Iñigo Montoya, La storia fantastica e la vendetta

Hola. My nombre es Iñigo Montoya. Tu hai ucciso mi padre. Preparate a morir.”

Sono queste le parole che guidano la vita di Iñigo, quelle che lui conta di dire all’uomo con sei dita, l’uomo che ha ucciso a suo padre, prima di ucciderlo a sua volta.

Quando abbiamo deciso che il tema dell’undicesimo numero di Effemme – ancora non sapevamo che sarebbe stato l’ultimo – sarebbe stato la vendetta nella mailing list abbiamo subito citato il film La storia fantastica e la storia di Iñigo. Peccato che poi nessuno abbia deciso di scriverne.

Sulla vendetta io ho parlato di George R.R. Martin e di Le cronache del ghiaccio e del fuoco – cosa non sorprendente, direte voi, ma quest’articolo più che da un’idea mia è nato da una precisa richiesta del nostro direttore Emanuele Manco, anche se poi sono stata io a scegliere come impostare il testo – e infatti in copertina troviamo Pedro Pascal nei panni di Oberyn Martell, uno che della vendetta ha fatto lo scopo della sua vita. Simona Ricci ha parlato di Flash e Arrow mentre Cristina Donati si è occupata di Joe Abercrombie, un altro che ha dato ampio spazio alla vendetta nelle sue opere. Non per nulla uno dei suoi libri si intitola Il sapore della vendetta.

La storia fantastica l’abbiamo lasciata da parte, ed è un peccato. Non perché il film sia perfetto, ma perché con tutte le sue imperfezioni è bellissimo così.

Il film del 1987 è stato sceneggiato da William Goldman sulla base del romanzo La principessa sposa pubblicato dallo stesso Goldman nel 1973. Se di solito io preferisco il romanzo, in questo caso quello che amo è il film, forse anche perché ho visto il film prima di leggere il romanzo. Se però vi interessa La principessa sposa è ancora in commercio, pubblicato da Marcos y Marcos. E già che ci sono ricordo anche che Goldman ha sceneggiato altri due film che io amo tantissimo, Butch Cassidy e Tutti gli uomini del presidente.

Un nonno, Peter Falk – il Tenente Colombo dell’omonima serie televisiva – legge al nipotino malato una storia. Dal momento in cui il nonno apre il libro si alternano la storia del libro stesso, che vede come protagonisti Westley e Bottondoro, e i sempre più rari intermezzi in cui nonno e nipote commentano gli eventi di cui stanno leggendo.

La trama del libro, e quindi la trama principale della storia, contiene parecchie falle.

Bottondoro viene rapita. Come ha fatto l’uomo in nero a saperlo e a mettersi all’inseguimento di Vizzini e degli altri? L’uomo in nero si arrampica sul Dirupo della follia quando Vizzini taglia la corda. Come mai non cade? Si aggrappa alle rocce, va bene, ma visto che quando Vizzini taglia la corda lui vi si sta ancora appendendo non dovrebbe avere il tempo di spostare la presa sulle rocce stesse. Iñigo racconta all’uomo in nero la storia dell’omicidio di suo padre. Come mai l’uomo con sei dita dopo aver ucciso il padre di Iñigo e aver sfigurato Iñigo stesso se ne va lasciando sul posto la spada che ha causato tutta quella violenza? Vizzini e l’uomo in nero ingaggiano un duello mortale a base di polvere di Iocaina. L’uomo in nero per due anni ha lavorato per rendersi immune alla Iocaina, ma non aveva modo di sapere che avrebbe ingaggiato un simile duello, quindi perché l’ha fatto? Bottondoro butta l’uomo in nero giù da un ripido pendio subito prima di rendersi conto che in realtà lui è Westley. Westley non dovrebbe rompersi tutte le ossa dopo una caduta del genere? In compenso Bottondoro, che voleva ammazzare colui che la teneva prigioniera, non esita a buttarsi a sua volta da quello stesso pendio potenzialmente mortale pur di stare con Westley. E naturalmente alla fine della caduta nessuno dei due si è fatto nulla, pure i vestiti sono in buone condizioni. Una volta risolto il problema della non morte di Westley, che ha assunto l’identità del terribile pirata Roberts, sorge un altro problema. Bottondoro si era disperata perché il terribile pirata Roberts non prende prigionieri, e qui mi vengono forti dubbi sulla sensatezza di arrendersi a lui. Morti per morti tanto vale combattere fino alla morte e non semplificare la vita al pirata. Comunque se Roberts non prende prigionieri, e Westley per due anni è stato Roberts, significa che per due anni ha ammazzato a sangue freddo tutte i disgraziati viaggiatori che hanno avuto la sfortuna di essere catturati da lui. Proprio un bell’eroe! L’idillio – va bene, la palude ha i suoi problemi, divertenti anche se inverosimili – finisce e la coppia finisce nelle mani del principe Humperdinck. Humperdinck li stava inseguendo, poi ha rinunciato a seguire le tracce ed è andato ad aspettare i fuggitivi all’altro capo della palude. Come faceva a sapere in quale punto preciso sarebbero usciti? Westley nota le sei dita alla mano del conte Rugen e capisce che è lui l’uomo cercato da Iñigo. Visto che Westley e Fezzik non si vedono più per un pezzo, come fa Fezzik a sapere chi è l’uomo con sei dita e a dirlo a Iñigo? In questo caso a un personaggio è stata data un’informazione che dovrebbe essere nota solo a un altro personaggio e agli spettatori. Il passaggio logico non c’è, e probabilmente è il caso più clamoroso, ma visto che questa non è un’avventura reale ma una favola l’incongruenza non è un vero problema. Potrei citare un bel po’ di altri episodi, mi limito solo al fatto che nel corso dell’assalto al castello del terzetto Westley non si regge in piedi ma riesce comunque a raggiungere la stanza di Bottondoro, e che proprio alla fine per fuggire il gruppetto si getta da una finestra manco fossero Reek e la sua compagna di fuga nell’ultimo episodio della quinta stagione di Il trono di spade. Almeno i due fuggitivi di David Benioff e D.B. Weiss sapevano che sarebbero atterrati sulla neve. E poi c’è la ferita di Iñigo, che all’inizio sembra mortale e poi non lo è, ma su questa tornerò più avanti perché è la cosa che mi interessa di più.

