Guy Gavriel Kay: un quarto di giro verso il fantastico

Scrivo spesso di Guy Gavriel Kay, forse troppo considerando quanto poco è stato tradotto: quattro romanzi nei primi anni ’90, uno nel 2012, e solo quest’ultimo è ancora disponibile in Italia, e solamente in versione ebook.

Se scrivessi per attirare lettori direi che la scelta del soggetto di cui mi occupo è pessima, visto che gli argomenti di richiamo sono ben altri. Attirare lettori però non è la cosa che mi interessa di più. Per me è più importante far capire che anche la narrativa fantasy ha cose importanti da dire, e che può farlo divertendo. Se raggiungo un numero alto di lettori è meglio, ma è una cosa secondaria rispetto al perché scrivo.

Io leggo narrativa per divertirmi, se voglio imparare qualcosa leggo un saggio, ma i romanzi migliori hanno la capacità di illuminare questioni morali, o determinati aspetti della realtà, divertendo. Ciò che fa Kay è farmi trascorrere ore piacevoli spingendomi anche a riflettere, e le emozioni che mi trasmette vanno ben oltre i momenti in cui ho in mano i suoi libri. Scrivo di Kay per aumentare la curiosità intorno a uno scrittore troppo poco noto in Italia anche se all’estero vende molto bene, e per ribadire che la narrativa fantasy può parlare di cose importanti.

Rispetto alla versione di questo articolo pubblicata il mese scorso su FantasyMagazine qui aggiungo alcune considerazioni personali che su una testata registrata mi sembravano poco professionali.

Lo scorso maggio Guy Gavriel Kay ha pubblicato il suo tredicesimo romanzo, Children of Earth and Sky. L’esordio, con La strada dei re, risale al 1984. Uno scrittore lento dunque, specie se paragonato ad altri autori capaci di sfornare un bestseller l’anno con una costanza impressionante. La ricerca del bestseller o la rapidità della scrittura però non sono mai state cose importanti per Kay. La sua attenzione è sempre stata rivolta al singolo libro, al viaggio compiuto da lui come autore nello scriverlo e dal lettore nel leggerlo. I suoi inizi sono tranquilli, in contrasto con la convinzione popolare che il lettore vada catturato fin dalla prima pagina con avvenimenti sconvolgenti. Kay preferisce coinvolgere il lettore, farlo attaccare emotivamente ai personaggi e farlo soffrire e sperare con loro, grazie al tempo trascorso insieme, alla possibilità che ha avuto il lettore di conoscere davvero il personaggio di cui sta leggendo, di immedesimarsi con lui e di provare i suoi sentimenti. E sceglie di farlo scrivendo romanzi che narrano di persone che vivono in un mondo simile al nostro.

Il primo spunto per la nascita di Children of Earth and Sky risale a tanti anni fa. Nel viaggio lungo la costa croata che stava portando lo scrittore e il suo editore locale dal luogo di una presentazione a quello di un’altra l’editore gli ha suggerito di scrivere un libro sugli uscocchi di Segna. Un secondo suggerimento, arrivato anni più tardi da un’altra persona nel corso di un altro tour promozionale, destava la sua curiosità, e dalla curiosità alla lettura di un libro sull’argomento e alla nascita delle prime idee il passo era breve. Altri libri, un viaggio a Dubrovnik e uno a Venezia, lo indirizzavano sempre più verso determinati temi. Il libro che prendeva forma nella sua mente riguardava un territorio di confine in un periodo di grandi conflitti fra imperi e fedi religiose, i cui protagonisti non sarebbero state figure dominanti da un punto di vista politico o militare ma persone comuni, uomini e donne impegnati nel tentativo di vivere e in qualche modo di controllare le loro vite.

Fernand Braudel, uno degli storici che sono stati importanti per Kay durante la fase di ricerca e le cui considerazioni lui ha sempre avuto presente, ha scritto che tra due religioni nemiche non sarebbe saggio immaginare una barriera troppo rigida. Gli uomini andavano avanti e indietro, indifferenti alle frontiere, agli stati e alle fedi. Erano più consapevoli delle necessità della navigazione e del commercio, dei pericoli della guerra e della pirateria, delle opportunità di complicità o di tradimenti…

Insomma, più che ai grandi avvenimenti del tempo la maggior parte delle persone era interessata alla propria vita con relativi amori e perdite, gioie e dolori, bisogni e desideri. Non solo, se è vero che le vite delle persone comuni erano influenzate dalle decisioni dei potenti, è anche vero che non sempre le condividevano. Per loro era più importante proteggere e nutrire i figli, mettere da parte abbastanza legna per superare l’inverno, costruire steccati dietro cui riparare il bestiame o mura per difendersi da assalti nemici, commerciare con i cosiddetti nemici, magari anche con degli “infedeli”, se questo poteva aiutare a procurare il cibo per i propri figli, o organizzare il matrimonio fra la propria figlia con il figlio del contadino proprietario del campo confinante.

