Chiara Gamberale: Qualcosa

«È una bambina, è una bambina!»

Era una bambina

La notizia correva per le bocche, per le strade, s’infilava sotto la porta di ogni casa del regno.

Qualcuno di Importante e Una di Noi, la sua sposa, avevano finalmente dato alla luce il loro primo erede: una bambina.

Inizia così Qualcosa, l’ultimo libro di Chiara Gamberale. Autrice di storie ambientate nella nostra realtà e nel nostro tempo, questa volta la scrittrice romana se ne discosta per narrare quella che dovrebbe essere una favola. Non una fiaba, la morale è troppo scoperta. Mentre la fiaba fa riflettere, va metabolizzata, la favola dice chiaramente cosa è giusto e cosa è sbagliato, anche se lo fa con un tono fantastico. Insegna, ma in modo molto più didascalico. Della favola non ha la lunghezza, qui stiamo parlando di un libro che sfiora le 200 pagine, anche se è scritto largo e la scrittura è dilatata ulteriormente dalle numerose illustrazioni di Tuono Pettinato. Però la mancanza di qualsiasi tipo di coordinata spazio-temporale, la presenza di una gerarchia medievaleggiante – non che ci sia nulla di preciso nell’ambientazione per dire che questo è il Medioevo, ma ci sono re, regine, principesse e via dicendo e manca la tecnologia, anche se alcuni episodi sono chiaramente legati a un contesto moderno – e l’uso di parole dal preciso significato (debitamente scritti con la maiuscola) al posto dei nomi propri mantengono il lettore nell’ambito del favolistico. I personaggi delle fiabe spesso hanno un nome generico, sono il principe o la principessa, della stessa Cenerentola conosciamo il soprannome, attribuitole perché è sempre sporca di cenere, ma non il nome vero. Per questo la Gamberale opta per chiamare i suoi personaggi Qualcuno di Importante (il re), Una di Noi (la regina), Qualcosa di Troppo (la principessa), i bambini Abbastanza (bambini qualsiasi che non riescono a fare amicizia con la principessa perché lei è Qualcosa di Troppo e loro invece sono Abbastanza), il Cavalier Niente e così via. I nomi dicono chiaramente chi sia il personaggio, non c’è alcun bisogno di interpretarlo. La volontà didascalica non potrebbe essere più chiara di così. Non ci sono preoccupazioni quotidiane, o se ci sono sono esagerate. Qualcosa di Troppo piange? Allora piange fino a far esplodere il lampadario. Vuole fare un gioco? Allora gioca fino allo sfinimento di chi si trova con lei, e infatti tutti iniziano a girarle alla larga. Però non è ben chiaro come qualcuno che è così esagerato in tutto – sono descritti solo pochi episodi, ma l’autrice si preoccupa di sottolineare che Qualcosa di Troppo è troppo in tutto ciò che fa – possa riuscire a vivere. A quanto pare in quest’opera il realismo non è una delle preoccupazioni della Gamberale. Scelta legittima, che però comporta una maggiore importanza dell’aspetto favolistico, con il complicato rapporto di Qualcosa di Troppo con le persone che incontra nel suo cammino, in particolare il Cavalier Niente. Con lui Qualcosa di Troppo scopre l’importanza del non-fare e io, adeguandomi al non-fare mi semplifico le cose sulla descrizione della trama e faccio un bel copia e incolla della quarta di copertina:

La Principessa Qualcosa di Troppo, fin dalla nascita, rivela di possedere una meravigliosa ma pericolosa caratteristica: non ha limiti, è esagerata in tutto quello che fa. Si muove troppo, piange troppo, ride troppo e, soprattutto, vuole troppo.

Ma quando, per la prima volta, un vero dolore la sorprende, la Principessa si ritrova «un buco al posto del cuore». Com’è possibile che proprio lei, abituata a emozioni tanto forti, improvvisamente non ne provi più nessuna?

Smarrita, Qualcosa di Troppo prende a vagare per il regno e incontra così il Cavalier Niente che vive da solo in cima a una collina e passa tutto il giorno a «non-fare qualcosa di importante». Grazie a lui, anche la Principessa scopre il valore del «non-fare», del silenzio, perfino della noia: tutto quello da cui è abituata a fuggire. Tanto che, presto, Qualcosa di Troppo si ribella. E si tuffa in Smorfialibro, il nuovo modo di comunicare per cui tutti nel regno sembrano essere impazziti, s’innamora di un Principe sempre allegro, di un Conte sempre triste, di un Duca sempre indignato e, pur di non fermarsi e di non sentire l’insopportabile «nostalgia di Niente» che la perseguita, vive tante, troppe avventure. Fino ad arrivare in un misterioso luogo color pistacchio e capire perché «è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura».

Chiara Gamberale, abituata a dare voce alla nostra complessità, questa volta si concentra sul rischio che corriamo a volere riempire ossessivamente le nostre vite, anziché fare i conti con chi siamo e che cosa vogliamo.

Grazie a un tono sognante e divertito, e al tocco surreale delle illustrazioni di Tuono Pettinato, Qualcosa ci aiuta così a difenderci dal Troppo. Ma, soprattutto, ci invita a fare pace col Niente.

Detta così la storia potrebbe anche essere carina. Una bambina esagerata, un buco al posto del cuore, il riempirsi di cose vuote fino a scoprire l’importanza del niente. Smorfialibro nell’immaginario della Gamberale è la versione simil-medievale di Facebook: le persone postano il loro stato dipingendo un lenzuolo ed esponendolo fuori dalla finestra, e i commenti che le persone si scambiano in questo modo sono vuoti come la gran parte dei commenti presenti su Facebook. Però… però Niente è davvero antipatico, oltre a essere sporco. Va bene non esagerare, ma arrivare all’estremo opposto è altrettanto sbagliato. Avete mai letto Il visconte dimezzato di Italo Calvino? La metà assolutamente buona del visconte è altrettanto dannosa di quella assolutamente cattiva. Solo l’unione delle due parti riesce a far andare avanti le cose se non nel modo migliore in modo abbastanza buono.

Passando a un’opera decisamente fantasy in La Ruota del Tempo Robert Jordan insiste molto sul fatto che le opere più importanti vengono compiute quando uomini e donne lavorano insieme, che non esiste una metà più importante della Vera Fonte ma che ci sono solo caratteristiche diverse che vanno conosciute per ottenere insieme i risultati migliori e che la decadenza inizia quando una delle due metà non riesce più a fare quel che dovrebbe. La Gamberale no, critica un estremo e si butta sull’altro. I pretendenti di Qualcosa di Troppo sono tutti ugualmente improponibili perché sono fanatici, ma altrettanto fanatico è il Cavalier Niente con il suo rifiuto persino dell’amicizia. Rallentare da una vita frenetica, rinunciare al voler troppo (fare, possedere, provare) non significa rinunciare a tutto, ma solo scegliere con maggiore attenzione e capire cosa sia davvero importante e questo l’autrice non l’ha capito. Qualche frase carina scritta qua e là non basta a rendere bello un libro spiccatamente moraleggiante ma capace di vedere la realtà solo in modo parziale. Mi spiace, ma il tono sognante e divertito, se c’è, io non l’ho proprio visto, e le illustrazioni che dovrebbero essere surreali mi danno piuttosto un’impressione di piattezza.

Un estratto: https://flipbook.cantook.net/?d=%2F%2Fedigita.cantook.net%2Fflipbook%2Fpublications%2F124730.js&oid=3&c=&m=&l=it&r=&f=pdf

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