Peter S. Beagle: L’ultimo unicorno

Quand’è che un romanzo può essere definito un classico? Quando ha superato la prova del tempo, suppongo, ma quanto tempo deve passare? E, nello specifico, quanto tempo deve passare nel genere fantasy? Tracciare linee di definizione nette è impossibile, anche se penso che un anno di svolta importante sia il 1977. Le origini della narrativa fantasy sono molto più antiche, ovvio, e il genere che conosciamo si è formato in larga parte per via de Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, vuoi per chi lo ha imitato vuoi per chi deliberatamente ha preso un’altra strada. Il signore degli anelli è del 1954-55, fra questi anni e il 1977 di tempo ne è trascorso un bel po’. Sono stati pubblicati diversi romanzi fantasy, i primi che mi vengono in mente sono Il campione eterno (1962) di Michael Moorcock, La spada di Aldones (1962) di Marion Zimmer Bradley, La pietra magica di Brisingamen (1960) di Alan Garner, Il mago di Earthsea (1968) di Ursula K. Le Guin, mentre Mervyn Peake con Via da Gormenghast (1959) completava la Trilogia di Gormenghast iniziata nel 1946 con Tito di Gormenghast e negli anni ’50, prima e dopo la pubblicazione del romanzo di Tolkien, C.S. Lewis scriveva i sette romanzi de Le cronache di Narnia. Di libri fantasy, in questi oltre vent’anni, ne potremmo citare parecchi, ma nel 1977 è davvero cambiato qualcosa.

Christopher Tolkien ha pubblicato Il Silmarillion, quattro anni dopo la morte del padre, e il libro è balzato in testa alle classifiche di vendita. Ma Tolkien era Tolkien, un caso a parte rispetto a tutti gli altri autori di fantasy, come ho già scritto in un articolo incentrato su Lester e Judy-Lynn del Rey: https://librolandia.wordpress.com/2013/08/17/lester-e-judy-lynn-del-rey-la-nascita-della-fantasy-moderna/. Il 1977 però è anche l’anno della pubblicazione di La spada di Shannara di Terry Brooks e di La conquista dello scettro di Stephen Donaldson, entrambi molto fortunati da un punto di vista commerciale. La fantasy non era più solo qualcosa di circoscritto agli appassionati, con il solo Tolkien capace di attirare le attenzioni di un pubblico vasto, ma diventava una realtà capace di raggiungere un pubblico molto vasto.

Fra i romanzi pubblicati quando ancora il genere non faceva notizia ed era qualcosa quasi per iniziati, c’è L’ultimo unicorno di Peter S. Beagle, datato 1968 e ormai considerato un classico del genere.

Beagle non ha scritto molti romanzi anche perché per parecchi anni ha lavorato come sceneggiatore – fra l’altro è sua la sceneggiatura della versione a cartoni animati de Il signore degli anelli diretta da Ralph Bakshi – ma nel 2005 ha pubblicato Due cuori, un racconto che costituisce un sequel a L’ultimo unicorno e che gli ha consentito di vincere i premi Hugo e Nebula.

Io ho la tendenza a non leggere libri i cui protagonisti sono animali, e l’unicorno per quanto sia un po’ speciale è comunque un animale. Però ho deciso anche di dedicare un po’ di attenzione ai classici del genere, e così…

L’ultimo unicorno ha il sapore della favola, di un racconto fantastico e misterioso, dolce e delicato a cavallo fra Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry e Stardust di Neil Gaiman. Solo che mentre con Stardust non sono mai riuscita a legare davvero L’ultimo unicorno per me ha la stessa dolcezza malinconica e la stessa aura poetica de Il piccolo principe. In tutte queste storie il protagonista (o la protagonista, l’ultimo unicorno del titolo è una femmina) lascia la sua casa per andare alla ricerca di qualcosa, spinto da un bisogno che è più spirituale che fisico. Non ha una direzione precisa e non ha idea di chi o cosa che incontrerà sul suo percorso. L’unicorno, che cerca i suoi simili temendo di essere rimasto l’ultimo della sua specie, finirà con l’attirare intorno a sé insoliti compagni di viaggio e con lo scoprire ben più di quel che si aspettava.

