Jonathan Stroud: Lockwood & Co. La scala urlante

Secondo Jacopo, il mio responsabile, in questo momento dovrei evitare di scrivere perché sono particolarmente cattiva. Non solo, prima incuriosisco chi mi legge su un determinato libro e poi ne parlo male. Recentemente l’ho fatto con Maurice Druon e prima ancora con N.K. Jemisin. Potrei difendermi come Jessica Rabbit, affermando che “io non sono cattiva, è che mi disegnano così”.

Ho appena fatto scoprire alle mie bimbe quel capolavoro che è Chi ha incastrato Roger Rabbit? e non potevo non fare la citazione. Io non vorrei parlar male dei libri, sono loro che a volte mi spingono a scrivere determinate cose…

Come spesso accade, anche l’ultimo libro di Jonathan Stroud è uno di quei romanzi che ho letto avendo già delle aspettative abbastanza precise. In primo luogo sull’autore.

Stroud è diventato famoso in Italia con L’amuleto di Samarcanda, libro che io ho letto non per decisione mia ma perché me lo hanno regalato. Voi sapete che in genere io giro alla larga dai libri per ragazzi, anche se devo riconoscere che la collana Mondi fantastici della Salani va tenuta d’occhio.

Ero diffidente sui libri per ragazzi, ed ero diffidente sui libri umoristici. L’amuleto di Samarcanda perciò è stato una piacevole sorpresa. Nathaniel mi sta antipatico, e a volte leggere i suoi capitoli era come camminare trascinandosi dietro una palla al piede, ma Bartimeus era meraviglioso. Quando sono stati pubblicati ho comprato i seguiti, L’occhio del Golem e La porta di Tolomeo. L’antipatia per Nathaniel non è mai passata del tutto, ma gli aspetti positivi erano sufficienti a farmi tralasciare i miei sentimenti nei confronti di uno dei protagonisti. Bartimeus è semplicemente troppo divertente, troppo irresistibile, perché un personaggio antipatico possa offuscarlo.

Il romanzo successivo, La valle degli eroi, è quello che mi è piaciuto di più, anche se sospetto che da noi sia quello che ha venduto meno. Cambia l’ambientazione, non una quasi-la-nostra-Londra-ma-con-la-magia ma una valle simil-medievale con abitanti rissosi e qualche problema con gli spettri dei defunti. Ancora un protagonista insolito visto che è un impiastro in un mondo dove ci si aspetta che ogni principe debba essere un eroe, ed è proprio il contrasto fra le aspettative e la realtà a reggere la trama. Fra toni epici e pericoli incombenti il divertimento non manca.

L’anello di Salomone, che costituisce un prequel alla Trilogia di Bartimeus ambientato parecchi secoli prima, è probabilmente il romanzo di Stroud che mi è piaciuto meno. L’ho sentito meno fresco rispetto agli altri, come se l’autore avesse voluto sfruttare la popolarità del suo personaggio andando a narrare nei dettagli un elemento solo accennato negli altri romanzi.

Lo so, Stroud non è il primo né l’ultimo autore a scrivere prequel, ma alla fine mi sono resa conto che non sentivo il bisogno del suo. Magari lui ha davvero sentito il bisogno di scrivere il libro, ma la sua passione non è arrivata fino a me.

E poi c’è Lockwood & Co. Il primo volume della serie, La scala urlante, è stato pubblicato in italiano quest’autunno, il secondo, The Whispering Skull, deve ancora essere tradotto. Stroud ha scritto anche altri romanzi, ma visto che non sono stati tradotti in italiano non ho intenzione di andare a vedere di cosa si tratta. Lo scrittore mi piace, ma non fino al punto da leggerlo in inglese.

