La tetralogia della Legione perduta di Harry Turtledove: Nevrat Sviodo

Mi è già capitato, in passato, di parlare delle figure femminili nella narrativa. Per la verità mi è già capitato di parlare delle donne, citando anche saggi come Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti e Il secondo sesso di Simone De Beauvoir o graphic novel come Cattive ragazze di Assia Petricelli e Sergio Riccardi. Considerano la frequenza con cui affronto l’argomento, servirebbe un tag specifico, ma chi ha voglia di andare a ricercare tutti i vecchi articoli? Per quanto riguarda i romanzi ho certamente tirato fuori l’argomento con La catena spezzata di Marion Zimmer Bradley, La principessa Alanna di Tamora Pierce e La spada blu di Robin McKinley, ma chissà in quanti altri articoli ho parlato di donne. Non perché io pensi che le donne meriterebbero un posto speciale, un trattamento di riguardo, ma perché mi irrita il trattamento da seconda categoria che troppo spesso le contraddistingue. Io detesto il politicamente corretto e la par condicio. Se per un gruppo dirigenziale di dieci persone le dieci persone più qualificate sono uomini, prendere i migliori otto uomini e le due migliori donne sarebbe una discriminazione nei confronti di due uomini esclusi solo per il loro sesso, e questo è quanto viene fatto con la par condicio. Certo, capita più spesso che uomini meno qualificati scavalchino donne più qualificate di loro solo perché sono uomini. A quando le considerazioni sulle capacità e il valore delle persone indipendentemente dal loro sesso?

Il sesso, già. Perché è così importante in quello che facciamo, in quello che leggiamo? Qualche tempo fa mi sono trovata ad avere una discussione a mio giudizio delirante sullo spazio dedicato alle donne nella narrativa. Dopo un paio di messaggi ed essermi sentita dare della sedicenne, e certo non in senso elogiativo (e non rileggo il resto perché non voglio ricordare cos’altro ha scritto il sapientone che è venuto a pontificare sul mio blog) ho smesso di rispondere perché parlare con lui era come parlare con i muri: un’inutile perdita di tempo.

Le storie fantasy, o d’avventura, hanno principalmente protagonisti maschili. Sono gli uomini ad agire, e fino a un certo punto questo ha senso. Se l’uomo medio e la donna media si mettono a combattere non c’è dubbio su chi ne uscirà vincitore. Questo non significa che le donne non abbiano ruoli da ricoprire, o che non possano addirittura essere protagoniste della storia che viene narrata. In Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin Daenerys Targaryen è protagonista al pari di Jon Snow, giusto per fare un esempio basato su una storia famosa scritta da un uomo.

Recentemente ho riletto una tetralogia che amo, che ho sempre amato fin dalla prima lettura, e ho incontrato di nuovo un personaggio che mi piace tantissimo: Nevrat Sviodo. La tetralogia, ovviamente, è quella de La legione perduta di Harry Turtledove. Altrettanto ovvio è che qui sotto è pieno di spoiler da tutti i libri della saga.

Nevrat è un personaggio secondario, cosa di cui sono perfettamente consapevole. Senza di lei la saga sarebbe un po’ meno bella ma starebbe perfettamente in piedi. Il protagonista quasi assoluto è Marcus Emilius Scaurus. Quasi, a partire dal terzo romanzo, La legione di Videssos, i protagonisti si separano. È un espediente piuttosto comune, la compagnia sta insieme solo fino a un certo punto, poi i personaggi vanno avanti ciascuno per la sua strada e le trame diventano molte intrecciate l’una nell’altra. Mentre Marcus e i romani restano a Videssos il greco Gorgidas e il celta Viridovix compiono un lungo viaggio nelle steppe di Pardraya, e solo in Le daghe della legione il gruppo si riunirà nella sua interezza. Se dovessi dire chi è più importante, fra Gorgidas e Viridovix, direi il celta perché la sua spada, fondamentale all’inizio della storia, lo è di nuovo alla fine, ma ciascuno dei due ha un buon numero di capitoli dedicati al suo punto di vista. Il punto di vista lo ha anche qualche personaggio minore, Vahush, lo Yezda ucciso da Viridovix in Un imperatore per la legione durante l’episodio delle vacche, Ruelm figlio di Ranulf, un Namdaleno ucciso dai guerriglieri di Gaius Philippus in La legione di Videssos, Varatesh nel terzo e quarto romanzo, forse qualcun altro. E Nevrat. Lei è una delle due sole donne che dona il suo punto di vista alla saga, anche se in altre storie Turtledove darà alle donne uno spazio maggiore. Vi dice niente il nome di Ludmila Gorbunova? Sì, amo anche lei.

