Harry Turtledove: La legione di Videssos

Partiamo dalla copertina: che senso ha quest’illustrazione? Per parecchio tempo le copertine dei romanzi fantasy sono state afflitte dalla presenza di belle fanciulle seminude, legate se erano principesse indifese o con bikini di metallo se erano guerriere. Ma le copertine possono essere sbagliate per i più svariati motivi, e se quando commenterò Le daghe della legione di Harry Turtledove avrò da ridire anche su quell’immagine, non è che la copertina di La legione di Videssos si salvi. Il guerriero visto di spalle può anche andar bene, non sono un’esperta di divise dell’esercito romano ma a prima vista non mi disturba con le sue assurdità perciò se ce ne sono non sono troppo evidenti. Ma il drago? Se state leggendo questo commento suppongo che conosciate almeno i primi due romanzi della serie di La legione perduta. Se non li conoscete, se non avete letto La legione perduta e Un imperatore per la legione, smettete di leggere qui perché per me è ovvio che commentando il terzo romanzo di una serie io mi senta libera di fare – e faccio – spoiler sui primi due.

A Videssos la magia funziona, lo avevamo scoperto abbastanza presto nel primo romanzo, ma di draghi non se n’è mai vista l’ombra. Non che l’immagine di Romas sia un’assurda fantasia, perché si riferisce a un episodio ben preciso del romanzo su cui non aggiungo nulla per non fare spoiler, ma mettere un drago sulla copertina fa supporre che il romanzo sia ambientato in un mondo in cui i draghi esistono, e questo non è vero.

Passiamo al romanzo. La storia diventa, se non proprio corale, molto più ampia. Nei primi due romanzi Marcus Emilius Scaurus è stato praticamente l’unico punto di vista. In realtà ce n’è stato almeno un altro brevissimo, quello dello Yezda ucciso da Viridovix durante l’episodio del bestiame dalle corna infuocate, ma si è trattato di un episodio minore e isolato. Qui ci sono altri episodi minori, ricordo punti di vista per Varatesh – no, non lo considero uno spoiler, chi non ha ancora letto il romanzo non sa chi sia, perciò dimenticherà il nome a breve – e per un soldato namdaleno, e qualcun altro che già conosciamo avrà il suo punto di vista nel prossimo romanzo. Però qui iniziamo con Marcus e i suoi uomini che sono rimasti in città e Gorgidas (povero Quintus Glabrio, la sua è una di quelle morti che non ho digerito, anche se è fondamentale per lo sviluppo della trama) e Viridovix che sono in viaggio attraverso le steppe, quindi è ovvio che le linee temporali diventano come minimo due. La Compagnia, come accade in tante saghe, si è frantumata, e la trama seguirà di volta in volta ciascuno dei protagonisti. E se le vicende di Scaurus sono per me le più interessanti, non è che le altre siano prive di fascino.

Anni fa mi sono trovata a leggere un romanzo di Vanni Santoni, Terra ignota. Risveglio. Per me è stata una lettura difficile. Volevo divertirmi con questo romanzo, e non solo perché quando leggo qualcosa lo faccio con la speranza di divertirmi. Avevo letto recensioni positive e sapevo che Santoni era considerato uno scrittore serio, uno di quelli che sa scrivere e non semplicemente uno che sforna bestseller (per inciso gli autori che davvero sanno scrivere raramente sfornano bestseller perché sono più interessati a quel che scrivono e a come lo scrivono che a incontrare i gusti del pubblico). Cosa più importante sapevo che conosceva – anche se non avevo idea di quanto fossero stretti i rapporti – uno dei miei scrittori preferiti, e che addirittura era stato questo scrittore a dargli il mio nome per leggere e recensire il romanzo. In una situazione come questa cosa si fa? Si spera di apprezzare il libro, di poter assegnare almeno tre stelle, ma se in tutta onestà questo non è possibile allora per me esiste una sola cosa da fare, anche se non mi piace. Stroncare l’opera appena letta, con conseguente rischio di litigare con una o due delle persone in causa. Non è piacevole ricevere una stroncatura, perciò non tutti le sanno accettare bene. Io non mi diverto a infierire, tanto è vero che, a differenza della quasi totalità delle recensioni che ho pubblicato su FantasyMagazine, questa non l’ho riproposta qui. Se siete curiosi di leggerla comunque la potete trovare qui: http://www.fantasymagazine.it/19774/terra-ignota-risveglio.

