Isaac Asimov: Magic

È davvero troppo tempo che non leggo un Asimov vero, e dovrei rimediare. Ma quando? Recentemente ho riletto Magic, e non è la stessa cosa.

Lo avevo letto la prima volta chissà quanti anni fa, e già all’epoca non ne ero stata folgorata. Ho amato intensamente Isaac Asimov fin dalla prima lettura di quella che alla fine è un’opera minore, Le correnti dello spazio. Poi ci sono state le altre opere, la Trilogia della Fondazione, i robot, la serie di Elijah Baley e R. Daneel Olivaw, e parecchi altri racconti e romanzi. E mentre stavo esplorando l’autore mi ero imbattuta pure in Magic e l’avevo letto, anche se non ne ero rimasta folgorata. Ora l’ho rivisto in biblioteca e l’ho letto di nuovo, più per la parte saggistica finale che per i racconti.

Asimov ha scritto pure fantasy? Sì, ricordo Fantasma legale in Asimov Story, antologia fuori catalogo da anni. Ci dev’essere qualcos’altro ma non ho voglia di perdere tempo a cercare di ricordare di cosa si tratti, perciò lasciamo stare. E ci sono le storie di Azazel.

Azazel viene definito un extraterrestre, ma in realtà è nato come una specie di diavoletto, o comunque come una creatura magica. A me fa pensare all’immagine presente sulla copertina delle Lettere di Berlicche di C.S. Lewis. Ora Azazel è un extraterrestre, ma solo perché Asimov voleva pubblicare le sue storie sulla sua stessa rivista di fantascienza, altrimenti saremmo rimasti nell’ambito della magia e non della fantascienza per queste storie. Comunque quello che Azazel fa a me sembra più magico che tecnologico, il passaggio da un genere all’altro a Isaac non è riuscito tanto bene.

Come sono questi racconti? Nulla di che, davvero. Non ho mai letto l’antologia Azazel e non ne sento la mancanza. Per qualcuno che ama il modo di scrivere di Asimov questi racconti possono essere carini nel senso che ritrova l’umorismo, il modo di fare, di Isaac, ma come opere fantasy sono semplicemente passabili. La trama è ripetitiva. un tizio che scrocca soldi a un suo amico raccontandogli improbabili vicende in cui ha chiesto l’aiuto di Azazel e ha ottenuto qualcosa di completamente diverso da quel che tutti ci saremmo aspettati. L’originalità di struttura è pari agli episodi della serie (che ho guardato per anni) del Tenente Colombo: gli episodi sono tutti uguali. Quello che conta, per Colombo, è il filo del ragionamento. Qui è l’effetto sorpresa nella soluzione del problema. Nessuno dei lettori, suppongo, è in grado di anticipare queste conclusioni, e proprio la curiosità di vedere la soluzione spinge a leggere, ma non sono storie che possono essere prese sul serio.

Ci sono altri due racconti in quest’antologia, La favola dei tre principi e Il principe Delizioso e il drago senza fiamma. In questo caso Asimov prende le fiabe classiche, ribalta alcuni elementi, gioca un po’ con i meccanismo delle storie, e produce racconti carini. Meglio di quelli di Azazel, ma se Asimov è un autore importante non lo è certo per questi testi.

E poi ci sono le due parti che potremmo definire saggistiche se non fosse che il termine mi sembra un po’ forte. Si tratta di collezioni di articoli o introduzioni scritte in contesti che qui non abbiamo, e quindi i testi di Asimov appaiono un po’ monchi e non per colpa sua. In linea di massima le intruduzioni di Asimov, con le sue vanterie mascherate solo per finta e la sua ironia, mi sono sempre piaciute. Ora però ho guardato con un po’ più di attenzione i commenti sulla fantasy, e direi che in questo caso lui non era esattamente esperto o imparziale. Il problema è che amava troppo la scienza, vera o finta che fosse, per sentirsi davvero a suo agio con un genere che relega la scienza in secondo piano. Non dico che le opere fantasy se ne infischino della scienza o della verosimiglianza, semplicemente per loro il punto non è quello. Quando Asimov inizia a palare di fiabe e poi prova a spiegarle con la scienza o con la magia, alla fine arriva a scrivere che “La magia non deve avere limiti; la tecnologia, invece, sì.” (pag. 167)