Le storie dei grandi non sono le sole che valga la pena narrare. Le idee e le priorità delle persone comuni lo hanno indirizzato verso un racconto corale in cui trovano spazio, senza monopolizzare l’attenzione del lettore, anche i conflitti fra stati molto potenti. Conflitti che nascono da situazioni che conosciamo, anche se non avvengono davvero in seguito alla conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II e non parlano della Repubblica di Venezia o di Dubrovnik. Come Segna è diventata Senjan i nomi si sono trasformati in Sarantium – ora Asharias – Gurçu, Seressa e Dubrava.

Situazioni simili, ma non le stesse. Per Kay ormai è diventato il modus operandi: la Provenza del periodo trobadorico è diventata Arbonne in A Song For Arbonne, la Spagna della Riconquista si è trasformata in Al-Rassan in The Lions of Al-Rassan mentre Rodrigo Diaz, El Cid, è diventato il suo Rodrigo Belmonte, la Costantinopoli di Giustiniano e Teodora è mutata in una Sarantium governata da Valerius II e Alixana nella duologia The Sarantine Mosaic, il sovrano del Wessex Alfredo il Grande ha trovato il suo corrispettivo nel re degli Anglcyn Aeldred in The Last Light of the Sun, la Cina dell’epoca Tang si ritrova nel Kitai di La rinascita di Shen Tai e quella della dinastia Song in River of Stars.

Un quarto di giro verso il fantastico, come ha scritto qualche anno fa un recensore. Di questo approccio di Kay alla narrazione ho già parlato in passato: http://www.fantasymagazine.it/16768/la-fantasy-storica-di-guy-gavriel-kay.

Eppure, per quanto ne abbia parlato e scritto, Kay ha notato che ogni intervistatore torna a porgli domande sui motivi alla base di questa scelta. Perché Children of Earth and Sky non è ambientato nella nostra Europa? Perché ha scelto di scrivere di Seressa al posto di Venezia e di Batiara al posto dell’Italia? Perché il suo leader ribelle è Skandir e non Skanderberg, il grande eroe albanese che ha ispirato il suo personaggio? Io ormai conosco la risposta, l’ho letta in non so quante interviste e in non so quanti articoli, eppure anch’io continuo a tornarci sopra. Lo faccio, lo facciamo, perché quest’approccio alla narrazione quasi storico, con eventi e personaggi riconoscibili ma diversi da quelli che conosciamo, è l’aspetto più evidente del modo di scrivere di Kay. Ci sono tante altre cose nei suoi libri, ci sono i temi, i personaggi, lo stile, ma l’ambientazione è la prima cosa che colpisce. E allora ci interroghiamo, e chi conosce già la risposta finge di interrogarsi per cercare di far capire agli altri, a coloro che ancora non conoscono le sue opere.

Le ragioni alla base di questa scelta sono molte, a partire da un certo scetticismo sulla presentazione di processi intuitivi come qualcosa di programmato da parte degli scrittori.

Questo tipo di percorso è iniziato nel 1990, con le prime ricerche per A Song for Arbonne. Il romanzo precedente, Il paese delle due lune (Tigana nell’edizione originale), era legato in modo molto più vago a luoghi ed eventi reali, anche se i Sonnambuli di Certando discendevano direttamente da I Benandanti di Carlo Ginzburg e nella descrizione di Avalle delle Torri era possibile riconoscere la toscana San Gimignano.

Per il nuovo romanzo si interessava a testi dedicati ai Trovatori e alla vita nella Provenza medievale, alle Corti dell’amore e alla Crociata albigese. Grazie a queste ricerche ha iniziato a riflettere su come il ruolo e lo status delle donne in Occidente sono cambiati a causa della conquista della Provenza, e su come potrebbe essere cambiata gran parte della storia politica. Anche se i suoi Trovatori sono ispirati ad alcuni personaggi reali il fatto di narrare una storia ambientata in Arbonne e non in Provenza gli consentiva di discostarsi dalla storia che conosciamo noi ogni volta che lo avesse voluto. Ha acutizzato il contrasto maschile-femminile creando un dio del sole nel Nord e una dea nel Sud, e ha quasi del tutto lasciato fuori il fantastico. I protagonisti del romanzo considerano la magia come qualcosa d’impossibile, di falso, che cinicamente viene usato dalle religioni per spaventare e controllare la gente.