Cito alcuni passi, ma davvero ne potrei indicare molti altri.

 

– È raro che un uomo sia preso per quello che è veramente – disse. – Nel mondo spesso si commettono sbagli di valutazione. Ora, io ti ho riconosciuto come unicorno già quando ti ho visto la prima volta, e so di essere tuo amico. Invece tu mi hai preso per un buffone, o uno stupido, o un traditore, e questo devo essere se mi vedi così. La magia su di te è solo magia e svanirà appena sarai libera, ma l’incantesimo dell’errata opinione che tu poni su di me dovrò portarlo addosso per sempre ai tuoi occhi. (pag. 31)

– Non si deve mai scappare da qualcosa di immortale. Attrae la loro attenzione. (pag. 40)

Durante il pasto Schmendrick raccontò storie della sua vita di stregone errante, infarcendole di re, draghi e nobili fanciulle. Non stava mentendo, stava semplicemente sistemando gli avvenimenti in modo più sensato, così che i suoi racconti avessero sapore di verità persino per gli smaliziati consiglieri. (pag. 47)

 

Siamo in una favola e siamo consapevoli di esserlo. C’è preoccupazione per la sorte dell’unicorno e dei suoi compagni di viaggio, non è affatto detto che le cose si risolveranno per il meglio, ma allo stesso tempo c’è consapevolezza dei cliché del genere, del bisogno di rispettare certe strutture narrative, o almeno di esplicitare il modo in cui normalmente funziona la narrazione. Nulla di invasivo, anzi questa consapevolezza contribuisce al tono malinconico del romanzo, perché è ovvio che certe cose debbano andare in un determinato modo, perché ci ricorda la bellezza e la fragilità di determinate situazioni, o ci commuove con un eroismo inutile e allo stesso tempo necessario. Le atmosfere di questo libro, e la sua autoconsapevolezza, sono importanti quanto la stessa trama, ma si tratta di qualcosa che non si può rendere in un commento, o anche con la citazione di una manciata i frasi. L’ultimo unicorno va letto.

– Come possiamo godere della nostra buona sorte quando sappiamo che deve finire, e che sarà proprio per mano di uno di noi? Ogni giorno che passa ci rende più ricchi e ci porta più vicini al nostro tragico destino? (pag. 84)

 

E così un intero villaggio, sapendo che la sua gioia è destinata a finire, per cinquant’anni non si gode le ricchezze che ha, e rinuncia a vivere, perché sa che prima o poi perderà tutto. Invece di soffrire per la perdita in futuro, quando davvero ci sarà, la soffrono in ogni momento, evitando di godere tutto ciò che hanno e che rederebbe felice chiunque altro. Rinunciano persino ad avere bambini per cercare di contrastare la maledizione che grava su di loro, senza capire che il prezzo che stanno pagando per cercare di annullarla non vale la pena di essere pagato.

 

– Non sei mai stata in una favola prima d’ora? – La voce del mago era gentile e ubriaca, e i suoi occhi erano brillanti come il denaro appena ricevuto. – L’eroe deve far diventare realtà la profezia, e il cattivo deve tentare di impedirglielo… anche se, in un altro tipo di storia, capita più spesso il contrario. E comunque un vero eroe deve incontrare difficoltà fin dalla nascita, altrimenti non è un vero eroe. (pag. 89)

 

Sulle difficoltà che un vero eroe deve affrontare fin dalla nascita vi ricordo il libro di Otto Rank Il mito della nascita dell’eroe. La cosa divertente è che Schmendrick (e con lui diversi altri personaggi)  è consapevole delle regole che guidano la narrazione, le cita e vi si adatta senza problemi. I personaggi quindi a volte si osservano con distacco, ma c’è sempre un garbo, una signorilità in loro, che fa percepire il loro atteggiamento come giusto. Di citazioni come questa ne potrei far e molte altre, ogni volta che mi imbattevo in espressioni così ero deliziata. All’interno di questo libro stanno benissimo, sono anzi necessarie, mentre non potrebbero mai trovare posto all’interno di una storia dall’intento realistico.

