagonisti passano due pagine. Peccato, avrei proprio voluto molto che non mi pesasse tanto leggerlo.
        Al contrario, ho finalmente iniziato La ruota del tempo e non lo trovo per nulla prolisso e la lettura vola via. Certo, è meno hard core di Erikson e in certi casi è un po’ scontato ma almeno la lettura è piacevolissima; penso passerò subito al terzo volume 🙂

        • Raffaello ha detto:

          Caepinus, non mollare così memorie di ghiaccio. Ormai sei arrivato fin lì, davvero è tra quelli che meritano di più. La confluenza finale è qualcosa di unico e inaspettato. Ti fa fare un salto sulla sedia. Non te ne pentirai. Fai questo ultimo sforzo! Se poi rimarrai deluso, cosa che davvero trovo impossibile, allora saprai di avere toccato una delle vette Eriksoniane e lo potrai abbandonare senza patemi. Ma credimi. Finisci memorie di ghiaccio. È epicità allo stato puro, è il balzo di Erikson nel pantheon del fantasy.

  2. Simone Fileni ha detto:

    Rothfuss mi ha fatto scendere l’hype, è la sua serie di esordio e fa tanto il “profumato” con la menata del perfezionismo, manco avesse scritto L’Iliade, nel secondo non sono successe tante cose e non si è andati tanto avanti nella storia principale, perciò dubito che il terzo (posto che esca) sia l’ultimo.

    • Raffaello ha detto:

      Rothfuss l’ho abbandonato al primo libro. Ho trovato raramente un protagonista così odioso come Kvote. Sempre il primo della classe, sempre a far scelte una piu stupida e non sense dell’altra. Nei romanzi di formazione bisogna creare protagonisti veri, non macchiette che fan ragionamenti assurdi. Jordan è stato un mago nel mostrarci come dei ragazzi maturano lungo tutto il ciclo dei libri, con scelte verosimili anche quando sbagliate. Rothfuss così come la Hobb, a mio parere hanno creato protagonisti inverosimili, quasi macchiette.

      • Su Rothfuss per me pende un bel punto di domanda. Per il momento mi sono divertita a leggerlo, anche se a volte Kvothe fa le sue belle fesserie. Però mi affascina il contrasto fra il primo della classe del suo racconto e l’uomo che attende la morte raccontando la sua storia. Sono convinta anch’io che Rothfuss non abbia la minima possibilità di completare la storia con il terzo romanzo, magari dirà che la trilogia è conclusa anche se la storia va ancora avanti solo per non smentirsi…
        Il punto di domanda è legato alla sua solidità. La storia continuerà a reggersi in piedi andando avanti? Non solo, Rothfuss sarà capace di creare davvero un mondo solido e affascinante? Per ora si è rivelato un bravo narratore, ma la storia in sé non ha nulla di nuovo, perciò non sappiamo quali siano le capacità creative dello scrittore.

        La Hobb è un’altra che mi lascia perplessa. Il terzo volume della Trilogia del figlio soldato è terribile, gli sono sopravvissuta a stento, la prima trilogia dell’Assassino parte lenta, ha un bello svolgimento e finisce in vaccata, mentre mi è piaciuta la successiva trilogia dei Mercanti di Borgmago. Ma se ho a casa da anni la seconda trilogia incentrata su FitzChevalier e ancora non mi sono decisa a leggerla significa che c’è qualcosa dell’autrice che non mi convince del tutto.

        Altri libri che ho e non mi decido a leggere: Hyperversum di Cecilia Randall, La trilogia dei fulmini di Mark Lawrence, La trilogia L’angelo della notte di Brent Weeks e I mille nomi di Django Wexler. Mi sa che prima di passare a loro mi leggo Nove principi in Ambra di Roger Zelazny, visto che appena è tornato in commercio l’ho comprato.

        • francesco ha detto:

          Martina ancora non hai letto Django Wexler? DEVI assolutamente leggere i suoi due libri, sono meravigliosi davvero. io sto aspettando con ansia il suo terzo romanzo. Un altro autore che mi ha colpito è stato Pierce Brown, aria fresca con un misto di fantascienza/distopico (a te che leggi anche in inglese mi dicono che in lingua originale siano ancora meglio).

          • Ho comprato il primo (versione ebook) oltre un anno fa, dietro consiglio di un’altra persona che me ne ha parlato benissimo, ma ogni volta che mi dico che dovrei leggerlo scopro di non averne voglia. Forse, prima o poi…
            Anche di Pierce Brown mi hanno parlato bene, ma io non sopporto i distopici, il che significa che è quasi sicuro che non lo leggerò mai.

