La trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay: Diarmuid dan Ailell

Attenzione: spoiler!

Per prima cosa chiariamo un dettaglio. Questo articolo è pieno di spoiler da tutti e tre i volumi che compongono La trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay, perciò se non avete letto i romanzi proseguite a vostro rischio e pericolo. I romanzi sono The Summer Tree, impropriamente tradotto come La strada dei re, The Wandering Fire, impropriamente tradotto come La via del fuoco e The Darkest Road, impropriamente tradotto come Il sentiero della notte. Dico impropriamente perché evidentemente chi ha scelto i titoli italiani ha voluto giocare su diversi modi di chiamare le strade, ma ha perso di vista il significato dei titoli. Abbiamo una lunga tradizione di titoli storpiati in traduzione, una tradizione così lunga che ormai non ci faccio quasi più caso. Ma Kay cura ogni dettaglio, titoli compresi. L’albero del primo titolo è chiaramente quello a cui si offre Paul, il fuoco errante del secondo è il Baelrath, quanto alle strade, se quella di Finn, come ci dice la ta’kiena, è quella più lunga, sono davvero tanti i personaggi che percorrono una strade difficili e quella più scura è senza dubbio quella di Darien. Un ultimo titolo, quello della trilogia. Io scrivo Trilogia di Fionavar perché siamo tutti abituati a definire trilogie una serie di tre volumi, ma sui libri italiani c’è scritto Il mondo di Fionavar, dicitura che non mi piace, mentre in lingua originale parliamo di The Fionavar Tapestry, l’arazzo di Fionavar. Non dimentichiamoci che spesso nei libri si parla di come sono intessuti i fili della storia, o le azioni dei personaggi. Le parole non sono scelte a caso.

Ultimo avviso: spoiler. Spoiler pesanti.

La storia inizia a Montreal con cinque studenti che vengono convinti da un mago, Loren Manto d’Argento, a recarsi nel mondo di Fionavar, il primo di tutti i mondi, per partecipare ai festeggiamenti per i cinquant’anni del regno di Ailell. Ovvio che la nostra attenzione si concentri principalmente su di loro, su Kimberly Ford, Kevin Laine, Jennifer Lowell, Dave Martyniuk e Paul Schafer, e in effetti tutti e cinque a modo loro sono fondamentali per la salvezza di Fionavar e, di riflesso, di tutti gli altri mondi che sono un’immagine sempre più lontana di Fionavar.

I cinque non sono i soli punti di vista, Kay si interessa a tutti i suoi personaggi e riesce a rendere vivi anche quelli a cui dedica solo poche pagine. E, malgrado la sua presenza in tantissime scene, uno di quelli a cui dedica davvero poco spazio in termini di episodi visti con i suoi occhi è Diarmuid dan Ailell.

L’ingresso in scena di Diarmuid non è dei migliori. Loren ha appena portato quattro ragazzi – Dave ha cambiato idea all’ultimo momento e con il suo tentativo di andarsene si è ritrovato separato dal resto del gruppo – a Paras Derval, la capitale del regno di Brennin. Diarmuid, che sembra faticare a prendere qualsiasi sul serio, ha bevuto un po’ troppo e si prende un po’ troppe libertà con Jennifer.

Non amo i donnaioli. L’idea di qualcuno interessato a una donna solo perché è bella e questo gli fa desiderare di portarsela a letto per divertirsi un po’, senza alcun impegno, mi dà fastidio. Probabilmente la cosa mi irrita perché è sbilanciata in senso maschilistico: nella percezione comune un uomo che fa collezione di donne ha fascino, una donna che fa collezione di uomini è una puttana.

