George R.R. Martin: Il cuore umano in conflitto con sé stesso/3

A quali condizioni la scelta del male minore è accettabile? Questo è un problema per il quale la filosofia morale non ha ancora trovato una risposta che metta tutti d’accordo. Negli ultimi cinquant’anni il dilemma è stato analizzato da un ramo della filosofia molto complesso denominato carrellologia. Qui ne espongo solo due varianti.

Un carrello ferroviario sta viaggiando senza controllo su un binario sul quale sono legate cinque persone. Se il carrello le travolgesse queste persone morirebbero. È possibile, però, azionare una leva che devierà il carrello su un altro binario su cui è legata una sola persona. Cosa è giusto fare? David Edmonds, autore del saggio Uccidereste l’uomo grasso?, ci informa che la maggioranza delle persone a cui è stato posto l’interrogativo, in tutto il mondo e a prescindere dalla cultura di provenienza e dalla condizione personale, ha risposto che avrebbe deviato il carrello.

Nel secondo caso lo spettatore/attore si trova sopra un ponte, il binario con il carrello impazzito è sotto di lui e ci sono sempre i cinque poveretti legati. Stavolta accanto all’uomo sul ponte c’è un uomo così grasso che se lui lo spingesse giù, egli fermerebbe certamente il carrello. Come nel primo caso un uomo morirebbe ma cinque sarebbero salvi. A differenza del primo caso, ora la maggioranza degli interrogati dice che non spingerebbe l’uomo grasso giù dal ponte, anche se dal punto di vista di una razionalità utilitaristica nelle due situazioni non cambia niente: il male minore è che uno muoia per salvare gli altri. Eppure se istintivamente in questo caso la maggioranza dice che non spingerebbe l’uomo giù dal ponte qualche differenza deve esserci. Cosa fa sembrare immorale in questo caso, rispetto al precedente, la medesima azione?

Nel primo caso non solo la persona che compie la scelta non ha la volontà di uccidere l’uomo sul binario, ma la sua morte non è nemmeno necessaria, in senso stretto, allo scopo finale, che è quello di salvare gli altri cinque. È vero che probabilmente morirà ma potrebbe, per esempio, riuscire a slegarsi e a scappare in tempo, nel qual caso l’obiettivo di salvare le cinque persone sarebbe stato raggiunto senza fare alcuna vittima. Nel secondo caso, invece, la morte dell’uomo grasso è necessaria alla salvezza degli altri; infatti se, dopo essere caduto sul binario, egli riuscisse a rotolare via e a non essere travolto dal treno, i cinque che sarebbero stati salvati grazie a un’unica morte morirebbero, e l’azione fallirebbe. Dunque chi agisce vuole che un innocente muoia, anche se per una buona causa. Questo desiderio è il motivo per cui la maggioranza degli intervistati, pur non sapendo spiegare perché, dice di sentire intuitivamente che la seconda sarebbe un’azione moralmente sbagliata.

Fatto così il discorso può apparire astratto, ma nella realtà ha delle applicazioni molto concrete, come dimostra la storia dei bombardamenti nazisti di Londra effettuati nel corso della II Guerra Mondiale. Per evitare che venissero colpiti obiettivi fondamentali per la guerra Winston Churchill tramite spie che facevano il doppio gioco faceva credere ai tedeschi che le bombe cadessero in un luogo diverso rispetto al punto in cui cadevano davvero. Lo scopo era proteggere luoghi ben specifici, perché se i tedeschi avessero provato a modificare la traiettoria di quelle bombe lo avrebbero fatto basandosi su informazioni errate e quindi allontanandosi ancora di più dagli obiettivi davvero importanti. Fin qui tutto bene, peccato che per parecchio tempo le bombe abbiano continuato a cadere. Le informazioni errate diffuse da Churchill hanno protetto alcuni obiettivi a scapito di altri. Migliaia di persone sono morte perché il governo ha deciso cha la zona dove vivevano loro fosse più sacrificabile rispetto ad altre zone, sedi di governo o basi militari. Salvare determinate persone ha comportato la morte di altre.

