George R.R. Martin: Wild Cards. Il fante con un occhio solo

Credo di essere arrivata alla fine, ma partiamo dall’inizio. Quello delle Wild Cards è nato come un mondo condiviso derivato da un gioco di ruolo. George R.R. Martin e alcuni suoi amici hanno creato un’America alternativa nella quale parte della popolazione è stata infettata da un virus denominato appunto Wild Cards, capace di innestarsi sul DNA delle persone e di creare mutazioni sempre diverse. La maggior parte di coloro che ne sono stati infettati sono morti, un’altra larga fetta di persone ha subito menomazioni di vario tipo e qualcuno è stato dotato di superpoteri. Il tutto indipendentemente dalle doti morali della persona, il che significa che esistono bravissime persone, e anche eroi, fra coloro che hanno ricevuto i superpoteri ma pure fra coloro che non sono stati tanto fortunati. E i fetentoni della storia possono essere degli sfigati ma pure dei criminali molto pericolosi.

Le vicende dovevano iniziare negli anni ’80, svolgendosi perciò negli stessi anni in cui gli scrittori le scrivevano. Solo che Martin non ha fatto i conti con il suo amico Howard Waldrop. È a Waldrop che Martin ha chiesto di scrivere il primo racconto, quello in cui il virus si propagava negli Stati Uniti, e lui si è prontamente messo al lavoro. Però non ha ambientato la sua storia negli anni ’80 ma nel 1946. Il racconto è Trenta minuti sui cieli di Broadway!, e ha costretto Martin e gli altri scrittori a coprire un buco di oltre trent’anni fra il punto di partenza di Waldrop e quello in cui erano ambientate le avventure dei loro personaggi.

Ciò che ne è venuto fuori è Wild Cards. L’origine. Secondo Martin non è il migliore dei libri della serie perché è un po’ slegato. Io mi ero stupita per quante connessioni ci fossero fra un racconto e l’altro, ma è vero che i testi dei volumi successivi sono molto più interconnessi fra loro e che in alcuni casi gli autori sono arrivati a scrivere dei veri e propri romanzi collettivi.

A me L’origine è piaciuto davvero tanto. C’è la guerra fredda dentro, una guerra fredda in cui la caccia alle streghe maccartista se la prende non con i comunisti ma con gli Assi e i Jocker. I protagonisti sono persone vere, nonostante il loro aspetto e le loro capacità, e le storie sono quasi tutte belle. Il successivo, L’invasione, è di tipo prettamente fantascientifico, con una minaccia proveniente dallo spazio. A questo punto siamo negli anni ’80, cioè all’ideale punto di partenza degli scrittori. Volume più organico che però a me è piaciuto meno, secondo me c’era meno attenzione alla psicologia e più ai poteri dei personaggi. L’assalto riporta in ballo un cattivo comparso in uno dei racconti di L’origine, lo fa diventare il cattivo dell’intera serie, ed è un vero e proprio romanzo. Il lavoro per realizzare un’opera di questo tipo dev’essere stato enorme.

Con L’assalto si chiude la prima trilogia, La missione inizia una nuova serie. La maggior parte dei personaggi della prima trilogia rimangono, se ne aggiungono di nuovi, cambiano i problemi ma al di là del disgusto ispiratomi da alcuni personaggi l’interesse e il divertimento c’erano. Nei bassifondi a livello di struttura narrativa potrebbe essere quasi un’anticipazione di quel che avremmo avuto con A Feast for Crows e A Dance with Dragons: storie che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi, con solo tenui legami fra un libro e l’altro. Il candidato chiude le storie di entrambi i libri precedenti, ed è una conclusione perfetta. Solo un dubbio resta fuori, l’identità di un certo assassino, e questo è l’argomento del settimo romanzo, La mano del morto, che si svolge negli stessi giorni di Il candidato e che getta nuova luce su un bel po’ di dettagli.

