Primo Levi: Ex chimico

Primo Levi è noto soprattutto per il periodo trascorso suo malgrado ad Auschwitz. Se questo è un uomo è ancora uno dei libri più assegnati a scuola, e non solo fra quelli che parlano della Shoah. Sempre legati alla sua esperienza personale sono La tregua, che racconta del complicatissimo viaggio di ritorno in Italia, e I sommersi e i salvati, che fin qui è il libro che mi è piaciuto di più. Levi dimostra una notevole capacità di analisi, e un’ancor più notevole capacità di seguire la logica e non i sentimenti, su avvenimenti che per tutti coloro che li hanno vissuti sono stati traumatici. Colpiscono con forza me, che più che leggere libri e guardare immagini non ho fatto, non posso certo immaginare cosa doveva provare lui. E nonostante l’emozione la sua scrittura non tradisce, non scende nel pietismo, non va su facili generalizzazioni, non giustifica ma comprende.

Proprio perché mi aveva già dimostrato le sue doti nell’osservare i fatti con attenzione e nell’interpretarli in maniera rispettosa e puntuale ho deciso di andare avanti a leggerlo. Uno dei libri che ho fra le mani in questo momento è L’altrui mestiere, una raccolta di articoli giornalistici che Levi ha pubblicato negli anni su vari giornali. Cambiano le tematiche, non cambiano le capacità dello scrittore. Fra i brani che ho letto fino a ora quello che mi è piaciuto di più è senza dubbio Ex chimico.

Ex, perché anche se da giovane il suo mestiere era quello di chimico, poi è diventato uno scrittore. Ma

Si impone subito una precisazione: scrivere non è propriamente un mestiere, o almeno a mio parere, non lo dovrebbe essere: è un’attività creativa, e perciò sopporta male gli orari e le scadenze, gli impegni con i clienti e i superiori. Tuttavia, scrivere è un «produrre», anzi un trasformare: chi scrive trasforma le proprie esperienze in una forma tale da essere accessibile e gradita al «cliente» che leggerà. Le esperienze (nel senso vasto: le esperienze di vita) sono dunque una materia prima: lo scrittore che ne manca lavora a vuoto, crede di scrivere ma scrive pagine vuote.

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Passando poi dal discorso generale sullo scrivere a qualcosa di più specifico aggiunge che

Ci sono altri benefici, altri doni, che il chimico porge allo scrittore. L’abitudine a penetrare la materia, a volerne sapere la composizione e la struttura, a prevederne le proprietà ed il comportamento, conduce ad un insight, ad un abito mentale di concretezza e di concisione, al desiderio costante di non fermarsi alla superficie delle cose: La chimica è l’arte di separare, pensare e distinguere: sono tre esercizi utili anche a chi si accinge a descrivere fatti o a dare corpo alla propria fantasia.

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E, a chiusura dell’articolo, scrive che

quando un lettore si stupisce del fatto che io chimico abbia scelto la via dello scrivere, mi sento autorizzato a rispondergli che scrivo proprio perché sono un chimico: Il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo.

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L’arte di separare, pensare e distinguere, senza fermarsi alla superficie delle cose. Ecco perché Primo Levi mi piace tanto.

Le sue parole comunque mi hanno fatto venire in mente un altro scrittore, Robert Jordan. Lui non era un chimico ma un fisico, e quando gli ho chiesto (come avranno fatto chissà quante altre persone prima e dopo di me) come fosse possibile che un fisico, abituato ad analizzare la realtà, fosse passato a scrivere narrativa fantasy, che è chiaramente al di fuori della nostra realtà, mi ha parlato del gatto di Schrödinger. Io lo conoscevo, uno dei miei fratelli è laureato in fisica, ma se qualcuno ha bisogno di una spiegazione la può trovare qui: http://www.focus.it/scienza/scienze/meccanica-quantistica-il-gatto-di-schrodinger-357159. Secondo Jordan se una persona ha la mente abbastanza aperta da poter accettare il gatto di Schrödinger, allora ha una mente abbastanza aperta anche per la narrativa fantasy. Certo, bisogna avere anche delle doti specifiche per scrivere bene, ma la chimica ha con la narrativa lo stesso legame che la fisica ha con il fantasy, e la validità dell’opera dipende solo dalle capacità di chi l’ha creata. La formazione scientifica dona buone basi, il resto sta allo scrittore.

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