La trama ha parecchi problemi, ma a conti fatti non me ne importa nulla. Il film è perfetto così. Lo è perché le immagini sono belle, perché gli attori ricoprono bene il loro ruolo, perché la musica è meravigliosa e perché questa, come detto, è una favola e non un’avventura. Va bene essere preoccupati per i protagonisti, ma le occasioni per ridere, per sdrammatizzare, sono molte, e le trovate – vedi il duello fra Iñigo e Westley – spesso riescono contemporaneamente a sorprendere, portare avanti la trama, avvincere, innalzare la tensione e anche a far ridere.

La prima volta che sentiamo la frase di Iñigo è una specie di prova generale. Lui racconta a Westley la storia della morte di suo padre e il motivo per cui si vuole vendicare. Per vent’anni Iñigo si è esercitato con la spada, diventando talmente abile da poter sconfiggere quasi chiunque con la mano sinistra anche se lui è destrimano, viaggiando continuamente alla ricerca di un uomo di cui non conosce l’identità ma solo una particolare caratteristica fisica. Di questo racconto ho trovato solo un video di pessima qualità:

Una costanza notevole quella di Iñigo, persino superiore a quella di Oberyn Martell che si reca ad Approdo del Re per vendicare la morte della sorella Elia dopo “soli” diciassette anni trascorsi non con continue frustrazioni perché non riusciva a trovare colui che stava cercando, ma lavorando per colpire nel modo più doloroso possibile le persone su cui si vuole vendicare. Iñigo racconta l’episodio avvenuto quando era un bambino, affronta Westley in duello… e perde. Ma visto che questa è una favola e che tutti e due sono simpatici Iñigo si prende solo una bella botta in testa e sparisce temporaneamente dalla circolazione, salvo poi ritornare in scena quando Fezzik gli rivela ciò che non può sapere. Che problema c’è? I due non possono nemmeno sapere che Westley è prigioniero dell’albino, eppure è proprio l’albino che cercano per scoprire dov’è tenuto prigioniero il quasi morto Weastley.

Alla fine, dopo una serie di passaggi che tralascio, Iñigo si trova davvero davanti Rugen e ha modo di dire la sua famosa frase. Quella che segue è una scena tutta da gustare:

Gli uomini di Rugen non possono fare nulla contro Iñigo, noi lo scopriamo deliziati ma in cuor nostro sapevamo che non poteva essere che così, che nulla avrebbe potuto ostacolare quel duello. Solo che Rugen è un vigliacco, scappa e riesce a infliggere una ferita mortale a Iñigo a tradimento. È una ferita mortale, giusto? Insomma, con quel pugnale conficcato nella pancia chiunque dovrebbe morire fra atroci sofferenze, e infatti Iñigo chiede perdono al padre. La vendetta meno riuscita della storia? No, la più epica, perché Iñigo (siamo in una favola, per caso qualcuno se ne era dimenticato?) si rimette in piedi e prima con movimenti faticosi, ridotti all’essenziale, e poi via via con sempre più energia para gli attacchi di Rugen e passa al contrattacco fino a ribaltare completamente la situazione. “Io voglio riavere mi padre, hijo de puta”. Epico! Se serve qualcuno dotato di una pazienza e di una costanza notevoli, di un’ancor più notevole abilità con la spada e della capacità di superare ostacoli apparentemente insormontabili Iñigo è certamente qualcuno da prendere in considerazione. E, a differenza di altri che arrivano anche a compiere errori fatali, non si fa accecare dal desiderio di vendetta al punto da perdere di vista tutto il resto.

Finita una fase della sua vita, lunga e importante ma ormai chiusa, è pronto per ricominciare una nuova vita. Come pirata Roberts.

Edit: mi sono imbattuta in un interessante articolo di Jo Walton su The Princess Bride, ovvero La storia fantastica. Lo potete trovare qui: http://www.tor.com/2015/12/24/meta-irony-narrative-frames-and-the-princess-bride/.

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