Tornando a Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, quando Ned Stark rifiuta di assassinare Daenerys Targaryen e il figlio che porta in grembo mira a salvare un’innocente, anche se questo significa opporsi al suo sovrano e amico. Le azioni di Ned sono guidate dal suo forte senso dell’onore, che in questo caso si sposa con il desiderio del lettore di non veder morire un personaggio che apprezza. Ma davvero la scelta onorevole è anche quella giusta? L’eventuale scoppio di una guerra provocata dal tentativo di Daenerys di conquistare il trono che fu di suo padre provocherebbe migliaia di morti, comprese molte donne giovani e innocenti e in attesa di un figlio. Sulla stessa linea di Robert Baratheon si pone Tywin Lannister, capace di pianificare insieme a Walder Frey le Nozze Rosse e di rispondere alle accuse di Tyrion relative alla violazione delle leggi dell’ospitalità chiedendogli per quale motivo sarebbe “un atto più nobile macellare diecimila uomini sul campo [di battaglia], piuttosto che ucciderne una dozzina a cena” (4). In realtà alle Nozze Rosse sono morte ben più di una dozzina di persone, ma se la guerra fosse proseguita ancora i morti sarebbero certamente stati di più, senza considerare che Tywin non era affatto certo che alla fine avrebbe comunque vinto lui. Non sempre la scelta onorevole — proteggere una fanciulla innocente, rispettare il diritto dell’ospite o anche non scaraventare un bambino giù da una torre — è la scelta migliore da compiere.

In A Storm of Swords Martin introduce il punto di vista di Jaime. È solo quando il lettore inizia a guardare le cose con i suoi occhi, a sapere quello che prova lui e a scoprire dettagli in precedenza ignoti della guerra contro Aerys il Folle, che inizia a vederlo come un essere umano e non come quel mostro assetato di sangue e incurante degli altri che era apparso all’inizio, quando lo si vedeva solo con gli occhi dei suoi nemici. Jaime e il Teschio Rosso non hanno nulla in comune, e ciò in cui Martin è particolarmente dotato è il creare motivazioni comprensibili per i suoi personaggi facendoli agire in modo coerente e che appare giusto, almeno fino a quando si guardano le cose con i loro occhi. E se quella che mostra lui è una realtà relativa, anche nella nostra realtà è difficile trovare una verità assoluta ed è impossibile tracciare linee di demarcazione nette fra giusto e sbagliato.

Pur amando molto Il signore degli Anelli Martin ha spiegato come sotto molti aspetti la sua opera e quella di J.R.R. Tolkien siano diversissime. Quando Aragorn si siede sul trono che è suo di diritto Tolkien ci dice semplicemente che regna in modo saggio. Per lo scopo della sua storia quest’affermazione va benissimo, ma Martin non può fare a meno di chiedersi quale sia la sua politica economica, in quale modo dirima le controversie fra nobili e se con gli Orchi abbia adottato una politica di integrazione o abbia preferito il genocidio (5). La scelta di Martin è opposta e mostra come le nobilissime intenzioni di Eddard Stark si risolvano in una catastrofe per lui e per la sua famiglia, o come Daenerys si ritrovi bloccata a Meereen da una serie di intrighi e problemi dai quali deve ancora riuscire a uscire. Essere una brava persona, cercare di governare con giustizia, non significa necessariamente riuscire ottenere il risultato sperato. In più a volte i problemi e gli interessi personali diventano più importanti rispetto a quelli politici, una lezione che George ha imparato quando era ancora un ragazzino.

Nel 1961 Stan Lee e Jack Kirby avevano creato i Fantastici Quattro. Fra le cose che all’epoca lo avevano colpito maggiormente c’erano elementi della trama particolari come un eroe che cade in un tombino, un’eroina che scambia per un criminale un inventore di giocattoli e il Presidente degli Stati Uniti che si allontana da una conferenza che potrebbe determinare il destino del mondo per mettere a letto la figlia. Non sono le gesta eroiche quindi ma gli errori e le goffaggini in cui cadono anche le persone migliori e gli sbagli che li rendono umani ad affascinarlo (6). Eddard è imprigionato nel suo senso dell’onore e finisce con il mettere sull’avviso Cersei, lascia troppa libertà a Sansa e si fida di Ditocorto. Catelyn mette prima di tutto i figli e commette gli errori di catturare un Lannister e di liberarne un altro. Sam è perennemente alle prese con i limiti di un fisico non proprio da guerriero e con le sue paure. Tyrion perde la testa dietro alle prostitute. Sono solo alcuni casi, ma tutti i personaggi sono limitati dalle loro scelte, dalla loro moralità e dai loro interessi, anche se non sempre ne sono consapevoli.

