Guy Gavriel Kay: Ysabel

Fra tutti i libri scritti da Guy Gavriel Kay Ysabel è stato l’unico con cui ho faticato a rapportarmi. Inizia con una descrizione d’ambiente, il sorgere del sole in Provenza, i boschi, il pensiero al tempo che passa e la visione di una cattedrale medievale.

E, subito dopo, usciamo da questo quadro sereno e immobile per entrare nella cattedrale e nella storia. Il protagonista è Ned Marriner, un quindicenne canadese figlio di un famoso fotografo impegnato nella realizzazione di un libro sulla Provenza. Ho incontrato Ned… e mi sono chiesta cosa stessi leggendo.

Io ho iniziato Ysabel volendo amarlo. Al di là dei libri che leggiamo perché siamo obbligati a farlo, per studio o per lavoro, leggere è un divertimento. Speriamo sempre che il nuovo libro che stiamo per iniziare ci piacerà, ma fino a quando non lo leggiamo non possiamo davvero saperlo. Non lo possiamo sapere neppure di un autore che in genere ci piace, quasi tutti gli autori che amo hanno scritto almeno un libro a mio giudizio mediocre quando non proprio brutto. Volevo amare Ysabel ma non si può amare a comando, e per un certo periodo mi sono ritrovata a osservarmi dall’esterno mentre leggevo, troppo distaccata per essere davvero nella storia.

Paul Cézanne, Mont Saint-Victoire

Paul Cézanne, Mont Saint-Victoire

I luoghi in cui si muove Ned sono meravigliosi. Amo l’arte antica e medievale, e anche se non sono mai stata in Provenza fra la mia conoscenza di quell’arte e di quell’architettura e le descrizioni di Kay riuscivo a immaginarmi gli scenari piuttosto bene. E la Provenza non può non portarmi alla mente altri due libri, A Song for Arbonne, romanzo di Kay ispirato alla storia di quella terra e alla cultura trobadorica, e I giorni del potere di Colleen McCullough, in cui la scrittrice australiana propone la sua versione dello scontro fra le legioni romane guidate da Caio Mario e i Teutoni ad Aquae Sextiae, cioè Aix-en-Provence. E, giusto per chiarire, quelli della McCullough sono fra i romanzi storici che mi piacciono di più, il che significa che un’ambientazione in Provenza, specie se tornano fuori echi del passato, non può non avere un forte effetto su di me.

I problemi, mi sono resa conto in seguito, erano due. Il primo è proprio l’ambientazione in Provenza. Non ho problemi con un fantasy ambientato nella Terra di Mezzo, a Westeros, in Al-Rassan, a Videssos o in uno degli altri infiniti mondi inventati dagli scrittori. Ne ho, e molti, quando la magia esiste nel mondo in cui viviamo noi. Fatico a crederci. Non ho mai visto nulla che mi fa pensare che la magia esista davvero, perciò mentre immagino con facilità la magia in altri mondi nel nostro ci vuole un bel po’ prima che io riesca a sospendere la mia incredulità. La Trilogia di Fionavar per la verità parte dal nostro mondo prima di spostarsi su Fionavar ma Toronto è, appunto, solo un punto di partenza per una storia che si svolge altrove. I capitoli di La strada dei re e La via del fuoco ambientati sulla Terra hanno una loro giustificazione proprio grazie a Fionavar.

Avete mai letto il saggio Sulle fiabe (On Fairy-Stories) di J.R.R. Tolkien? Se non lo avete ancora fatto leggetelo, certi testi semplicemente vanno conosciuti. In italiano si trova sia in Albero e foglia che in Il medioevo e il fantastico. Io possiedo quest’ultimo libro, la citazione proviene dalle pagine 200-201.

Ma non ricordo che, in nessun momento, il piacere che mi dava una storia dipendesse dal fatto di credere che avvenimenti di quel genere potessero aver luogo, o avessero avuto luogo, nella «vita reale». In primo luogo le fiabe non avevano chiaramente a che fare con ciò che era possibile, ma con ciò che era desiderabile. Se risvegliavano il desiderio, e lo soddisfacevano, giungendo spesso ad acuirlo in modo insopportabile, erano riuscite. […]

