Intorno alle Baccanti di Euripide

DIONISO: Io vedevo lui e lui vedeva me: mi affidò così i suoi riti.

PENTEO: E di che specie sono questi tuoi riti?

DIONISO: Non è lecito rivelarli a chi non è iniziato.

PENTEO: E quale vantaggio c’è per chi li celebra?

DIONISO: A te non è concesso di ascoltarlo, anche se vale la pena di saperlo.

PENTEO: Ben congegnata, perché io desideri ascoltarlo.

DIONISO: I riti del dio odiano chi pratica l’empietà.

PENTEO: Tu dici di aver visto chiaramente il dio. Com’era?

DIONISO: Come voleva lui, certo non lo stabilivo io.

PENTEO: Di nuovo hai deviato bene, non dicendo proprio niente.

DIONISO: Chi parla da sapiente, sembrerà dissennato a un ignorante.

Pag. 83

Quanto conoscete la mitologia greca? La storia di Penteo, narrata da Euripide nelle Baccanti, è la prova che è sempre meglio non far arrabbiare gli dei. C’è una cosa di cui però più passa il tempo è più mi rendo conto. Man mano che i libri nella nostra memoria aumentano diventa sempre più difficile leggere certi libri senza sentire echi dentro la testa. Fruscii di pagine, parole che si inseguono…

Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuto alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.

Umberto Eco, Il nome della rosa, pag. 289

E se, come scopre Adso di Melk, “a leggere libri di medicina, ci si convince sempre di provare i dolori di cui essi parlano” (pag. 325), se io leggo fantasy ritrovo il fantasy dappertutto, anche in Euripide. Visti con gli occhi dei moderni per la verità tutti i miti possono essere fantasy perché nessuno di noi crede all’esistenza di Dioniso o al fatto che chiunque possa fare ciò che Dioniso fa nelle Baccanti, anche se ogni opera va considerata per ciò che significava nel contesto in cui è stata prodotta. Ma se io leggo “Chi parla da sapiente, sembrerà dissennato a un ignorante”, come posso non pensare a Gandalf che ammonisce Théoden dicendo che “ad occhi storti il volto della verità può apparire un ghigno”? (J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli, pag. 635).

C’è un altro dialogo che mi torna in mente. I protagonisti, Sparhawk e Martel, sono nemici mortali con alle spalle una lunga storia di inseguimenti e agguati falliti, ma visto che si trovano nelle mani di Arasham, che non ha tutte le rotelle a posto e che non gradirebbe conoscere la verità, portano avanti una conversazione lievemente ambigua, con il lettore che percepisce cose che uno dei personaggi non nota minimamente:

«Non potete immaginare quanto ho desiderato rivedere il volto di Sparhawk.»

«Non più di quanto io ho desiderato rivedere il tuo», ribatté Sparhawk. Poi si rivolse al vecchio folle. «C’è stato un tempo in cui Martel e io eravamo come due fratelli, santissimo Arasham. È un peccato che il tempo ci abbia separato.»

«Ho cercato di trovarti, Sparhawk», replicò freddamente Martel, «parecchie volte.»

«Sì, l’ho sentito dire. E sono sempre tornato di corsa nel luogo in cui eri stato visto per l’ultima volta, ma quando ci arrivavo, tu te n’eri già andato.»

«Affari urgenti», mormorò Martel.

«È sempre così», biascicò in tono sentenzioso Arasham, inciampando nelle parole. «Gli amici della nostra gioventù scivolano via e rimaniamo soli nella vecchiaia.»

David Eddings, Il trono di diamante, pagine 394-395

Volendo potrei citare anche il modo in cui narra la storia il Denis Diderot di Jacques il fatalista, ma se vado avanti così non mi fermo più. La tragedia greca prosegue e il dramma si compie.

CADMO: Quando comprenderete quel che avete fatto, soffrirete un tremendo dolore. Se rimarrete sempre nello stato in cui siete, pur non essendo felici, non saprete almeno di essere infelici.

Pag. 135

L’aumentare della conoscenza in molti casi significa aumento dell’infelicità. La conclusione ci ricorda che l’opera ha un insegnamento morale, ma presenta anche spunti interessanti per la narrativa.

CORO: Molte sono le forme del divino,

molte cose impreviste eseguono gli dei;

quel che si attende non giunge a compimento,

quel che è inatteso, invece, un dio può realizzare.

Pag. 143

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