Brian Staveley: Le spade dell’imperatore

Per un bel po’ di tempo ho girato intorno a Le spade dell’imperatore di Brian Staveley. Un anno fa avevo segnalato che era nella cinquina finalista al Premio Hugo come miglior romanzo d’esordio, e in quella categoria qualche mese più tardi Staveley avrebbe vinto il David Gemmell Award. E poi era pubblicato in Italia da Gargoyle, editore indipendente che aveva fatto scelte molto interessanti. Non sempre mi era piaciuto quello che aveva pubblicato, ma almeno chi decideva cosa tradurre era qualcuno che trattava il genere con serietà. Gargoyle, già.

A mia memoria i libri Gargoyle hanno sempre venduto poco, indipendentemente dalla loro qualità o dalla fama dell’autore che li ha scritti. Ci sono tre libri di George R.R. Martin nel loro catalogo, ma in quanti li hanno letti? E poi ce ne sono due di Ursula K. Le Guin, sei di Joe Abercrombie, due di Richard K. Morgan, tre di Dan Simmons, tre di John Scalzi, uno di N.K. Jemisin, uno di Graham Joyce, due di Jo Walton, uno di Lavie Tidhar, tutti autori che in lingua originale hanno vinto premi importanti, mentre fra gli autori che avrebbero voluto pubblicare c’erano anche Jim Butcher e R. Scott Bakker. Avrebbero voluto, li avevano annunciati, ma poi… Lo scorso maggio c’era stata la pubblicazione di mezzo romanzo di Brent Weeks, Il prisma nero, mentre in luglio era arrivato mezzo romanzo di Nnedi Okorafor, Chi teme la morte. Io una parte, non tutti, li ho letti, come ho letto alcuni qualche libro di autori che non ho citato, e qualcun altro avrei voluto leggerlo, ma mi sa che sono in minoranza. La maggior parte dei lettori di fantasy e/o fantascienza questi libri li ha ignorati, almeno se mi devo basare sui dati di vendita. Su quelli piccoli del singolo negozio in cui lavoro e su quelli più grandi dei negozi on-line, che non mi forniscono cifre ma che non hanno mai visto un libro Gargoyle in una posizione importante nelle loro classifiche di vendita.

Spesso i lettori si lamentano che gli editori non hanno coraggio, che pubblicano sempre le stesse cose, e fanno gli elenchi dei libri che vorrebbero veder pubblicati. Anch’io ho la mia lista di libri che vorrei veder tradotti, penso sia normale averla. Però capisco come per gli editori a volte sia difficile pubblicare qualcosa, perché non possono prescindere dalla risposta del pubblico. Oppure leggo lamentele sui mezzi libri di Weeks e Okorafor pubblicati a prezzo elevato. Vero, il prezzo era elevato e capisco che ai lettori non sia piaciuto, non è piaciuto neppure a me, però Gargoyle non stava cercando di arricchirsi alle spalle dei lettori, stava cercando di sopravvivere facendo cose poco carine per provare a guadagnare qualcosa di più dai libri per cui aveva pagato i diritti. Stava cercando e non ce l’ha fatta, se è vero che da luglio 2015 non ha più pubblicato nulla e non sono più disponibili nemmeno le ristampe dei libri già pubblicati.

In Gargoyle hanno provato a pubblicare fantasy seriamente e hanno fallito. Non so perché i loro libri abbiano venduto così poco ma è un fatto. L’editore esiste ancora, pubblicherà ancora qualcosa? Non ne ho idea. E allora perché leggere il primo romanzo di una trilogia che probabilmente non verrà mai tradotta nella sua interezza? Perché ero curiosa. Ho deciso di dare una possibilità al romanzo perché il progetto di Gargoyle mi piaceva e il sito di Staveley (https://bstaveley.wordpress.com/) contiene riflessioni sul fantasy interessanti. Ho dato una possibilità sapendo che quasi certamente i seguiti The Providence of Fire e The Last Mortal Bond non saranno mai tradotti. Non che per me sia una novità iniziare una trilogia in italiano e finirla in inglese, l’ho già fatto con The Isle of Battle e The Shadow Road, secondo e terzo romanzo di La guerra dei cigni, trilogia di Sean Russell di cui Armenia ha tradotto solo il primo volume, Il grande regno, e quasi certamente lo farò, ricominciando dall’inizio visto che ho letto solo mezzo romanzo, con la trilogia di Brent Weeks. Preferisco leggere in italiano, ma se sono costretta a cambiare lingua lo posso fare tranquillamente. Ah, Armenia non ha smesso di tradurre la trilogia di Russell per pura cattiveria, ha smesso perché non vendeva, anche se a me il primo romanzo era piaciuto (e pure i seguiti, in inglese). Ma io sono una lettrice sola, e da sola non posso fare la differenza per un editore.

