Claudio Asciuti: Guida alla letteratura fantastica

Nella presentazione della sua Guida alla letteratura fantastica Claudio Asciuti mette subito le mani avanti: “Questo volume, che indaga nel campo della letteratura fantastica con accenni alla cinematografia, al mondo dei fumetti e alla musica, non ha alcuna pretesa di esaustività, data l’immensa mole del materiale “edibile”, e non vuol essere considerato nemmeno un repertorio bibliografico o un catalogo di titoli, come sedicenti quanto improvvisate guide spesso tentano di fare” (pagine 10-11), e per fortuna. Se fosse stata una guida completa ci sarebbe stato da storcere il naso, visto che al suo interno non c’è alcun accenno ad autori quali Lloyd Alexander, Piers Anthony, Peter S. Beagle, Herbie Brennan, Jim Butcher, Trudi Canavan, Jacqueline Carey, Cassandra Clare, Susanna Clarke, Eoin Colfer, Silvana De Mari, Stephen Donaldson, David Eddings, Steven Erikson, Raymond E. Feist, Alan Garner, David Gemmell, Elisabetta Gnone, Laurell K. Hamilton, Robin Hobb, N.K. Jemisin, Guy Gavriel Kay, Katharina Kerr, Katherine Kurtz, Mercedes Lackey, Patricia A. McKillip, Lois McMaster Bujold, Garth Nix, Naomi Novik, Tamora Pierce, Rick Riordan, Patrick Rothfuss, Andrzej Sapkowski, Brandon Sanderson, Mary Stewart, Jonathan Stroud, Harry Turtledove, Jack Whyte, Tad Williams e Diana Wynne Jones, con Joe Abercrombie, Richard Adams, Robert Jordan e Mervyn Peake semplicemente citati di sfuggita. Sì, mi sono divertita a fare le pulci agli autori, anche se loro avevano messo le mani avanti dicendo che la mole del materiale è immensa e che non ci sarebbero potuti essere tutti. E, visto che si parla anche di fumetti mancano il Bone di Jeff Smith e il Martin Mystère di Alfredo Castelli, mentre fra i film, che onestamente io conosco meno, ho notato le assenze di La storia fantastica e Lady Hawke. E queste sono solo le assenza che ho notato a prima vista, mica dopo una ricerca seria. Ma allora di cosa parla questo libro? Di quello che pare agli autori, con buona pace della coerenza o dell’importanza delle singole opere.

Cominciamo con la copertina, su cui gli autori (oltre a Claudio Asciuti, che ha scritto parte dei testi ed è anche il curatore, si tratta di Claudio Amerigo, Adalberto Cersosimo, Davide Costa, Andrea Del Ponte, Paolo di Francesco, Oskar Felix Drago, Domenico Gallo, Giacomo Giustolisi e Franco Piccinini) sicuramente non hanno avuto voce in capitolo e che quindi non dipende da loro ma dall’editore. Al fianco di un drago compaiono numerose scritte di varie dimensioni, e precisamente i nomi di alcuni autori o i titoli di alcune opere: H.P. Lovecraft, J.R.R. Tolkien, Ashton Smith (perché per lui è stato indicato solo il cognome?), Poul Anderson, Harold Shea (si tratta del nome di un personaggio, il protagonista di una saga creata da L. Sprague de Camp e Fletcher Pratt, e nessuno dei libri si intitola Harold Shea), Hobbit (senza articolo, comunque visto che compare già il nome di Tolkien era davvero necessaria questa ripetizione?), Jack Vance, Terry Brooks, Il trono di spade (sì, il riferimento è alla serie televisiva e non ai romanzi di George R.R. Martin su cui la serie televisiva si basa), Moorcock (anche qui solo cognome), Conan (e anche in questo caso abbiamo il nome di un personaggio, il guerriero muscoloso creato da Robert E. Howard, ma nessuna delle storie scritte da Howard nel titolo ha il nome Conan, e se a livello letterario è noto come Conan di Cimmeria i film lo hanno reso famoso come Conan il barbaro), Ray Bradbury, Fritz Leiber, Harry Potter (che è il nome del personaggio creato da J.K. Rowling, suppongo che citando il protagonista e non la scrittrice chi ha scelto le scritte volesse catturare tanto l’attenzione dei lettori quanto quella degli spettatori) e Ursula Le Guin. Le scritte sono state scelte deliberatamente per catturare il pubblico, anche se forse qualche nome meno noto è stato inserito per rivestire di nobiltà letteraria il volume. L’impressione che si ricava da questi nomi è che il libro sia una guida alla letteratura fantasy. Lo so che il titolo dice fantastica e non fantasy, il fantastico è più ampio del fantasy e quindi la scelta di occuparsi di fantastico indica la volontà d’indagare un campo molto vasto, ma quei nomi inducono a credere che uno spazio piuttosto ampio sarà riservato al fantasy. Sbagliato, il fantasy c’è ma in misura molto ridotta, si parla principalmente di miti, leggende e opere letterarie classiche. Gli autori del XX e XXI secolo occupano uno spazio molto piccolo. Non che questa scelta non sia legittima, ma la copertina dà un’impressione sbagliata sul contenuto del libro.

