Filippo Tuena: Memoriali sul caso Schumann

Devo spiegarvi perché la vicenda di Robert si è ripresentata così prepotentemente nei miei pensieri. Non che non vi tornassi sovente con la mente – sapete che è cosa impossibile ignorare o dimenticare quei fatti –, ma non mi ero mai posta realmente il problema di cercare di capire. Ne prendevo semplicemente atto.

Pag. 13

 

Il Robert citato da Rosalie Leser è Robert Schumann, e lo sguardo che indaga l’animo del grande compositore è quello di Filippo Tuena.

Dell’interesse di Tuena nei confronti di Schumann sapevo già da anni, da quando, nel 2005, mi ero imbattuta in un libro che racchiude due brevi testi, Il Diavolo a Milano e Fantasmi di Schumann a Manhattan. Un interesse nato grazie a una sua amica, la pianista Maria Pia Carola, che voleva un testo per accompagnare la sua esecuzione di un’opera. La richiesta di Maria Pia ha portato nell’immediato (2004) alla nascita di Fantasmi di Schumann a Manhattan, con Filippo che si è appassionato alle vicende di Robert, e ora alla pubblicazione di questo Memoriali sul caso Schumann.

Io confesso la mia grande ignoranza in campo musicale. Le opere che conosco sono davvero poche, le vicende di chi le ha realizzate ancora meno. Su cosa verte questo libro? Questo è il risvolto di copertina:

 

Il 27 febbraio 1854, in piena crisi artistica ed esistenziale, Robert Schumann esce dalla propria abitazione di Düsseldorf e si butta nelle fredde, nere acque del Reno. Salvo per miracolo, viene affidato alle cure del dottor Richarz e internato nel manicomio di Endenich, dove rimarrà fino alla morte, perseguitato da voci incorporee che lo accusano di non essere l’autore della sua musica e solo occasionalmente visitato da allievi e protetti, fra cui il prodigioso Johannes Brahms. Non rivedrà mai più l’amata moglie Clara e i figli.
Intorno a questa follia – e alle enigmatiche Variazioni del fantasma, che Schumann sosteneva gli fossero state dettate dallo spettro di Franz Schubert – Filippo Tuena costruisce un romanzo a incastro dalla presa magnetica, un congegno narrativo che dissimula la finzione come un raffinato trompe l’oeil ottocentesco e sfrutta sei punti di vista diversi – da un’anziana amica di Robert e Clara a Ludwig Schumann, affetto dallo stesso male del padre – per sondare il mistero che ancora circonda gli ultimi anni di Schumann e i suoi rapporti con la moglie e con Brahms, l’allievo dal volto angelico arrivato nella vita della coppia sei mesi prima del tentato suicidio e destinato a giocare un ruolo centrale non solo nella vita del Maestro, ma anche nella storia della musica.
Abilissimo come sempre nel mescolare verità storica e rielaborazione immaginifica, Filippo Tuena utilizza lettere, stralci di diari, partiture per raccontare una storia di arte e pazzia che ha i toni foschi di un romanzo gotico, e che attraverso la vicenda emblematica di Schumann esplora i rapporti della civiltà europea con la morte e l’aldilà, con la religione e la scienza, e da ultimo con la musica, «corpo spirituale del mondo», suo pensiero in scorrimento . Il risultato è un romanzo che si legge con la voracità di Dracula o L’abbazia di Northanger, una storia di fantasmi la cui scoperta più spaventosa è l’impossibilità di capire fino in fondo l’altro.

