Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo. Il ladro di fulmini. Il graphic novel

Il suo migliore amico è un satiro. Il professore di latino un centauro. E l’insegnante di matematica una Furia che ha appena tentato di ucciderlo. Da quando Percy Jackson ha scoperto di essere un semidio, la sua vita è decisamente cambiata. Gli dei dell’antica Grecia non sono scomparsi, ma vivono a New York e stanno per scatenare sulla Terra la guerra più cruenta di tutti i tempi. Qualcuno ha rubato la Folgore di Zeus, e Percy dovrà scendere negli inferi per trovarla, scagionando suo padre Poseidone e riportando la pace sull’Olimpo. Ma gli restano solo dieci giorni per farlo, affrontando i nemici che ostacoleranno la ricerca della preziosa refurtiva… Mostri, ninfe, dei, semidei e le straordinarie creature mitologiche che hanno animato il primo libro della fortunatissima serie di Rick Riordan prendono vita in una travolgente storia a fumetti. «L’oggetto rubato non ha prezzo. Un fulmine, per essere precisi. Non un fulmine qualsiasi, ma l’arma che disintegrò la cima del monte Etna e detronizzò Crono. Lo stampo da cui sono stati forgiati tutti gli altri fulmini. La Folgore primigenia di Zeus, il simbolo del suo potere. E tu sei il ladro.»

Quella che ho riportato è la quarta di copertina di Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo-Il ladro di fulmini. Il romanzo a fumetti edito, come tutte le opere di Rick Riordan, da Mondadori. Per chi conosce la saga di Percy Jackson non c’è nulla di sorprendente: cambiano le parole con cui l’editore ha scelto di presentare il libro, ma questa è, più o meno, la stessa storia del romanzo Il ladro di fulmini, primo volume della pentalogia Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo.

Più o meno, già.

Se Riordan ha creato la sua storia come un romanzo il graphic novel è, evidentemente, un adattamento. Uno dei possibili adattamenti, da quello stesso romanzo è stato tratto anche un omonimo film e, da quanto mi dice Wikipedia, pure un videogioco. Vi ho già citato il saggio Anatomia del bestseller. Al suo interno Stefano Calabrese nota come ci sia una tendenza ad allungare le opere il più possibile, e ad allungare il rapporto del fruitore con loro perché

un adattamento è una forma di “ripetizione senza reduplicazione” in grado di vivere proprio perché riesce a conciliare la forza di un modello esistente con la vitalità di un nuovo modello (pag. 85).

Insomma, il lettore può continuare a rimanere legato a personaggi e situazioni che ama, senza avere una semplice ripetizione di quanto ha già letto con una rilettura (o di quanto ha già visto con una nuova visione del film o della serie televisiva) perché cambia il modo in cui è narrata la storia. Il successo di molte opere libro+film (o serie televisiva) è una conferma di quanto quest’operazione piaccia al pubblico. Ma è sempre un’operazione valida? Il film Il ladro di fulmini non l’ho visto, anche se so che Riordan non ne è stato particolarmente entusiasta, del videogioco non so nulla (sull’argomento videogiochi la mia ignoranza è abissale, quindi non aspettatevi mai commenti da me), quanto al graphic novel l’ho appena letto e avrei potuto farne a meno.

Come detto la storia l’ha ideata Rick Riordan. L’adattamento è di Robert Venditti, i disegni di Attila Futaki e la colorazione di José Villarrubia.

I disegni non mi piacciono, e questo lo avevo visto subito. Posso accettare numerosi stili, l’autore non deve per forza cercare di realizzare immagini di tipo fotografico. Mi sta benissimo il modo in cui Stefano Bonfanti e Barbara Barbieri hanno tratteggiato Zannablù, così come non ho problemi con il fatto che da un certo momento in poi Charles M. Schulz abbia fatto camminare Snoopy in posizione eretta invece di farlo muovere a quattro zampe come un qualsiasi cane. Si tratta di scelte ben precise compiute per motivi artistici da chi ha realizzato i personaggi, non di limitate capacità nel disegno. I disegni di Futaki invece sono di tipo realistico, l’idea sarebbe quella di mostrare un’anatomia corretta, una gestualità convincente e dei volti che siano espressivi. Nulla di tutto questo, i disegni variano fra il passabile e il brutto, con una coloritura che dà il peggio di sé appiattendo il tutto.

