Primo Levi: Dello scrivere oscuro

Una delle discussioni sterili che ho avuto su internet riguardava la scrittura oscura. Il mio interlocutore, di cui non faccio il nome perché non voglio ritrovarmelo ancora fra i piedi visto che parlare con lui è come parlare con i muri e comporta solo inutili perdite di tempo, sosteneva che scrivere in modo semplice significa abbassare il livello culturale di un testo. Per lui non deve essere lo scrittore a modificare la scrittura par farsi capire ma il lettore a impegnarsi per capire il testo, e che l’incapacità del lettore di capire è legata esclusivamente al suo basso livello culturale. Dal basso livello culturale a un sistema strutturato per aumentare l’ignoranza e quindi sfruttare meglio la gente comune il passo è breve, e i suoi testi, che a volte io riuscivo a capire solo alla terza o quarta lettura, erano una lotta contro l’ignoranza dilagante, l’appiattimento della cultura e l’asservimento al potere. Facendo uno sforzo per capire lui, insomma, il lettore aumentava il suo livello culturale.

Io di solito non ho problemi con Platone ma con lui ne avevo, sarà perché sono ignorante? Mah!

Va bene, ho abbandonato la lettura di Come io vedo il mondo di Albert Einstein dopo le prime interessantissime pagine quando ha iniziato a parlare di fisica, e confesso la mia quasi totale ignoranza della materia. Sono tante le materie in cui sono molto ignorante. Però se restiamo su un linguaggio non specialistico penso di cavarmela discretamente bene. Capisco quello che mi viene detto, o quello che leggo, a meno che lo scrivente non faccia come un mio ex professore di Estetica che scriveva in modo deliberatamente oscuro (lo ha detto lui a lezione senza giri di parole, quindi lo faceva apposta) perché a suo dire solo chi sapeva capire un testo complesso poteva sostenere il suo esame. Chissà perché tutti odiavano il suo esame…

Io ho sempre sostenuto che chi scrive qualcosa, chi vuole comunicare, deve cercare di farsi capire. Che non vuol dire limitarsi a dire banalità, ma usare un linguaggio il più semplice possibile, spiegare tutto ciò che non è ovvio, costruire frasi lineari e coerenti, usare i termini tecnici solo dove sono necessari, e se gli riesce cercare di tenere viva l’attenzione del lettore e non addormentarlo. Questo almeno in un articolo scritto per lettori generici, la saggistica per addetti ai lavori o la narrativa e la poesia hanno spesso (non sempre) esigenze diverse.

Comunicare non significa far impazzire il lettore, ma dirgli qualcosa che possa interessargli, e magari anche arricchirlo, nel modo in cui lui è in grado di capirlo. In L’altrui mestiere di Primo Levi c’è un articolo intitolato Dello scrivere oscuro. Ne riporto alcuni passi:

Detto questo, e quindi rinunciando enfaticamente a qualsiasi pretesa normativa, proibitiva o punitiva, vorrei aggiungere che a mio parere non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio viene compreso e quanto meno si presta ad interpretazioni equivoche.

È evidente che una scrittura perfettamente lucida presuppone uno scrivente totalmente consapevole

pag. 50

Ci sono altre considerazioni che per motivi diversi mi interessano in questo articolo, ma almeno stavolta evito di divagare. Nella pagina successiva Levi aggiunge che

la scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, da luogo a luogo e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto. Quando questo avviene, il lettore di buona volontà deve essere rassicurato: se non intende un testo, la colpa è dell’autore, non sua. Sta allo scrittore farsi capire da chi desidera capirlo: è il suo mestiere, scrivere è un servizio pubblico, e il lettore volenteroso non deve andare deluso.

Pag. 51

Andando sul concreto

Sono stanco di «densi impasti magmatici», di «rifiuti semantici» e di innovazioni stantie. Le pagine bianche sono bianche, ed è meglio chiamarle bianche; e se il re è nudo, è onesto dire che è nudo.

Pag. 52

E ancora

Ma poiché noi vivi non siamo soli, non dobbiamo scrivere come se fossimo soli. Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno.

Del resto, parlare al prossimo in una lingua che egli non può capire può essere malvezzo di alcuni rivoluzionari, ma non è affatto uno strumento rivoluzionario: è invece un antico artificio repressivo, noto a tutte le chiese, un vizio tipico della nostra classe politica, fondamento di tutti gli imperi coloniali. È un modo sottile di imporre il proprio rango

pagg. 53-54

Levi questo lo ha sperimentato sulla propria pelle, quando nel campo di concentramento gli ordini venivano impartiti in una lingua che lui non capiva e la mancata obbedienza, o la mancata prontezza nell’ubbidire, si pagavano molto care. Ma pensiamo anche al latinorum manzoniano, alla Fattoria degli animali di George Orwell, nella quale solo chi comanda sa davvero leggere e la scrittura si rivela fondamentale per la gestione della piccola comunità, o, venendo all’attualità, ai nostri politici… E spesso chi non sa fare qualcosa, o piega le cose ai suoi fini, ribalta i termini della questione per porsi sempre dalla parte della ragione.

Non è vero che il disordine sia necessario per dipingere il disordine; non è vero che il caos della pagina scritta sia il miglior simbolo del caos ultimo a cui siamo votati: crederlo è un vizio tipico del nostro secolo insicuro.

Pag. 54

L’ho detto qualche giorno fa, ammiro la lucidità con cui Levi scriveva anche di argomenti che in lui dovevano suscitare emozioni intensissime. Se questo è un uomo, I sommersi e i salvati, dimostrano che si può parlare di drammi talmente vasti da non poterli davvero capire in modo razionale, senza farsi trascinare dall’emozione e senza alimentare odii che potrebbero rivelarsi dannosi quanto i fatti da cui tutto è partito.

Alla fine

Chi non sa comunicare, o comunica male, in un codice che è solo suo o di pochi, è infelice e spande infelicità intorno a sé.

[…]

Beninteso, perché il messaggio sia valido, essere chiari è condizione necessaria ma non sufficiente: si può essere chiari e noiosi, chiari e inutili, chiari e bugiardi, chiari e volgari, ma questi sono altri discorsi. Se non si è chiari non c’è messaggio affatto.

Pag. 54

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