Partendo da questo presupposto afferma che L’incantatore incompleto di L. Sprague de Camp (primo racconto compreso nel volume Il castello d’acciaio scritto anche da Fletcher Pratt) “non è più magia; è solo tecnologia esotica” perché l’autore nel narrare la sua storia deve rispettare determinati limiti che si è posto da solo. Non potrei essere più in disaccordo. Anche le Aes Sedai di Robert Jordan devono rispettare determinati limiti, significa che pure La Ruota del Tempo è fantascienza? La Volontà e la Parola di David Eddings hanno limiti ben precisi, sono fantascienza i Belgariad? E vogliamo parlare delle magie di Melisandre nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin?

Tra l’altro non esiste una divisione netta fra i due generi, anche se alcune opere (non tutte) appartengono chiaramente a un genere piuttosto che all’altro. Non esiste, altrimenti nessuno avrebbe sentito il bisogno di coniare il termine science fantasy. Nella saga di Darkover di Marion Zimmer Bradley c’è il potere mentale, il laran, ma c’è anche l’impero terrestre. Nella saga di Pern di Anne McCaffrey ci sono i draghi, ma l’impressione che avevo ricavato dall’unico libro letto troppi anni fa è che fosse fantascienza. Dune di Frank Herbert è fantascienza, ma il Bene Gesserit ha un sapore decisamente fantasy.

Con il mio elenco mi fermo qui. Noto solo che un autore affermato – e un autore che amo ancora adesso – può essere bravissimo nel suo campo e non avere le idee chiare su altre cose. Peccato che quel pregiudizio continui a tormentarci anche ora, probabilmente anche a causa di opinioni errate di personaggi autorevoli.

Più avanti nello stesso libro (ma in un’altra introduzione, sarebbe stato bello se chi ha curato l’antologia avesse dedicato due-tre righe a spiegare la collocazione originaria di ciascun articolo) Asimov si lamenta di un film che ritiene scadente ribellandosi all’etichetta attribuita da altri critici che non si poteva pretendere altro visto che “È solo fantascienza”. (pag. 197)

Malgrado la scelta della foto non sto criticando Goldrake, che da bambina mi ha fatto divertire parecchio. Volevo solo una foto con un po’ di luci…

 

Asimov non accetta che il fatto che un’opera sia solo fantascienza giustifichi gli autori di un film (ma in contesti diversi potrebbe anche essere un libro) se realizzano un’opere sciocca, infantile, stupida o priva di senso logico in cui contano solo “molto rumore e un gran lampeggiare di luci“. In questo la pensiamo allo stesso modo. Asimov ha scritto in un contesto ben preciso e si riferiva a un’opera ben precisa, ma il suo discorso può essere allargato non solo a tutta la fantascienza, come intendeva fare lui, ma a tutta la narrativa – fantasy compresa. Un’opera di qualsiasi genere può essere stupida, priva di senso logico e via dicendo non perché appartiene a un determinato genere ma perché quell’opera è stata fatta male, o con il preciso scopo di intrattenere e tralasciando ogni altra considerazione. Non è mai colpa del genere dato che nessun genere è, di suo, superiore o inferiore a un altro.

Alla fine Magic si riduce a poco. Racconti carini soprattutto se già si ha un debole per l’autore e un paio di spunti su cui si potrebbe discutere se solo ne avessi tempo e voglia, anche se concordo solo con uno dei due. Il resto è scivolato via senza lasciare traccia. Dovrei proprio rileggere un Asimov vero.

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