Primo Levi: I sommersi e i salvati

“In lui le vittime non saranno mai idealizzate, e i carnefici non saranno demonizzati; lui, comunque, non confonderà mai carnefici e vittime.” (pag. VI)

Lui è Primo Levi, e queste righe provengono dall’introduzione scritta da Tzvetan Todorov a I sommersi e i salvati. Di Levi avevo già letto, anni fa, sia Se questo è un uomo che La tregua. Sono libri drammatici, lo sappiamo tutti. Dell’orrore dei campi di sterminio bene o male abbiamo tutti sentito parlare, e molti di noi hanno letto libri persone che sono sopravvissute e che hanno raccontato la loro esperienza. Se questo è un uomo parla del lager, La tregua del lungo viaggio di ritorno. I sommersi e i salvati è diverso perché non si sofferma sull’esperienza di una singola persona ma prova a interrogarsi sul senso e sulle modalità di quanto è accaduto. Con straordinaria lucidità Levi riflette e analizza, senza lasciarsi trasportare da un odio che sarebbe comprensibile e giustificato, ed è questa la cosa che più mi ha spinto verso questo libro. Avevo già letto l’appendice di Se questo è un uomo e avevo già avuto modo di ammirarlo per la capacità di analisi, I sommersi e i salvati da questo punto di vista è solo una conferma. E, d’altro lato, è probabilmente il più importante libro sull’olocausto che abbia letto perché non si sofferma su una singola storia ma guarda oltre. Le vittime non sono idealizzate perché sono sì vittime di una situazione disumana ma sono esseri umani, con i loro pregi e i loro difetti. I difetti non implicano che meritassero nulla di lontanamente simile a quanto sono stati costretti a sopportare, ma in fatto di essere vittime non significa che li si debba idealizzare a priori. E anche per i carnefici, per una parte di loro almeno, non tutto è stato semplice ed è giusto cercare di capirli e non fermarsi al primo sguardo inorridito, ma sempre carnefici rimangono.

“Levi pensa (e ha evidentemente ragione) non tanto a una ripetizione dell’identico, all’avvento cioè di un regime nazista nel centro Europa, quanto piuttosto a una proliferazione di quei fattori che hanno reso l’orrore possibile – magari in altri paesi, sotto altro nome, con nuove giustificazioni, non raggiungendo lo stesso parossismo ma producendo, quantomeno, massacri e sofferenze senza fine.” (VII)

Per questo è importante riflettere su quanto è avvenuto, e guardarci davvero intorno. Perché

“anche se un nazismo identico al precedente non ha nessuna possibilità di ripresentarsi, comportamenti come quelli che ne hanno reso possibile l’avvento, non sono invece rari.”

Quanto alla lezione data dalla storia Todorov ricorda che

“tutti noi abbiamo la tendenza a sfruttare la memoria a nostro vantaggio. Se ci identifichiamo con le vittime innocenti, questo ci dà a priori il diritto di esigere riparazioni; se ci identifichiamo invece con eroi irreprensibili, questo ci permette di passare sotto silenzio i nostri misfatti. Basta cioè cambiare luogo, etichetta, circostanze, e non vediamo più nessun buon motivo per trarre dal passato lezioni che potrebbero applicarsi anche a noi” (pag. VIII)

Basta guardare la realtà quotidiana: in caso di contrasto gli stronzi sono sempre gli altri, mai noi. Siamo capaci di fare autocritica, di dire “ho sbagliato”? Non voglio risposte qui, non le dovete a me come io non le devo a voi, non voglio fare nessun discorso specifico. Ma se noi non siamo capaci di fare una seria autocritica, come possiamo pensare che un’intera nazione possa riuscirci e capire dove ha sbagliato, dove sta sbagliando? Iniziamo da noi e poi guardiamoci intorno, non per criticare ma per migliorare le cose.