Tyrion è probabilmente il personaggio più amato della serie. Se con Jaime e Theon, la cui storia in A Dance with Dragons è particolarmente drammatica, Martin è riuscito a modificare radicalmente la percezione che ne ha il lettore semplicemente mostrando le cose dal loro punto di vista, la sua capacità di immedesimarsi con Tyrion è straordinaria. Il Folletto, disprezzato da coloro che lo circondano, è molto sensibile nei confronti di chi è debole e indifeso, cerca di governare nel modo migliore e di portare giustizia, ma non si fa alcuno scrupolo a ingannare o manipolare le persone per i suoi fini, è pieno di difetti che vanno da un’insana passione per vino e prostitute alla tendenza a parlare a sproposito per il gusto solo d’irritare il suo interlocutore, da un eccessivo autocompiacimento al poter diventare spietato quando qualcuno si pone sulla sua strada.

Un paio di anni fa un lettore ha pubblicato una lunga lettera nella quale ha spiegato che, essendo lui stesso un nano, all’apparire di Tyrion nei romanzi aveva iniziato a preoccuparsi. La maggior parte dei libri che narrano di persone con la sua stessa disabilità lo fanno in modo terribile, andando da una tale esasperazione delle loro caratteristiche fino a portare in scena degli stereotipi e non dei personaggi reali allo sminuirle completamente, arrivando ad attribuire al nanismo un’importanza marginale come se fosse solo un diverso colore di capelli. Martin invece parla di problemi con cui i nani hanno continuamente a che fare, dal senso di umiliazione alla frustrazione, dai sentimenti di odio nei confronti degli altri e di sé stessi a un intenso desiderio di essere amati (7). Come non è una donna, Martin non è nemmeno un nano, ma anche i nani sono esseri umani e in quanto appartenenti alla stessa specie George riesce a donargli una voce che suona come vera.

Che siano guerrieri o nani, regine o prostitute, bambini o sapienti, nobili o popolani, i personaggi di Martin sono percepiti come reali perché le loro reazioni sono quelle che potrebbe avere una persona reale se si trovasse al loro posto e nelle stesse condizioni. Ciascuno di loro è dotato di pregi ma anche di limiti che, che ne siano consci oppure no, li ostacolano nel tentativo di raggiungere uno scopo che non percepiscono mai come malvagio ma giusto e naturale, a volte anche dovuto. Loro sono i protagonisti della loro avventura come ciascuno di noi è il protagonista della propria vita, e se a volte commettono degli errori per colpa dei propri limiti o perché hanno informazioni errate o non riescono a fare ciò che desiderano perché è il mondo stesso in cui vivono che gli pone di fronte ostacoli insormontabili, questo accade anche a ciascuno di noi. In fondo anche i personaggi di Martin sono semplicemente esseri umani.

Note

1) George R.R. Martin, A Game of Thrones, 1996, trad. it. Il grande inverno, Mondadori, Milano, 2000, pag. 95.

2) http://hbowatch.com/20-minute-interview-with-george-r-r-martin/.

3) George R.R. Martin, A Game of Thrones, 1996, trad. it. Il trono di spade, Mondadori, Milano, 1999, pag. 73.

4) George R.R. Martin, A Storm of Swords, 2000, trad. it. I fiumi della guerra, Mondadori, Milano, 2002, pag. 396.

5) http://www.rollingstone.com/tv/news/george-r-r-martin-the-rolling-stone-interview-20140423.

6)http://marvel.com/images/gallery/story/18400/the_marvel_life_george_rr_martin/image/911892.

7) http://www.reddit.com/r/asoiaf/comments/1fr588/.

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3 risposte a George R.R. Martin: Il cuore umano in conflitto con sé stesso/3

  1. daniele ha detto:

    Bello. Bello questo articolo.

  2. Alessio Castellini ha detto:

    Concordo, una serie di articoli magnifici.

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