Sara Martin e Valentina Re: Game of Thrones. Una mappa per immaginare mondi

Per quanto Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin e l’opera che ne è stata tratta, la serie televisiva Il trono di spade, siano straordinariamente famosi e apprezzati da lettori e spettatori, le opere critiche che li riguardano sono poche. L’unica di un certo rilievo è la traduzione di un saggio americano di alcuni anni fa incentrato sulla filosofia del Trono di spade. A colmare parzialmente il vuoto della critica è arrivato ora Game of Thrones. Una mappa per immaginare mondi. Si tratta di un libretto piccolo che, in poco più di 100 pagine e con il contributo di otto studiosi, analizza alcune delle caratteristiche delle prime sei stagioni della serie creata da David Benioff e D.B. Weiss.

Voi non avete idea di quanto tempo io abbia impiegato, alcuni giorni fa, a scrivere queste poche righe. Negli Stati Uniti esistono corsi di studio universitari su A Song of Ice and Fire e su Game of Thrones e non so quanti saggi critici. Io ho letto Game of Thrones and Philosophy: Logic Cuts Deeper Than Swords, curato da Henry Jacoby e William Irwin, diventato in italiano La filosofia del «Trono di spade». Etica, politica, metafisica, e Beyond the Wall: Exploring George R.R. Martin’s A Song of Ice and Fire, From A Game of Thrones to A Dance with Dragons, curato da James Lowder. Non ho commentato il primo perché non mi sono sentita abbastanza competente in filosofia, non ricordo perché non ho commentato il secondo, ma di saggi ne esistono molti altri. E in Italia? Fino a pochi giorni fa esisteva un’unica traduzione, quella del libro curato da Jacoby e Irwin da parte di Ponte alle Grazie, anche se recentemente Nutrimenti ha aggiunto quella del libro curato da Pablo Iglesias Vincere o morire. Lezioni politiche nel Trono di spade. Questa la quarta di copertina del libro:

La serie tv di maggior successo degli ultimi anni analizzata in chiave politica da un gruppo di studiosi coordinati da Pablo Iglesias, leader di Podemos, il movimento che in breve tempo ha rivoluzionato il Parlamento spagnolo. Una raccolta di saggi di stringente attualità e di taglio divulgativo, che esplora il fenomeno narrativo del “Trono di Spade” per rileggere le categorie del “politico” e la grammatica del potere in Occidente.

Per la verità c’è stata anche la traduzione del primo libro ufficiale dedicato alle prime due stagioni della serie HBO, mentre il secondo volume, dedicato alle stagioni 3 e 4, non è mai stato tradotto. Al di là di piccole sezioni in testi più ampi (Filosofia delle serie TV. Dalla Scena del crimine al Trono di spade di Luca Bandirali ed Enrico Terrone o La costruzione dell’immaginario seriale contemporaneo, curato sempre da Sara Martin e incentrato su serie quali Buffy o True Blood, passando attraverso Battlestar Galactica, Bates Motel, Grimm, Person of Interest, Lost, Heroes, fino ad arrivare a The Walking Dead, Les Revenants, Game of Thrones, o ancora La scienza delle serie tv di Andrea Gentile, il cui capitolo 4 è dedicato a Il trono di spade) abbiamo avuto nel 2015 Westeros. Il trono di spade dal romanzo alla realtà di Fabiola Cannata e Il mondo de «Il Trono di spade». Eroi, guerrieri e simboli dei sette regni. Il primo non l’ho mai visto, il secondo l’ho letto ed è stato tempo buttato via. Perciò quando ho visto questo libro ero felice. Mimesis è un editore serio e volevo presentare bene il testo che aveva appena pubblicato. Anche nelle normali notizie di servizio non sempre è facile rimanere distaccati. Non ho espresso un giudizio, non potevo farlo sia perché non avevo ancora letto il libro sia perché le notizie sono un testo informativo e non dovrebbero contenere opinioni personali. Quelle vanno in approfondimenti e recensioni. Ho comunque sottolineato l’importanza della pubblicazione di un libro come questo.