Diarmuid fa il brillante con Jennifer, più avanti scopriremo che gli altri uomini non provano neppure a corteggiarla perché lui, che è l’erede al trono, ha delimitato il territorio e dichiarato che lei è sua, come se lei non avesse voce in capitolo. Già questo basterebbe a farmi desiderare di strozzarlo. Il breve battibecco con Loren non migliora la situazione. Un principe in parte ubriaco che usa la sua autorità per zittire quello che è stato il suo maestro? No, proprio non ci siamo. Eppure…

Eppure Diarmuid è ben altro, e anche questo non tardiamo a scoprirlo. I suoi ordini a Coll, i commenti sulla pioggia e su quanto fatto da Jaelle denotano competenza e attenzione. Poi arrivano Gorlaes e Metran e Diarmuid gioca, si nasconde, finge di arrivare sul momento, si prende tutte le libertà che vuole con Jennifer e intanto fa la cosa più importante mettendo sotto la sua protezione le quattro persone appena arrivato con Loren. Anche brillo il principe è competente. Fa le cose a modo suo ma le fa. E quando i quattro amici sono nelle loro stanze Diarmuid scherza, beve ancora, si rammarica scherzosamente con Kevin e Paul per essere stato respinto da Kim e Jennifer, ma nel momento in cui Carde porta la notizia dello svart morto agisce rapidamente e con lucidità.


Dopo la cerimonia ufficiale, la freddezza con Jaelle e il calore con Ysanne, Diarmuid parte per la sua spedizione al sud. Una spedizione con diversi punti oscuri. Iniziamo dal motivo: sedurre Sharra. Vi ho già detto quanto odio quest’atteggiamento, l’idea che tutte le donne gli debbano cadere ai piedi solo perché lui è affascinante? Sì, lo so, ve l’ho già detto, ma in qualche caso una ripetizione non guasta. Sharra, dal canto suo, nel corso dei romanzi dimostra di essere bella, intelligente, coraggiosa e determinata, ma i personaggi di questa saga sono capaci di una spietatezza che a volte mi fa un po’ paura. Sharra, furiosa nel momento in cui si rende conto di essere stata raggirata da Diarmuid, fa uccidere il capo delle guardie, come se la colpa di quanto avvenuto fosse stata di Dervosh e non di Sharra stessa. Ben orchestrato da Diarmuid, certo, ma se lui l’ha abbondantemente presa in giro è anche vero che non l’ha mai forzata.

Quanto a Diarmuid, il fatto che possa ordinare con una sola parola la morte di un uomo può essere difficile da digerire. Kevin certo non gradisce la cosa, e sicuramente non l’avremmo gradita noi se fossimo stati al suo posto, ma Fionavar non è la nostra Terra. E comunque, anche qui da noi, che pena sarebbe spettata a qualcuno che si fosse macchiato di tradimento nei confronti del suo sovrano? Come Kevin anch’io sarei stata sconvolta, ma quando finalmente si spiega Diarmuid dimostra di avere ragione: quell’uomo doveva morire. Anche Aileron, scopriremo, ha ucciso due uomini che in sua presenza hanno pronunciato parole di tradimento. Le azioni vanno sempre collocate nel contesto in cui si muovono i personaggi. Ma forse per quell’uomo era possibile fare qualcosa, e infatti Diarmuid si preoccupa della sua famiglia.

La missione, al di là di mostrarci l’accanimento di Diarmuid nel voler sedurre tutte le belle donne presenti nel suo regno e anche oltre, ci mostra la preparazione atletica del principe ma anche degli uomini che gli stanno intorno. Se pure non è particolarmente rigido su determinati dettagli della disciplina, gli standard fisici richiesti ai suoi uomini sono particolarmente elevati. Bere è consentito, fare baldoria al Cinghiale Nero anche, a patto di poter cavalcare, impugnare le armi e arrampicarsi in luoghi particolarmente impervi in qualsiasi momento.

Conosciuti la gran parte dei personaggi principali, messe in moto le cose, arriva la guerra. Brendel porta la notizia del rapimento di Jennifer e della ricomparsa di Galadan. Gli animi si scaldano, Diarmuid non mostra certo simpatia – e il sentimento è reciproco – né nei confronti di Jaelle né nei confronti di Gorlaes. Eppure, al di là delle battute acide, c’è qualcosa di molto profondo in lui. Quando Teyrnon ricorda che Amairgen è morto per essersi opposto a Rakoth Diarmuid afferma semplicemente che “«Ci sono cose peggiori»” (La strada dei re, pag. 210).

