I giorni del potere di Colleen McCullough

È tutta colpa di Raffaello, sappiatelo. Su Goodreads lui ha assegnato 4 stelle a Le donne di Cesare di Colleen McCullough e mi ha fatto tornare in mente la saga della scrittrice australiana.

Ho letto per la prima volta I giorni del potere (il cui titolo originale è The First Man in Rome, giusto per ricordare che gli editori traducono sempre correttamente i titoli dei libri…) nel 1992, subito dopo aver letto L’Occhio del Mondo di Robert Jordan. Ricordo che io e mio fratello minore avevamo preso in biblioteca i due libri lo stesso giorno e continuavamo a dirci quanto fosse straordinario il romanzo che stavamo leggendo. Quando ce li siamo scambiati ci siamo resi conto entrambi che l’altro aveva ragione a elogiare la storia in cui si era immerso. Per me la McCullough e Jordan, pur così diversi, sono inestricabilmente legati. Sto rileggendo Robert, ma mi sa che prima o poi inizierò anche la rilettura di Colleen. Intanto vi propongo un brano suo. Non quello con cui inizia il romanzo, le prime pagine di I giorni del potere sono incentrate su tal Caio Giulio Cesare. Non quello che potrebbe pensare in un primo momento chi non ha mai letto I giorni del potere, ma suo nonno. Dopo poche pagine però compare in scena colui che è destinato a giganteggiare in questa storia: Caio Mario. Un gigante, davvero…

Caio Mario era un parvenu di oscure origini rurali, un soldato, che non sapeva di greco – si diceva – anzi era tipo capace di lasciarsi trascinare dall’eccitazione o dalla collera sino a infarcire il natìo latino di inflessioni dialettali o campagnole. Poco o nulla contava il fatto che sul campo di battaglia sarebbe stato in grado di sovrastare non solo una metà, ma l’intero Senato. Ciò che contava era il sangue. E il suo non era abbastanza aristocratico.

Caio Mario veniva da Arpino, località che in effetti non distava poi tanto da Roma, ma era pericolosamente vicina al confine tra il Lazio e il Sannio e, di conseguenza, un tantino sospetta per quanto riguardava la sua lealtà e le sue inclinazioni; i Sanniti erano tuttora, tra le popolazioni italiche, il più ostinato nemico di Roma. La cittadinanza romana era stata concessa tardi ad Arpino, appena settantott’anni addietro, e il distretto non godeva ancora di un vero e proprio statuto municipale.

Ah, ma era tanto bella! Raggomitolata ai piedi degli Appennini, in una fertile valle che abbracciava due fiumi, il Liri e il Melfa, dove l’uva maturava con splendidi risultati sia per la tavola sia per la cantina, dove le messi rendevano centocinquanta volte il seminato, e le pecore erano grassa e la loro lana sorprendentemente morbida. Pacifica. Verde. Sonnacchiosa. Più fresca di quanto ci si aspettasse d’estate, più mite di quanto ci si aspettasse d’inverno. L’acqua di entrambi i fiumi brulicava di pesci; le fitte foreste che circondavano la conca di Arpino davano ancora splendido legname per costruire navi ed edifici. E c’erano pini e abeti, querce in tale quantità da tappezzare il suolo, in autunno, di ghiande per i maiali, grassi prosciutti e salsicce e pancetta degni di comparire su qualsiasi tavola della nobiltà romana, il che accadeva spesso.

La famiglia di Caio Mario risiedeva ad Arpino da secoli e si vantava della sua latinità. Mario era un nome volsco o un nome sannitico? Aveva risonanze osche solo perché esistevano Sanniti e Vosci che si chiamavano Mario? No! Mario era un nome latino. Lui, Caio Mario, valeva quanto quei nobili altezzosi, con la puzza sotto il naso, che si divertivano tanto a umiliarlo. Anzi – ed era proprio questo il particolare più dolente! – lui era migliore di tutti loro. Era una sensazione a dirglielo.

Come si faceva a spiegare una sensazione? Una sensazione che Caio Mario covava in seno come un ospite il quale si rifiutasse di congedarsi, per quanto inospitale si mostrasse l’anfitrione? Era da molto, moltissimo tempo che quella sensazione gli si era insinuata nella mente, un tempo più che sufficiente perché gli eventi degli anni successivi ne dimostrassero la futilità, lo sollecitassero a uscire allo scoperto per la disperazione. E invece non accadde mai. La sensazione se ne stava tuttora nascosta nella sua mente, vivida e indomita come agli inizi, quando Mario aveva solo la metà degli anni che aveva ora.