 

Un tentativo di suicidio, la follia, i fantasmi che accompagnano il cammino dei vivi, l’impossibilità di comunicare e la morte. Gli ultimi tre temi accompagnano da sempre l’opera di Tuena, in modo più o meno scoperto. Le prime opere, Lo sguardo della paura, Il volo dell’occasione, Cacciatori di notte e Tutti i sognatori sono romanzi in senso più tradizionale, hanno dei personaggi – anche se in qualche caso non è difficile vedere in loro un alter ego dello scrittore – e una trama dotata di un punto di partenza e un punto di arrivo. A partire da La grande ombra le cose cambiano, con un romanzo a più voci in cui l’oggetto dell’indagine di chi parla è il grande assente. Cosimo de’ Medici, Leonardo Buonarroti, Sebastiano del Piombo, Tommaso de’ Cavalieri e via via tutti gli altri parlano di Michelangelo Buonarroti, ma Michelangelo è già morto. Loro cercano di indagare nell’animo del grande artista, ne danno una visione parziale, ma sono destinati a fallire, a non capire mai davvero l’animo della persona su cui si sono soffermati a riflettere. L’immagine arriva a loro e a noi imperfetta, con dettagli spiegati accuratamente ma senza un disegno generale che possa fornire la risposta cercata.

Mi ritorna bene nella mente come un sognio una certa iscala, ma non credo che sia a punto quella che io pensai allora, perché mi torna cosa ghoffa (pagine 263-264)

scrive Michelangelo per far sapere a chi si trova a Firenze come deve essere realizzata la scala per la Biblioteca Laurenziana. Scrive descrivendo, e non traccia un disegno che sarebbe stato più chiaro di mille parole. I progetti architettonici si fanno con i disegni, giusto? Lui invece sceglie di usare le parole, molto più oscure, molto più imprecise, allontanandosi dalle immagini in questo come in tutte le altre opere dell’ultima parte della sua vita. E l’immagine che dà di lui Tuena presenta la stessa sfasatura, la stessa incapacità –o forse la stessa mancanza di volontà – di andare fino in fondo e dare un’immagine precisa e priva di ambiguità. C’è una precisa scelta di non finito, di indeterminazione, ed è una scelta che accompagna non solo l’attività artistica del Buonarroti ma anche quella di Tuena.

Dopo La grande ombra sono arrivati Le variazioni Reinach e Ultimo parallelo, e anche in questi casi Tuena ha indagato una vicenda reale. Non riesce più a scrivere romanzi totalmente d’invenzione, mi ha detto, perché non li sente più come importanti. Per la sua incessante indagine sull’animo umano sente il bisogno di ancorarsi a qualcosa di realmente accaduto, anche se poi quello che trova è la singolarità dell’esperienza e la sua incomunicabilità. Con Le variazioni Reinach ha scelto di essere lui il narratore, presentando insieme alla storia di Léon Reinach e della sua famiglia la storia stessa della sua ricerca.

Variazioni. È questo il filo conduttore del romanzo, piccole variazioni nei gesti, negli animi, nelle situazioni, nei personaggi, piccole variazioni che sconvolgono un mondo e che portano inesorabilmente nella catastrofe dell’Olocausto.

Ultimo Parallelo narra la storia di Robert Falcon Scott e del suo ultimo viaggio, rotta verso il Polo Sud e ritorno incompiuto. L’incompiutezza, la frammentarietà, l’impossibilità di raggiungere l’obiettivo prefissato accompagna i personaggi di Tuena. Che alla fine muoiono. Senza aver completato le loro ultime opere, nell’inferno di Auschwitz, o sulla strada del ritorno dopo una sconfitta. O ancora, in un manicomio, convinti di non essere gli autori della propria musica.

Cosa ne so io di musica? Niente, e allora vi ripropongo un paio di brani del libro e le recensioni di persone che hanno una conoscenza molto superiore alla mia.

Questo (versione audio) è l’inizio:

http://www.radiolibri.it/prima-pagina-memoriale-sul-caso-schumann/

Qui invece potete trovare una presentazione di Tuena e un brano che si trova molto più avanti, alle pagine 84-85:

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2015/12/21/memoriali-sul-caso-schumann-di-filippo-tuena-un-estratto/

Una Lettera sullo stato del romanzo scritta da Tuena e il brano che apre l’ultima sezione del libro, quella dedicata al punto di vista di Johannes Brahams (pagine 199-202):

E poi ancora una bellissima lettura del libro:

https://nonsoloproust.wordpress.com/2016/01/21/memoriali-sul-caso-schumann-filippo-tuena/