Kay si è reso conto di amare questo metodo e quel che gli consentiva di fare. Pur lavorando con la storia poteva concentrarsi sui temi che più gli interessavano. Poteva far fare, e far pensare, ai suoi personaggi quel che voleva perché non erano le persone reali a cui si era ispirato. E, aspetto per lui importante, poteva incuriosire quella parte dei suoi lettori che non conosceva il periodo in questione al punto da spingerli a leggere saggi sull’argomento. Non per nulla tutti i suoi libri includono una breve bibliografia. E se per caso quest’ultima a qualcuno può sembrare un’ipotesi improbabile – un lettore di fantasy in genere si allontana dalla realtà, giusto? – vi confermo che in diverse occasioni io ho letto uno o più libri indicati da Kay come fonte di ispirazione o ho fatto ricerche autonome.

Per il romanzo successivo, The Lions of Al-Rassan, le sue ricerche lo hanno portato a El Cid, la figura storica più forte, guardando sia l’aspetto mitico che quello reale, che la Spagna abbia mai avuto. La battaglia intellettuale che lo ha riguardato si è protratta fino al XX secolo. La scoperta che il grande poeta Ibn Ammar era stato esiliato dal suo sovrano nella stessa piccola città in cui contemporaneamente un altro sovrano aveva esiliato El Cid gli ha dato da pensare. In una situazione del genere è quasi inevitabile che due personaggi così importanti si siano incontrati, ma Kay si è subito reso conto che non voleva narrare la storia di personaggi reali sovrapponendo a loro le sue idee come se fossero la verità. Non voleva dare a persone realmente vissute personalità inventate, imponendo relazioni, desideri e pensieri su di loro, anche se molti libri straordinari fanno proprio questo. Per fare un esempio concreto Kay ama i libri di Hilary Mantel, e i suoi sono veri e propri romanzi storici. Mi sa che devo decidermi a leggere qualcosa della Mantel pure io…

Ma quello che va bene per un autore può non andare bene per un altro. Forse perché le sue prime opere appartenevano al genere fantasy gli è venuto spontaneo orientarsi su quel “quarto di giro verso il fantastico”, come lo ha definito un critico, che gli consentiva di esplorare i temi che più lo interessavano senza fingere di sapere cosa avevano fatto, e quel che avevano provato, persone realmente vissute.

La sua ambientazione è si è trasformata dalla storica al-Andalus in Al-Rassan, mentre i suoi protagonisti si limitano a evocare i due leoni – e le altre figure storiche – su cui ha compiuto le sue ricerche pur distinguendosi chiaramente da loro. Ha inventato un dottore donna, personaggio per cui esistono comunque precedenti storici, cambiando un po’ la realtà proprio grazie alla sua particolare ambientazione. E ha giocato, cambiandole, con tre religioni della nostra storia.

Quello che voleva indagare erano le interazioni fra i personaggi, non le ideologie. Scoprire se gli accenni di fantastico presenti nel testo gli consentivano di allontanare i lettori dai propri pregiudizi. Se la svolta verso il fantastico potesse essere un valido strumento in funzione al servizio del cuore del romanzo: il modo in cui le guerre sante possono distruggere lo spazio in cui uomini e donne – anche quelli potenti – possono muoversi, e dar forma alle loro stesse vite e ai rapporti con le altre persone. Il suo obiettivo nel duello che chiude The Lions of Al-Rassan, narrato in maniera tale che il lettore non possa capire, se non molte pagine dopo, chi compia i vari gesti e chi ne esca vincitore, era di far provare la forza del dolore della perdita indipendentemente dall’esito finale.

Da lettrice posso solo dire che funziona alla perfezione. La prima volta che ho letto il libro, quando non avevo idea di chi sarebbe sopravvissuto, ho iniziato a piangere in modo irrefrenabile appena è iniziata la scena. A ogni rilettura ho pianto ancora di più, e so che la mia reazione sarebbe stata la stessa anche se l’esito del duello fosse stato diverso. In quella scena non muore solo un personaggio, muoiono un mondo la possibilità di oltrepassare barriere che anche noi, nella nostra realtà, abbiamo, e che anche noi dovremmo trovare il modo di superare. Al condizionale, anche se come tempo avrei preferito usare il futuro.

È stato con questo romanzo che Kay ha cominciato a vedere chiaramente – e a parlarne – la forza di una narrazione quasi storica in contrapposizione alla narrativa storica. Uno degli aspetti che valuta di più è il mostrare rispetto per le persone reali. Lui si è ispirato a loro, senza alcuna pretesa di entrare nella loro interiorità. Con una figura come El Cid, che ancora risuona in modo fortissimo nella cultura spagnola, non solo questo distacco gli è sembrato il modo più rispettoso di lavorare, è stato anche liberatorio. E, come aveva ribaltato l’esito della crociata albigese in A Song for Arbonne, ha condensato la Riconquista in The Lions of Al-Rassan. La tragedia della scomparsa di una cultura in un romanzo si può giocare in una o due generazioni, non in centinaia di anni. La focalizzazione può essere (e in questo caso è) concentrata per ottenere maggiori effetti drammatici.