Ci sono cose peggiori della morte. Detto da una persona che fin qui è apparsa troppo impulsiva e troppo dedita alla bella vita al punto da apparire in alcuni punti viziata.

Chi è davvero Diarmuid iniziamo a vederlo nel capitolo ambientato nella grande sala realizzata da Tomaz Lal, quello in cui viene scelto il nuovo grande re di Brennin dopo la morte di Ailell. L’erede al trono, è bene ricordarlo, era Aileron, il fratello maggiore, almeno fino a quando il padre non lo aveva esiliato prima dell’inizio del romanzo. A quel punto l’erede era diventato Diarmuid, ma con l’eccezione dei suoi uomini quanti credevano davvero in lui? Quanti non fra il popolo, che lo ama, ma fra coloro che contano? Quando Matt Sören aveva spiegato a Jennifer la situazione politica con le ambizioni di Jaelle, l’allontanamento di Aileron e la sempre più forte dipendenza di Ailell da Gorlaes, la ragazza, che pure aveva buoni motivi per essere diffidente nei confronti di un principe che la vedeva come un delizioso bocconcino, aveva chiesto di Diarmuid. La reazione dell’ex re dei nani era stata emblematica: “«Già, e Diarmuid?» le fece eco il nano, in tono così esasperato che la ragazza scoppiò a ridere” (La strada dei re, pag. 151). Pure Matt, che lo conosce bene, non può fare a meno di essere esasperato da lui, lasciando implicitamente capire che il brillante principe non è comunque adatto a sostenere il peso del regno. Più avanti c’è un altro interessante dialogo fra Kim e Aileron, che spiega “«Mio tratello? Be’, per buona parte del tempo era ubriaco in qualche taverna, e per il resto era occupato a portare donne alla Fortezza del Sud. E a giocare al comandante laggiù.»” (La strada dei re, pag. 225). Quando Kim, che pure non lo trova simpatico, sottolinea che ha qualche altra qualità, Aileron se ne esce con un magnifico commento maschilista dicendo “«Per una donna, forse»”. Kim gli fa notare che l’ha insultata, lui si rende conto che lei ha ragione e si scusa, ma si scusa con lei, non dice nulla sul fatto di aver sminuito un po’ troppo il fratello. Un fratello che è pronto a uccidere pur di mettersi in testa la corona. Certo, c’è Rakhot libero e c’è una guerra in vista, ma le parole di Aileron sono pesanti: “«Una volta tanto, non si tratta di un gioco. Voglio che tu mi giuri obbedienza, immediatamente, o i miei sei arcieri, nel palco dei musicisti, ti uccideranno quando alzerò la mano.» (La strada dei re, pag. 358).

Aileron crede che Diarmuid sia capace solo di giocare, ed è pronto a ucciderlo. Non c’è ironia in lui, non c’è empatia, ci sono solo un grande amore per il regno, un’estrema competenza e la capacità di guidare gli uomini. Una freccia, che mira dritta al bersaglio incurante di tutto quello che gli sta intorno, anche se a stargli intorno c’è pure un fratello. È giustamente consapevole di essere in gamba, il suo problema è che ne è troppo consapevole, al punto di ritenere che tutto ruoti su di lui. Glie lo fa notare Paul, che lo definisce presuntuoso arrogante: “«La tua morte. La tua corona. Il tuo destino. La tua guerra. La tua guerra?»” (La strada dei re, pag. 370). La guerra è di tutti loro, la morte si è rivelata essere quella di Paul e, alla fine, anche quella di Ailell anche se il grande re non si è sacrificato sull’albero, il destino può essere cambiato, come si vedrà nel proseguimento della saga, e quanto alla corona…