Il fatto è che è più semplice immedesimarsi in personaggi del proprio sesso, e per una donna non è semplice trovare qualcuno con cui valga la pena di immedesimarsi. Ora non tanto, ci sono bei personaggi tanto fra quelli principali quanto fra quelli secondari. Nel 2011 per il quarto numero di Effemme ho scritto l’articolo Jolanda e le sue figlie: eroine in cerca d’avventura, e verso l’inizio ho citato un passaggio del libro della Gianini Belotti relativa a un’indagine sui libri letti nelle scuole tanti anni fa:

i bambini sono protagonisti di 881 racconti, le bambine di 334; che i bambini in campeggio costruiscono case sugli alberi, esplorano caverne, aiutano papà, mentre le bambine sorridono, giocano con bambole e gattini e cuociono torte” (1).

Insomma, “le attività eccitanti sono riservate ai maschietti mentre le femmine sono presentate come creature deliziosamente incapaci o nobili aiutanti” (2).

Le cose sono cambiate, e anche in storie aventi per protagonisti degli uomini possono esserci bellissimi personaggi femminili. Per il nono numero di Effemme, pubblicato nel 2014, ho scritto Guy Gavriel Kay: donne forti in mondi di uomini, focalizzato principalmente su La rinascita di Shen Tai. Le donne di Kay sono tante, e tutte molto diverse fra loro.

E Nevrat? Anche lei è una donna forte che vive in un mondo di uomini. È una guerriera, l’unica guerriera donna della saga. Chi sono le altre donne?

Helvis, vedova di Hemond e per molto tempo compagna di Marcus. Di lei sappiamo che è bellissima, molto religiosa, amante della musica, dal carattere forte e ottima madre. Quando si tratta di scegliere fra la fedeltà al compagno e il fratello sceglie quest’ultimo. Per poche pagine anche lei ha il suo punto di vista, che ci mostra come la sua sia una decisione sofferta ma anche come riesca a far ciò che ha deciso di fare nonostante le difficoltà. Ammazza pure un uomo pur di raggiungere il suo scopo. A tradimento, certo, e Junius Blaesus non è esattamente il più in gamba fra i romani, ma un omicidio non è cosa da tutti. Helvis è determinata e trova comunque il modo di fare una cosa non solo pericolosa ma anche potenzialmente capace di tormentarla per anni nei suoi incubi. Però non si ferma perché ha uno scopo per cui è disposta a rischiare tutto.

Alyphia, figlia di Mavrikios Gavras e nipote di Thorisin. In quanto membro della famiglia imperiale ha poca libertà di movimento. La vediamo partecipare ai consigli di guerra, quindi i due uomini che le sono più vicini rispettano molto la sua opinione, e visto che entrambi gli avtokrator sono in gamba ci fidiamo del loro giudizio. Potrebbe non fare nulla e godersi il suo rango, invece è una studiosa con un interesse reale per la storia e sa usare benissimo il cervello che ha. E quando c’è da agire agisce. Lei è uno dei membri più importanti della rivolta che dona il trono a suo zio. Non impugna le armi, non è il suo ruolo, ma i suoi rischi li corre. Si innamora, anche se è stata ferita – accidenti, da quanto tempo dico di voler scrivere qualcosa sullo stupro? Un testo l’ho iniziato, prima o poi dovrò riprenderlo in mano. A quando le giornate di 30 ore? Senza aumentare quelle lavorative però, altrimenti non vale– e fa del suo meglio per aiutare Marcus. Prima convince Thorisin a interrogare il romano tramite una bevanda preparata da Nepos (ok, Marcus non gradisce tutto l’interrogatorio, ma quello non è colpa di Alypia, lei prima ha provato a fermare lo zio e poi se n’è andata) e poi invia Nevrat a Garsavra. E vince pure la scommessa con Thorisin su quel che gli avrebbe detto Marcus, non avete idea di quanto ho riso in quel momento.

Komitta. Lei è una nobildonna viziata, arrogante e sanguinaria. Bella, capace di creare momenti divertenti con il suo comportamento esplosivo che tira fuori il lato più focoso di Thorisin – Mavrikios mi piace, ma con Thorisin come avtokrator ci si diverte di più perché non si sa mai quel che potrà accadere – ma è il tipo di persona che nella vita reale non sopporterei. La sua presenza è fondamentale per giustificare il viaggio di Viridovix, e anche la diffidenza di Thorisin nei confronti di Marcus, ma non è un personaggio per cui posso provare simpatia.