Dopo aver sperimentato questo tipo di approccio Kay non si è più voltato indietro, e al tempo di The Sarantine Mosaic ha iniziato a scrivere testi che spiegassero la sua scelta di non usare persone reali nella narrativa. I personaggi dei romanzi che compongono la duologia, Sailing to Sarantium e Lord of Emperors sono modellati su figure provenienti dalla nostra storia, ma non sono davvero loro. La Costantinopoli di Giustiniano e Teodora, la costruzione della basilica di Santa Sofia, la Guerra gotica… tutte queste cose sono riconoscibili ma alterate, con romanzi parlano di Sarantium, non di Bisanzio, perché lui voleva sviluppare determinate idee. Idee sullo storico Procopio e sugli storici, sui cronisti, sugli artisti e sui potenti, sul poeta e scrittore William Butler Yeates, autore fra le altre opere della poesia Sailing to Bysantium, e sul motivo per lui ricorrente degli eventi casuali che possono cambiare il mondo.

Kay si è trovato a scoprire come il suo quarto di giro verso il fantastico gli abbia donato ampio spazio di libertà nei romanzi. Ha guadagnato la possibilità di commentare e di interagire con la storia reale, aumentando le sue possibilità pur nel rispetto delle vite dei personaggi storici. Inoltre, a livello base – comunque un livello importante se si desidera catturare i lettori spingendoli a girare una pagina dopo l’altra nell’impossibilità di interrompere la lettura – questo slittamento dagli eventi storici significa che anche se il lettore conosce bene quell’epoca non può in alcun modo essere sicuro di sapere quale direzione prenderà il romanzo. E questo è un dono tanto per lo scrittore quanto per il lettore.

George R.R. Martin ha dichiarato che lui non scrive romanzi storici proprio perché conosce troppo bene la storia per divertirsi, ma nei romanzi di Kay i personaggi possono sopravvivere a eventi drammatici o morire – cosa che in alcuni romanzi avviene – anche se i personaggi a cui sono ispirati sono stati protagonisti di un destino opposto. E questo vale non solo per i singoli personaggi ma anche per gli eventi storici più vasti.

Ci sono anche rischi in questo modo di lavorare, cosa di cui è ben consapevole. Dai suoi romanzi i lettori non impareranno mai la data del Trattato di Utrecht, né soddisferanno il loro desiderio di “conoscere i fatti reali” di un ben preciso periodo nel modo in cui potrebbero conoscerli da un vero romanzo storico, anche se questi “fatti” possono essere stati modificati dallo scrittore, a volte anche in modo significativo. E, a livello più terreno, lettori e librerie amano le categorie.

Se i suoi romanzi slittano avanti e indietro fra il romanzo storico e quello fantastico, proponendo temi attuali, la collocazione sugli scaffali e le operazioni di marketing diventano molto difficili. Per esperienza personale posso dirvi che la collocazione di un libro in un settore piuttosto che in un altro a volte è tutt’altro che scontata, con i miei colleghi e io che ci fermiamo brevemente per discutere dove posizionare i testi più difficili. Il nostro modo di ragionare non si basa sulla qualità del libro, che in genere non conosciamo proprio perché il libro è arrivato in libreria in quel momento, ma su quale sia la collocazione che potrebbe fargli avere le vendite più alte. Molti anni fa un suo agente ha detto a Kay che se avesse scritto un romanzo storico avrebbe potuto vendere molti di più. Forse l’agente aveva ragione, anche se lui non può esserne certo. Ciò che sa è che è una persona testarda che si diverte troppo a fare quello che fa e che continua a vedere un gran numero di punti di forza emergere da questo tipo di approccio. E a rassicurarlo ci sono, da un bel po’ di anni ormai, un gran numero di leali e riflessivi lettori che da molte parti del mondo e in molte lingue, manifestano la loro comprensione e il loro apprezzamento.

Anni fa ha optato per narrare storie ambientate quasi nel nostro mondo, con solo un quarto di giro verso il fantastico, e anche se ogni decisione ha i suoi pro e i suoi contro lui non ha ancora trovato un valido motivo per tornare sui suoi passi. Per questo ancora una volta è tornato nella sua quasi-Europa, in quel continente dove Segna è diventata Senjan e Venezia si è trasformata in Seressa.

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