Nel momento in cui Ailell aveva rivelato che qualcuno si era offerto volontariamente al dio Diarmuid era impallidito (La strada dei re, pag. 213) e aveva chiesto se si trattasse di suo fratello. Poi il Rangat era esploso e Kevin aveva portato al principe, un principe che per un solo istante aveva mostrato una faccia diversa dal sorriso ironico con cui affronta tutto, la notizia del ritorno di Aileron. E Diarmuid, di fronte a tutti i suoi uomini, aveva affermato “«Nessuno […] mi toglierà alcunché. E meno di tutti Aileron.» (La strada dei re, pag. 345).

Il primo incontro tra i due avviene durante il funerale di Ailell. Aileron aspetta il corteo funebre vicino al cancello del sepolcro e si rivolge a Jaelle perché quei riti appartengono al dominio della grande sacerdotessa. È Diarmuid che si rivolge direttamente a lui chiamandolo scherzosamente Esiliato, che lo abbraccia e che gli propone di portare insieme il feretro del padre. Aileron è focalizzato sulla guerra, Diarmuid su tutto il resto. E, poco dopo, nella grande sala Aileron afferma di essere disposto a uccidere, o a morire, per il trono.

Il confronto fra i due viene interrotto più volte, prima da Sharra che prova a uccidere Diarmuid – e Aileron che Kim aveva già visto in azione, si conferma uomo dai riflessi pronti e macchina da guerra inarrestabile – e poi da Loren e Paul. Con Aileron Diarmuid è semplicemente perfetto. Lo anticipa, togliendogli ogni possibilità, e lo fa come se fosse la cosa più naturale del mondo. Anche il modo in cui si rivolge a Coll, il suo semplice chiamarlo e ordinargli un rapporto, è assolutamente naturale. Sa quello che fa, al suo servizio ci sono gli uomini migliori del regno e ora è arrivato il momento di mostrare a tutti lo scherzo. Anche se per Coll non è uno scherzo. Ricordate?

“«Io non ho alcun potere magico», disse poi il soldato, con la sua voce profonda, «ma, se lo avessi, lo avrei maledetto anch’io nel nome di tutti gli dèi esistenti.»

«Chi?» bisbigliò Paul.

«Il principe, naturalmente» rispose Coll. «Il principe esiliato, il fratello di Diarmuid. Aileron.»” (La strada dei re, pag. 90).

Siamo all’inizio della storia, ancora non conosciamo Aileron e queste parole pesano come macigni. Coll è un uomo di Diarmuid, completamente. È a lui, che si è proposto di fare a pezzi Aileron prima che tolga il trono a Diarmuid, che il principe si è rivolto dicendo che nessuno gli toglierà alcunché. E, quando si affaccia alla balaustra, Coll fa il suo rapporto con ira e si dichiara pronto a uccidere Aileron non appena riceverà l’ordine. Diarmuid potrebbe farlo, potrebbe dare quell’ordine, non subito perché colto di sorpresa da Sharra, ma potrebbe davvero darlo. Al di là del momento in cui Aileron scaglia la corona salvando la vita al fratello, è Diarmuid a condurre le danze. È lui a intessere verità e menzogna salvando la faccia a Sharra, ed è lui che, sorprendendo tutti, fa un passo indietro lasciando il trono ad Aileron perché, come spiega, “«Mi è venuto in mente che come grande re incontrerei non poche difficoltà a recarmi al Cinghiale Nero quando scende la sera, che è la cosa che più mi preme di fare non appena avremo incoronato mio fratello e mi avrete tolto dal braccio questo pugnale.»” (La strada dei re, pag. 372). Bello l’ordine delle priorità: prima incoronare il fratello, la cosa più urgente così la riunione si scioglie e tutti possono pensare ad altro, poi togliergli dal braccio il pugnale – un pugnale che lo avrebbe ucciso se Aileron non fosse intervenuto, citato come un disturbo di poco conto – e infine la cosa che, se ci limitiamo alla lettera delle sue parole, gli preme di più, la visita alla taverna. Ma è un ordine di priorità finto, espresso ad alta voce per celare quella verità che ha appena mormorato in modo che solo Sharra potesse udirlo.