Non era una che iniziasse le sue storie in media res la McCullough. Si prendeva il suo tempo, costruiva l’atmosfera, l’ambientazione, e man mano legava i lettori ai personaggi e alla storia che stava narrando. Dopo Cesare e Mario – quella che ho trascritto è una pagina, ma il romanzo prosegue con altre quattro pagine incentrate su di lui – Colleen si è spostata su Lucio Cornelio Silla e quindi su Giugurta, re di Numidia. Solo a questo punto, dopo una trentina di pagine, torniamo a leggere di Mario.

Quanto conoscete della storia di Roma? I giorni del potere inizia nel 110 a.C., nel giorno dell’insediamento come consoli di Marco Minucio Rufo e Spurio Postumio Albino. Io avevo dimenticato tutto, anche se in seguito ho letto diversi testi di autori classici, a partire dal Bellum Iugurthinum di Sallustio (visto che l’ho letto per divertimento l’ho letto in italiano, ma i titoli delle opere scritte in latino tendo a citarli in versione originale, suppongo sia un residuo dei miei studi), per capire cosa ci fosse di vero in questi romanzi e per sentire la viva voce dei contemporanei.

Il brano che ho citato prosegue con le riflessioni di Mario sul Primo Roma, ed è da quest’idea di Primo fra pari, di colui che giganteggia per i propri meriti, che deriva il titolo del romanzo. Mario sa che a Roma non c’è nessuno che possa fregiarsi di quel titolo come in passato avevano fatto Scipione l’Africano, Emilio Paolo e Scipione l’Emiliano. C’è un’idea di stagnazione che coinvolge anche lui ben espressa un paio di pagine più avanti.

Il solito vecchio Senato, il solito vecchio Popolo, la solita vecchia Roma; il solito vecchio Caio Mario. Vecchio, quarantasette anni. Tra un anno ne avrebbe avuti cinquantasette, e l’anno dopo sessantasette, e poi l’avrebbero issato al centro di una pira di tronchi e fascine e sarebbe svanito in una nuvola di fumo. Addio, Caio Mario, parvenu dei porcili di Arpino, neppure cittadino di Roma.

Subito dopo quest’amara riflessione Mario scambia alcune parole con un altro senatore. È l’inizio del cambiamento, anche se ancora non si può immaginare quanto sarà grande. Ho scritto più in su che Mario era un gigante, e lo era davvero. La sua figura giganteggia in queste pagine come raramente mi è capitato di vedere. Con i suoi limiti, con i suoi difetti, ma vero e fondamentale. Leggere per credere.

La saga, che si spinge fino all’inizio del dominio di Ottaviano, è costituita da una serie di romanzi autoconclusivi, anche se per apprezzarli al meglio vanno letti nel giusto ordine:

I giorni del potere

I giorni della gloria

I favoriti della fortuna

Le donne di Cesare

Cesare: il genio e la passione

Le idi di Marzo

Cleopatra.

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2 risposte a I giorni del potere di Colleen McCullough

  1. Raffaello ha detto:

    Sono colpevole, lo ammetto 😉 ma se con i tuoi articoli c’è speranza di incuriosire qualche nuovo lettore, benvenga la colpevolezza. I romanzi del ciclo di Roma non lo deluderanno, ne sono convinto.
    Come hai detto poco sopra ho finito il quarto volume. Libro che vede protagonista Cesare (quello vero) e che soffre un pò per la mancanza di Silla e Caio Mario (piccolo spoiler, ma è ovvio che gli anni passano). Nonostante questo è un gran libro, e ogni volta ci si sorprende di quanti personaggi passati alla storia appaiono in questa saga/in questo periodo storico.
    Una saga da leggere.

    • Tu hai riportato la mia attenzione su Colleen, e io ho ritenuto cosa buona e giusta pubblicizzarla un po’. Non so quando la rileggerò, il tempo per leggere è troppo poco per tutti i libri e quindi qualcosa rimane inevitabilmente indietro, ma questa saga è straordinaria.
      Che cambino i protagonisti è normale, i sette romanzi coprono un arco di tempo di un’ottantina d’anni, e chiunque ha una qualche conoscenza di storia romana sa, più o meno, cosa aspettarsi. Se vogliamo già solo il titolo italiano del sesto romanzo, Le idi di marzo (in inglese è The October Horse), è uno spoiler enorme. Ma certi libri non si leggono tanto per i colpi di scena quanto per la bellezza dei personaggi e della storia.

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