Kazuo Ishiguro: Il gigante sepolto

Nel mese di settembre Einaudi ha pubblicato l’ultimo romanzo di Kazuo Ishiguro, Il gigante sepolto. Al momento della sua pubblicazione in lingua originale c’era stata una polemica fra Ishiguro, che aveva dichiarato di temere che il suo libro fosse catalogato come un fantasy e di conseguenza snobbato dai lettori, e Ursula K. Le Guin, che non aveva gradito il modo in cui Ishiguro si era posto nei confronti del genere. Naturalmente con premesse così io ne sono stata incuriosita, anche perché per me è importante che gli autori considerati “letterari”, o importanti, dalla critica, scrivano opere di genere o dimostrino di apprezzare il genere contribuendo a togliere i paraocchi a tutte quelle persone che reputano che la narrativa di genere sia, per sua stessa natura, inferiore alla narrativa mainstream. C’era anche, e l’ho letto con attenzione, il parere di Neil Gaiman che, pur apprezzando il libro, non riusciva ad amarlo. Ora, a distanza di mesi, capisco Gaiman e gli do pienamente ragione. Sto leggendo Il gigante sepolto, ma a fatica, anche se apprezzo singoli brani o singole frasi, e più sotto ne riporto uno. È solo il libro che mi crea problemi. Questo l’articolo che ho scritto per FantasyMagazine al momento della sua pubblicazione:

Dieci anni dopo Non lasciarmi, romanzo ambientato in un presente alternativo distopico giudicato dal Time il miglior romanzo del 2005, Kazuo Ishiguro è tornato in libreria con Il gigante sepolto. La pubblicazione del romanzo, ambientato in una Britannia del V secolo in cui compaiono orchi, draghi, giganti e personaggi del ciclo arturiano, ha dato il via a una polemica legata al suo genere.

Il tema, la memoria e il modo in cui sbiadisce per essere poi distorta o soppressa, e la nostra incapacità di far fronte al passato, ha sempre attraversato la sua opera. Quello che cambia è il modo di trattarlo, visto che la trama è quella di un romanzo fantasy, e qui sta il problema. In un’intervista al New York Times lo scrittore ha dato voce a un suo dubbio: “I don’t know what’s going to happen,” ha dichiarato. “Will readers follow me into this? Will they understand what I’m trying to do, or will they be prejudiced against the surface elements? Are they going to say this is fantasy?”.

Il suo dubbio riguardava il timore che i potenziali lettori si fermassero agli elementi più superficiali della trama e che avrebbero ignorato il romanzo perché questi elementi appartengono al genere fantasy.
La frase ha fatto arrabbiare Ursula K. Le Guin, la quale ha evidenziato in un articolo sul suo blog (www.ursulakleguin.com/Blog2015.html#New) come lo scrittore abbia usato il termine fantasy in modo insultante perché riflette il diffuso pregiudizio contro un genere che è probabilmente il più antico dispositivo letterario usato per parlare della realtà. Per quanto riguarda gli “elementi superficiali” quali orchi, draghi, temi arturiani, cavalieri e misteriosi barcaioli, questi compaiono anche in grandi opere letterarie quali il Beowulf, la Storia di re Artù e dei suoi cavalieri di Thomas Malory e Il signore degli anelli come in molte opere commerciali contemporanee. La presenza o assenza di questi elementi per la Le Guin non è ciò che costituisce il fantasy che, nelle sue opere migliori, è in risultato di una vivida, potente e coerente immaginazione che, unendo elementi apparentemente impossibili in modo plausibile, riesce a creare una storia viva, potente e coerente come l’Odissea o Alice nel Paese delle Meraviglie. Definire questi elementi come qualcosa di superficiale significa sminuirli e non prendere seriamente il genere a cui Il gigante sepolto appartiene.

La risposta di Ishiguro non si è fatta attendere. Lo scrittore ha spiegato di non aver mai avuto intenzione di imitare Margaret Atwood – la quale ha sempre definito i suoi romanzi fiction speculativa distinguendoli dalla fantascienza perché “nella fantascienza ci sono mostri e astronavi, mentre quanto narrato dalla fiction speculativa potrebbe davvero accadere” – e di aver scelto il genere fantasy perché era quello che meglio gli consentiva di parlare di temi universali. Un dibattito sui generi c’era già stato al tempo della pubblicazione di Non lasciarmi, cosa che lo aveva spinto a dichiarare che le distinzioni fra i generi dovrebbero essere porose se non addirittura inesistenti. E, rispondendo alla Le Guin, ha spiegato che se la scelta è fra la possibilità inserire orchi e folletti nei libri o non inserirli lui è per la prima opzione.