Certo, anche Aileron ha i suoi momenti grandiosi, momenti in cui non si può non tifare per lui o non essere esaltati per quello che fa, ma francamente Aileron è un’altra cosa. Aileron ha salvato la vita a Diarmuid perché è un guerriero e ha reagito come tale, Diarmuid ha rinunciato a una corona che saprebbe portare benissimo perché ama il fratello.

Ed è proprio questo il punto.

Scherzando dichiara che essere proclamato erede “«comincia a diventare un vizio»” (La strada dei re, pag. 376), ma tutti coloro che erano presenti sanno che è stato Diarmuid a decidere di far incoronare un fratello che era pronto a ucciderlo pur avendolo nelle sue mani. La competenza del più giovane dei figli di Ailell è impressionante, si vede nel modo in cui anticipa Aileron, si era visto nell’attraversamento del Saeren, un’impresa non da poco anche se compiuta per un semplice capriccio e per cui avrei potuto non perdonarlo, si vede nel modo casuale in cui rivela ad Aileron di aver scoperto la chiave della parte scritta in codice di un libro che entrambi conoscevano e dal quale, evidentemente, ha imparato più di quanto non abbia imparato il fratello, si vede in La via del fuoco quando smaschera Sharra davanti a tutta la corte.

In tutta la trilogia sono solo due i momenti in cui Kay si focalizza su Diarmuid. Uno solo per la verità è un vero e proprio punto di vista, l’altro è più uno sguardo da narratore esterno che per una volta non si sofferma sui Cinque, su Loren, sui Dalrei o su qualcuno degli altri innumerevoli e affascinanti personaggi. In una troppo breve pagina Kay cita l’incoronazione, la battuta di Diarmuid, il suo tentativo fallito s’infilarsi nella camera delle ragazze e il suo andare a letto con una delle dame ci corte. Rheva, che all’interno della storia è una semplice comparsa, lo sente mormorare “«Tutt’e due»” (La strada dei re, pag. 376) ma non capisce. Non può capire. Solo Sharra avrebbe potuto, perché solo lei lo ha sentito mormorare le stesse parole subito dopo aver scagliato un pugnale che avrebbe dovuto ucciderlo.

Tutt’e due. Aileron e Sharra. Aileron viene anticipato, completamente. Diarmuid, che lo conosce bene, prevede le sue mosse, le neutralizza e dimostra che per lui ci sono cose ben più importanti di una corona. Per esempio quell’amore e quell’approvazione che non ha mai avuto né dal padre né dal fratello. Paul, che si dimostra molto bravo a mettere insieme gli indizi a sua disposizione e a ricostruire la realtà delle cose, capisce che il problema è che Aileron “«si è preso tutto l’affetto del padre»” (La via del fuoco, pag. 344). A riguardare il comportamento di Diarmuid da questo punto di vista tutto diventa chiaro: malgrado tutto quello che sa fare si porta dietro una fragilità enorme che quasi sempre riesce a celare.

Quando Shalhassan del Cathal si reca a Nord per incontrare Aileron, Diarmuid, che ha il comando della Fortezza del Sud, conosce ogni movimento suo e di coloro che sono al suo seguito, Sharra in particolare. Ha sottovalutato la ragazza una volta, quando era stata solo il bottino di una notte, e ha rischiato di rimetterci la vita. Non la sottovaluta una seconda volta. Sa quello che fa, anche se dichiara di fare le cose a modo suo per frivolezza. E fare le cose a modo suo significa anche non dire nulla ad Aileron, sottovalutando per un’unica volta la reazione del fratello.