– In un momento ti avrò dimenticato e non sarò più capace di ricordare cosa ne avrò fatto di te. Ciò che io dimentico non solo cessa di esistere, ma non è mai realmente esistito fin dall’inizio (pagine 111-112)

 

Mumble mumble… per certi versi questa frase mi fa pensare all’Infanta Imperatrice e al Vecchio della Montagna Vagante ne La storia infinita di Michael Ende.

 

«Se esiste, lo troverò», replicò lei con un misterioso sorriso, «e quando lo avrò trovato, allora esisterà» (La storia infinita, pag. 185)

 

Il legame fra il trovare qualcosa o qualcuno, o il ricordarla, perché questa possa esistere è interessante. Ma intanto che cercavo questa frase mi sono imbattuta in un altro passaggio:

 

«I nostri vecchi raccontano anche», proseguì Atreiu, «che non si può mai sapere dove si trova la Montagna del Vecchio e che lui compare sempre inaspettatamente, una volta qui, un’altra là, e che lo si può incontrare solo per caso o per volontà del destino.»

«Sì», rispose l’infanta Imperatrice, «Il Vecchio della Montagna Vagante non lo si può cercare. Si può soltanto trovarlo.» (La storia infinita, pagine 184-185)

 

Visto che io sono io il mio primo pensiero è andato all’Occhio del Mondo in L’Occhio del Mondo di Robert Jordan, ma c’è anche un qualche tipo di rifugio in non ricordo più quale romanzo della Saga dei Belgariad di David Eddings e la Stanza delle Necessità all’interno della saga di Harry Potter di J.K. Rowling. Tornando a Ende qualche pagina dopo c’è lo straordinario capitolo XII, Il Vecchio della Montagna Vagante, ma non posso citarlo tutto qui anche se Beagle in qualche modo lo ha evocato. Per la verità Ende ha pubblicato il suo romanzo nel 1979, undici anni dopo L’ultimo unicorno, ma visto che la mia cronologia di lettura è invertita le mie associazioni possono seguire flussi strani. Mi sa che è ora di rileggere pure questo libro, anche se non so quando troverò il tempo per farlo, ed è pure ora di smetterla di divagare.

 

– Esistono incantesimi per far parlare qualsiasi cosa. I maestri maghi erano grandi ascoltatori, e concepirono modi per stregare tutte le cose del mondo, vive e morte, in modo da poterci parlare. Per buona parte consiste proprio in questo, l’essere un mago: vedere e ascoltare. Fece un lungo respiro, distogliendo improvvisamente lo sguardo e sfregandosi le mani. – Il resto è tecnica – disse. (pag. 150)

– Mia signora, – disse – io sono un eroe. È un mestiere, niente di più, come tessere o distillare, e come questi ha i suoi propri trucchi, abilità e piccole arti. Ci sono modi per smascherare le streghe e per riconoscere la presenza di veleno; ci sono certi punti deboli che hanno tutti i draghi, e indovinelli con cui stranieri incappucciati sono soliti metterti alla prova. Ma il vero segreto di essere un eroe consiste nel conoscere l’ordine delle cose. Il porcaro non può essere già sposato con la principessa lo stesso giorno in cui parte in cerca di avventura, né il ragazzo può bussare alla porta della strega quando lei se n’è andata in vacanza. Lo zio malvagio non può essere scoperto e contrastato prima che abbia fatto qualcosa di malvagio. Le cose devono accadere quando è il momento che accadano. Le ricerche non possono semplicemente essere abbandonate; le profezie non possono essere lasciate avvizzire come frutta mai colta; a lungo si possono non salvare gli unicorni, ma non per sempre. Il lieto fine non può arrivare prima che la storia si sia conclusa. (pag. 165)

 