Erene. Di lei sappiamo poco, solo che è la compagna di Sextus Minucius, che è una donna assennata e che sforna un figlio dietro l’altro. Figura di sfondo, inserita solo per farci vedere la normalità in contrasto a rapporti molto più burrascosi. Ancora meno di lei vediamo Seirem, di cui si innamora Viridovix, che impara abbastanza in fretta a giocare a scacchi e che fa una brutta fine. Parlavo di stupro? Poi c’è Damaris, focosa come Komitta e certamente non la compagna adatta per Quintus Glabrio anche se lui non fosse stato omosessuale, che compare giusto per tratteggiare meglio Quintus. Zabel, la moglie di Gagik Bagratouni che compare in un’unica scena mostrandoci una personalità dolce e materna. Le poche altre donne si vedono ancora meno, questa è una storia di guerra e a portarla avanti sono gli uomini.

La prima volta che vediamo Nevrat è ben oltre la metà di La legione perduta. L’armata guidata da Mavrikios si sta dirigendo a ovest e due Vaspurakani si uniscono alla legione in qualità di esploratori. In realtà l’esploratore è uno solo, Senpat Sviodo. I due giovani, entrambi avvenenti, sono in sella a un cavallo dall’aspetto veloce, con Senpat davanti e Nevrat in arcione che gli cinge la vita con le braccia. Con loro hanno un cavallo da soma. Insomma, lei viaggia con il marito, non ha neppure un suo cavallo, anche se soldi ne devono avere visto che lei porta ai polsi numerosi bracciali d’argento. Suppongo, col senno di poi, che lei avesse un cavallo che qui non vediamo e che i due avessero semplicemente deciso di viaggiare abbracciati, anche se per il cavallo (e per il sedere di lei) non è la soluzione migliore. Ma visto quanto sono innamorati, e quanto stanno sempre attaccati l’uno all’altro…

Anche se ancora non lo abbiamo visto in azione Senpat è un altro tizio in gamba, e presenta la moglie in un modo che non potrebbe essere più chiaro:

– Conosce il Vaspurakan e i suoi sentieri per lo meno quanto li conosco io.

Capisco l’apprezzamento successivo del soldato che dice che la seguirebbe ovunque. Se non avessero riso tutti magari mi avrebbe dato fastidio, ma così c’è solo cameratismo, qualcosa che si può provare solo fra pari. Gli Sviodo raccontano la storia loro e della loro terra e noi iniziamo a inquadrarli meglio.

– Ed abbiamo anche combattuto bene – aggiunse Nevrat. – Più di una volta i razziatori si sono allontanati dalle nostre terre leccandosi le ferite. – La piccola mano della donna si posò sull’elsa della sciabola in modo tale da far intuire a Marcus che quel «noi» era stato usato in senso letterale.

Come combatte lo vedremo, Senpat prosegue dicendo di essere diventato esploratore imperiale, e usa il singolare. Nell’esercito, che suppongo accetti solo uomini, c’è lui, non lei. Marcus nota la piccola mano della donna, ma visto che ci viene ripetuto più volte che lui è molto più alto dei suoi connazionali probabilmente la mano di lei è normale per essere una mano femminile, e piccola solo in rapporto a quella di Marcus. Quando l’esercito si accampa per la notte Senpat sceglie di restare fuori dalle fortificazioni romane pur di stare accanto alla moglie.

Dopo questa breve scena, in cui Nevrat pronuncia solo una manciata di frasi e non fa nulla, Turtledove torna a occuparsi della guerra presentando nuovi personaggi, a partire da Gagik Bagratouni e Zemarkhos, e interessandosi delle decisioni di Mavrikios e delle azioni di Marcus. La storia si conclude a Maragha, nome che per me è diventato sinonimo di catastrofe.

Un imperatore per la legione inizia con Marcus e gli altri che si allontanano dal luogo del disastro. Nevrat compare fin dalla terza pagina, quando un katrish riferisce di aver avvistato un cavaliere che arrivava da est, probabilmente un Vaspurakano, dall’aria nervosa e che si è nascosto appena lo ha visto. Per forza Nevrat è nervosa, lei è sola in un’area infestata dagli Yezda, comunque l’episodio ci mostra come lei, con tutte le altre donne, sia stata lasciata indietro a Khliat. Non c’è posto per le donne in un esercito diretto alla guerra. In seguito Nevrat un posto lo troverà, ma questo solo quando non ci sarà altra scelta o quando avremo già visto quanto vale. Qui ci dobbiamo accontentare del suo coraggio nell’avventurarsi da sola in una terra dove la morte potrebbe arrivare in qualsiasi istante e anche il più piccolo errore può rivelarsi fatale per trovare un particolare frammento di un esercito sconfitto.