Esaurita la premessa passiamo al libro. Com’è?

Per molto tempo sono stata indecisa anch’io. Per la verità sono ancora indecisa, al punto che non so se andrò avanti, e il problema non è la lingua.

Mi sono divertita. Se andate a vedere la mia pagina su Anobii o quella molto più incompleta su Goodreads (per caricare le schede serve tempo, e non credo di aver voglia di farlo dall’inizio su un secondo sito visto che sono oltre 2.000 libri) vedete che alla fine a Le spade dell’imperatore ho assegnato quattro stelle.

L’inizio della storia non è nulla di originale. Ok, c’è un prologo in cui scopriamo che i Csestriim non sono il massimo della simpatia ma quello lo possiamo ignorare, tanto tornerà utile solo più avanti. Abbiamo due personaggi principali, Kaden, erede al Trono Incompiuto, e suo fratello Valyn. Volendo c’è anche una sorella, Adare, ma i capitoli incentrati su di lei sono così pochi che spesso ce la dimentichiamo. Lei ci fornisce informazioni fondamentali, in fondo è lei che si trova nella capitale, ma la maggior parte della storia avviene altrove, anche se sospetto che nel secondo romanzo le cose cambieranno e Adare diventerà davvero una co-protagonista al pari dei fratelli.

Kaden si trova in uno sperduto monastero sui monti e si sta addestrando al nulla. Lui, l’erede al trono, deve imparare ad annullare le emozioni, e lo fa in un luogo povero dove non solo la natura può uccidere ma dove i monaci stessi sono severi al punto da oltrepassare spesso il confine con la brutalità.

Valyn si trova in un arcipelago molto più a sud e si sta addestrando per diventare un guerriero in un corpo d’elite, e lo fa in un luogo dove non solo la natura può uccidere ma dove gli istruttori stessi sono severi al punto da oltrepassare spesso il confine con la brutalità. E se le frasi da un certo punto in poi vi sembrano quasi uguali è perché ho fatto un copia-e-incolla e poi ho modificato un paio di dettagli. Ma, cambiando i luoghi, cambiando il motivo per cui si addestrano e cambiando i dettagli di contorno, il concetto rimane quello: sono addestramenti al limite con istruttori brutali e poco propensi alle spiegazioni.

Addestramenti al limite ne abbiamo visti molti, da questo punto di vista la trama non è nulla di originale. Quello che però mi chiedo è che senso abbia per un imperatore mandare i suoi figli in situazioni così pericolose. Soprattutto l’erede al trono, anche perché in quei luoghi si può morire nonostante la presenza di istruttori qualificati, che dovrebbero evitare incidenti mortali. Sì, a un certo punto Kaden riceve una spiegazione del perché del suo addestramento, mentre è ovvio perché si stia addestrando Valyn, ma è davvero necessario tutto quello che i due devono subire? Io non credo.

Nei ringraziamenti finali Staveley cita i lettori delle sue bozze dicendo, fra l’altro, che “hanno fatto pressione per avere dei cattivi più perfidi, hanno insistito per avere mostri più spaventosi”, e a me questo sa tanto di inutilmente sanguinolento e crudele per colpire il lettore. No, grazie, io non ho bisogno che mi vengano mostrati sangue e sudore, e magari pure qualche osso rotto, una pagina sì e una no per sapere che i protagonisti si trovano in situazioni pericolose. Invece ho l’impressione che Staveley, e come lui molti altri scrittori contemporanei (Morgan e Abercrombie sono quelli che ho letto, ma temo che se mai mi deciderò a leggere Mark Lawrence inserirò pure lui nel gruppo) puntino all’eccesso per colpire il lettore. E questo è esattamente il motivo per cui non so se andrò avanti, l’eccessivo spazio dedicato a una violenza che non ha, a mio giudizio, una reale necessità narrativa, non in quella misura. Il fatto che l’addestramento, tanto in un monastero quanto in un corpo di guerrieri, non sia nulla di nuovo non è un problema, gli elementi della storia non devono per forza essere originali (leggete Il viaggio dell’eroe di Chris Vogler se volete chiarimenti in proposito), basta che siano usati bene, e io mi sono divertita a leggere il romanzo di Staveley. Anche se a un certo punto cade in un difetto comune a fin troppe opere, che siano narrativa, film o telefilm: i cattivi si trovano in posizione chiaramente super favorevole ma non sferrano il colpo decisivo perché aspettano che tutto sia perfetto, o che arrivino finalmente gli ordini di portare avanti l’attacco e gli ordini tardano senza un reale motivo. Per la verità qualche spiegazione c’è, ma non bilancia la perdita del momento giusto.