  3. Alessio Castellini ha detto:

    Memorie di Ghiaccio è meraviglioso!!! È stato un crescendo dal primo al terzo libro, ora attaccherò gli altri. Sì, Erikson è impegnativo,qualche pagina si deve rileggere, ma quando si cominciano a capire i collegamenti è una soddisfazione. Qualche volta ci si chiede cosa possa avere fumato o se è un pazzo scrittore geniale.

  4. fullymask ha detto:

    Ho trovato tanti buoni spunti di riflessione nel tuo post. Di per sé la lunghezza di una saga non è un problema, è vero, però ci sono una serie di elementi che insieme formano un letale mix che fa affondare l’imbarcazione, non so se mi spiego.
    Io non sono una persona che si fa problemi ad abbandonare saghe, o in caso, romanzi interi, continuo solo se credo che valga la pena di continuare, dato che il tempo è prezioso e auto-infliggersi una sottospecie di punizione non mi sembra molto intelligente.
    Prendo come esempio L’Ombra del Corvo di Ryan. Il primo l’ho adorato, aveva un protagonista che mi ha ricordato un po’ il cammino di Kvothe ne Il Nome del Vento, mi è piaciuta la fratellanza dei suoi compagni di squadra e pochi altri elementi, che in ogni caso mi spingeva a continuare la lettura. Finisce il primo romanzo, e per coerenza dopo la fine del primo, molti di questi elementi non ci sono più, anzi la storia di Vaelin viene messa sullo stesso piano di altri personaggi, e la saga si trasforma non più in una lotta personale (che era quella raccontata nel primo libro), ma in un anonimo epic fantasy, con un impero cattivo, una grande strategia militare e un esercito formato da sopravvissuti etc. etc. niente di nuovo e niente di caratteristico. Rovinato lo charme creato con Il Canto del Sangue, nonostante penso che Vaelin sia ancora un ottimo personaggio. Per quanto riguarda le saghe ‘manierate’ è chiaro che la maggior parte di essi abbiano vita breve, e c’è questa sensazione di dejavu che non è molto piacevole, un consiglio che mi piace dare è quello di evitarle se è possibile.

    • Per me non è un problema se l’autore decide di allargare il suo sguardo sul mondo. Prendi La Ruota del Tempo, il primo romanzo è narrato quasi esclusivamente dal punto di vista di Rand e ripete perfettamente lo schema del Viaggio dell’eroe. Già nel secondo romanzo la storia si allarga, con due trame principali i cui percorsi si intersecano alla fine in modo abbastanza casuale e con una visione d’insieme più ampia. Dal quarto romanzo è evidente che il protagonista non è uno qualsiasi dei personaggi, neppure Rand, ma l’intero mondo. Ma Jordan il suo mondo lo ha costruito bene, è solido e articolato, e anche se alcuni degli elementi che contiene non mi piacciono non ho nulla da ridire sulla struttura.
      Questo, per me, è stato il limite di Goodkind. Anche lui ha iniziato con il Viaggio dell’eroe, ma non ha allargato il suo sguardo sul mondo finendo con il raccontare la stessa storia, salvo variazioni superficiali, un’infinità di volte.
      Ryan poteva pure allargare, anche se lo ha fatto in modo un po troppo brusco. Jordan nel primo romanzo ha inserito altri tre punti di vista (Perrin, Nynaeve e Moiraine) e nei primi capitoli del secondo ha mantenuto il gruppo unito, riprendendo esattamente da dove aveva lasciato. Ryan ha dedicato un primo romanzo al solo Vaelin, a parte gli intermezzi di Veniers, e dal secondo ha iniziato ad alternare capitoli interessandosi a personaggi che fin dall’inizio erano molto lontani fra loro. Lo stacco è stato troppo brusco. Fra il secondo e il terzo romanzo questo stacco non c’è stato, ma c’è stata una fiera degli orrori, necessaria a ricordarci continuamente che la guerra portata avanti dai protagonisti era una guerra giusta, che secondo me era forzata, e tante azioni compiute dai protagonisti mi hanno lasciata perplessa. Sì, mentre leggevo sembrava scorresse tutto perfettamente, ma appena mi fermavo sentivo il fastidio per quel che avevo letto, e io non leggo romanzi per essere infastidita.
      Prima di iniziare a leggere una saga è difficile sapere se piacerà o no, però al momento salvo qualche sempre più rara eccezione sono un po’ stanca di ciò che stanno proponendo gli autori fantasy in questi ultimi anni.

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