Ok, ripartiamo.

Niente fantasy, qui ci occupiamo di fantastico, e se la copertina è sbagliata la colpa è dell’editore e non degli autori. Ma se ci occupiamo di fantastico perché le poche volte che parlano di fantascienza gli autori dicono di andare fuori tema, ma che per quella particolare opera ne vale la pena? Anche la fantascienza rientra nell’ambito del fantastico, quindi a rigor di logica non dovrebbe essere fuori tema. Sconfinamenti al di fuori del tema del libro però ce ne sono, e mi hanno molto irritata. Non avete lo spazio per parlare di tutti gli autori del fantastico, ignorate alcuni giganti della fantasy, e poi attaccate a parlare di romanzi storici? Viva la coerenza! Io amo i romanzi storici, ma qui non c’entrano nulla. E non solo loro. Se quasi dieci pagine si occupano della Trilogia di Magdeburg di Alan D. Altieri, più avanti è dedicato ampio spazio a Carlos Castaneda, e onestamente fatico a capirne il motivo, così come fatico a capire il perché di tutto quest’interesse nei confronti delle montagne. L’arbitrarietà regna sovrana, come è ammesso chiaramente all’interno del libro. Quando decide di parlare di Hannibal di Thomas Harris Franco Piccinini scrive che “In questo testo non sono presenti elementi fantastici o soprannaturali e quindi, a rigor di termini, questo genere di storie non dovrebbe entrare nella presente trattazione, sebbene l’antropofagia non sia proprio merce comune, neppure tra gli assassini seriali” (pag. 744). Cioè, basta che una cosa sia poco comune perché secondo lui se ne possa parlare in questo libro? In compenso Claudio Asciuti prima di parlare di La montagna dell’infinito di Roger Zelazny aveva spiegato che “il fantasy diventa fantascienza; per la bellezza – e il significato profondo – di quest’opera è però possibile operare una trasgressione” (pag. 701). La fantascienza qui viene vista come una trasgressione.

Il libro è nettamente sbilanciato verso la classicità, con molta attenzione dedicata alle opere che hanno fondato il genere, largo spazio a quanto è stato scritto fino agli inizi del XX secolo, e poi una notevole selezione, con le opere più moderne che nella quasi totalità vengono presentate sotto una luce negativa. Davvero tutte queste opere sono così piene di difetti e prive di qualità? L’impressione è che i gusti personali degli autori abbiano avuto la meglio sull’obiettività che dovrebbe essere una caratteristica fondamentale in una guida, e che i loro gusti propendano più per le opere della prima metà del XX secolo.

Altro problema: quanto è attendibile quello che c’è scritto qui dentro? Non parlo di comuni refusi, ne ho visti ma ho visto libri stampati anche peggio di questo. Parlo di contenuti. A pagina 33 Franco Piccinini ci aveva spiegato che “le due libere amazzoni Kindra e Jaelle accompagnano Magdalene Lorne” in un viaggio che ora non mi interessa indagare. Quello che mi interessa è l’errore: Kindra e Magdalene Lorne non si sono mai conosciute e perciò non hanno mai potuto fare un viaggio insieme, e se non vi basta la parola di una che una quindicina d’anni fa quando doveva scegliere il suo nickname su internet ha optato per kindra (con la minuscola, all’epoca ho fatto la pigra con la tastiera e non ho mai cambiato il dettaglio), allora andate a leggervi La catena spezzata di Marion Zimmer Bradley per vedere perché proprio questo particolare è tanto importante per la trama. E poi abbiamo i Troll dello Hobbit che vogliono mangiarsi i nani, “ma per fortuna Bilbo inventa uno stratagemma per perdere tempo: alle prime luci dell’alba i Troll si pietrificano e i loro prigionieri si salvano” (pag. 113), e io spero che quel Bilbo sia un refuso al posto di Gandalf, come suppongo che sia un altro refuso la menzione del romanzo del 1937 di TolkienLo Hobbit o la riconquista dell’anello” (pag. 333), o il chiamare Joanne Kathleen Rowling una persona il cui vero nome è semplicemente Joanne e il cui pseudonimo scelto per l’attività di scrittrice prima del cognome non ha nessun nome ma solo le due iniziali J.K.