Non avevo alcun desiderio di vivere sogni o avventure come quelli di Alice, e il loro racconto mi divertiva soltanto. Avevo ben poco desiderio di cercare tesori sepolti o di combattere i pirati, e L’isola del tesoro mi lasciò freddo. I pellerossa erano meglio: in questo tipo di storie c’erano archi e frecce (avevo e ho ancora un desiderio completamente inappagato di tirare bene con l’arco), e lingue strane, e sguardi fugaci su un tipo di vita arcaico, e, soprattutto, le foreste. Ma la terra di Merlino e di Artù era ancora meglio, e meglio di tutto il Nord senza nome di Sigurd e dei Volsunghi, e il principe di tutti i draghi. Quelle terre erano eminentemente desiderabili. Non immaginai mai che il drago appartenesse allo stesso ordine di realtà del cavallo. Ed era così non soltanto perché vedevo quotidianamente dei cavalli, mentre non avevo ancora mai scorto l’impronta di una zampa di un drago. Il drago aveva chiaramente impresso su di sé Made in Faërie. In qualsiasi mondo si situasse la sua esistenza, si trattava di un Altro Mondo. La fantasia, il creare o far intravvedere Altri Mondi; era il cuore del desiderio del Fiabesco. E io desideravo i draghi con un desiderio profondo.

Parole di Tolkien, non mie, e anche se mi ritrovo al loro interno alcune differenze fra noi ci sono. Io per esempio non ho mai finito Alice nel paese delle meraviglie anche se l’ho iniziato due volte, mi sono divertita con L’isola del tesoro e più che le lingue strane amo l’arte antica. Però quel desiderio profondo per un mondo in cui esistono i draghi, o comunque che è in tutto verosimile anche se non è il nostro, lo provo anch’io. Un mondo in cui, come ho detto una volta a una collega mentre guardavo il reparto cercando qualcosa da leggere e spiegandole perché in quel momento un romanzo di fantascienza non andasse bene, “la gente si ammazza con la spada”. A livello sintattico la mia frase non è molto bella, ma in quel momento avevo bisogno di un tipo di atmosfera che nei fantasy c’è e nei romanzi di fantascienza no, anche se molte volte mi sono divertita anche con la fantascienza. È una sensazione, e come tale è difficile da definire e da giustificare, ma questo non significa che non sia reale. Ecco, un fantasy ambientato nel nostro mondo per me non ha la stessa realtà di uno ambientato in un mondo inventato. Non riesco a credere a quel mondo secondario perché non lo vedo come un mondo secondario, e non posso credere a quel mondo come a qualcosa di reale. I miti e le leggende per me non sono che questo, miti e leggende. E se a Roma sono andata a cercare la Porta Magica anche se era lontana dal mio percorso di turista, era per guardarla con l’occhio della curiosa e non con quella della credente che pensa che i simboli alchemici che vi sono impressi sopra possano avere mai avuto un qualche potere.

Il secondo problema è Ned. Un adolescente maschio, il che mi ha reso lievemente difficile l’immedesimazione. Non dico che mi immedesimo in tutti i personaggi di cui leggo, ma devo comunque riuscire a instaurare un rapporto con loro e stavolta ho fatto fatica. Anche in questo caso il problema era mio, non del libro. Ned è tratteggiato bene, io ho solo avuto bisogno di tempo per riuscire a vedere le cose dal suo punto di vista. E poi per diverso tempo i suoi movimenti, le sue azioni, mi sembravano quasi un girare a vuoto. Divertente da fare, poco interessante da leggere. Solo rileggendo il libro mi sono resa conto di quali elementi fondamentali per la seconda parte della storia Kay stesse inserendo nelle pagine.

La regina di Saba nel chiostro della cattedrale di Aix-en-Provence

Un aiuto è arrivato dalla comparsa di Kim. Non viene mai detto nulla sul suo passato, Kay preferisce limitarsi a qualche accenno perché questa non è la sua storia, ma io amo Kim da oltre vent’anni, e la sua presenza è stato per me il segnale che davvero la storia era reale e che stava narrando di cose importanti. Buffo, vero? Quell’impressione di solidità che non è riuscita a darmi una cattedrale realmente esistente me l’ha data un personaggio proveniente da un altro romanzo.

Non dico che dopo sia stato una passeggiata, come Ned si sposta per molto tempo cercando di capire cosa stia accadendo a lui e intorno a lui così per molto tempo io cercavo di capire dove stavo andando con questo libro. Ci sono cose però che si trovano solo quando non le si sta cercando perché sono loro a trovare noi. Entrano piano piano nei nostri pensieri e nei nostri sentimenti e con il cambiare finiscono per cambiarci.

