Ursula K. Le Guin: Il pianeta dell’esilio

Nei giorni finali dell’ultima fase lunare d’Autunno, il vento cominciò a soffiare dalle terre settentrionali e colpì le foreste morenti dell’Askatevar: un vento gelido, che sapeva di fumo e di neve. Avvolta nella sua pelliccia leggera, svelta e sottile come un animale selvatico, la giovane Rolery scivolò tra i boschi in mezzo al tempestare delle foglie morte, allontanandosi dalle mura che sorgevano, pietra su pietra, sulla collina di Tevar e dai campi operosi per l’ultima messe. Si allontanò da sola, e nessuno la richiamò indietro.

Confesso di aver dovuto rileggere le prime pagine di Il pianeta dell’esilio di Ursula K. Le Guin perché avevo perso il filo della storia. Ero troppo affascinata dalla bellezza delle parole, dall’atmosfera fantastica che la scrittrice stava evocando, per prestare attenzione ai personaggi e agli avvenimenti. Il pianeta dell’esilio è una delle opere minori della Le Guin, il secondo tassello del Ciclo dell’Ecumene, come spiega la quarta di copertina, anche se è un romanzo che sta in piedi tranquillamente da solo.

La storia è incentrata sui rapporti fra due razze che diffidano l’una dell’altra e sul possibile pericolo rappresentato per entrambe da una terza razza. Quale delle due razze di cui parla il romanzo è quella umana? Le differenze sono piccole, quindi ci vuole un po’ a capirlo, anche perché i punti di vista appartengono a entrambe le razze e ciascuna trova normale il proprio modo di vivere e quanto meno insolito quello dell’altra razza. Ma è davvero importante sapere chi sono gli esseri umani? Non basta sapere che tutti sono dotati di sentimenti e di una morale? Che entrambe le civiltà hanno una loro ragione d’essere?

Sul pianeta Werel, quello su cui è ambientata la storia, le stagioni durano decine d’anni terrestri. Per certi versi mi ha fatto pensare alle stagioni irregolari e lunghissime di George R.R. Martin e delle sue Cronache del ghiaccio e del fuoco, anche se le stagioni di Martin sono legate alla magia e non hanno la regolarità di quelle della Le Guin. E la colonia terrestre forzatamente isolata ha richiamato alla mia mente Naufragio sul pianeta Darkover di Marion Zimmer Bradley, anche se ricordo, per mettere le cose nel giusto ordine, che Il pianeta dell’esilio precede le altre due opere, quella di Martin davvero di molto. La nostra mente non può evitare di fare accostamenti, ma per me gli anni in cui i romanzi sono stati pubblicati hanno importanza. Non influenzano il mio godimento dell’opera, ma una contestualizzazione mi aiuta a capire meglio l’autore.

Una volta che mi sono allontanata dagli echi delle mie letture precedenti e anche da un’introduzione in cui la Le Guin pone l’accento su uno solo degli spetti del romanzo, per quanto importante, mi sono goduta una storia di personaggi che si interrogano su quale sia il cammino giusto da percorrere e sui cambiamenti che arriveranno loro malgrado. Il romanzo è breve, solo 160 pagine, e si svolge in un breve arco di tempo, ma consente ugualmente di percepire la profondità di due civiltà che hanno un lungo passato, che si sono sviluppate in condizioni e modi molto diversi e che devono trovare un modo di sopravvivere a una minaccia che potrebbe infine accomunarle nella distruzione. Un frammento di storia, senza una risposta definitiva per il futuro, ma quando mai abbiamo risposte definitive sul futuro? Quello che conta è il cammino, e i cambiamenti affrontati dai personaggi nel loro percorso. Non uno dei capolavori della Le Guin, ma comunque un libro affascinante.

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