Perché ne parlo? Per via di un passaggio ben preciso:

Che i personaggi di un fantasy abbiano un legame speciale con un animale, che sia un famiglio o un semplice compagno d’avventura, è cosa frequente, ma che l’amicizia si instauri con un animale che non porta nulla a livello di trama dà più l’impressione di un voler riempire le pagine usando un cliché in modo insolito che di descrivere una scena necessaria alla storia o alla caratterizzazione del personaggio stesso. Tanto è vero che finito l’intermezzo del ragno, giustamente, non resterà traccia alcuna.

La protagonista, di cui ho abbondantemente parlato male nella recensione, a un certo punto viene catturata e trova come unico conforto la presenza di un ragno, che la fa sentire un po’ meno sola. Leggendo la scena io l’ho trovata assurda, Santoni mi ha scritto per spiegarmi che si trattava di un episodio ripreso da Le mie prigioni di Silvio Pellico. Confesso di non aver letto Pellico, probabilmente Santoni è più colto di me, ma se una cosa a livello narrativo non funziona allora non funziona. Il romanzo deve essere coerente in sé, i personaggi che lo animano devono essere convincenti e le scene che non portano nulla alla trama devono essere eliminate. In linea teorica va bene far vedere la solitudine e la tristezza che affliggono la protagonista, ma il solo fatto di basare una scena su un analogo episodio di un’opera classica non serve a nulla se l’episodio che si scrive sembra piazzato lì solo per riempire qualche pagina.

Ho parlato di Santoni, e di questo passaggio in particolare, per un motivo ben preciso. Turtledove è uno storico, e nei suoi romanzi, anche in quelli più spiccatamente fantasy, la sua formazione da storico viene fuori. Lasciamo stare Mavrikios che nel primo romanzo riprende una frase di Cesare, e tutti gli elementi d’ambiente che derivano da Bisanzio. In La legione di Videssos Titus Pullo e Lucius Vorenus sono protagonisti di un episodio che discende direttamente dal quinto libro del De bello gallico di Caio Giulio Cesare, anche se quel che accade dopo la fine dello scontro è completamente diverso. Io ho letto Turtledove, apprezzato l’episodio, e solo in seguito ho letto Cesare e sgranato gli occhi nel momento in cui mi sono ritrovata riconoscere la scena. Turtledove è stato convincente, e questo indipendentemente dal fatto che il lettore conoscesse la fonte d’origine.

Ancora più evidente è un altro episodio, trascrivo poche righe tanto tolte dal contesto non contengono nessuno spoiler. Comincia con il racconto della morte di un uomo anziano che dopo aver bevuto è andato a urinare e, al suo ritorno, “ha detto di sentirsi le gambe pesanti”.

Sembra un episodio da nulla, e invece

le sue condizioni hanno continuato a peggiorare. Il senso di pesantezza gli è salito alle cosce, ed ha perso la sensibilità ai piedi… tanto da non avvertire neppure un forte pizzicotto. Si è sdraiato, e dopo un po’ anche il ventre gli è diventato freddo e insensibile. A quel punto si è coperto la faccia, suppongo perché ha capito che era la  fine. Pochi minuti più tardi ha avuto una specie di convulsione, e quando gli abbiamo scoperto il volto, i suoi occhi erano fissi.

Uno degli ascoltatori di questo racconto si trattiene a stento dal lanciare un grido. Si tratta di un medico, che ha capito senza alcun dubbio cosa sia successo. Nemmeno io ho avuto dubbi, fin dal primo istante, anche se io non sono un medico e di medicina non so nulla. Però ho letto il Fedone di Platone.