Quanto alla sceneggiatura, la storia è davvero troppo sforbiciata. Mancano episodi e passaggi logici fondamentali. Quando, nel 2002, sono andata al cinema a vedere La compagnia dell’anello, ero in compagnia di tre persone, una che non conoscevo e che come me aveva letto il romanzo di J.R.R. Tolkien, e due che invece non avevano mai letto Il signore degli anelli. All’uscita come prima cosa io e l’altro lettore abbiamo iniziato a commentare l’assenza di Tom Bombadil, e poi siamo passati a ripercorrere le altre cose che, in un modo o nell’altro, ci avevano colpiti. Le altre due persone che erano con noi erano un po’ spaesate, hanno capito a chi ci riferivamo quando abbiamo citato Gandalf solo dopo che abbiamo spiegato che “è lo stregone”, ma non hanno sentito la mancanza di Tom Bombadil. Nella versione giunta in sala Tom Bombadil non c’era e gli unici a sentirne la mancanza erano le persone come me e l’altro ragazzo, quelle che sapevano che in un ben preciso punto della storia mancava un personaggio e la trama era stata cambiata. Nel graphic novel Il ladro di fulmini no. Percy, Annabeth e Gorver abbandonano il pullman distrutto dopo lo scontro con le Furie, ma mentre Riordan narra lo scontro con le Furie, alza la tensione con una scena pericolosa e spiega perché i tre amici debbano fuggire, Venditti si limita a un’unica immagine di Percy, Annaberth e Grover che fuggono dal pulmino distrutto mentre fanno un generico commento sul fatto che sono nei guai. Non solo sparisce la tensione, ma non si capisce nemmeno perché per i semidei e il satiro il viaggio si prospetti come pericoloso. Perché non viaggiano normalmente? Ok, niente aereo perché Zeus non gradirebbe un Percy volante, ma che problema ci sarebbe a prendere un altro pullman o un treno? Da quel che si vede nel graphic novel a fermarli potrebbe essere stato un banale incidente stradale, non tre creature mitologiche molto, ma molto arrabbiate. E di episodi e personaggi assenti ce ne sono un’infinità, da Medusa a Procuste, dal simpatico siparietto nel Tunnel dell’Amore al confronto con il traditore, la storia perde tanti di quegli elementi che forse sono più quelli assenti di quelli presenti. E naturalmente viene anche snaturata, diventa molto più banale, meno divertente, e visto che i tagli si percepiscono in modo molto netto anche la scorrevolezza se ne va a quel paese.

Ero stata così critica anche quando avevo commentato il graphic novel A Game of Thrones, basato sul primo romanzo di Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin: https://librolandia.wordpress.com/2013/06/01/george-r-r-martin-daniel-abraham-e-tommy-patterson-a-game-of-thrones-volume-2/. Altri commenti sulla stessa opera, presenti sempre sul mio blog, non hanno un tono migliore. Non mi piacciono i graphic novel? Se fosse così mi basterebbe smettere di leggerli, invece ho letto per anni serie da edicola come Tex e Martin Mystère o opere come Bone di Jeff Smith, Il giovane Lovecraft di José Oliver e Bartolo Torres, Smile e Sorelle di Raina Telgemeier o Il mostro sulla collina di Rob Harrell e ciascuno a modo suo mi sono tutti piaciuti, e molto. Il problema, penso, è che quelle storie sono nate direttamente a fumetti, mentre gli adattamenti di Riordan e Martin no. Sono, come ho appena scritto, adattamenti. Una storia originale ha un suo ritmo, una sua struttura, e l’autore è libero di scegliere come esprimersi secondo le sue capacità e i suoi interessi. In un adattamento questo non è possibile. Chi scrive la sceneggiatura si deve adattare al testo di qualcun altro e deve stare nel numero di pagine prefissato dall’editore.

Avete presente Bone? Bone è nato come avventura a fascicoli – alla fine Smith ne ha realizzati 55 – ed è andato avanti, in modo discontinuo, dal 1991 al 2004. Nessun limite, nessuna regola, solo la necessità di catturare il pubblico per poter proseguire le pubblicazioni. Ed è un capolavoro. Il volume finale supera le 1.300 pagine, ma sono tutte necessarie per narrare la storia con l’atmosfera e nel modo giusto. Ma quale editore può permettersi di far realizzare un adattamento così lungo? E infatti sia A Game of Thrones, quattro libri da quasi 200 pagine l’uno (totale: quasi 800 pagine da un romanzo che ne conta poco più di 800) che Il ladro di fulmini, un libro di 129 pagine (da un romanzo di 362), sono terribilmente compressi, Riordan peggio di Martin. Le storie non rientrano in questi spazi, gli sceneggiatori hanno dovuto tagliare brutalmente e il risultato si vede. Quando Ben Avery ha adattato Il cavaliere errante, racconto di una novantina di pagine di George R.R. Martin, per il graphic novel ha avuto a disposizione 160 pagine. Nel passaggio dalle parole all’immagine le pagine sono aumentate, e la differenza si vede. Il cavaliere errante scorre bene, non c’è quella fastidiosa sensazione di leggere una storia che procede a scatti, in cui molte cose non si capiscono o non funzionano come dovrebbero. Altra differenza: Il cavaliere errante contiene lunghe didascalie. La cosa forse non è proprio da graphic novel, il testo riveste un’importanza forse eccessiva rispetto all’immagine, ma in questo modo la comprensione è molto migliore. Evidentemente l’adattamento soffre nell’impoverimento della scrittura, nella limitazione della storia a qualche momento drammatico non ben collegato e alla perdita di tutta una serie di elementi introspettivi e di ambientazione che rendono il romanzo o racconto originale degno di essere letto. Il fatto che l’aspetto visivo viene reso nella stessa tavola in cui si svolge l’azione, e quindi non ha bisogno di un suo spazio specifico, non libera abbastanza spazio da ridurre in modo significativo la compressione degli altri elementi.