La quarta di copertina:

Dopo ere di languido torpore, l’entità protettrice di un bosco senza tempo è spinta a porsi una domanda fondamentale: che fine hanno fatto tutti i suoi compagni? Nel tentativo di scoprire se sia davvero l’ultima della sua specie, emerge così in un mondo che è diventato tanto disilluso e privo di sogni da essere incapace di accorgersi del suo etereo passaggio portatore di grazia. Benché la maggior parte di coloro che incontra la ritenga una semplice puledra bianca, inaspettatamente è proprio Schmendrick, un maldestro mago girovago, a vederla per ciò che è realmente. I due partono così per un lungo viaggio verso terre insidiose, dove sono custodite le risposte ai loro quesiti, ma dove si cela anche una terrificante creatura d’incubo che ha come unico obiettivo quello di trascinare nell’oblio l’ultimo unicorno esistente al mondo.

La presentazione del romanzo sul sito dell’editore:

  • L’ultimo unicorno è un romanzo fantasy scritto da Peter S. Beagle e pubblicato nel 1968.
    • Dalla sua pubblicazione originale sono state vendute più di cinque milioni di copie in tutto il mondo, ed è stato tradotto in almeno venti lingue.
    • Lo stile narrativo in terza persona s’incentra su un unicorno femmina che, credendosi l’ultima del suo genere al mondo, parte per un viaggio alla scoperta di ciò che è accaduto agli altri della sua specie. Man mano che il suo cammino procede, incontra una serie di personaggi ognuno dei quali la porterà sempre più vicino al suo obiettivo, fra cui il giovane e maldestro mago Schmendrick.
    • Narrato in parte come fiaba e in parte come parabola (due livelli di lettura, il primo per un pubblico giovane, il secondo per un pubblico adulto), il romanzo fornisce un commento sociale attraverso l’interazione di personaggi tipicamente fiabeschi, inseriti in ruoli molto atipici.
    Satira e anacronismi intenzionali sono utilizzati per ottenere effetti ironici.
    • Il romanzo è ampiamente considerato essere il migliore di Beagle, e come uno dei più grandi romanzi fantasy degli ultimi 100 anni.
    • Questa edizione di Kappa Edizioni contiene anche il racconto DUE CUORI, ambientata diversi anni dopo la conclusione de L’ULTIMO UNICORNO.
    • Dal libro nel 1982 è stato tratto un film d’animazione, L’ULTIMO UNICORNO, prodotto da Rankin/Bass per ITC Entertainment e animato da Topcraft, e apparso anche in Italia su diversi network televisivi privati.
    Il film è doppiato da voci celebri quali Mia Farrow, Alan Arkin, Tammy Grimes, Angela Lansbury, Jeff Bridges e Christopher Lee. La colonna sonora e i brani sono stati composti e arrangiati da Jimmy Webb, ed eseguite dagli “America”, con ulteriori voci aggiunte da Lucy Mitchell.
    • L’ULTIMO UNICORNO E LO STUDIO GHIBLI
    Toru “Kara” Hara, Mitsuo Iwasaki, Kazuyuki Kobayashi, Hidemi Kubo, Tsuguyuki Kubo, Minoru Nishida, Kiyoshi Sakai, Kayoko Sakano, Yoshiko Sasaki, Fukuo Suzuki, Katsuhisa Yamada, Masahiro Yoshida, Tadakatsu Yoshida, Kazusuke Yoshihara… Non tutti lo sanno, ma il film d’animazione de L’ULTIMO UNICORNO (tratto dall’omonimo romanzo di Peter S. Beagle ha visto al lavoro molte delle mani e delle teste di quello che poi sarebbe diventato lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki… E non solo!

Dal romanzo è stata realizzata anche una versione a fumetti sceneggiata da Peter B. Gillis e illustrata da Renae De Liz e Ray Dillon. Sul sito dell’editore è possibile vedere le prime pagine: http://www.italycomics.it/editrice/catalogo.php?serie=l%27ultimo+unicorno

 

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