Nevrat sembrava un uomo in tutto tranne che nelle guance glabre, ed era di certo armata come un uomo: dalla cintura le pendeva una sciabola e in pugno stringeva un arco con una freccia incoccata e pronta ad essere tirata.

Insomma, magari l’ammazzano, ma certo lei non si arrende. Dopo i saluti, e il pensiero di Marcus di essersi affezionato alla bruna ed energica ragazza, Nevrat spiega rapidamente e con chiarezza la situazione di Khliat, cita con disprezzo Ortaias e la sua fuga disperata e riferisce quel che sa degli Yezda. Un esploratore in tutto e per tutto che fa un ottimo rapporto. Fra l’altro cita tre Yezda che inseguono uno squadrone di cavalleria sconfitto al punto da non ragionare più, mostrandoci chiaramente la follia di quel che sta avvenendo.

– Uno di loro si è staccato dagli altri per seguirmi, ma l’ho seminato su un tratto di terreno roccioso. – Nevrat riassunse in una sola frase due ore di intenso terrore

È rischioso essere lì in quel momento, ma lei non perde la testa, fa quello che deve fare e dopo accantona il passato come passato. Inutile soffermarvisi sopra, o piangere per essere consolata. Visto che Turtledove parla di intenso terrore quanti episodi di questo tipo Nevrat avrà vissuto per accantonare questo con tanta facilità? Finita la parte informativa, con Nevrat che non ha difficoltà a seguire il ragionamento di Marcus quando lui le chiede prima di Thorisin e poi di Avshar, si riparte.

Dopo vari incontri lungo la strada i legionari si fermano a svernare ad Aptos. Marcus, che ha bisogno d’informazioni su Thorisin, vorrebbe mandare in giro un paio di Katrish, Senpat interviene nella conversazione offrendosi volontario con Nevrat per andare nel Vaspurakan, nonostante i prevedibili rischi.

– Ci siamo già stati una volta, tornandone sani e salvi, e lo faremo di nuovo.

Nessuna sbruffoneria, solo una tranquilla affermazione. Lui ovviamente non può essere certo che non accadrà nulla, il ruolo di esploratore è uno dei più rischiosi, ma quel viaggio va fatto e lui sa di poterci riuscire. Si spera. Anche Pakhymer, che è uno che non si tira mai indietro quando c’è da correre qualche rischio o da fare casino, dice che

– Nevrat dovrebbe rimanere qui… quella donna è troppo bella perché la si sprechi in questo modo.

Senpat concorda a livello teorico perché conosce i rischi, ma conosce anche la moglie.

– Ci penserò io a dirglielo. Sono però certo che non vorrà che ci separiamo, e chi sono io per lamentarmene? – Un momento dopo, Senpat tornò a essere serio. – Sai che è capace di badare a sé stessa.

Ricordando il lungo viaggio verso ovest che la donna aveva compiuto quando aveva lasciato Khliat, Marcus non poté controbattere.

– Partite, allora – si arrese, – e fate più in fretta che potete.

– Puoi contarci – promise Senpat. – Naturalmente, è facile che lungo la strada ci capiti di andare a caccia.

Marcus comprese che Senpat si riferiva alla caccia agli Yezda, e avrebbe voluto proibirglielo, ma non fu tanto sciocco da impartire un ordine che poi non avrebbe potuto far rispettare.

Il viaggio si prospetta interessante. Turtledove non lo mostra, in fondo questa non è la storia dei due Vaspurakani, che tornano in scena solo al loro ritorno ad Aptos. I coniugi Sviodo arrivano nel bel mezzo di una giornata gelida, mentre Marcus è impegnato in una partita a dadi. Lui è talmente ansioso di avere notizie da dimenticare cosa sia la cortesia, e anche la presenza degli altri giocatori, che lo richiamano. Lei è grandiosa.

Nevrat gli mise allora in mano una moneta, con dita ancora fredde.

– Scommetti questa – suggerì.

Marcus abbassò lo sguardo sulla moneta d’oro: era di buona qualità, né schiarita dal troppo argento né scurita dalla percentuale di rame, e pensò che doveva probabilmente essere di conio vaspurakano. L’iscrizione, però, era in videssiano: «In nome di questo diritto». E sopra l’iscrizione c’era un soldato che brandiva una spada. Non avendo mai visto una moneta di quel genere, il tribuno la girò dall’altra parte, incuriosito, per scoprire quale nobile l’avesse emessa.