Un altro problema è l’illustratore. Quali illustratori sono disponibili a portare avanti progetti lunghi che non sono loro creazioni? Non i migliori, mi viene da dire. Può esserci qualche illustratore disposto ad accettare questo genere di lavoro, magari perché è un fan dell’opera originaria, ma è più facile che l’editore si debba rivolgere a professionisti seri ma senza particolari capacità, magari anche per contenere i costi. Il caso, parlando di qualcosa di diverso ma fino a un certo punto, di Brandon Sanderson è più unico che raro.

Quando Robert Jordan è morto la sua vedova, Harriet McDougal, si è trovata ad aver bisogno di qualcuno che completasse La Ruota del Tempo. Non poteva essere un autore già affermato, al di là dei costi gli autori affermati avevano già i loro progetti da sviluppare e difficilmente avrebbero avuto tempo e voglia di sacrificare i loro progetti, rimandarli a un futuro indefinito, per adattarsi a un’opera ideata da qualcun altro. Sanderson invece all’epoca aveva pubblicato ben poco, aveva i suoi fan ma ancora non erano così tanti (e quindi una collaborazione a La Ruota del Tempo avrebbe aumentato enormemente la sua fama), era a sua volta un fan della saga di Jordan da quando aveva 15 anni ed è veloce a scrivere. Tutte caratteristiche che lo hanno portato ad accettare l’incarico, cosa che ha dato a noi tre ottimi romanzi e quella conclusione che abbiamo aspettato per oltre vent’anni e a lui una fama che, a leggere quello che scrive, è più che meritata. Ma quanto spesso può capitare di trovare qualcuno con le caratteristiche di Sanderson disposto a dedicare buona parte del suo tempo a sviluppare un’opera progettata da altri?

Mi sa che alla fine il problema di Il ladro di fulmini è lo stesso di A Game of Thrones: si tratta di adattamenti per cui gli sceneggiatori non hanno avuto lo spazio necessario a narrare bene la storia e i cui illustratori non sono nulla più che seri professionisti dalle capacità limitate. Meglio, molto meglio, le opere originali.

Alla pentalogia di romanzi Percy Jackson e gli eroi dell’Olimpo ho dedicato il testo Essere dei mezzosangue è pericoloso, ma non si corre il rischio di annoiarsi contenuto nell’antologia saggistica Il Fantastico nella Letteratura per ragazzihttp://www.runaeditrice.it/index.php/component/virtuemart/view/productdetails/virtuemart_product_id/90/virtuemart_category_id/9.html.

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4 risposte a Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo. Il ladro di fulmini. Il graphic novel

  1. Raffaello ha detto:

    By the way…lessi il Signore degli Anelli anno prima dei film, e trovai la parte di Tom Bombadil forse la più inutile di tutto il libro. Dunque non mi diede fastidio la sua assenza nei film. Della serie “non tutti i tagli vengono per nuocere” sto leggendo il Don Chisciotte della Mancia ed è talmente pieno di episodi inutili si fini della storia, che il Cervantes poteva narrarci la stessa, in maniera più godibile e meno spezzettata a mio parere, forse in 500 pag invece che 2 libri e un totale di 1200.
    Sono sempre e comunque mie opinioni😉

    • Tagliare Tom Bombadil ci sta, non puoi tagliarlo però facendo vedere Frodo e compagni che si allontanano dalla sua casa ringraziandolo per il salvataggio. È il modo in cui sono effettuati i tagli che è sbagliato, più della presenza dei tagli.

      • Raffaello ha detto:

        Non ricordo la scena di cui parli…sono passati secoli da quel film…dovrei rivederlo!😉

        • Io invece non conto di rivederlo, come quasi sempre mi accade la trasposizione cinematografica di un romanzi mi interessa ben poco. La guardo una volta, per curiosità, e poi basta.
          Comunque, giusto per togliere i dubbi a chi legge i nostri commenti e magari non capisce il nostro tono, Peter Jackson ha eliminato completamente Tom Bombadil, almeno nella versione di La compagnia dell’anello giunta al cinema nel 2002. Venditti invece ha eliminato tutto lo scontro con le Furie, ma ha lasciato la fuga da un pericolo non ben definito e da un pullman distrutto per ignote ragioni.

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