E ancora

http://www.succedeoggi.it/2015/11/il-caso-schumann/

E ancora

https://poetarumsilva.com/2015/12/02/una-frase-lunga-un-libro-37-filippo-tuena-memoriali-sul-caso-schumann/

E ancora

http://www.ilfoglio.it/libri/2016/02/03/memoriali-sul-caso-schumann___1-vr-137756-rubriche_c359.htm

Titti Scotti, L'ombra del narratore

Titti Scotti, L’ombra del narratore

 

Potrei andare avanti ancora per molto, ma le ricerche delle recensioni di un libro con Google le sappiamo fare tutti. Aggiungo solo il fatto che il 31 gennaio nell’ambito di Writers mi sono recata ai Frigoriferi Milanesi per la presentazione di Memoriali sul caso Schumann, con annessa esecuzione di due brani – Variazioni del fantasma comprese – da parte di Maria Pia Carola. La bellissima foto che vedete qui, l’ombra di Filippo proiettata sul muro (L’ombra del narratore), è stata scattata nell’occasione da Titti Scotti.

Divago, riporto le parole di altri per nascondermi dietro, perché stavolta ho faticato. Come detto, di musica non so nulla, e forse il mio problema nasce da qui, anche se è vero che pur avendo letto testi sulla Shoah non sapevo chi fossero i Reinach e quel che avevo letto negli anni passati sulle spedizioni al Polo Sud lo avevo completamente dimenticato. Nonostante tutti gli elogi che ho letto, e anche se l’abilità di Tuena nell’usare le parole rimane straordinaria, per me questo libro ha risuonato meno di altri.

Memoriali sul caso Schumann è una storia corale in cui sei persone, Rosalie Leser, Else Junge, Christian Reimers, Ludwig Schumann, Katarina (l’unica figura inventata da Tuena per esigenze narrative) e Johannes Brahams si interrogano su Robert, su loro stessi, sui fantasmi e sulle ombre che sovente ci visitano – per questo la foto di Titti oltre che bella è un’immagine perfetta da accostare a questo romanzo e all’opera di Tuena – lasciandoci alla fine con più domande che risposte. Possiamo indagare i fatti, possiamo cercare una comunicazione anche nelle cose più impensate, nelle sedute spiritiche come nelle tessere del domino, quello che otteniamo è sempre una proiezione di ciò che sappiamo su una superficie che non possiamo influenzare, e che ci mostra un disegno di volta in volta sfuocato, imperfetto, o al contrario troppo rigido e innaturale.

Se le parole di Rosalie mi hanno dato una struttura informandomi su quanto accaduto e mettendo alcuni punti fermi nella storia, le voci successive al di là di qualche sporadico brano non sono riuscite a raggiungermi davvero. Questo fino all’ultima, quella di Brahams, che anche da sola varrebbe la lettura del libro, e che dopo le altre voci si staglia ancora più forte.

La frammentarietà, l’incertezza dei suoi ultimi pensieri. […] Ma poi a che vale cercare le motivazioni nascoste o solo ipotizzate? Sono gli atti quelli che rimangono.

Pag. 228

Alla fine di Schumann rimangono gli atti, il tentativo di suicidio, l’incapacità di comunicare, l’internamento a Endenich, anche se a chi gli era vicino sono rimaste domande brucianti e una frammentarietà che questo libro non può che confermare.

Ma la conferma è: non arriverete mai a sapere esattamente cos’è accaduto. E non perché vi manchino gli indizi, ma perché non è possibile sapere più di quanto non s’intuisca.

Pag. 175

Non sappiamo cosa sia accaduto nella mente di Schumann, non sappiamo mai davvero cos’è che accade e perché accade, mi spiace solo che questo libro, che pure contiene pagine straordinarie, nelle sue pagine centrali spesso non sia riuscito a raggiungere le mie emozioni.

Edit: il numero di aprile di Diacritica con una bella intervista a Tuena: http://diacritica.it/wp-content/uploads/Diacritica-II-8-25aprile2016.pdf.

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