L’incisore era stato abile: la faccia riprodotta sul rovescio della moneta non era soltanto un ritratto stilizzato, era la viva immagine dell’uomo che rappresentava e di cui riproduceva fedelmente la barba e i capelli arruffati, il naso orgoglioso, la bocca segnata da linee forti. Il tribuno ebbe quasi l’impressione di conoscere la persona raffigurata.

Un momento dopo, Scaurus s’irrigidì: conosceva quell’uomo, aveva visto quelle labbra spalancarsi in una risata e serrarsi per l’ira in una linea sottile. Levando lo sguardo al soffitto, il Romano emise un fischio sommesso, notando poi, per la prima volta, l’iscrizione sottostante il ritratto: «Avtokrator», essa diceva, e poi seguiva un nome, ma Marcus non ebbe bisogno della scritta per attribuire all’immagine il nome di Thorisin Gavras.

Ce ne ha messo di tempo Turtledove per scrivere il nome di Thorisin, ma del resto la rapidità non è mai stata una delle sue caratteristiche principali. Nevrat nella scena non fa niente, si limita a dare una moneta, ma quanto è importante un gesto così banale? Le parole che mi risuonano in mente sono inglesi, awesome e crowning, per indicare una scena straordinaria che illumina tutto quanto avvenuto in quel momento. Probabilmente leggo troppe recensioni in inglese, per la verità le recensioni le  leggo quasi solo in inglese, per questo l’euforia è associata a quelle due parole. Thorisin è vivo, quindi c’è un motivo per cui combattere e c’è ancora una storia. Se Nevrat, o anche Senpat che è con lei, si fosse limitata a dire di aver trovato l’Avtokrator nelle montagne, la scena non sarebbe stata altrettanto bella, e quando una scena è così bella tutti i personaggi che ne fanno parte ne escono illuminati.

Visto che Thorisin deve ancora posare il suo piumato posteriore (lo so, questa è un’altra scena, ma la frase mi fa troppo ridere per non riportarla) sul trono quello che ci aspetta è la guerra. Il primo scontro è con i Namdaleni di quel simpaticone di Drax.

Un Namdaleno cercò di trafiggere qualcosa che si contorceva per terra davanti a lui: mancò il colpo, imprecò e sollevò la spada per ritentare, così concentrato sulla sua preda che si accorse di Marcus soltanto quando la lunga spada gallica del tribuno gli tolse la vita.

Marcus issò in piedi la vittima del Namdaleno e rimase a fissarla con incredulità.

– Ti ringrazio – gli disse Nevrat Sviodo, e il bacio che gli diede provocò in Marcus uno shock pari a quello che avrebbe potuto procurargli una ferita. Stringendo in pugno la sottile sciabola, la donna scomparve nella mischia, seguita dallo sguardo esterrefatto del tribuno.

Non per la prima o l’ultima volta qualcuno nel bel mezzo di uno scontro salva la vita a qualcun altro. Lo stesso Marcus viene salvato più volte, in uno scontro così vasto è normale che uno dei contendenti sia così concentrato sul suo avversario da non notare la presenza di qualcun altro. Questa è la prima volta che vediamo Nerat all’opera in una battaglia. E come la vediamo? Vediamo che viene salvata. Non è una macchina da guerra, Marcus e soprattutto Viridovix a volte falciano gli avversari con una facilità impressionante, avvantaggiati dalla superiore statura e dalla lama magica che impugnano. Lei combatte. È una donna, ha meno forza e meno allungo rispetto agli uomini, in un duello uno contro uno quasi certamente farebbe una brutta fine, ma questo non è un duello uno contro uno e lei, spalleggiata dagli altri, può fare la sua parte. E la fa, subito dopo essere stata salvata si ributta nella mischia senza esitare. Non conosceremo mai quanto importante sia stato il suo contributo, una sola lama in mezzo a diverse migliaia, ma Nevrat c’è.

La ritroviamo, per caso, davanti a una Videssos assediata dall’esercito di Thorisin. Marcus vaga senza sapere di cosa sia in cerca e la incrocia nella notte. Lei e il marito ormai si accampano con alcuni altri Vaspurakani

e Marcus sentiva la mancanza di entrambi… di Senpat per la sua inguaribile impetuosità, di Nevrat per la sua mente acuta e il suo coraggio, di entrambi in quanto costituivano un modello di quella che sarebbe potuta essere una coppia felice.