Io scrivo saggistica. Scrivo per FantasyMagazine articoli di tipo giornalistico, e sono la maggior parte, testi in cui metto tutta la professionalità di cui sono capace ma che sono legati a quel momento, a quella notizia, e basta. Qui scrivo qui un bel po’ di cavolate, potremmo dire che è la mia valvola di sfogo. Però scrivo anche approfondimenti, e loro sono i testi a cui tengo di più. I testi che ho pubblicato su Effemme, o in Il Fantastico nella Letteratura per ragazzi, o in Hobbitologia, o nella sezione Approfondimenti di FantasyMagazine. Quando Marina Lenti presenta i libri di cui è curatrice – i due a cui ho partecipato anch’io ma anche Potterologia e tutti gli altri di cui lei è autrice – sottolinea sempre la differenza di considerazione del fantastico in Italia e all’estero. In Italia il fantasy dai più è guardato con la stessa serietà con cui è guardato lo sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo su Pdor figlio di Kmer:

A me la cosa fa venire i brividi, e non di piacere. Il genere è legato ad alcune caratteristiche dell’opera, ma non dice nulla circa le sue qualità. Un’opera di genere può essere una schifezza o un capolavoro, dipende da come è scritta. Così come un’opera mainstream. Noi oggi riconosciamo un capolavoro della letteratura nel Canzoniere di Francesco Petrarca, ma quando lui lo ha scritto, nel XIV secolo, lo ha intitolato Rerum vulgarium fragmenta, Frammenti di componimenti in volgare, indicando con l’uso della parola fragmenta come non fosse un testo perfettamente compiuto, e da prendere sul serio, come le opere da lui scritte in latino. Il latino era la lingua della cultura, in volgare si scrivevano le cose prive d’importanza. Abbastanza presto si è capito che il Canzoniere era un’opera importante, anche se il suo autore aveva compiuto la scelta particolare di scriverlo in volgare. È cosa si scrive e come lo si scrive che conta, il resto sono dettagli.

La letteratura fantastica ha i suoi capolavori? Certo che sì, tralasciando opere mitologiche e poemi antichi, il cui autore magari era convinto dell’esistenza degli dei di cui parlava, è un’opera fantastica I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, perché dubito fortemente che Swift credesse alla reale esistenza di quei luoghi dove fa arrivare il suo protagonista. È un’opera fantastica Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, così come lo è Il visconte dimezzato di Italo Calvino. Sono solo tre esempi, da cui ho volutamente lasciato fuori horror e fantascienza distopica. Se la letteratura fantastica ha potuto avere i suoi capolavori in passato, perché non può averne ora? Perché non può avere opere che, pur non essendo capolavori, sono comunque importanti? E perché queste opere non possono essere prese seriamente e studiate?

Marina, io e alcuni altri stiamo provando a far conoscere meglio il genere, ma lo stiamo facendo dall’interno. Da fan che hanno una cultura che non è limitata alla narrativa fantastica, e non è facile essere presi sul serio. Le persone che vengono alle presentazioni sono interessate, ma quanti sono coloro che non sono già in partenza fan del genere? Come è possibile far cambiare la percezione comune?

Tempo fa avremmo dovuto fare una presentazione in una libreria. La presentazione è saltata perché diverse insegnati, abitualmente presenti agli incontri di quella libreria, dopo aver saputo che il tema di quella giornata sarebbe stato La Letteratura Fantastica per ragazzi hanno fatto sapere che non sarebbero state presenti perché non interessate. Dubito che, con persone così, riusciremo a cancellare certi pregiudizi. Pregiudizi tutti italiani, visto che qualche tempo fa mi sono imbattuta per caso in una pagina del Sistema bibliotecario Ticinese e ho scoperto che due biblioteche di scuole medie svizzere hanno comprato il nostro libro: http://aleph.sbt.ti.ch/F?local_base=SBS01&func=find-c&ccl_term=WRD=il%20fantastico%20nella%20letteratura%20per%20ragazzi.

Per far cambiare la percezione comune i nostri articoli, o i nostri libri, non bastano. Serve anche una critica che sia esterna, che non provenga dal mondo dei fan, che quindi non possa essere guardata facilmente dall’alto in basso da chi non è fan. Per questo il libro curato da Sara Martin e Valentina Re è importante. È un contributo critico italiano, scritto da persone che non possono essere ignorate facilmente come posso essere ignorata io. Queste le biografie delle due curatrici, riprese dal sito dell’editore:

Sara Martin è ricercatrice presso l’Università di Parma dove insegna Storia e critica del cinema. Ha conseguito nel 2010 il Dottorato in Cinema, musica e comunicazione all’Università degli Studi di Udine. Si occupa principalmente dei rapporti tra il cinema e le altre arti con attenzione ai linguaggi televisivi e dei nuovi media. Si concentra in particolar modo sullo studio della scenografia e del costume nel cinema e nella televisione. È caporedattore della rivista accademica «Cinergie. Il cinema e le altre arti». È autrice di Scenografia e Scenografi (2013), Gino Peressutti. L’architetto di Cinecittà (2013), Streghe, pagliacci, mutanti. Il cinema di Alex de la Iglesia (2015). Ha curato alcuni volumi, tra cui La costruzione dell’immaginario seriale contemporaneo. Eterotopie, personaggi, mondi (2014).

