Ingri e Edgar D’Aulaire: Miti del Nord

Ho letto Miti del Nord parecchi mesi fa. La mitologia norrena mi affascina da un bel po’ di anni, e mi affascina più di quella greca che pure amo. Potremmo dire che è alla base della mia passione per il fantasy visto che mi sono imbattuta per la prima volta in lei oltre trent’anni fa, quando avevo appena iniziato a scoprire il genere, leggendo Il castello d’acciaio di L. Sprague de Camp e Fletcher Pratt.  E, dopo essere passata attraverso svariati altri libri, in inverno sono arrivata al libro dei coniugi D’Aulaire, letto a brevissima distanza da Il canto del ribelle di Joanne Harris. Il canto del ribelle è carino, divertente, fa ridere… peccato solo che la mitologia norrena non sia divertente. È, anzi, terribilmente cupa. Avete presente il Ragnarok? Con una saga che finisce così c’è poco da stare allegri, e anche quando si scherza lo si fa con una certa solennità. Se il libro della Harris è carino, ho adorato questo volume che si attiene all’essenziale ed è corredato da immagini straordinarie.

La mia recensione:

Il mondo degli dei, uomini e giganti del Nord, presume l’oscurità e la sua unica conclusione sta nell’oscurità, come ci ricorda Michael Chabon nella prefazione a Miti del Nord di Ingri e Edgar D’Aulaire.

Le storie che i due coniugi narrano in questo libro sono la riscrittura dei miti norreni, una riscrittura in cui si ritrovano la profondità dell’epica e il calore della voce del bardo, e il cui obiettivo non è mai la concitazione drammatica quanto l’immersione in un mondo duro ma affascinante. Non una fredda narrazione di antiche leggende, ma qualcosa capace di toccare il lettore nel profondo.

Nonostante gli anni trascorsi dalla prima pubblicazione del Norse Gods and Giants– era il 1967 – le parole dei coniugi D’Aulaire Edgard non hanno perso nulla della loro capacità di riportare in vita, e di donare la giusta possanza, a figure quali Odino, Thor, Loki e a tutti gli altri Asi. Il linguaggio moderno è aulico senza apparire forzato e l’esperienza del numinoso, la consapevolezza della presenza di creature che sono al di là degli esseri umani, è viva anche in quei momenti in cui gli Asi perdono momentaneamente la propria maestà, ridicolizzati da avversari che si fanno beffe di loro. I dialoghi sono ridotti al minimo per mantenere intatta l’atmosfera del libro, splendidamente illustrato con immagini in quadricromia che arricchiscono un buon numero di pagine.

Il segno forte, le asperità del tratto proprie della tecnica litografica, ben si adattano a rendere le suggestioni di un mondo selvaggio in cui gli dei stessi si trovano costretti a lottare per la loro sopravvivenza e infine soccombono.

Quando la narrazione finisce non è difficile sentirsi vicini a quelle persone che in passato erano

sicure che dietro le porte chiuse delle montagne si nascondessero jotun e troll. E gli uomini che alzavano lo sguardo in una notte di tempesta per osservare le nuvole che infuriavano potevano scorgere una banda di cavalieri selvaggi, guidati da «uno» su un destriero a otto zampe.

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