Questa è una novità, di solito i romanzi presentano storie d’amore, l’attrazione, le difficoltà, e ignorano i rapporti consolidati. Evidentemente c’è ben poco da narrare, ma nella vita esistono pure loro, ed è bello trovarne uno. Turtledove lo sottolinea per mostrare, in contrasto, il rapporto tormentato fra Marcus ed Helvis. Nevrat apprezza la notte, ma nota pure che l’amico è inquieto.

– Stai bene? – domandò all’improvviso Nevrat, sollevando una mano a toccargli la spalla.

– In realtà no – ammise Scaurus, dopo un momento di riflessione.

– C’è qualcosa che posso fare?

Diretta e decisa come sempre, pensò Marcus. Nevrat non era tipo da porre una domanda del genere, a meno che non intendesse che venisse presa sul serio. La risposta, tuttavia, poteva essere soltanto una.

– Ti ringrazio ma… no. Temo che il mio male non possa essere guarito così.

Per un momento, Scaurus ebbe paura che la donna scavasse più a fondo, ma lei si limitò ad annuire.

– Allora spero che tu risolva presto il tuo problema – gli augurò, accentuando per un secondo la stretta intorno alla spalla di lui, prima di scomparire nel buio.

Un episodio insignificante, se non fosse che mostra la sensibilità di lei e l’inquietudine di lui. Lo sapete che mi piacciono i personaggi capaci di calarsi nell’interiorità degli altri? Quelli che vedono le persone come persone e non come strumenti – lasciamo stare quello che pensa ultimamente Rand, il suo è un percorso molto particolare e non è che sia privo di sensibilità, è che affronta difficoltà oggettive davvero enormi –e Nevrat risponde in pieno alle caratteristiche dei personaggi che amo. Nevrat sparisce nella notte e se non mi sono persa nulla va fuori dal romanzo.

In La legione di Videssos la ritroviamo, dopo una rapida citazione su cui sorvolo, con i legionari nella campagna contro i ribelli nelle terre intorno a Garsavra. In un primo momento alla partenza, quando sale sulla nave che deve portare tutti dall’altra parte del Guado del Bestiame con l’agilità di un gatto. Marcus nota che è una donna fuori del comune, e non solo per la sua bellezza.

La donna indossava tunica e calzoni rigonfi come il marito, e alla cintura portava una sciabola sottile che mostrava di essere stata usata. Inoltre, Nevrat era un’ottima cavallerizza, dotata di un coraggio che qualsiasi uomo avrebbe potuto invidiarle, perché nessuna donna che non possedesse uno spirito davvero eccezionale avrebbe mai lasciato la sicurezza della fortezza di Khliat, dopo Maragha, per andare alla ricerca del marito e dei legionari senza neppure sapere se fossero ancora vivi… e riuscendo a trovarli.

Tutto perfetto? In realtà Nevrat ha un rimpianto, quello di non essere ancora riuscita a diventare mamma, ma Senpat è convinto di riuscire a rimediare alla cosa. Non nella saga, non sappiamo se lei avrà mai un bambino, ma un bambino non è necessario a caratterizzarla e la sua tristezza, quando c’è, è contenuta al punto che gli altri in genere non la notano. Naturalmente la storia procede verso una nuova battaglia. Nevrat partecipa agli scontri? Certo, se Senpat è lì lei non può essere lontana, anche se non mi pare che la si veda nel bel mezzo dell’azione. La si vede dopo però, durante la ritirata.

– I codardi hanno quello che si meritano – dichiarò Nevrat Sviodo, con voce colma di disprezzo, quando passarono accanto al corpo di un Videssiano trafitto alla schiena da una lancia; la donna aveva combattuto fianco a fianco con il marito, la sua faretra era quasi vuota, la sciabola era sporca di sangue e la sua fronte era tagliata e ammaccata a causa di una pietra, che per fortuna l’aveva colpita soltanto di striscio.

Ho letto di duelli mozzafiato in altri libri, con descrizioni di colpi e parate talmente vividi da sembrare di vedere davvero la scena. Se lo scrittore è bravo i duelli possono essere davvero belli, ma non sono la cosa che mi interessa di più. Preferisco i personaggi, il loro esserci quando è necessario. Lei c’è. È una figura marginale, qualcosa mi dice che la maggior parte dei lettori di sesso maschile l’ha considerata ben poco, solo una figura di sfondo (ma magari mi sbaglio, io amo Laon Pakhymer anche se è un personaggio secondario, ancor più di Nevrat che almeno ha il suo punto di vista, ed è un uomo in una storia davvero piena di uomini. Laon mi piace perché fa ridere? Amo pure Sextus Minucius, e anche Balsamon, anche se è un religioso), ma per me è importantissima.