Lockwood & Co. si presenta come una serie per ragazzi, presumibilmente più giovani dei lettori di Bartimeus. Brutto segno. Compito dei protagonisti è liberare le case dalle pericolose infestazioni dei fantasmi. A scatola chiusa, mi interessa? No, non ho neppure mai guardato il film Ghostbusters pur essendo un’amante del fantasy. Va bene, io leggo molti più libri rispetto ai film che guardo, ma non ho mai avuto neppure un briciolo di curiosità. Come per Bartimeus (e libri di altri autori tipo la saga di Harry Potter di J.K. Rowling o quella di Pecy Jackson di Rick Riordan) ancora un’ambientazione moderna, pur con la notevole differenza della presenza concreta di elementi magici, quando io preferisco una realtà totalmente staccata dalla nostra. Un vero Mondo secondario così come piaceva a J.R.R. Tolkien insomma piuttosto che un moderno urban fantasy. No, le premesse non erano per niente incoraggianti, al di là del fatto che – quale più quale meno – tutti i precedenti libri di Jonathan Stroud mi erano piaciuti.

Oltre un anno fa ho letto quella chesarebbe rimasta l’unica recensione che ho letto del romanzo: http://www.fantasymagazine.it/libri/19766/lockwood-co-the-screaming-staircase/. Il giudizio è decisamente positivo, e la cosa mi ha dato da pensare. Ovvio che alla fine ho letto anch’io La scala urlante.

Sapete qual è il vantaggio di avere una recensione bella pronta che si può linkare? Posso divagare come mi pare e non sono obbligara a far nessun discorso serio perché il discorso è già lì. Sottoscrivo in pieno quanto scritto da Stefano Ferrari, anche se forse è il caso che aggiungo qualche commento mio.

La storia è narrata in prima persona da Lucy, e inizia in media res. Vediamo lei e Lockwood in azione – e non è certo una situazione semplice – e poi torniamo indietro e scopriamo i retroscena della vita di Lucy, come ha fatto ad arrivare lì dove si trova.

La cosa mi ha infastidita. La struttura mi è parsa un po’ forzata, come se Stroud avesse sentito il bisogno di iniziare in media res perché è così che – secondo i manuali di scrittura creativa – si deve fare per attirare l’attenzione del lettore, e poi fosse tornato indietro a recuperare cose che aveva bisogno di farci sapere. In realtà dubito che Jonathan abbia davvero seguito i consigli di un manuale, è uno scrittore abbastanza esperto da poter fare ciò che ritiene giusto infischiandosene di tutte le regolette scritte e non scritte del genere, ma questa è stata la mia percezione e non mi è piaciuta. Ho faticato un po’ per entrare nella storia, malgrado gli avvenimenti non proprio tranquilli dell’inizio non mi interessava granché di quel che i protagonisti stavano combinando. Credo di aver bisogno di percepire i personaggi come reali, di volere un qualche tipo di sfida anche mentale per potermi appassionare alla vicenda. L’azione pura e semplice non mi basta, anche se il pericolo è incombente. E infatti quando il terzetto di protagonisti ha iniziato a ragionare su un paio di problemi che doveva risolvere, e il carattere di ciascuno è emerso, ha avuto tutta la mia attenzione.

Per Stefano Ferrari questo romanzo “apre una nuova saga “da caminetto”, calda, intelligente, spiritosa e spaventevole quanto basta”. Sì, superati i primi capitoli mi sono divertita, e non ho avuto alcun problema con il fatto che fosse un libro per ragazzi, che i protagonisti fossero degli acchiappafantasmi o che l’ambientazione fosse di una quasi-Londra contemporanea. Ci sono azione, mistero, magia e divertimento in abbondanza. Stroud non sarà mai per me un autore fondamentale, a me piace il respiro dell’epica che qui è impossibile da trovare sia perché il mondo è ristretto a problemi locali sia perché c’è un’ironia che di solito nell’epica non c’è (ma non ditelo a Mat Cauthon), ma se ci si vuole rilassare un po’ Lockwood & Co. La scala urlante è un ottimo romanzo.

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