“Poi, senza smettere di ridere, si girò verso il re, che lo guardava con espressione torva, quasi omicida. Forse Diarmuid non s’era aspettato una reazione così forte. Lentamente, il sorriso gli sparì dalle labbra. […]

Aileron disse: «L’hai sempre saputo, fin dal primo momento». Era un’affermazione, non una domanda.

«Sì», rispose Diarmuid, semplicemente. «Noi facciamo le cose in modo diverso. Tu avevi le tue carte e i tuoi piani.»

«Non mi hai detto niente, però.»

Diarmuid lo guardò a occhi sbarrati, e con una sorta di ansia nello sguardo, e, per chi avesse saputo che cosa cercare, anche un desiderio di apprezzamento da parte sua: un desiderio molto antico.

[…] Con voce calma ma bassa, il principe disse: «Altrimenti, come avresti potuto sapere? Non c’era altro modo di mettere alla prova i tuoi piani. Ero sicuro del tuo successo, fratello. Ce l’abbiamo fatta in tutt’e due i modi».

Scese il silenzio, e si prolungò sempre più, mentre Aileron, corrucciato, fissava il fratello senza fare alcuna mossa. Passarono parecchi secondi. Ne passarono altri, e tutti ebbero l’impressione che si fosse levato un vento gelido.

«Ben tramato, Diar», disse infine Aileron, e li abbagliò tutti con il calore del suo sorriso. (La via del fuoco, pagine 120-121).

Il confronto fra i due fratelli è doloroso perché mostra la fragilità del più giovane, una fragilità causata da un vuoto che il maggiore non ha mai percepito, troppo preso da sé stesso, dal suo regno, dal suo destino. Non c’è spazio in lui per il riso, almeno fino al momento in cui Diarmuid non gli dimostra di essere competente e che è possibile ottenere il risultato voluto anche seguendo metodi inconsueti.

In tutto quello che ci viene detto l’unico momento di condivisione fra loro, di normale rapporto fra fratelli, da giovani, c’era stato grazie al ta’bael. Giocavano, una cosa normale, almeno fino a quando Diarmuid non aveva vinto una partita. Aileron, che era molto bravo e che giocava sempre con il padre, “«non tocca una pedina da quando Diarmuid lo ha sconfitto, quando erano ragazzi.»” (Il sentiero della notte, pag. 175). Aileron non ammette la sconfitta e va sempre dritto per la sua strada, indipendentemente da chi o cosa potrebbe calpestare. Il che significa, come ricorda Diarmuid, che “«Alcuni di voi possono aver conosciuto fratelli maggiori pazienti, che danno aiuto e sostegno. A me è tristemente mancata una simile esperienza. Loren se ne ricorderà. Dal momento in cui sono stato capace di fare i primi passi barcollanti dietro a mio fratello, una cosa è stata chiara in modo manifesto: Aileron non mi ha mai aspettato, mai.»” (Il sentiero della notte, pag. 156).

Quello che Diarmuid ha fatto, per tutta la vita, è stata inseguire un fratello talmente perfetto da apparire irraggiungibile, cercando un’approvazione di cui sentiva disperatamente il bisogno ma la cui necessità mascherava dietro battute ironiche e un modo di fare disinvolto, di volta in volta brillante o goliardico. Lo vediamo di nuovo al confine con l’Andarien, quando Aileron afferma “«Saprai, senza che io te lo dica, quando il viaggio compiuto sia stato splendidamente intessuto»” (La via del fuoco, pag. 308) e il mormorio del fratello minore “«Me lo potresti dire lo stesso»” viene semplicemente ignorato mentre Aileron sposta la sua mente su Lancelot. E il fatto che Aileron abbia portato il suo cavallo perché sapeva che Diarmuid avrebbe trovato il modo di arrivare in tempo non può cancellare tutta l’amarezza di un’accoglienza troppo fredda.

È consapevole dei suoi limiti Diarmuid, come dice a Sharra “«Non potrò mai procedere con passo misurato»” (La via del fuoco, pag. 240), ma è anche uno che “«quando ama, ama in modo molto intenso»” (La via del fuoco, pag. 344).