Fin qui tutto bene, come detto alcuni tizi mi fanno schifo ma potevo convivere con la cosa. Va detto però che io sono sempre stata diffidente verso un certo tipo di fantastico. Non mi piacciono i mondi in cui può accadere di tutto, voglio mondi molto definiti. Devo sapere che c’è una certa solidità. Perciò non ho problemi ad accettare i draghi, basta sapere che quello è un mondo in cui possono vivere i draghi, mentre ho molti problemi nei mondi in cui dietro l’angolo potrei trovare davvero qualsiasi cosa. Ho abbandonato per ben due volte Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie perché in quel mondo mi sembrava di affondare. Non lo capivo e non lo accettavo. Ho abbandonato Perdido Street Station di China Miéville per lo stesso motivo, e ho finito Abarat di Clive Barker e La bambina che fece il giro di Fairyland per salvare la fantasia di Catherynne M. Valente solo perché mi sono incaponita a farlo. E quando c’è di mezzo l’horror, come ho spiegato ieri dicendo che non so se leggerò il primo volume de I canti del sogno, io ho la tendenza a scappare.

Il fante con un occhio solo, ottavo volume delle Wild Cards, è un concentrato di cose che non sopporto. In realtà ci sono pure cose che mi piacciono, mi piace Cody, la protagonista del racconto di Chris Claremont, e come devo aver già detto più volte mi piace come scrive Melinda M. Snodgrass. Diversi testi non sono male, anche se già il guardare l’indice con quei titoli in inglese mi aveva infastidita. Capisco benissimo cosa vogliono dire, ma perché non tradurli? Mi sembra un’affettazione, e come tale mi irrita. Martin non è più uno degli autori ma solo l’editor, e questa è una perdita perché insieme a Roger Zelazny Martin era l’autore più valido e Zelazny l’abbiamo perso subito. Roger ci ha dato un solo racconto, Il Dormiglione, e quel protagonista memorabile che è Croyd Crenson, e poi è sparito. Pazienza, lui era una guest star, ma Martin era l’ideatore di quel mondo.

I protagonisti per lo più sono cambiati, anche se Damerino alias Jay Ackroyd fa ancora qualche comparsa (ma non lo vediamo al meglio). In teoria nessun problema, se il mondo mi piace posso accettare cambi di protagonisti. Nella serie di Darkover di Marion Zimmer Bradley quasi ogni libro ha un protagonista diverso, e quel mondo mi piace comunque. Alcuni libri sono delle ciofeche, ma lo sono nonostante il mondo e non per colpa del mondo. Posso cambiare protagonisti, posso leggere storie di Dunk ed Egg invece di andare avanti con i vari Tyrion, Jon e Daenerys, però mi deve importare di loro. Se di loro non m’importa, se mi sembra che ci sia un gusto dell’orrido eccessivo, un voler stupire tanto per il gusto di stupire, perché dovrei andare avanti?

Il virus Wild Cards può fare alle sue vittime qualsiasi cosa. Letteralmente. Perciò ci troviamo nell’ambito di Perdido Street Station o Abarat, di fronte potremmo trovarci qualsiasi cosa e per quel mondo andrebbe ancora bene. Non va bene per me però. Non mi interessa la fiera degli orrori, non voglio scoprire tutti i mostri che può partorire la fantasia umana.

Con Il fante con un occhio solo per lo più oscillavo fra l’essere infastidita e l’essere disgustata. Non è questo che cerco in un libro. E il prossimo non mi attira. Ce l’ho già, l’ho preso a fine febbraio quando dovevo prendere dei libri perché mi scadeva un buono sconto. Di solito non compro un libro di una serie se non ho letto e apprezzato il precedente, questa volta le circostanze mi hanno spinta a farlo ed è stato un errore. Potrei cambiare idea ma non credo che lo leggerò mai, e se proprio dovessi decidere di scoprire che fine fanno un paio di personaggi potrei sempre cercare la risposta su internet. Il nono romanzo si intitola Il castello di cristallo, ma il sottotitolo Le tentazioni di Hieronymus Bloat non è qualcosa che possa attirarmi. Bloat, per la cronaca, è il potentissimo capo dei cattivi e uno dei personaggi più rivoltanti di Il fante con un occhio solo. Oltretutto i relativi capitoli ne Il castello di cristallo – quella di Bloat è una storia spezzata in undici parti che corre lungo tutto il libro – sono stati scritti da Stephen Leigh, cioè il creatore del senatore Hartmann, un personaggio che ho odiato con tutte le mie forze fin dal suo primo apparire in L’origine. Posso usare un’espressione onomatopeica per dire quanto mi attira l’idea di leggere un altro libro della serie Wild Cards? Bloat…

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