“Non è dunque necessario che siano presenti tutte le caratteristiche tipiche dello Stato totalitario perché ricompaiano alcune delle sue pratiche. Levi lo sa bene: la violenza illegittima (se non «inutile») non è prerogativa solo dei regimi nazisti e comunisti, si incontra anche negli Stati autoritari del Terzo mondo e anche nelle democrazie parlamentari. Basta soltanto che le voci dei capi politici la presentino come necessaria, persino come urgente; subito sarà rilanciata da media onnipresenti e poco dopo sostenuta dalla corte di autori e intellettuali che sanno bene come trovare giustificazioni razionali alle scelte del potere. tali scelte sono sempre fatte in nome della «difesa della democrazia» o del «male minore».”

Ora però lascio Todorov e passo a Levi. Quelli che seguono non sono tutti i passi che ho sottolineato ma una piccola selezione. Il mio consiglio è di comprare il libro e di immergervi nella lettura.

“è talmente forte in noi […] l’esigenza di dividere il campo fra «noi» e «loro», che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri. La storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità” (pag. 24)

“Questo desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è. È un’ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non scambiata per la realtà” (pag. 25)

“ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà nuovamente essere tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli” (pagine 38-39)

“La storia di Rumkowski [qui Levi narra una storia ben precisa, ma il quadro della situazione va oltre le singole storie] è la storia incresciosa e inquietante dei Kapos e dei funzionari dei Lager; dei gerarchetti che servono un regime alle cui colpe sono volutamente ciechi; dei subordinati che firmano tutto, perché una firma costa poco; di chi scuote il capo ma acconsente; di chi dice «se non lo facessi io, lo farebbe un altro peggiore di me».” (pag. 51).

“Nella maggior parte dei casi, l’ora della liberazione non è stata lieta né spensierata: scoccava per lo più su uno sfondo tragico di distruzione, strage e sofferenza. In quel momento, in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta; del dolore universale intorno a sé; della propria estenuazione” (pag. 52)

“la vergogna […] che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono” (pag. 54)

“All’uscita dal buio, si soffriva per la riconquistata consapevolezza di essere stati menomati. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco […] Credo che proprio a questo volgersi indietro a guardare l’«acqua perigliosa» siano dovuti i molti casi di suicidio dopo (a volte subito dopo) la liberazione. […] Per contro, tutti gli storici dei Lager, anche di quelli sovietici, concordano nell’osservare che i casi di suicidio durante la prigionia erano rari. […] il suicidio è dell’uomo e non dell’animale, è cioè un atto meditato, una scelta non istintiva, non naturale; ed in Lager c’erano poche occasioni di scegliere, si viveva appunto come gli animali asserviti, che a volte si lasciano morire, ma non si uccidono.” (pag. 56)

“comunicare si può e si deve: è un modo utile e facile di contribuire alla pace altrui e propria, perché il silenzio, l’assenza di segnali, è a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l’ambiguità genera inquietudine e sospetto.” (pagine 67-68)

“là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio” (pag. 75)

“le SS dei Lager erano piuttosto bruti ottusi che demoni sottili. Erano stati educati alla violenza […] erano stati sottoposti per qualche anno ad una scuola in cui la morale corrente era stata capovolta. In un regime totalitario, l’educazione, la propaganda e l’informazione non incontrano ostacoli: hanno un potere illimitato, di cui chi è nato e vissuto in un regime pluralistico difficilmente può costituirsi un’idea” (pagine 94-95)

“prima di morire, la vittima dev’essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della sua colpa. È una spiegazione non priva di logica, ma che grida al cielo: è l’unica utilità della violenza inutile.” (pag. 98)

“Bisogna guardarsi dal senno del poi e dagli stereotipi. Più in generale, bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell’oggi: errore tanto più difficile da evitare quanto più è grande la distanza nello spazio e nel tempo. […] molte minacce di allora, che oggi ci sembrano evidenti, a quel tempo erano velate dall’incredulità voluta, dalla rimozione, dalle verità consolatorie generosamente scambiate ed autocatalitiche. Qui sorge la domanda d’obbligo: una controdomanda. Quanto sicuri viviamo noi, uomini della fine del secolo e del millennio?” (pagine 130-131)

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