Mark Twain: Uno yankee alla corte di re Artù

Lo so, sono anni che lo so. E allora perché ogni tanto ci ricasco? Douglas Adams (Guida galattica per gli autostoppisti), Stefano Benni (Terra!), Joanne Harris (Il canto del ribelle), Terry Pratchett (A me le guardie!), P.G. Wodehouse (I porci hanno le ali): i romanzi umoristici non fanno per me. Ci sono delle eccezioni, ma in genere i libri umoristici mi annoiano e mi comunicano ben poco, anche se magari l’intento dell’autore è quello di una satira su problemi importanti. Con Mark Twain poi avevo già un precedente in Il diario di Adamo ed Eva, letto un bel po’ di anni fa e digerito a fatica. E allora cosa faccio? Vado a leggermi Uno yankee alla corte di re Artù, spinta dall’a volte masochistico desiderio di leggere quelle opere che in qualche modo sono state fondamentali per il genere fantasy. Ma chi me lo fa fare? Se va bene leggo La pietra magica di Brisingamen di Alan Garner o L’ultimo unicorno di Peter S. Beagle, se va male… stavolta è stato il turno di Uno yankee alla corte di re Artù.

Twain calca deliberatamente la mano, critica la cultura inglese del suo tempo, tanto snob nei confronti di quegli ignoranti americani venuti dal nulla, il Medioevo e la cavalleria, servendosi di un espediente che in seguito sarà molto usato nella narrativa fantastica: prende un suo contemporaneo del Connecticut e lo catapulta alla corte di re Artù, che viene quindi osservata con occhi moderni e disincantati. Naturalmente il protagonista, privo dei pregiudizi e dell’ignoranza dominante, ci mostra tutti gli aspetti più assurdi di un’epoca in cui le consuetudini valevano più dell’uso della logica. Il suo nobile tentativo di portare se non proprio uguaglianza quanto meno un maggiore rispetto dei diritti umani, condizioni di vita migliori per tutti, un’istruzione vera al posto di superstizioni e false credenze, per quanto apparentemente di successo finisce con lo sfociare nel nulla, quando una congiura ordita ai suoi danni annulla tutto il suo operato e lo riporta nel nostro tempo.

Il meccanismo del viaggio nel tempo non è spiegato, il protagonista si ritrova nell’epoca di Artù e poi di nuovo al punto di partenza senza che venga fornito un motivo per il suo viaggio, né la modalità con cui è stato effettuato. È un elemento che dobbiamo prendere per buono così com’è, e io non sono molto brava a prendere le cose per buone senza spiegazioni convincenti. In più il modo in cui il protagonista – ho rimosso il suo nome, ma pazienza, tutti lo chiamano il Principale (bleah!) – guarda tutto ciò che lo circonda con superiorità mi irrita continuamente. Il concetto di relativismo culturale all’epoca di Twain non era ancora stato teorizzato, perciò non posso davvero fare una colpa all’autore per la sua assenza, ma la sua assenza in modo così forte per me è particolarmente irritante. Merlino fa la figura del cialtrone, Artù è poco meglio perché almeno non è in malafede, e solo il protagonista e i suoi seguaci sono capaci di usare il cervello e di fare qualcosa di diverso dal rendersi ridicoli e rimanere schiavi delle consuetudini. L’attività preferita del Principale è quella di immettere in questo Medioevo particolarmente ignorante e cialtrone concetti e tecnologia moderni, senza preoccuparsi di dargli la minima base. Se lui vuole fare una cosa la fa, che poi nella realtà non sarebbe fattibile fare ciò che fa il Principale poco importa, ciò che conta è la sua superiorità su questo mondo arretrato che lui, paternalisticamente, vorrebbe far crescere. Lungo tutte le pagine ho oscillato fra l’incredulità, la noia e l’irritazione.

Fatemi un favore: se qualche volta mi capitasse di scrivere di voler leggere un libro, e voi sapete che si tratta di un libro umoristico, convincetemi a non leggerlo, anche se è un classico.

Un estratto: http://www.galluccieditore.com/index.php?c=scheda_bibliografica_issuu&id=774&ref=http%253A%252F%252Fwww.galluccieditore.com%252Findex.php%253Fc%253Dsimplesearch%2526simplequest%253Dtwain.

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4 risposte a Mark Twain: Uno yankee alla corte di re Artù

  1. Raffaello ha detto:

    Ne abbiamo già parlato qualche mese fa, Martina. Se proprio vuoi tornare alla corte di Re Artú, tornaci con i libri di Bernhard Cornwell!! C’è molta ricerca storica e poca fantasy…ma tutto un altro spessore😉

    • Giusto perché altrimenti non mi lasci in pace… Ho comprato L’ultimo re qualche giorno fa, perciò a breve lo leggerò. Prima c’è sicuramente il nuovo Sanderson, però poi potrebbe pure toccare a Cornwell, dipende da cosa mi ispirerà quando dovrò iniziare un nuovo romanzo.

      • Raffaello ha detto:

        Ahahah…quando si parla di Cornwell divento fastidioso.

        • Fastidioso? No. Insistente? Sì, più o meno come me quando si parla di Kay. Anche se sono io a scrivere gli articoli del blog non significa che non ci sia spazio per le opinioni e per i suggerimenti degli altri. Nel corso degli anni io ho sviluppato una speciale resistenza ai suggerimenti, sono davvero tanti i clienti che dopo aver amato un libro lo consigliano a me e ai miei colleghi, e se il teoria capisco le emozioni che hanno provato e il desiderio di farle provare ad altri, in pratica la maggior parte di quei libri sono opere che personalmente non leggerei mai. Perciò anche qui ci vuole un po’ a convincermi, ed è più semplice che ci riesca una persona che conosco perché dialoghiamo già da un po’, invece di qualcuno che viene qui per la prima volta, che motiva il suo suggerimento e che consiglia qualcosa che dall’esterno io penso che potrebbe pure piacermi. Mi piacerà davvero quel romanzo? Lo scopriremo in un futuro non troppo lontano.

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