Piccoli dettagli che ho notato nella lettura, ma se io ho notato, e mi sono annotata, questi, quanti altri sono quelli che non ho notato? Magari semplici imprecisioni, come quando il romanzo Il signore degli anelli viene definito una trilogia, anche perché probabilmente la revisione è stata meno accurata di quel che sarebbe dovuta essere se a pagina 255 si legge testualmente “Sclerocypris zelaznyi è il nome scientifico di un ostracoda [specificare di cosa si tratta] identificato nel 1988.”

Revisione carente? Certo, e io l’ho sentito anche in altri dettagli meno evidenti. I saggisti che hanno operato in questo libro sono dieci, e a volte la presenza di più mani si sente in una fastidiosa ripetizione di argomenti già trattati, ripetizione che oltretutto ha sottratto spazio che avrei preferito veder utilizzare per temi e autori che invece sono rimasti fuori da queste pagine. C’è anche un notevole schematismo nel modo di procedere del libro, uno schematismo che dopo un po’ stanca e appiattisce tutto, e uno spazio eccessivo dedicato ad alcuni argomenti trattati in modo fin troppo dettagliato rispetto ad altri che sono stati semplicemente sfiorati.

E poi ci sono passaggi di cui fatico a capire il senso e ad accettarne la validità, come questo scritto da Adalberto Cersosimo:

Di solito è preferibile rifuggire dalle serie, dalle saghe, com’è di moda definire, da circa un ventennio, qualsiasi ciclo narrativo superi il terzo romanzo. D’altronde l’etimo stesso, in una cultura che bada solo all’immagine formale, è un’ottima occasione per dipingere un romanzo fantastico con la patina del capolavoro. Ci stiamo dimenticando che le epopee, le narrazioni epiche o eroiche, non sono nate per compiacere gli ascoltatori (i lettori). Poiché i mitologemi proiettano in epoche più o meno lontane le esigenze psicologiche delle civiltà che li hanno generati, essi forniscono una spiegazione e una legittimazione delle culture dalle quali derivano. (Pag. 399)

Il brano prosegue con altre perle di incomparabile saggezza e spiega i meriti letterari di alcune opere italiane, nello specifico i romanzi fantasy di Licia Troisi e Vanni Santoni. Vorrei però che Cersosimo mi spiegasse perché bisogna rifuggire dalle serie, o saghe visto che il termine va tanto di moda, e perché la lunghezza sia solo una scelta formale e non una caratteristica propria dell’opera. La lunghezza non è sinonimo di capolavoro, ma per rendere vivo un mondo complesso, specie se è molto diverso dal nostro, possono servire davvero tante pagine, e la lunghezza è legata più che alla moda al tipo di storia che l’autore vuole raccontare.

Ora che ho distrutto la guida cosa ne rimane? Un bel po’ di informazioni interessanti, sperando che siano corrette. Il tarlo del dubbio non lo posso certo cancellare, ma la menzione di determinate opere, certi collegamenti e un buon numero di spunti potranno anche tornarmi utili in futuro. Sapendo che il libro non è quello che appare da fuori (al di là dell’aspetto grafico, che non mi piaceva al primo impatto e continua a non piacermi ora e quindi qui non ha deluso aspettative che non avevo), sapendo che l’attenzione è focalizzata quasi sempre su ciò che ha dato origine al fantasy moderno e non sul fantasy moderno una lettura ci può anche stare.

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2 risposte a Claudio Asciuti: Guida alla letteratura fantastica

  1. Antonio ha detto:

    E pensare che mi aveva incuriosito. No, mi sa proprio che non lo comprerò!

    • Ci sono delle parti interessanti, a patto però di sapere fin dall’inizio che l’interesse degli autori è più sulle opere anteriori al XX secolo, che al fantasy contemporaneo, cosa che le scritte di copertina possono indurre a pensare.

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