La cattedrale di Aix-en-Provence

Ysabel è una storia di crescita. È la storia di un ragazzo che sta cercando di scoprire chi è e di come cambiano le cose quando si inizia a guardarle con gli occhi di un adulto. È la storia di un cambiamento, quello di Ned, accostato alla vita di tre personaggi che, pur con tutti i loro cambiamenti, non sono mai davvero cambiati. Ysabel, e mi riferisco alla donna e non all’intero romanzo, è l’unica del terzetto che in una certa misura cambia, ma mentre il mondo intorno a loro cambia i due uomini, il celta e l’altro, lo straniero, restano sempre uguali a sé stessi. È la storia di un luogo, intessuta in innumerevoli vite più vive di quelle dei personaggi narrati dai libri di scuola, pieni di loro nomi e date e privi di un’anima. È la storia di alcune persone che cercano di opporsi a qualcosa che potrebbe essere più grande di loro. O forse è solo diverso, appartiene a un’altra scala, a un altro modo di misurare il tempo e le cose.

La misura del tempo. Temo di perdermi dietro le parole, ma il tempo in questa storia è importante. Venticinque secoli, e venticinque anni. Che il tempo non scorra sempre alla stessa velocità, non per l’animo umano, lo abbiamo scoperto da un pezzo, e i cronometri possono pure dire quel che gli pare. Il tempo di Ysabel è diverso dal nostro, affonda molto indietro nel passato ma riesce anche ad accorciare i giorni attuali. È incredibilmente lungo, eppure la sua frammentarietà lo rende allo stesso tempo breve, fatto quasi solo di istanti. O forse siamo noi a vederlo così perché sono solo alcuni istanti ciò che ci è dato di conoscere. Ned entra nella sua storia come in quella di Kim, e anche questa storia ha le sue radici nel passato. In una trilogia che io ho letto e dopo, in quei momenti che possiamo solo immaginare e che si sono verificati prima della nascita di Ned. Per lui, oltre la vita.

Entremont

Kay gioca su questo, sui diversi significati del passato, sull’interrogativo su cosa sia davvero importante, sui dubbi di un ragazzo che, proprio perché è un adolescente, è già pieno di dubbi suoi e si trova a doversi confrontare con qualcosa che è fuori dall’ordinario, sulle nostre convinzioni sulla struttura della realtà e sulla nostra capacità di accettare cose che non possiamo davvero comprendere.

Nella prima parte del romanzo possiamo permetterci l’incredulità, il distacco. Ci fa perdere l’empatia con i personaggi, ci fa apprezzare meno la lettura, ma se pure un po’ a fatica possiamo fare finta che ci sia una qualche spiegazione razionale. Poi le cose cambiano, e tutto il lavoro preparatorio diventa realtà. L’incredulità degli adulti a cui la storia viene solo raccontata è anche la nostra, ma se loro devono soffocare i dubbi per poter agire, e riescono a farlo, noi non possiamo che seguirli e tifare per loro indipendentemente da quanto possa apparire strano il sentiero che si troveranno a percorrere. Insieme a loro sono finalmente entrata nel mondo di Ysabel.

Un aiuto, all’inizio, è stato certamente il fatto che mi piace lo stile di Kay, il suo modo di usare le parole, di gestire i tempi e di spostare all’improvviso il suo punto di vista, mostrarci gli avvenimenti da un’altra prospettiva prima di tornare a narrare ciò che stava narrando. Da un certo momento in poi però non ho più avuto bisogno di nessun aiuto perché per me quella storia era diventata reale. Ero riuscita ad accettare il sole verde di cui parla Tolkien in Sulle fiabe. C’era voluto tempo, ma quel mondo secondario così simile al nostro da potersi confondere con il nostro era diventato realtà. Il sole verde può splendere anche su di noi.

Non ho mai faticato così tanto a commentare un romanzo di Kay, probabilmente proprio perché ho faticato così tanto a rapportarmi con il libro. Non avete idea di quante frasi ho scritto, tenuto in sospeso per un pezzo, e infine cancellato. Alla fine il giudizio è positivo.

A volte mi chiedo quanta passione dovrei mostrare nei miei scritti, quanto di quello che scrivo si riesca a capire “Il giudizio è positivo” non rende bene l’idea, sa troppo di analisi distaccata e la lettura di un romanzo per me è qualcosa di distaccato solo quando non mi piace. Ysabel è un ottimo libro. Scritto bene, con dei personaggi, delle ambientazioni meravigliose, un senso del tempo e della storia che non è affatto semplice da spiegare senza fare spoiler e che dà molto su cui riflettere. E se all’inizio ho faticato a rapportarmi con lui alla fine ne sono stata ampiamente ripagata.

Nel 2008 Ysabel ha vinto il World Fantasy Award.

Una presentazione di Kay al romanzo: http://www.brightweavings.com/books/ysabel_letter.htm.

Il prologo: http://www.brightweavings.com/books/ysabel_prologue.htm.

Alcune pagine dal quinto capitolo: http://www.brightweavings.com/passages/ysabel.htm.

Un’intervista a Kay sui temi di Ysabelhttp://www.brightweavings.com/ggkswords/ysabel.htm.

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