“«Tutt’e due»” aveva detto il principe. Che Aileron volesse la corona con tanta intensità da essere pronto a ucciderlo lo aveva immaginato e per certi versi era pronto ad accettarlo. Lo ha accettato, altrimenti non avrebbe rinunciato alla corona. Chi lo aveva sorpreso era stata Sharra. La seduzione della Rosa Bruna del Cathal era stata pianificata meticolosamente e realizzata con perizia, ma per lui all’inizio non era nulla più che una sfida. Sharra la pensa diversamente, e questo gli da’ da riflettere. Sarebbe morto se non ci fosse stato l’intervento di Aileron. Una volta tanto Diarmuid viene colto alla sprovvista, lui che è sempre pronto a percepire le cose al primo istante. È Diarmuid, non Paul e nemmeno Kim o Dave, a notare l’assenza di Kevin quando le nevi si sciolgono grazie al sacrificio di Liadon Ed è sempre lui a notare il bastone di Amairgen infisso fra gli occhi del Ladro di Anime e a recuperarlo. Lui il primo a reagire in un’infinità di situazioni.

Colei che il principe non era riuscito a capire, probabilmente non ci aveva neppure provato relegandola fra i divertimenti passeggeri come può essere Rheva, era stata Sharra, e per questo ha rischiato la vita. Solo la prima volta, perché anche se non entriamo nel suo animo certo Diarmuid deve aver riflettuto seriamente su Sharra, visto che la seconda volta l’anticipa completamente mettendo in scena anche uno spettacolo divertente per tutti gli abitanti di Brennin con le evidenti eccezioni di Jaelle e, almeno all’inizio, Aileron. Ho scritto che avrei potuto non perdonarlo per quella puntata a sud del Saeren, se da anni ho accettato quell’escursione come uno scherzo divertente e una dimostrazione delle capacità sue e dei suoi uomini, è per tutto il resto. Per la rinuncia al trono. Per l’accoglienza a Shalhassan. Perché si innamora davvero di Sharra. Lei in un primo momento ne è sorpresa, il modo in cui Diarmuid le da’ appuntamento non è quello che si sarebbe aspettata.

“Che Diarmuid mormorasse: «A più tardi», come aveva appena fatto, e non una parola di più, corrispondeva pressappoco a quello che Sharra prevedeva. Rientrava nel suo stile indolente e distaccato.

Quello che invece non rientrava nel suo stile – e che l’aveva scossa a quel modo – era il tono interrogativo con cui glie lo aveva chiesto, come se fosse una comune domanda, e il fatto che l’avesse fissata con grande attenzione, come per avere una risposta” (La via del fuoco, pag. 237).

Lui vuole una risposta. Fa le cose a modo suo, come sempre, e per entrare nella camera di Sharra indossa i panni di una sacerdotessa, ma se lei non avesse voluto la finestra aperta lui se ne sarebbe andato senza dire nulla. Quello che le dice poco dopo, “«il mio sole sorge nei tuoi occhi»”, continua a farmi venire le lacrime agli occhi, e non credo che sia solo perché so come va a finire. Lui qui mette a nudo la sua anima come raramente è capace di fare, ma quando fraintende il silenzio di Sharra si alza per andarsene.

Tutt’e due.

Un fratello che non lo ha mai aspettato e una donna che ha cercato di ucciderlo.

Credo che sia per questa sua fragilità nascosta che lo amo così tanto. Se Sharra non parlasse più lui uscirebbe dalla stanza e farebbe finta di nulla, portandosi un’altra enorme ferita nel cuore. Quando ama, ama in modo molto intenso. E poi Sharra si alza in piedi e lo ferma, e le cose cambiano completamente. Poi ci sono ancora le buffonerie, Tegid usato come intermediario, la sorsata di vino bevuta prima dello scontro a Cader Sedat, un modo di fare che ha sempre un sottofondo di divertimento, ma l’immagine del principe è cambiata. Diarmuid è quello che prova a fermare Arthur dicendogli “«Non è necessario che lo facciate. Non siete costretto a farlo.»” (La via del fuoco, pag. 368).