Dopo varie vicissitudini è Nevrat a trovare il riparo che consentirà a Helvis di far fuggire il fratello, e infatti riesce pure a sentirsi in colpa per qualcosa di cui non ha colpa. O forse è solo voglia di alleviare un po’ il peso che grava su Marcus?

Nevrat però si protese sulla sella, accostandosi a Scaurus quanto bastava perché lui potesse scorgere la compassione dipinta sul suo viso.

– Mi dispiace – disse, in tono quieto. La colpa è in parte mia. Se non avessi trovato questo posto, tu avresti seguito il metodo di sempre e non sarebbe successo nulla.

– Tanto varrebbe incolpare l’ometto pomposo che ha costruito la stalla – obiettò il tribuno, scuotendo il capo. – Sono stato io a stabilire il sistema di sorveglianza, ed ancora io… – Non poté continuare.

Come spesso sembrava capace di fare, Nevrat comprese i suoi sentimenti.

– Non la biasimare troppo. Non ha agito per malvagità, credo, né per odio nei tuoi confronti.

– Lo so – ammise, cupo, il tribuno. – Ma questo non mi rende più facile sopportare l’accaduto… lo rende più penoso.

Con una scrollata, si liberò dalla mano che Nevrat aveva proteso in un gesto di conforto e, dopo averlo fissato per un lungo momento, la donna andò a raggiungere il marito.

Dopo che i Vaspurakani hanno recuperato alcuni cavalli inizia l’inseguimento, e Nevrat trova modo di fare una domanda difficile.

– Cosa farai con Helvis, quando li prenderemo?

L’inseguimento è la risposta ovvia a quanto avvenuto, ma cosa fare quando qualcuno ti tradisce? La risposta di Marcus non l’abbiamo, al di là della depressione che seguirà a Videssos. Una depressione da cui proprio Nevrat inizierà a farlo uscire facendogli notare che se lui è stato usato da una donna un’altra donna, Alypia Gavra, è stata usata da un uomo.

Styppes con la sua magia dà la direzione, almeno fino a quando non crolla a terra ubriaco, Titus Pullo vede il fumo con cui i fuggiaschi hanno richiamato una nave, Senpat sprona tutti al galoppo e Nevrat vede la nave da guerra fra le onde. L’inseguimento è un lavoro di gruppo, ma visto che il gruppo di Helvis si trova già in una barca mossa dalle onde spetta al miglior arciere del gruppo provare a fermarli. Senpat.

L’arciere è l’uomo, ovvio. I romani non sono arcieri e Nevrat, per quanto in gamba, è pur sempre una donna, e quindi meno forte del marito. La prima freccia manca il bersaglio di qualche metro, e dalla descrizione dev’essere stato un tiro notevole. Al secondo tentativo la corda dell’arco si spezza.

Nevrat si affrettò a porgergli il proprio, ma si trattava di un’arma più leggera e di portata minore: quando Senpat tirò, la freccia cadde a parecchia distanza dal bersaglio.

La donna è un’ottima arciera, ma sulla distanza non può competere con un uomo. Mi sembra importante notare che non è stata mascolinizzata. Non è la Brienne di Tarth di Martin, che con la spada è pericolosa quanto qualsiasi uomo ma che ha anche un fisico mascolino. Brienne viene abbondantemente presa in giro per questo. L’eccezione ci può essere, ma è un’eccezione. Nella norma se la fanciulla ha un fisico da fanciulla è con coraggio, intelligenza e allenamento che può unirsi agli altri, anche combattere, certo non può ribaltare da sola le sorti di una battaglia o compiere imprese improbabili anche per un uomo. I limiti definiscono i personaggi tanto quanto le capacità.

Per Marcus inizia un periodo difficile, in cui deve accettare il vuoto lasciato in lui dalla fuga di Helvis. Se non fosse per Senpat e Nevrat sprofonderebbe nella tristezza più assoluta. È soprattutto lei che trova le parole giuste per raggiungere il suo cuore, al punto che lui, colpito dalla sua sensibilità, è brevemente attratto da lei. Nevrat però è davvero innamorata di Senpat, e come in una taverna era stata capace di tenere a bada un ubriaco che aveva cercato di attirarla fra le sue braccia, così riesce a far capire a Marcus che fra loro ci può essere solo amicizia. Marcus ovviamente non è felice ma capisce che lei ha ragione. L’amore comunque arriverà a breve grazie a un incontro casuale con Alyphia Gavra.