Bastano queste dichiarazioni a cancellare il dubbio che Ishiguro non prenda seriamente quel genere a cui appartiene il suo ultimo romanzo? Secondo Neil Gaiman (www.nytimes.com/2015/03/01/books/review/kazuo-ishiguros-the-buried-giant.html) l’autore di origine giapponese non ha paura di affrontare temi importanti attraverso i miti, la storia e il fantastico, e il risultato è un romanzo eccezionale, facile da ammirare e apprezzare e tuttavia anche difficile da amare. Rimane nella mente dopo essere stato letto, spinge a riflettere e rifiuta di rivelare tutti i suoi segreti, ma il suo sospetto che ci sia sotterranea un’allegoria sulla fallibilità umana gli ha impedito di amare davvero la storia.

Il risvolto di copertina:

Il leggendario re Artù è morto ormai da qualche tempo ma la pace che egli ha imposto sulla futura Inghilterra, dilaniata per decenni dalla guerra intestina fra sassoni e britanni, seppure incerta, perdura. Nella dimora buia e angusta di Axl e Beatrice, tuttavia, non vi è pace possibile. La coppia di anziani coniugi britanni è afflitta da un arcano tormento: una sorta di inspiegabile amnesia che priva i due di una storia condivisa. A causarla pare essere una strana nebbia dilagante che, villaggio dopo villaggio, avvolge indistintamente tutte le popolazioni, ammorbandole con i suoi miasmi. Axl e Beatrice ricordano di aver avuto un figlio, ma non sanno più dove si trovi, né che cosa li abbia separati da lui. Non possono indugiare oltre: a dispetto della vecchiaia e dei pericoli devono mettersi in viaggio e scoprire l’origine della nebbia incantata, prima che la memoria di ciò a cui più tengono sia perduta per sempre. Lungo il cammino si uniscono ad altri viandanti – il giovane Edwin, che porta il marchio di un demone, e il valoroso guerriero sassone Wistan, in missione per conto del suo re – e con essi affrontano ogni genere di prodigio: la violenza cieca degli orchi e le insidie di un antico monastero, lo scrutinio di un oscuro barcaiolo e l’aggressione di maligni folletti, il vetusto cavaliere di Artù Galvano e il potente drago Querig. Giungono infine in vista della meta, e qui li attende la prova più grande: saggiare la purezza del proprio cuore. Per il suo settimo romanzo Ishiguro torna ai temi a lui da sempre cari – la fallibilità e il ruolo della memoria, la dimensione onirica e quella nostalgica dell’esistenza, il dolore della vecchiaia e della perdita – ma lo fa qui scegliendo una forma inedita e quanto mai sorprendente. Calando la sua storia sul terreno del fantastico e attingendo a una varietà di suggestioni storiche e letterarie diverse, dal Beowulf della tradizione anglosassone al Caronte di quella classica, dal Lear shakespeariano fino alla missione di Tolkien, Ishiguro imprime tanta più forza al suo dilemma: se i nostri eroi sapranno debellare la nebbia della dimenticanza riappropriandosi dei preziosi ricordi; se insieme a loro ogni britanno e ogni sassone, ogni umano di ogni tempo, recupererà contezza dei torti subiti e inflitti; se il gigante sepolto della storia sarà rianimato, e riarmato, e restituito alla sua integrità, come giustizia vuole, che ne potrà mai essere della pacifica convivenza fra gli individui e i popoli?

Axl e Beatrice dunque hanno seri problemi di memoria, c’è una qualche nebbia che oscura il loro passato. Durante il cammino scoprono che la nebbia che cancella la memoria è legata al drago Querig, e prima o poi arriverò a leggere di lui. Anzi, di lei, visto che se non ricordo male Querig è femmina. Ah, la memoria!

Quello che riporto qui è uno scambio di battute da pagina 152:

– Ma siete proprio certi, mia buona signora, di volervi liberare di questa nebbia? Non è forse meglio che le cose rimangano nascoste alle nostre menti?

– Sarà così per qualcuno, padre, ma non per noi. Axl e io desideriamo riavere i bei momenti vissuti insieme. Ne siamo stati derubati, come se un ladro nottetempo fosse entrato in casa a portarci via quel che avevamo di più prezioso.

– Ma la nebbia copre tutti i ricordi, i brutti come i belli. Non è così, mia signora?

– Che tornino anche quelli brutti, seppure ci faranno piangere o tremare di rabbia. Non è comunque la vita che abbiamo vissuto insieme?

– Dunque, signora, non avete paura dei brutti ricordi?

Quando noi pensiamo ai ricordi, temiamo di perderli, temiamo di perdere quelli belli. La memoria però non contiene – e non perde – solo cose piacevoli, e a volte la perdita di un ricordo può essere un dono. Quel che avverrà ad Axl e a Beatrice però devo ancora scoprirlo.

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