Egli invece camminò per un po’: poi disse che le gambe gli si appesantivano e si sdraiò supino, così infatti gli aveva consigliato l’uomo che gli aveva dato il veleno, che ogni tanto lo toccava e che dopo un po’ di tempo gli esaminò i piedi e le gambe; poi, a un certo punto, premendolo forte su un piede, gli domandò se sentiva, ed egli rispose di no. E dopo gli toccò le gambe. E così venendo su con la mano ci mostrava come egli si raffreddava e si irrigidiva. E continuava a toccarlo e ci disse che quando il freddo fosse arrivato al cuore, se ne sarebbe andato.

E a lui, ormai, le parti intorno al ventre si erano fatte di gelo, allorché si scoprì, si era infatti coperto, e fu l’ultima volta che si udì la sua voce: «O Critone», disse, «siamo ancora in debito di un gallo ad Asclepio. Dateglielo e non dimenticatevene».

«Va bene», rispose Critone, «ma guarda se hai qualcos’altro da dire».

A questa domanda egli non rispose più, ma, passato un po’ di tempo, ebbe un sobbalzo e l’uomo lo scoprì: egli aveva ancora lo sguardo fisso. Vedendolo Critone gli chiuse la bocca e gli occhi.

Socrate è morto dopo aver bevuto della cicuta, e questa è una scena che non ho mai dimenticato. Anch’io, come il personaggio del romanzo, avrei “potuto addirittura citare il veleno che era stato usato… la cicuta”. La scena funziona, che si sia letto Platone oppure no, e questa è una differenza fondamentale fra un romanzo riuscito e un altro che è pieno di citazioni colte ma che non riesce a trascinare il lettore con la sospensione dell’incredulità. Volendo qui ci starebbe bene una citazione dal saggio Sulla fiaba di J.R.R. Tolkien, ma non ne ho il tempo.

Spero, quando commenterò il prossimo volume, di avere più tempo e di poter parlare della storia con calma. Quel che ho trovato in questo libro è un allargamento di orizzonti rispetto ai primi due libri, un allargamento che però non significa dispersione ma solo la possibilità di scoprire luoghi nuovi e nuovi affascinanti personaggi. Guerre, intrighi e tradimenti non mancano, e anche se Turtledove si prende il suo tempo per narrare le cose e mostrare il mondo in cui vivono i personaggi tutti gli elementi sono dosati talmente bene da rendere questi romanzi un’ottima lettura. Peccato solo per la brutta abitudine di alcuni personaggi di sputare continuamente sul pavimento, se non fossi già atea per un gesto così potrei diventarlo.

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2 risposte a Harry Turtledove: La legione di Videssos

  1. Riccardo ha detto:

    A me sembra un mostro volante generico come nel passaggio cui fa riferimento (se non ricordo male) ma se proprio deve assomigliare a qualcosa mi pare più un grifone, per via degli artigli da aquila e il muso più felino che da rettile. Ma magari mi sbaglio.
    Comunque grande saga. Anche io ogni tanto me la rileggo, anche per i riferimenti a periodi e personaggi storici da cui pesca a mani basse l’autore che mi hanno sempre appassionato.

    • Io non mi sono fermata a guardare davvero la creatura alata, tanto gli animali di fantasia possono essere realizzati come si vuole. Pensa a Falcor nel film La storia infinita, che sembra più un cane che un drago. Nel romanzo l’unico essere alato gigante che fa una fuggevole comparsa è un drago, perciò io quella bestia la definisco così, ma davvero è un elemento marginale che l’illustratore ha reso più importante di quel che è.
      Per alcuni anni ho riletto questa saga con una certa regolarità, poi i libri da leggere e rileggere sono diventati tanti e ho un po’ accantonato Turtledove. Mai dimenticato però, prima o poi faccio un controllo serio sulla sua bibliografia e mi metto a leggerlo in inglese al di là di Bridge of the Serparator, che ho letto nell’estate del 2015.

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