Se il primo romanzo si era chiuso con una sconfitta, il terzo si chiude con l’amore. Tutto a posto? Non esattamente, e infatti all’inizio di Le daghe della legione Marcus finisce di nuovo nei guai. I suoi confronti con Thorisin sono fra le parti più divertenti della saga. Il fatto comunque che Marcus venga inviato in una missione suicida fornisce a Turtledove la scusa per dare finalmente il punto di vista a Nevrat. Prima quando Artavasdos informa i coniugi Sviodo dell’arresto del loro amico e poi quando Artavasdos stesso la conduce all’incontro segreto con Alypia e Balsamon. L’intero capitolo quinto è dedicato a lei: l’addestramento con la spada; l’incontro, con Nevrat che non si lascia intimorire dal fatto di trovarsi di fronte la nipote dell’imperatore e il patriarca e che se da un lato si assicura sul fatto che il sentimento fra Marcus e Alyphia sia davvero forte dall’altro capisce al volo la situazione e non esita ad abbracciare il piano che le viene proposto; il viaggio, con tanto di agguato a Senpat; l’incontro con Minucius (e il modo del giovane centurione di tenere a bada Bagratouni perché ha più soldati di lui, e di infischiarsene della volontà di Thorisin perché, anche in questo caso, ha più soldati di lui, è un’altra di quelle cose che mi fa ghignare); il viaggio verso Amorion e lo scontro con gli Yezda di Yavlak.

Nevrat in battaglia, per la seconda volta in scena e stavolta più a lungo. Un Katrish le chiede di fare attenzione perché se lei fosse finita nei guai tutti avrebbero provato a salvarla, frase che non avrebbe mai rivolto a un uomo, quindi è il momento delle armi.

Nevrat tese la corda dell’arco fino all’orecchio e lasciò partire la freccia: senza neppure aspettare di vedere se aveva colpito il bersaglio, allungò la mano per prenderne un’altra mentre la prima stava ancora volando sulla sua traiettoria.

Competenza e professionalità. Si fa quel che si può, come e quando è necessario.

era impegnata in un furibondo duello con uno Yezda dalle braccia lunghe quanto uno scimmione, per cui lei riusciva a parare i suoi colpi di spada ma non a raggiungerlo con i propri contrattacchi.

Poi il nomade sogghignò all’improvviso e prese a duellare a distanza più ravvicinata, mentre Nevrat riconosceva la nuova luce che gli brillava nello sguardo, che non era dettata dalla furia del combattimento ma dal semplice desiderio: lo Yezda si era reso conto di avere di fronte una donna.

Il nomade non era però particolarmente abile con la spada, almeno adesso che Nevrat poteva finalmente colpirlo a sua volta, e la sciabola di lei lo raggiunse fra il collo e la spalla. Ululando un’imprecazione, l’uomo barcollò all’indietro, e Nevrat non ebbe modo di sapere se il suo colpo lo avesse finito… una cosa che capitava di sovente durante una battaglia.

Al di là del fatto che la decisione del nomade di avvicinarsi mi è sempre sembrata stupida, Turtledove non è tipo da duelli mozzafiato, e proprio la sua mancanza di iperboli è una delle caratteristiche che rende i romanzi più realistici. Finito lo scontro si riparte e il contingente romano viene prima raggiunto da un corriere imperiale e poi affrontato da un gruppo di fanatici di Zemarkhos, ed è Nevrat, non Pakhymer o Bagratouni, a far capire a Minucius che non deve sottovalutare quelle truppe improvvisate. Poi un nuovo scontro.

Nevrat tirò quasi a bruciapelo contro un Videssiano che si stava precipitando all’attacco ma, con suo disgusto e mortificazione, mancò il bersaglio e fu costretta a piegarsi fino a premere la faccia contro la ruvida criniera del cavallo mentre la lama dell’uomo sibilava a pochi centimetri dalla sua testa.

Nessuno è perfetto e riesce a fare tutto ciò che vorrebbe. Quel che conta è sapersi adattare alle circostanze. Poco più tardi Nevrat interviene in soccorso del marito colpendolo a tradimento. In questi scontri ciò che conta è l’efficacia, non la cavalleria. Il ruolo di Nevrat finisce qui, quando la ritroviamo abbiamo di lei una rapida visione a distanza, al seguito di Alyphia nel giorno del suo matrimonio. Un personaggio marginale, ma che arricchisce notevolmente la saga di cui fa parte.

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