Torniamo indietro. Oltre al consueto addestramento Kaden deve cercare di capire un mistero e Valyn sventare una congiura, e il fatto di avere più obiettivi da inseguire rende più interessante la trama. Certo, ci sono scelte che i personaggi (Adare compresa) compiono che mi sono sembrate fesserie nel momento stesso in cui ho letto cosa avevano intenzione di fare, ma probabilmente è più facile vedere le trappole quando si è tranquillamente seduti su un divano piuttosto che nel mezzo dell’azione, in pericolo di vita o emotivamente provati, e in diversi punti Staveley mi ha sorpresa. La storia scorre bene, da questo punto di vista non ho avuto nessun problema, e la curiosità di scoprire cosa sarebbe accaduto c’è sempre stata, nonostante la perplessità su alcuni eventi. Per questo ho dato al libro un voto così alto: nel leggerlo mi sono divertita. Solo che non sono convinta che l’autore non si perderà in violenze inutili giusto per farci vedere quanto sono bravi i suoi personaggi a venirne fuori. Andrò avanti con la lettura? Questo solo il tempo potrà dirlo.

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10 risposte a Brian Staveley: Le spade dell’imperatore

  1. Raffaello ha detto:

    Mi sembra l’esatta descrizione di quel tipo di libri fantasy che non riesco più a leggere senza esserne infastidito. L’anno scorso ero stato indeciso se comprarlo, ora sono contento di non averlo preso.

    • Io mi sono divertita, ma allo stesso tempo ho un bel po’ di dubbi e non so se andrò avanti. Non solo, sto iniziando a chiedermi se mi ritrovo ancora negli autori fantasy contemporanei. Quando, anni fa, leggevo un libro di Marion Zimmer Bradley e mi faceva schifo – e ci sono stati libri suoi che ho trovato terribili, anche se ce ne sono altri che amo tantissimo – sapevo che era un problema di quel singolo libro. Ora inizio ad avere dubbi sulla direzione che sta prendendo il genere, anche se alcuni singoli autori continuano a piacermi.

      • Raffaello ha detto:

        Sono sempre più rari gli autori che riescono a piacermi. Erikson, Sanderson, Martin (ammesso usi la tastiera,ogni tanto)…un tempo facevo fatica a star dietro alle uscite…ormai mi accorgo che leggo sempre più fantascienza e romanzi storici perché di fantasy ne trovo sempre meno. Mi sa che inizierò con più frequenza a leggere in inglese…parlano bene del nuovo libro di Ian Cameron Esselmont (stesso mondo di Erikson) mi sa che lo comprerò, qui non lo tradurranno mai.

        • Si sono messi di mezzo anche gli editori, che quest’anno hanno pubblicato davvero poco fantasy, però fatico anch’io a trovare qualcuno che mi convinca fino in fondo. Potrebbe essere il momento di andare a ripescare libri di qualche anno fa che fino a ora ho ignorato.

  2. francescoco ha detto:

    lo ho già fatto ma mi permetto di consigliarti: ancora django wexler e, Anthony Ryan e autori di ottimi libri di bel fantasy.

    • Di Ryan ho letto il primo e mi è piaciuto. Ho comprato il secondo qualche mese fa ma ancora non mi sono decisa a leggerlo, non so bene neanch’io il perché. Di Wexler ho comprato il primo un po’ di tempo fa (dopo di Ryan ma non saprei dire di preciso quando) ma ancora non l’ho letto. Anche intorno a Staveley ho girato parecchio prima di leggerlo, prima o poi leggerò anche questi libri.

  3. Raffaello ha detto:

    Un giorno bisognerebbe fare un articolo su quei libri che ognuno di noi ha comprato secoli fa e giacciono lì, abbandonati, ma non ci decidiamo a leggerli mai. Io ne ho almeno 3/4…e mi sto convincendo che almeno un paio di questi non li leggerò mai!!😂😂

    • Solo tre o quattro? Io ho perso il conto anni fa, a volte riguardando la libreria mi stupisco di cosa ci trovo dentro.

    • Cepino ha detto:

      3/4 ?? beato te🙂
      Io che sono effetto da acquisto compulsivo di libri supero abbondantemente i 50 ( e spesso si tratta di fermaporte da 800 pagine eheheh)!

      • Voi non avete idea di cosa significhi lavorare in libreria, passare chissà quante volte al giorno davanti a libri che sembrano interessanti (e con questo lavoro si conoscono molti più libri, con la conseguenza che aumenta il numero di quelli che attirano l’attenzione) e continuare a darsi bacchettate mentali sulle mani pensando “tu non hai bisogno di questo libro, tu non hai bisogno di questo libro, tu non hai bisogno di questo libro…” E basta un attimo, abbassare la guardia appena un po’, e ci si ritrova in cassa…

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