Per lui il destino non è scritto, c’è sempre la possibilità di cambiarlo. E lo dimostra anche nei suoi ultimi istanti, nel suo ultimo luminoso gesto.
Avrei voluto arrivarci più tardi, citare non so quanti altri episodi, ma non ne ho più il tempo. L’incontro con i Dalrei e la discussione con Levon, l’allenamento con Lancelot, il viaggio sulla nave dei morti e quelle poche parole scambiate con Sharra, pagine e pagine in cui ho amato il suo coraggio, la sua sensibilità e la sua esuberanza. Ma se voglio pubblicare questo articolo oggi mi devo fermare. Oggi è il 2 novembre, Commemorazione dei defunti. Non è un caso che io mi sia messa a scrivere di Diarmuid proprio oggi. Era tanto che volevo farlo, ma se della mia vita privata preferisco parlare poco oggi voglio rendere omaggio a qualcuno che è morto, anche se solo nella narrativa, e che con la sua vita e con la sua morte ha toccato profondamente i miei sentimenti.

L’Andarien, naturalmente.

Più in su ho scritto che il destino può essere cambiato. Cambia, per diversi personaggi. Ero assolutamente certa che Tabor sarebbe morto, tanto per citare un personaggio. Ero preparata alla sua scomparsa, e sono stata sorpresa. Per Arthur c’è un destino di morte. Ma il destino siamo noi a forgiarlo, e la caccia selvaggia che galoppa nel cielo è un monito del fatto che esistono cose che non possono essere imbrigliate. Mentre Jennifer e gli altri discutono su chi debba combattere, Diarmuid, ancora una volta, fa le cose a modo suo. E le fa davvero a modo suo, visto che parte al galoppo urlando “«Per l’onore del Cinghiale Nero!»” (Il sentiero della notte, pag. 318).
L’unico momento in cui vediamo le cose dal punto di vista di Diarmuid, dopo un’intensa riflessione di Paul, c’è proprio nel finale. “Era, nell’insieme, una cosa un po’ ridicola” (Il sentiero della notte, pag. 323). Così inizia il suo punto di vista. Paul gli ha appena reso omaggio, mentre Lancelot e Arthur parlano della sua unica possibilità. E io ho le lacrime agli occhi. Di nuovo. Anche se adesso io sono in un altro punto della storia e mi sono limitata a cercare la pagina giusta per la citazione.

La fine di quel duello è qualcosa di insopportabilmente forte. L’unica scena che ha su di me un effetto maggiore è quella presente alla fine di The Lions of Al-Rassan, e non sto parlando dell’unica scena più forte scritta da Kay. Sto parlando dell’unica scena più forte che io abbia mai trovato in tutti gli oltre 1.200 libri che ho letto. Questa però è arrivata prima, e probabilmente è per questo che ho scelto di parlare di Diarmuid dan Ailell e non di quanto avviene in The Lions of Al-Rassan.

Deliberatamente Diarmuid non para il colpo del suo avversario, e vince morendo. Anche se a porre fine alle sue sofferenze è la mano di Aileron, e anche questo, il fatto che abbia voluto morire per mano sua, è un segno di quanto il più giovane dei figli di Ailell abbia sofferto per il mancato amore del padre e, quasi fino alla fine, del fratello. Alla fine tutti hanno riconosciuto la sua grandezza, e visto che non ci sono altre consolazioni a me piace pensare che il suo spirito riposi con gli altri grandi uomini a Cader Sedat.

“Così se ne andò Diarmuid dan Ailell. Così la sua indomita vivacità arrivò alla sua fine nella fiamma, e poi nelle ceneri e, all’ultimo, nelle voci argentine dei lios alfar, nel canto sotto le stelle.” (Il sentiero della notte, pag. 328).

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