Valentina Re è professore associato presso l’Università degli Studi Link Campus University. Ha conseguito nel 2005 il Dottorato in Studi teatrali e cinematografici all’Università di Bologna, e dal 2009 al 2014 è stata ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Le sue attività di ricerca riguardano principalmente i rapporti tra teorie del cinema, teorie dei media, estetica e teoria letteraria, i rapporti tra cinema e altri linguaggi, le forme di distribuzione, circolazione e consumo dell’audiovisivo in ambiente digitale. Tra le sue pubblicazioni i volumi: L’innesto. Realtà e finzioni da Matrix a 1Q84 (con A. Cinquegrani, 2014); Cominciare dalla fine. Studi su Genette e il cinema (2012); Visioni di altre visioni. Intertestualità e cinema (con G. Guagnelini, 2007); Ai margini del film. Incipit e titoli di testa (2006).

Io lavoro in libreria, loro in università. Io ho poche pubblicazioni alle spalle, e tutte con piccoli editori, la loro bibliografia è molto più consistente. Quanto agli altri, Stefano Baschera è lecturer in Studi cinematografici alla Queen’s University Belfast, Valentina Bonaccorsi ha un lungo curriculum in Archeologia riportato sul libro e che non trascrivo qui, Marta Boni è professeure adjointe presso la Université de Montréal, Sara Casoli è dottoranda in arti visive presso l’Università di Bologna, Elisa Poli è Dottore di ricerca presso la Université de Paris Panthéon-Sorbonne e Nicola Stefani è dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Firenze.

Questo il sommario del libro:

– Introduzione, di Sara Martin e Valentina Re

Le cronache del ghiaccio e del fuoco: elementi storici e suggestioni letterarie, di Valentina Bonaccorsi

Game of Thrones e l’impatto sul territorio, di Stefano Baschiera

– L’anomalia emotiva di Game of Thrones: coinvolgimento del pubblico e design della narrazione, di Sara Casoli

– Gli abiti di Game of Thrones: mappe che svelano i personaggi, di Sara Martin

– Gli storyboard di Game of Thrones, di Nicola Stefani

– Le città visibili di Game of Thrones, di Elisa Poli

– Here Be Dragons: La mappa come soglia, racconto, creazione, di Marta Boni e Valentina Re

– Scheda tecnica

Il libro, visto dall’esterno, mi sembrava importante. E dall’interno?

Per quanto mi riguarda avrei potuto fare a meno di leggerlo, ma è una considerazione personale. I vari saggi parlano quasi esclusivamente della serie televisiva, e visto che più è passato il tempo meno mi è importato della serie televisiva – mesi fa ho comprato il cofanetto della quinta stagione approfittando di un’offerta e ancora non l’ho guardato – questo saggio non è indirizzato a me. Peggio, mi sono presa alcuni spoiler sulla sesta stagione. Un paio di spoiler li avevo già subiti, avevo visto una foto di Ellaria nell’atto di pugnalare un certo personaggio, ed era impossibile non sentire nulla riguardo a Jon Snow, ma altre informazioni di cui non sentivo la necessità mi sono arrivate da questo libro. Ormai ho dato per scontato il fatto di subire alcuni spoiler, dovrei smettere di connettermi a internet e non leggere più nulla per evitarli, e quegli spoiler non toglieranno nulla al mio divertimento nel leggere The Winds of Winter, quando Martin lo pubblicherà, ma ugualmente ne avrei fatto a meno. Il libro è comunque stato scritto chiaramente da persone che conoscono più Il trono di spade che Le cronache del ghiaccio e del fuoco, anche se un più attento lavoro di revisione avrebbe potuto evitare alcuni nomi scritti male. L’autore di uno dei saggi invece di Cersei scrive Cercei, un altro saggista invece di Meereen scrive Meerine e un terzo, dimostrando una perfetta coerenza nella scelta della lingua da utilizzare, cita uno di seguito all’altro Approdo del Re, Castle Black e Winterfell. Problemi minori, che comunque hanno distratto la mia mente dal filo del discorso.

Quando al filo del discorso stesso, per me è troppo tecnico. Certamente io non ho buone basi cinematografiche e ci sono termini del linguaggio tecnico e convenzioni comuni che non conosco, ma se io ho spesso fatto fatica a seguire ciò che veniva detto quel che mi arriva da questa lettura è che Game of Thrones. Una mappa per immaginare mondi non è un testo di tipo divulgativo. È importante da un punto di vista accademico? Non ne ho idea, non ho le basi per capirlo. A questa domanda deve rispondere qualcun altro, ma se vogliamo far capire al grande pubblico che anche il fantasy può essere scritto bene e parlare di temi importanti questo non è il libro giusto.

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